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	<title>AUTONOMIA EUROPEA Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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	<description>Centro Studi e Laboratorio culturale per il risveglio europeo</description>
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	<title>AUTONOMIA EUROPEA Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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		<title>Europa Potenza &#8211; Conquistare l&#8217;UE Prima che sia Troppo Tardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 02:42:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Contesto Logistico Lo Stretto di Hormuz è un così detto choke point, cioè un passaggio – in questo caso marittimo, ma il termine vale anche per quelli terrestri – strategico a livello mondiale. Un collo di bottiglia, insomma. Secondo i dati della Energy Information Administration (EIA) americana e della International Energy Agency (IEA), da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/19/europa-potenza-conquistare-lue-prima-che-sia-troppo-tardi/">Europa Potenza &#8211; Conquistare l&#8217;UE Prima che sia Troppo Tardi</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><u>Il Contesto Logistico</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo Stretto di Hormuz è un così detto <em>choke point</em>, cioè un passaggio – in questo caso marittimo, ma il termine vale anche per quelli terrestri – strategico a livello mondiale. Un collo di bottiglia, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo i dati della Energy Information Administration (EIA) americana e della International Energy Agency (IEA), da Hormuz transitano il 20% del consumo globale di petrolio e liquidi petroliferi (20-21 milioni di barili al giorno) e circa il 20% del commercio mondiale di LNG (principalmente dal Qatar).</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un traffico consolidato da decenni, e dunque qualsiasi tensione, incidente o avversità ambientale nella zona genera effetti a catena di portata e intensità variabile ma sempre considerevole.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Economia delle Forniture</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono essenzialmente due le forme base per le forniture: contratti (annuali o pluriennali) basati su prezzi fissati tramite contrattazione sulla base di indici significativi, oppure forniture a prezzi <em>spot</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi riflettono gli esiti di una contrattazione o di un accordo produttore-consumatore, con prezzi tendenzialmente stabili e volumi prenotati. In questa circostanza le forniture tendono ad avere prezzi stabili anche durante le fasi di crisi, almeno entro certi limiti e al netto di vere e proprie interruzioni inevitabili. Possono verificarsi delle speculazioni, ma l’eventuale speculatore ha poco margine di manovra e soprattutto è immediatamente riconoscibile lungo la catena di approvvigionamento. Inoltre, essendo i volumi prenotati, il produttore/fornitore tende a rispettare la consegna e la quantità di materia prima che può finire sul mercato spot è limitata teoricamente al surplus in eccesso rispetto ai volumi oggetto dei contratti.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi vent’anni circa, e in modo più accentuato dopo il 2022, il mercato è diventato quasi interamente <em>spot</em>: il petrolio, certamente, è dominato da Brent e WTI, ma è il gas ad aver avuto la svolta più drastica passando dalle forme contrattuali precedenti (con orizzonti temporali a 10, 15, talvolta anche 20 anni, che assicuravano prezzi contenuti e più o meno stabili) ad un vero e proprio <em>far west</em> speculativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso dell’Unione Europea, l’ormai noto TTF (Title Transfer Facility) non è un semplice indice alla borsa di Amsterdam, ma il vero e proprio <em>benchmark</em> di riferimento per quasi tutto il gas europeo (non solo per le forniture industriali ma anche per quelle domestiche). Il TTF è un vero e proprio hub virtuale e super-liquido: gli scambi avvengo nell’arco delle 24 ore su piattaforme come l&#8217; Intercontinental Exchange (ICE) e nei mercati digitali correlati, consentendo la negoziazione continua senza interruzioni. Ciò significa che le piattaforme di trading per i titoli tokenizzati operano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Essendo virtuali, la negoziazione, la compensazione e la regolazione sulla blockchain degli asset finanziari non ha le limitazioni (soprattutto orarie) di borsa tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa succede in questo mercato digitale senza interruzioni? In primo luogo le entità speculative (che non sono necessariamente figure fisiche o società, ma anche algoritmi, hedge fund e banche) entrano e escono nel giro di poche ore e in qualsiasi momento con posizioni letteralmente enormi. Questa volatilità è amplificata dalla quantità di dati: i prezzi sono influenzati in tempo quasi reale da qualsiasi tipo di notizie ritenute rilevanti, dall’aggiornamento in tempo reale dei volumi stoccati, delle condizioni meteo, dai flussi di LNG, in certi casi anche dalle dichiarazioni pubbliche sia degli attori di filiera che dei politici e dei think-tank, anche e soprattutto via social.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo nell’area UE, ma sempre più anche nell’Europa orientale, oltre il 60% delle forniture è indicizzata al TTF: quando gli speculatori decidono di far impennare i prezzi, non esiste contratto che metta al riparo l’industria.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>Non Tutte Rose e Fiori</u></p>
<p style="text-align: justify;">I contratti precedenti avevano sicuramente il pregio di ridurre l’incertezza e le speculazioni, ma in caso di crollo dei prezzi spot escludeva i soggetti contraenti dalla possibilità di guadagnare o risparmiare in queste fasi di caduta. I fornitori storici, quindi Norvegia, Qatar, Russia e USA sono ovviamente più orientati al mercato spot: margini incommensurabilmente più ampi e guadagni enormi sono strettamente connessi con la possibilità di generare bolle speculative che i contratti pluriennali non consentono.</p>
<p style="text-align: justify;">Grandi compratori come Italia, Germania e Francia stanno cercando di uscire da questa situazione di esposizione totale alle speculazioni, tornando a contratti di vecchio tipo soprattutto con USA e Qatar, ma ormai il TTF e i prezzi spot regnano quasi incontrastati e nessun fornitore e/o speculatore desidera questo ritorno al passato. Fra l’altro l’unione di TTF e spot ha integrato nel sistema molti più fornitori di prima, e garantisce maggiori guadagni per tutti – rendendo il sistema molto fragile e volatile, certo, ma hey, chi non vuole guadagnare il più possibile nel minor tempo consentito dalle tecnologie su cui poggiano le speculazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>…e la UE?</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione Europea ha applicato con rigore le regole del mercato unico interno in tema di aiuti di Stato, antitrust, liberalizzazione ecc quando si trattava di imprese o governi degli Stati Membri per evitare le ormai pseudo-mitologiche “distorsioni del mercato UE”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia ha contribuito attivamente alla dominanza del mercato spot nel gas con le sue stesse politiche di liberalizzazione energetica. Il risultato: prezzi volatili e speculazioni amplificati dal TTF di Amsterdam e dalla spregiudicatezza finanziaria, morte per asfissia delle forniture stabili basate su contratti annuali o pluriennali.</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare la Commissione Europea non ha mai imposto o incentivato quote minime di contratti a lungo termine. Anzi al contrario, dal 1998 in poi, con l’avvento dell’era delle Direttive di liberalizzazione e soprattutto dopo l’Energy Sector Inquiry del 2007, la Commissione ha visto i contratti a lungo termine (LTC) come potenziali barriere alla concorrenza, e ha quindi avviato procedimenti antitrust contro gli LTC. Con questa presa di posizione la Commissione Europea ha accelerato il passaggio al mercato spot.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo: nel pacchetto <em>Decarbonisation of the Gas Market</em> del 2021 la Commissione Europea ha esplicitato che i contratti pluriennali non devono essere prorogati oltre quella data, per non bloccare il così detto <em>net-zero 2050</em>. Un segnale chiarissimo che i contratti stabili erano considerati un problema – e più avanti vedremo perché.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è finita qui, comunque. Contestualmente al sostegno, anche con atti ufficiali, dato al passaggio ai mercati spot, la Commissione Europea non ha introdotto limiti al TTF per contenere le speculazioni. L’ha fatto solo dopo la crisi dei prezzi al 200% e oltre del 2021/22, e in modo molto blando: a dispetto del nome “REPowerEU” è stato lasciato campo libero a strumenti volontari orientati comunque al mercato spot, e anche la piattaforma “AggregateEU” del 2023 ha aggregato della domanda ma a breve termine e senza obblighi. Non c’è mai stata una regolamentazione preventiva sui derivati e nemmeno un freno ad algoritmi e hedge fund: il TTF è così rimasto un hub ultra-liquido e speculativo per definizione e per legittimazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, al pugno di ferro con cui la Commissione Europea ha costantemente amministrato internamente il mercato UE non corrisponde altro che una apertura totale al mercato spot globale esterno, nonostante le distorsioni ben più gravi di quelle interne generate dalle speculazioni globali.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è da dire che non c’è stato alcun tradimento di qualche premessa diversa da questo: la Commissione Europea è stata coerente con la sua ideologia fondata sull’equivalenza liberalizzazione = più concorrenza = prezzi bassi. Il problema è che questo può valere in tempi di abbondanza, non certo di crisi, e ha inoltre sottovalutato o ignorato la realtà: quando la scarsità e le dinamiche politiche globali entrano in gioco, quella stessa equivalenza moltiplica volatilità e speculazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli eventuali tentativi di correggere il tiro arrivano tardi: il prezzo più alto è già a bilancio, e il problema rimane. Per una qualsiasi presunta distorsione interna per qualche aiuto di Stato a un’azienda Bruxelles scatena procedure lunghe anni; per le distorsioni innescate 24/7 dal TTF che costano miliardi alle famiglie e all’industria non interviene e, anzi, legittima il drenaggio di risorse. È questa una scelta ideologica, e la stiamo pagando tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Perché tutto ciò?</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La strategia UE degli ultimi vent’anni è andata nel senso della liberalizzazione spinta del mercato energetico, dalle direttive degli anni &#8217;90-2000 fino al &#8220;Gas Package&#8221; e al <em>recast</em> del 2024, ponendo essa stessa le basi per la speculazione selvaggia attuale. Questo approccio è puramente ideologico sia dal punto di vista economico, sia da quello politico: si inserisce infatti in una logica più ampia per orientare il consenso e l’opinione, rendendo indesiderabili gli approvvigionamenti fossili e spingere l’opinione pubblica a credere che la soluzione fosse la transizione green. Strumenti come ETS e CBAM funzionano allo stesso modo: aumentano a dismisura i costi del sistema attuale per spingere verso alternative low-carbon che però non ci sono, e quando ci sono delle alternative esse sono comunque legate agli indici e sottoposte a speculazione. Le alternative vere (idrogeno verde, biometano su larga scala, eolico/offshore a costi competitivi, nucleare di ultima generazione) non sono ancora strutturalmente e tecnicamente disponibili, e quindi nemmeno economicamente scalabili a sufficienza da sostituire il gas a prezzi accessibili per l&#8217;industria, ma nemmeno per il consumo domestico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il costo dell’ideologia astratta della Commissione Europea è drammatico e anche in parte misurabile. I prezzi di gas e elettricità sono altissimi: il doppio di quelli USA e circa il 50% in più di quelli cinesi nel caso dell’elettricità, mentre il gas TTF balza senza problemi a +130% in poche ore.</p>
<p style="text-align: justify;">L’impatto è devastante perché la deindustrializzazione è ormai una realtà consolidata, soprattutto in settori a dir poco strategici come acciaio, alluminio, chimica, e prende la forma delle chiusure o delle delocalizzazioni in paesi extra-UE. Non solo: il mercato UE diventa preda dei produttori esterni, che non sono salassati dai costi imposti direttamente o indirettamente dalla Commissione Europea, e possono sostituirsi coi loro prodotti a quelli <em>made in EU</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberalizzazione selvaggia e transizione green senza alternative né tutele sono le divinità al cui altare sono state sacrificate lo sviluppo, l’autonomia e la potenza dei paesi d’Europa che stanno nell’Unione Europea, e la Commissione Europea ne è ben conscia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Il Tabù della Deindustrializzazione</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione Europea parla da circa un anno di reindustrializzazione, ma non ha mai parlato di deindustrializzazione e il termine è diventato quasi tabù nel lessico ufficiale. Eppure se si stabilisce che sia necessario reindustrializzare l’area UE, significa che essa è sottoposta a deindustrializzazione – e ciò è inevitabile. Quando le filiere rispondevano agli obblighi del Green Deal con analisi economiche tanto semplici da essere banali e paventando la deindustrializzazione come primo e fatale effetto di queste politiche totalmente ideologiche prive di realtà tecnica, la Commissione Europea rispondeva senza mezzi termini che senza il Green Deal UE l’Europa sarebbe morta insieme a tutto il pianeta. Oggi, che il pianeta non è morto, l’Europa nemmeno, ma l’economia UE è quantomeno in coma, la Commissione Europea esibisce una poker face da manuale ponendosi come la forza del bene che sta progettando la reindustrializzazione che ci salverà tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ammettere apertamente che le politiche ideologizzate dalle lobby green ultra-progressiste messe in pratica dalla Commissione hanno messo in moto in appena quattro anni una deindustrializzazione prima impensabile significherebbe riconoscere un fallimento sistemico delle politiche perseguite dagli anni 2010 in poi, con tutto ciò che ne conseguirebbe a livello politico rispetto agli Stati Membri.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure i numeri sono lì, impietosi: -40% di produzione siderurgica e chimica dal 2018; -3% cumulativo per quanto riguarda la produzione dal 2021; un milione e mezzo di posti di lavoro evaporati, e 200mila solo nel 2025 e solo nei settori strategici; quasi 2 punti di PIL persi dal 2018.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può parlare di deindustrializzazione perché ideologicamente contrasta con la narrazione del Green Deal come &#8220;opportunità di crescita&#8221; e &#8220;driver di competitività&#8221;. Ammetterlo implicherebbe dichiarare pubblicamente che la decarbonizzazione accelerata insieme ai costi di adeguamento e alle speculazioni spot abbiano prodotto impoverimento netto invece di una transizione vincente verso alternative che non ci sono ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Ursula von der Leyen e la Commissione evitano il termine “deindustrializzazione” nei discorsi ufficiali: non ce n’è traccia negli atti del <em>European Industry Summit</em> di Febbraio 2026, dove si parla di &#8220;competitività&#8221;, di &#8220;autonomia strategica&#8221;, si cita largamente il <em>Clean Industrial Deal</em>, con cui reindustrializzare (spoiler: no, non basta, le misure paventate non sono sufficienti nemmeno per un settore di quelli in macerie) ma non si legge mai “deindustrializzazione”. Mario Draghi è stato più esplicito nel rapporto del 2024, e anche nei discorsi del 2026: l’Europa rischia subordinazione, divisione e deindustrializzazione se non diventa &#8220;federazione vera&#8221; – ma sappiamo che la federazione cui allude è quella ventoteniana, ossia solo un modo per dissolvere le strutture nazionali senza mai puntare alla potenza dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre &#8220;deindustrializzazione&#8221; è il fantasma che non si nomina ma tutti vedono, &#8220;reindustrializzazione&#8221; sembra lo scudo che si brandisce urlando ma senza mai iniziare a combattere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Medio Oriente in Fiamme: e Ora che Facciamo?</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La situazione è tossica per l’UE ad ogni livello. Il conflitto ha paralizzato quasi completamente il transito nello Stretto di Hormuz. Il contesto ha già fatto schizzare i prezzi energetici, i meccanismi ETS e CBAM (che non conducono ad alcunché di green, ma sono diventati veri mercati imposti dove si riversano decine di milioni di euro dall’industria alle casse UE) drenano fondi quotidianamente, la tassazione rimane elevata: tutti moltiplicatori d’effetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2026 promette cali della produzione industriale UE fino al 7%, fino ad altri 300mila posti di lavoro in meno, altre delocalizzazioni (e una volta spostate extra-UE le linee difficilmente tornano) e soprattutto chiusure.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scenario realistico è questo, se persistono conflitto, struttura speculativa e obblighi green: accelerazione irreversibile della deindustrializzazione; perdita ulteriore di base manifatturiera (vittime principali Italia e Germania); bollette non più pagabili sia dall’industria che dai privati; disoccupazione dilagante; inflazione alle stelle (già in corso).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Conclusione</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è saggio e nemmeno realistico attendere supinamente che il conflitto in Medio Oriente termini: in gioco ci sono decisioni, strategie e interessi gestiti da altri attori che non sono l’UE e nemmeno l’Europa. L’attesa fiduciosa, gli eventuali richiami a resistere a questi tempi avversi, e i comitati per far calare di qualche centesimo i prezzi dei carburanti al distributore equivalgono solo ed esclusivamente ad una prosecuzione a tempo indeterminato dell’agonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre invece che gli Stati Membri, soprattutto quelli trainanti come Italia, Germania e in parte Francia, riprendano in mano l’Unione Europea, riappropriandosi innanzitutto dell’istituto bancario, e soprattutto spostando nelle proprie mani i pieni poteri di cui godono attualmente i burocrati non eletti che a quanto pare rispondono a molte entità (ONG in prima fila) ma non agli Stati che compongono l’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">Smantellare il Green Deal, ricondizionare approvvigionamenti lungimiranti e procedere alla reindustrializzazione anche attraverso l’industria bellica sono solo i primi passi dell’azione necessaria alla formulazione e soprattutto alla pratica di un programma di potenza europea del quale l’Unione Europea nello stato attuale è antagonista.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che sia troppo tardi, e quasi lo è.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Giocare da superpotenza</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2025/07/16/giocare-da-superpotenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 00:05:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Velleitario: “Confinato nell’ambito del desiderio ambizioso o del vaneggiamento illusorio, senza possibilità di esplicarsi o realizzarsi.”(Dizionario Devoto-Oli) Chi però, nel magma della vita, può avere coscienza di non possedere le forze necessarie per raggiungere le proprie ambizioni? Soprattutto bisogna chiedersi: si possono raggiungere grandi risultati senza porsi obiettivi al di sopra delle proprie attuali capacità? [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/07/16/giocare-da-superpotenza/">Giocare da superpotenza</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Velleitario: “</strong>Confinato nell’ambito del desiderio ambizioso o del vaneggiamento illusorio, senza possibilità di esplicarsi o realizzarsi.”(Dizionario Devoto-Oli)</p>
<p style="text-align: justify;">Chi però, nel magma della vita, può avere coscienza di non possedere le forze necessarie per raggiungere le proprie ambizioni? Soprattutto bisogna chiedersi: si possono raggiungere grandi risultati senza porsi obiettivi al di sopra delle proprie attuali capacità? Se c’è una cosa che distingue i grandi imperi della storia ed ogni superpotenza di oggi, è la valutazione eccezionale di sé. La creazione di un mito che ne consacri la missione civilizzatrice nei confronti degli altri attori, un mito dal linguaggio universale. Nella storia, solo poche grandi potenze sono riuscite a realizzare il proprio mito, portando a compimento la propria impronta strategica. Tante altre collettività invece non sono riuscite a soddisfare i propri sogni e bisogni, sono state velleitarie. Ma tutte, si sono trovate a dover concretizzare una idea di sé, non c’è potenza senza ambizione. Non c’è ambizione senza volontà. Oggi abbiamo tre superpotenze che muovono lo scacchiere mondiale: <strong>Stati Uniti</strong>, <strong>Cina</strong>, e in maniera minore la <strong>Russia</strong>. Tutte e tre in possesso di un vasto territorio ed una vasta popolazione (equilibrio meno armonico per la Russia: vastissimo territorio-popolazione non sufficientemente numerosa). Tutte e tre hanno avuto in passato una idea di sé universale. Gli USA della democrazia liberale e della globalizzazione, la Russia comunista, la Cina che si è percepita per secoli come centro del mondo. Oggi, in tempi di postglobalizzazione queste tre visioni imperiali sono tutte in crisi. Segno della frammentazione e relativa incontrollabilità dei tempi in cui viviamo. Sotto le tre superpotenze esistono, muovendosi negli interstizi da esse lasciati, potenze che per contare devono darsi una missione assai più ampia di ciò che realmente possono. Devono essere ambiziose, velleitarie, devono giocare come delle superpotenze che in realtà (ancora) non sono. Fanno questo per allargare il più possibile lo spettro del loro coinvolgimento negli affari che muovono il mondo, per poi racimolare il possibile e portarlo al granaio della propria strategia. La nazione che sta giocando questo ruolo meglio di tutte è senz’altro la <strong>Turchia</strong>. Poi possiamo annoverare in questo gruppo il <strong>Giappone</strong>, la <strong>Francia</strong>, l’<strong>Iran</strong>. Altre tre potenze afferibili al gruppo delle potenze appena un gradino inferiori alle tre superpotenze, ma che non si danno una missione universalistica, sono <strong>Israele</strong>, <strong>Gran Bretagna</strong> ed <strong>India</strong>. Sotto di queste i satelliti. Che si dividono in satelliti proattivi, con un certo grado di influenza: <strong>Germania, Italia, Polonia, Egitto, Algeria, Australia, Sudafrica, Brasile</strong>. E satelliti passivi, cioè praticamente tutti gli altri stati del mondo. Al grado più basso i regimi dediti alla sopravvivenza e gli stati falliti: <strong>Corea del Nord, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Afghanistan, Yemen, Sudan, Libia, Siria, Somalia</strong> ecc. Un caso atipico di superpotenza universalistica, ma solo dal punto dell’influenza religiosa e culturale è quello della <strong>Città del Vaticano</strong>. In un mondo in cui nessuno può più raggiungere l’egemonia unipolare, il velleitarismo è diventato un po’ il tratto comune di tutti gli stati che vogliano contare qualcosa. Per delle potenze in ascesa inoltre, questo tipo di posizionamento politico risulta oltremodo necessario, poiché non solo fa sì che si possano avere le opportunità per inserirsi all’interno degli schemi delle superpotenze, cercando di giocare un ruolo dirimente; ma costringe altresì la popolazione a doversi porre ambizioni di superamento del proprio stato attuale, ponendosi delle sfide da affrontare e risolvere per poter crescere. Pensiamo con un esempio storico all’Italia fascista. Potenza minore nel contesto europeo, ma con ambizioni imperiali addirittura rifacentesi all’impero sine fine di Roma antica, il regime mussoliniano può apparire oggi, col senno del poi, come uno stato velleitario, nel senso negativo del termine, ma se non altro costrinse gli italiani a pensare sé stessi in grande, ponendo le basi per lo stato moderno ed il futuro sviluppo economico del dopoguerra. Un aneddoto su tutti. Mussolini fu criticato per aver fatto costruire il nuovo campus della Sapienza, università di Roma, in un’area troppa vasta e con edifici mastodontici per accogliere l’esiguo numero di giovani universitari che allora frequentavano l’ateneo. A novanta anni di distanza invece, quegli spazi giganteschi bastano appena per accogliere la marea di studenti che vi stazionano ogni giorno. Mussolini sarà stato velleitario nel sopravvalutare la decadenza della Gran Bretagna, e quindi a volere come ambizione per l’Italia quella di sostituire gli inglesi nel dominio marittimo del Mare Nostrum. Ma è vero che senza nemmeno porsi l’ambizione di una espansione marittima, né la popolazione, né conseguentemente l’industria e l’intero sistema-paese avrebbero mai potuto mettersi in moto per cercare di conseguire un tale obiettivo in maniera efficace e duratura. L’ambizione quindi, muove nella realtà quotidiana gli ingranaggi spirituali che spingono allo sviluppo. Ma torniamo ad un caso contemporaneo. Abbiamo detto che la <strong>Turchia</strong> è il paese che oggi stia meglio sfruttando le sue velleità imperiali per espandere la sua influenza, innanzitutto, come sempre, nelle aree più prossime al nucleo della nazione. Cioè per la Turchia il Mediterraneo ed il Medio Oriente, con importanti appendici nei Balcani e nell’Africa profonda. Mavi Vatan la “Patria blu” è il sogno di ristabilire la Turchia come centro imperiale in stile ottomano che si irradii su tutto il quadrante del Mediterraneo orientale facendo da perno e da stabilizzatore in questa area. Per farlo la Turchia si intesta l’irredentismo musulmano sunnita attraverso la struttura politica dei Fratelli musulmani, la causa palestinese, e l’idea di una convivenza delle religioni monoteiste sotto l’egida del sultano di Istanbul. In pratica, la Turchia, che possiede il secondo esercito più numeroso della NATO con circa 2 milioni di effettivi e sta ampliando notevolmente la propria flotta marina, gioca a fare gli interessi degli USA mentre dialoga apertamente con la Russia e si propone come pacificatore nella causa ucraina, e nel frattempo rifornisce l’esercito di Kiev dei micidiali droni Bayraktar. La Turchia è intervenuta a piè pari in Libia, sostenendo il governo di Tripoli grazie alla debolezza dell’Italia, messa fuori gioco dall’intervento di Francia e USA contro Gheddafi. Con il governo di Tripoli, Istanbul ha varato un accordo di pattugliamento delle acque territoriali libiche, disegnate sulla mappa per intrecciarsi direttamente con quelle Turche al largo di Creta. Anche in Somalia la Turchia ha sostituito il ruolo storico dell’Italia come interlocutore privilegiato delle autorità locali, avvantaggiata dalla fede islamica, e lo stesso sta facendo al posto di francesi ed altri occidentali in altre aree dell’Africa. Ha ottenuto per l’Azerbaijan la conquista del Nagorno Kharabakh armeno, si propone come pattugliatrice del Mar Nero nel caso di un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, e in più si è creata un cuscinetto di controllo al confine con la Siria, riuscendo ad insediare a Damasco un governo sunnita più vicino ai suoi interessi. Recentemente poi ha annichilito il PKK costringendo il leader Oçalan a dichiarare la fine della guerra col governo centrale dalle carceri in cui è rinchiuso. Controlla inoltre le rotte migratorie verso l’Europa, costringendo questa a versargli grosse somme di danaro per chiudere il rubinetto. Tutto questo è accompagnato da una forte e sincronica espansione culturale, attraverso il cinema, le serie Tv e non da ultimo il calcio (la Turchia ospiterà con l’Italia gli europei 2032). La Turchia ha inoltre instaurato una comunità degli stati turchi che raccoglie in un gruppo di cooperazione praticamente tutti gli stati dell’Asia centrale, compresa l’Ungheria, che però non è di ceppo turco, giocando sulle comuni origini etnolinguistiche di questi popoli, e sui pregressi dell’Impero ottomano. Insomma la nostra penisola rivale sul Mediterraneo si dà da fare giocando a tutto campo e su tutti i tavoli, ergendosi a modello di civiltà, sfruttando sia la religione che le radici etnolinguistiche, che l’appartenenza alla NATO, per essere presente in tutti i luoghi decisionali e riuscendo così a raccogliere numerose opportunità di espansione della propria influenza. Tutto soprattutto a scapito dell’Europa mediterranea (Italia, Grecia, Francia), vera assente in questa partita, che la Turchia sta giocando con notevole scaltrezza, nonostante le evidenti carenze strutturali dell’economia e la dipendenza militare dall’appoggio USA. Prima di passare a qualche riflessione sull’Europa, vorremmo ora passare ad una breve analisi di una potenza da considerare appena un gradino sotto le tre superpotenze, che riesce a giocare a tutto campo con una retorica estremamente allargata, poggiantesi sull’impero americano, ma che negli ultimi tempi sta riemergendo come un paese con ambizioni veramente notevoli. Stiamo parlando del <strong>Giappone. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>Giappone </strong>sebbene dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale sia confitto nell’impero americano, mantiene una sua forte identità nazionale e postura geopolitica. Giocando di sponda con la globalizzazione si propone a livello internazionale come paese pacificatore e garante delle regole, specialmente per quel che riguarda il quadrante dell’Asia Orientale e del sud-est asiatico. Il Sol Levante, già terza economia del mondo con 120 milioni di abitanti e 370.000kmq circa di territorio, suddiviso però in più di 20.000 isole che vanno a formare un’area di dominio marittimo notevolmente estesa, sta silenziosamente, senza troppi clamori mettendo in soffitta le rigide restrizioni dell’articolo 9 della costituzione pacifista dettatagli dagli americani nel postguerra e ricostruendo una delle più forti marine militari al mondo ed ha le tecnologie per dotarsi dell’atomica in pochi mesi, e gli USA, che continuano a controllare l’arcipelago attraverso le loro innumerevoli basi, volenti o nolenti di fronte all’ascesa della Cina non possono evitare che ciò accada. Il Giappone è infatti dentro il quadrilatero di sicurezza indopacifico (QUAD) istituito dall’America con India e Australia in chiave di contenimento anticinese, ma nel frattempo è uno dei maggiori partner commerciali del dragone, ponendosi così in una posizione cardine per la gestione delle relazioni USA-Cina. Inoltre il Giappone è il maggiore investitore estero nell’area ASEAN, gruppo che riunisce i dieci paesi del sudest asiatico, giocando anche qui un ruolo di riferimento per il contenimento dell’espansione economica cinese. Data la sua posizione geografica esso è un alleato imprescindibile degli USA anche per il controllo delle attività nordcoreane e russe nell’area, il Giappone ha un contenzioso con la Russia per le isole Curili a nord di Hokkaido e non ha mai firmato un trattato di pace con la stessa dopo il secondo conflitto mondiale. In molti ambiti si può quindi dire che il Giappone si sovrapponga in maniera corretta e non servile agli interessi americani, sapendo giocare bene il suo ruolo. Allo stesso tempo si allunga silenziosamente verso il Medio Oriente, area da cui proviene il grosso dei propri rifornimenti energetici, ed in particolare verso l’area dello stretto di Hormuz, che ormai da qualche anno pattuglia stabilmente partendo dalla propria base di Gibuti, anche questa concessa dagli americani in prospettiva anticinese. La politica giapponese per il conflitto ucraino è di appoggio incondizionato alla causa di Kiev, nelle sedi europee dei propri consolati e ambasciate è infatti vistosamente esposto il vessillo ucraino, e pochi anni fa ha siglato un trattato di libero commercio con l’UE. Le sue grandi aziende hanno sedi produttive in tutto il mondo e puntano sulla qualità del prodotto, agiscono inoltre da investitori locali acquisendo marchi storici senza alterarne l’aspetto territoriale (vedi il caso dell’acquisizione della Peroni da parte della Asahi). In crisi demografica, non è considerato una minaccia immigrazionale per alcun paese. Possiede inoltre un soft-power tra i più potenti al mondo, e non è il caso qui di stare a raccontare cosa sia la cultura giapponese, i manga, videogiochi, il cibo eccetera. Nazionalismo interno e aria bonaria esterna, particolarismo e identità giocate in equilibrio con pacifismo (declinato secondo i propri interessi) e apertura internazionale, tradizione e modernità, tutto utilizzato anideologicamente, in maniera puramente pragmatica, non ponendosi dunque come paese moralizzatore dei costumi altrui, distinguendosi così dall’occidente progressista, ma allo stesso tempo fornendo un modello di riferimento, specie per i paesi asiatici. Un modello di sviluppo che per esempio ha influenzato la Cina nel suo percorso di crescita tumultuosa assai più di qualsiasi altro modello occidentale. Il Giappone oggi gioca come il primo e più importante partner USA, ma da protagonista, ritagliandosi spazi sempre più larghi all’interno del dominio a stelle e strisce. Con una popolazione ed un territorio di almeno il doppio sarebbe probabilmente la prima potenza al mondo. Tuttavia mantiene l’occhio ben puntato sul benessere della propria popolazione e guardando ai tempi lunghi, non tenta di affrettare la crisi USA-Cina, crisi che una volta scoppiata, la vedrebbe al centro del conflitto che ridisegnerà il globo. La nostra <strong>Europa</strong> come gioca invece le sue carte? Riesce ad alzare l’asticella delle proprie ambizioni per poter giocarsela a tutto campo nella crisi delle tre superpotenze? La missione universalistica liberalprogressista dei paesi europei era una copia riuscita male di quella dei liberal americani, ed è ora che ci si liberi innanzitutto di questa impalcatura ideologica per ricreare un connubio tra pochi e semplici principi universali da giocarsi sul fronte estero ed i valori identitari che debbono andare a plasmare il fronte interno. Ne proponiamo una coppia: religione pagano-cristiana e principio universale del diritto a non emigrare e di conservare la propria cultura, sintetizzabili col termine “antimperialismo”. L’Europa dovrebbe porsi come alternativa per tutte le piccole patrie esterne ai tre grandi imperi, ponendosi così di fatto come potenza imperiale stabilizzatrice. Utilizzando il cristianesimo come chiave di volta per entrare nei discorsi altrui, partendo da una base di dialogo attenta agli interessi dei piccoli. Deve così riuscire a strappare il consenso dei paesi terzi a USA e Cina. Una revitalizzazione delle radici religiose e filosofiche europee dovrà inoltre essere giocata all’interno come panacea per l’eliminazione dei residuati liberalprogressisti e relativo scardinamento dell’ordine economico globalista e consumistico. Utopia? Per ora chiamiamola velleità, di fronte ad una Europa che ancora unita non è, oltre alle varie misure pratiche proposte nei convegni di Kulturaeuropa, poniamoci l’ambizione di dettare una nuova linea al mondo partendo da un punto di vista unicamente europeo, e non in termini di “umanità” nè tantomeno di singola nazione, così da ricentrarci su quelli che sono i nostri interessi, raggiungibili solo in relazione con gli altri che ci sono intorno, con i nostri prossimi. L’Europa deve nascere su di una convergenza di interessi il più ampia possibile. Deve essere su scala continentale uno specchio di riferimento per il resto del mondo: culture locali che convergono sotto dei valori unici, ma che non annullano le loro differenze. Diventare promotrice di un universalismo dei particolarismi, punto di equilibrio tra frammenti scomposti, risultando così veramente attenta alle profondità dello spirito umano, ridisegnandone le coordinate esistenziali. Rifondiamo l’idea di politica unica europea partendo dall’assunto che ogni persona vuole nascere, crescere i propri figli e morire preferibilmente a casa sua, e che ciò accomuna tutte le culture del mondo, e decliniamo questo concetto in politica estera e quindi anche in politica interna. Fantasia? Proviamo allora a fare un esercizio di politica estera europea unitaria. Poniamo che si riesca a formare un comando militare coordinato unico, e nel tempo si formi un’istituzione unica europea. Partita con gli auspici di formare un nuovo polo liberaloccidentale, questa nuova Europa verrà conquistata dai nazionalisti europei, per deficienza degli avversari. Dopo lotte intestine verrà rifondata una Europa che avrà come polo di politica interna la riscoperta delle radici classico-cristiane e come polo esterno il diritto a non emigrare e godere della propria cultura e della propria terra di tutti i popoli del mondo. Una Europa forte di un comando militare unico dovrà quindi necessariamente passare da un atteggiamento passivo ad uno attivo in tutti i teatri di crisi, conformandosi così ad un atteggiamento da vera superpotenza, naturalmente con una scala di priorità che andrà dai teatri di crisi più prossimi-conflitto con la Russia-Mediterraneo allargato- a quelli più lontani.Andando più nello specifico: nel teatro dell’est europa, una Europa unita dovrebbe prendersi carico del grosso del lavoro di contenimento della NATO nei confronti della Russia, sostenendo gli ucraini nella difesa della loro terra fino a che essi vorranno, e provando a riallacciare un dialogo sottotraccia con la Russia partendo da basi cristiano-identitarie, non bisogna abbandonare la Russia al gioco Stati Uniti-Cina. Un po’ più giù, una Europa unita dovrebbe inserirsi nel conflitto armeno-azero, facendosi garante della stabilità e scalzando la Turchia, troppo pendente verso l’Azerbaijan. Lo stesso nel Mar Nero, dovrebbe essere la marina europea a sorvegliare le acque di fronte all’Ucraina e non la Turchia, per non dire dei Balcani dove ogni influenza esterna dovrebbe essere ridotta al lumicino, in prospettiva di un ingresso degli stati di tutta l’area nella Europa unita. Nel Mediterraneo Orientale: sempre in chiave antiturca, una Europa unita dovrebbe inserirsi nel conflitto siriano, magari con la motivazione di difendere le minoranze religiose per scalzare il governo jihadista insediato da turchi, americani e arabi del golfo. Dovrebbe ergersi a difesa del Libano, nella prospettiva di un indebolimento della posizione americana nel mediterraneo (ma occhio a non fare l’errore di Mussolini!) trattare con Israele un rientro nell’orbita di influenza europea. Essere garante con le proprie navi militari del traffico tra Suez e Hormuz. Intestarsi il supporto alla pacificazione della Libia, anche prevedendo un invio consistente di militari in loco, e qui l’Italia dovrebbe giocare da protagonista. Brandire la cristianità, in Europa esiste il Vaticano, per inserirsi nel gioco africano, ergendosi ad un tempo a difensore dei diritti di libertà religiosa, e dall’altro canto proponendo piani di sviluppo locale (Piano Mattei Europeo), anche qui prevedendo invii di truppe e costruzioni di basi militari solo se necessario, e sopprimendo definitivamente l’impostazione liberaldemocratica da cooperazione allo sviluppo con cui si è proseguita una colonizzazione sottotraccia del continente nero. A livello globale, una Europa unita dovrebbe appoggiare gli USA nel contenimento anticinese. Il sacrificio del rapporto con la Cina potrebbe essere la chiave per intavolare un discorso di cambio di consegne nel controllo del quadrante euromediterraneo da parte degli USA. Nel contempo dovrebbe richiedere un mutamento della formula del consiglio di sicurezza ONU attestandosi come potenza unica, invece che avere i due seggi deboli di Francia e UK, ma chiedendo l’ingresso nel consiglio di potenze come India e Giappone. Al suo interno dovrebbe promuovere un sistema economico differente, basato sui principi di sussidiarietà, partecipazione, uguaglianza dei diritti di partenza(merito) e qualità e tracciabilità del prodotto per proporlo come propria bandiera per lo sviluppo integrale dei popoli in sede internazionale. Suggestioni? Porsi delle velleità vuol dire avere l’ambizione di giocare in grande, se non si pongono i limiti estremi ideali per una politica estera comune europea ci sarà il rischio che giunta l’opportunità di fare una Europa unita non si sappia nemmeno da dove cominciare. Poniamoci quindi altissime ambizioni, le più alte e velleitarie, in senso buono, possibili. Che questo poi ci porti ad una sconfitta o ad una vittoria, sarà la storia a dirlo, ma chi non rischia&#8230;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Luigi Corbelli</strong></em></p>
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		<title>Europa stato-civilizzazione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2025 01:44:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla radio francese Radio Courtoisie(www.rc.fr) è stato recentemente presentato un volume del professor Gérard Dussouy, collaboratore dell’Institut Iliade, intitolato Le Nouveau Monde des puissances-L’Heure de l’État-civilisation?(Il Nuovo Mondo delle potenze-L’Ora dello Stato-civilizzazione?) Dussouy prendendo in prestito una dicitura del governo cinese, propone nel testo la formazione di uno stato-civilizzazione europeo, gerarchico e culturalmente omogeneo al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/22/europa-stato-civilizzazione/">Europa stato-civilizzazione?</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sulla radio francese Radio Courtoisie(www.rc.fr) è stato recentemente presentato un volume del professor Gérard Dussouy, collaboratore dell’Institut Iliade, intitolato <em>Le Nouveau Monde des puissances-L’Heure de l’État-civilisation</em>?(Il Nuovo Mondo delle potenze-L’Ora dello Stato-civilizzazione?)</p>
<p style="text-align: justify;">Dussouy prendendo in prestito una dicitura del governo cinese, propone nel testo la formazione di uno stato-civilizzazione europeo, gerarchico e culturalmente omogeneo al suo interno, per poter permettere alle nazioni europee di entrare appieno nella nuova fase della fine dell’unipolarità e della competizione tra grandi stati macroregionali che si apre dinnanzi a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea cinese di stato-civilizzazione è una idea non universalistica derivata dalla concezione confuciana di espansione della civiltà in cerchi concentrici, dal centro alla periferia. Nei secoli questa visione è stata declinata dalle varie dinastie cinesi curandosi di rendere stabile il centro, Cina in cinese vuol dire proprio Paese del Centro, per assimilare selettivamente a questo le perifierie più prossime, e far orbitare economicamente e politicamente quelle più lontane. Come segnalato in un intervento del 18/05 sullo <em>Shintō </em>giapponese, anche il Giappone ha utilizzato una forma simile di legittimità a cerchi concentrici, ma la differenza dell’approccio cinese risiede in un aspetto fondamentale: in Cina l’imperatore(o chi per lui) non è figlio diretto della divinità, ma il suo rappresentante in terra, colui che detiene il Mandato Celeste per governare la terra. Con la rivoluzione repubblicana del 1911 e la formazione di uno stato in stile occidentale, si è persa questa concezione del Cielo come divinità e dell’imperatore come rappresentante del volere celeste sulla terra, ma il concetto di centralità degli Han, l’etnia cinese, al centro del sistema di governo con tutti gli altri popoli ad orbitare attorno ad esso rimane invariato. L’estrema laicizzazione e la seguente comunistizzazione dello stato cinese hanno inoltre aggiunto un valore ‘mondialistico’ a questo concetto, concetto di stato-civilizzazione che infatti va di pari passo con tutta la dottrina di politica internazionale del Partito Comunista Cinese: non più egemonia dell’ideologia liberale made in USA, ma coesistenza tra diversi stati-civilizzaione, ben sapendo i cinesi che potendo contare su di una popolazione sterminata potrebbero avere grossi vantaggi da questo nuovo stato di cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella riflessione degli strateghi cinesi più importanti, non c’è quindi un’idea di controegemonia unipolare cinese che sostituisca quella americana, ma di equilibrio di potere tra diversi blocchi(rappresentativo a riguardo il testo <em>L’Arco dell’Impero</em> del generale Qiao Liang). La speranza cinese è ovviamente di essere l’unico blocco ad arrivare in piedi a questo traguardo, con un’America che perda l’influenza sull’Europa, che dovrebbe formare un blocco a sé stante, una Russia dimidiata dalla nascita di uno stato europeo da un lato, con conseguente perdita di prossimità del partner americano, e dalla formazione di un blocco asiatico, ovviamente a guida cinese dall’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è ben visibile questo progetto non tiene conto di alcuni punti fondamentali: e cioè che metà dei paesi del globo non hanno alcun interesse a che la visione cinese si realizzi, tra cui gli USA, la Russia stessa, ma neanche potenze vicine dei cinesi come il Giappone, per non parlare di ciò che pensano e vogliono i taiwanesi. La sponda per la Cina dovrebbe quindi essere l’Europa, e in maniera un po’ vaga il cosìddetto Sud-globale, compresa l’India, che in verità non costituiscono affatto un blocco monolitico e non sono necessariamente filocinesi.</p>
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<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda l’Europa, in effetti l’interesse di uno stato unitario europeo convergerebbe con quello cinese per due aspetti: la perdita d’influenza americana sul proprio territorio e la formazione di uno stato culturalmente omogeneo al suo interno che sappia agire da bilancia nell’ambito internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimangono però degli aspetti contraddittorii: una potenza europea, come agirebbe a livello di rivalità economica e geopolitica con la Cina stessa? L’Europa si potrà formare o in un senso progressista, Europa come terra della democrazia liberale, dei diritti e del libero scambio, in pratica una piccola America più debole e complessata, ciò che è sicuramente nelle intenzioni della Cina, o in senso identitario, cioè l’Europa come la intende Kulturaeuropa, e che nessun altro attore sullo scacchiere globale vorrebbe mai vedere affermarsi sul continente. Il problema è che la Cina non sa se dando supporto alla costituzione di uno stato europeo essa si troverà di fronte alla tanta agognata passerella della globalizzazione da poter continuare a sfruttare o ad una superpotenza industriale e militare che potrebbe ritorcerglisi contro. La Cina è stata la maggiore beneficiaria della globalizzazione come egemonia americana sul mondo, e vorrebbe mantenere l’Occidente, almeno la parte più debole di esso(l’Europa), aperto in senso consumistico per l’import dei suoi beni. La proposta è allettante: europei, diventate voi la nuova superpotenza liberal-antifascista-consumista, con la valuta di riserva mondiale che vi aiuti a sostenere la vostra economia superfinanziarizzata ed il vostro megadebito per combattere con noi i nazisti americano-giapponesi e dare il via alla liberazione dei popoli oppressi del mondo. La trappola è aperta sotto i nostri piedi, e il vento antidestre che soffia in Europa sono un segnale dall’allarme.</p>
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<p style="text-align: justify;">Senza farci infinocchiare dai cinesi, dobbiamo però cogliere al volo l’opportunità che lo scontro USA-Cina ci propone, e cioè quello del collasso della globalizzazione come la abbiamo vissuta sino ad ora. L’idea liberalprogressista di una superpotenza europea che faccia nuovamente trionfare gli ideali dei Diritti Umani nel mondo rimarrà una chimera, perché è insito in questa ideologia la non omogeneità e lo sfarinamento della società. Tuttavia, si può utilizzare l’urgenza avvertita dalle classi dirigenti europee per creare la base istituzionale dello stato unitario per poi prenderne il possesso in senso identitario. Bisogna insomma giocare un po’ di sponda tra i vari interessi per giungere al risultato. Quello che è certo è che ormai anche su dei media di stampo sovranista come Radio Courtoisie si sta facendo strada l’idea di una necessità del superamento degli stati nazionali, come la presentazione del libro di Dussouy conferma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Necessità già avvertita da strateghi francesi come Alexandre Kojève(rimando alla lettura del numero di <em>Limes-rivista italiana di Geopolitica ‘</em>Il triangolo sì’, aprile 2021), della formazione di grandi spazi già alla fine della Guerra Civile Europea, e che oggi in Francia trovano un ambiente fervido di discussione geopolitica, specialmente sul versante progressista, con riviste come <em>Le Grand Continent. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutti gli autori delle riflessioni sulla formazione di un grande spazio di potenza dell’Europa si fermano sempre al punto di dover definire quale sarebbe l’anima culturale di questa potenza civilizzazionale, Kojève, in un epoca di spartizione dell’Europa tra Ovest ed Est, propone la formazione di un Impero Latino tra Italia, Francia e Spagna proiettato verso l’Africa e con il cattolicesimo come cultura guida, altri oggi propongono l’ideologia egualitarista e liberlprogressista, la proposta confuciana sembra invece andare in un altro senso, a cerchi concentrici: individuo-famiglia-stato-resto del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che possiamo aggiungere noi, e che forma il vero scarto tra mentalità eroica europea e stato-formicaio cinese è l’elemento del mito, cioè quell’elemento creativo che Spenglerianamente separa la <em>Kultur </em>dalla <em>Civilisation</em>. Se vi è un problema nel sistema cinese è infatti quello della increatività e dello scarso peso devoluto alla persona come affermazione dell’ideale in un singolo, insomma alla spiritualità. Non a caso il successo cinese degli ultimi cinquant’anni a livello soprattutto economico è dovuto ad un aspetto di parassitarizzazione del sistema occidentale, più che alla creazione di un sistema alternativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel sistema alternativo dovrà essere proprio l’Europa, che allo stato-civilizzazione dovrà aggiungere la spiritualità, il mito, declinato nella potenza e nel benessere della propria popolazione, con cui tutti gli altri vorranno, o dovranno, confrontarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Luigi Corbelli</strong></em></p>
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		<title>Armata Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2025 01:18:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte: https://progettonazionale.it/per-la-nostra-armata-europa/ PER LA NOSTRA ARMATA EUROPA TOPICS:EuropaIranLa ScintillaPoliticaProgetto NazionaleRiarmoRussiaUcrainaUSA Posted By: Progetto Nazionale Maggio 19, 2025 È uscito il nuovo numero de “La Scintilla” periodico della nostra Associazione Culturale. Clicca sulla sezione LA SCINTILLA e scarica il formato pdf oppure clicca sul seguente link: https://progettonazionale.it/wp/wp-content/uploads/2025/05/Numero-63-maggio-2025-Europa-Armata.pdf Buona lettura!</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/20/armata-europa/">Armata Europa</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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<h1>Fonte: https://progettonazionale.it/per-la-nostra-armata-europa/</h1>
<h1 class="entry-title">PER LA NOSTRA ARMATA EUROPA</h1>
<div class="entry-tags clearfix">TOPICS:<a href="https://progettonazionale.it/tag/europa/" rel="tag">Europa</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/iran/" rel="tag">Iran</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/la-scintilla/" rel="tag">La Scintilla</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/politica/" rel="tag">Politica</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/progetto-nazionale/" rel="tag">Progetto Nazionale</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/riarmo/" rel="tag">Riarmo</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/russia/" rel="tag">Russia</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/ucraina/" rel="tag">Ucraina</a><a href="https://progettonazionale.it/tag/usa/" rel="tag">USA</a></div>
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<p class="entry-meta"><span class="entry-meta-author vcard author">Posted By: <a class="fn" href="https://progettonazionale.it/author/piero/">Progetto Nazionale</a></span> <span class="entry-meta-date updated">Maggio 19, 2025</span></p>
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<p>È uscito il nuovo numero de “La Scintilla” periodico della nostra Associazione Culturale. Clicca sulla sezione LA SCINTILLA e scarica il formato pdf oppure clicca sul seguente link: <a href="https://progettonazionale.it/wp/wp-content/uploads/2025/05/Numero-63-maggio-2025-Europa-Armata.pdf">https://progettonazionale.it/wp/wp-content/uploads/2025/05/Numero-63-maggio-2025-Europa-Armata.pdf</a></p>
<p>Buona lettura!</p>
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		<title>Liberazione o schiavitu&#8217; ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2025 01:20:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo Il concetto di “liberazione nazionale” è uno dei più volgari del secolo scorso, negli anni diventato appannaggio di fazioni politiche che, pur riempiendosi incoerentemente la bocca della parola “patria”, propugnano lo stesso radicale internazionalismo degli imperialisti che dicono di combattere, sostituendo la bandiera di un dominatore straniero con un&#8217;altra. Per definire cosa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di “liberazione nazionale” è uno dei più volgari del secolo scorso, negli anni diventato appannaggio di fazioni politiche che, pur riempiendosi incoerentemente la bocca della parola “patria”, propugnano lo stesso radicale internazionalismo degli imperialisti che dicono di combattere, sostituendo la bandiera di un dominatore straniero con un&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Per definire cosa significhi realmente, per un popolo, liberarsi dalle catene di un dominio straniero, bisogna prima capire cosa fa un dominatore, invasore o meno, quando conquista il territorio di un altro popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che viene chiaramente in mente è un’occupazione militare, ma questa non è condizione sufficiente né necessaria perché un popolo neghi la libertà ad un altro. Per negare realmente la libertà ad un popolo, impedirne l’autodeterminazione, ciò che ogni oppressore fa è negarne l’identità di popolazione distinta, assimilando a sé stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo scopo, l’oppressore distrugge o assimila l’élite culturale del popolo conquistato, impone la propria lingua come ufficiale o comunque france, superiore o più importante di quella locale, riforma le istituzioni e la struttura economica locale per renderla dipendente dalla propria, e divide il tessuto sociale secondo linee preesistenti o create ad hoc, scegliendo un gruppo come classe dirigente clientelare.</p>
<p style="text-align: justify;">Vien da sé che un processo di liberazione deve, uno per uno, smantellare questi punti. Un popolo che vuole asserire la propria sovranità, deve innanzitutto riscoprire le proprie radici, dotandosi di una nuova classe dirigente non assimilata, un’élite culturale ed intellettuale che riesca a promuovere lingua, valori e tradizioni cancellati dagli oppressori, promosse dapprima, se necessario, tramite istituzioni parallele e clandestine.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio che stiamo vedendo in tempi recenti di un popolo che, a seguito della propria Rivoluzione, ha trovato la propria libertà nelle radici è quello ucraino, che nonostante le immense difficoltà ha riscoperto la dignità della propria lingua (tacciata di inferiorità dai Russi) e le antiche tradizioni cosacche (la cui marzialità sta decisamente aiutando in tempi recenti).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa negli ultimi 80 anni ha vissuto un processo di profonda americanizzazione, i suoi popoli sono stati omologati a quelli oltreoceano non (solo) con le bombe, ma anche e soprattutto grazie all’imposizione di un sistema economico e sociale a noi alieno che ci lega a Wall Street, ed una classe dirigente profondamente antinazionale il cui unico scopo è stato smantellare le nostre tradizioni per decenni, pezzo dopo pezzo, rendendo identici i popoli. Vien da sé che quindi, la vera resistenza a questa forma di occupazione sia una ribellione culturale, una primavera dei popoli che riscoprono la propria dignità, il proprio folklore, la propria lingua e la propria fede, una rivoluzione che deve partire dalla gioventù che deve respingere le imposizioni dei propri oppressori, e potrà portare ad una Rivoluzione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Stefano</strong></em></p>
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		<title>I nemici dell&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 01:45:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nemici dell&#8217;Europa lavorano incessantemente alla sua riduzione a mera espressione geografica. Il principale promotore di questo progetto è l&#8217;unione economica che tutti conosciamo; essa, del resto, è espressione della volontà degli assassini della Europa inspiegabile che alberga in tutti noi. L&#8217;Europa è un&#8217;estetica. Estetica viene da &#8220;aisthanomai&#8221;, ossia un conoscere per sensazione immediata. L&#8217;Europa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I nemici dell&#8217;Europa lavorano incessantemente alla sua riduzione a mera espressione geografica. Il principale promotore di questo progetto è l&#8217;unione economica che tutti conosciamo; essa, del resto, è espressione della volontà degli assassini della Europa inspiegabile che alberga in tutti noi.<br />
L&#8217;Europa è un&#8217;estetica. Estetica viene da &#8220;aisthanomai&#8221;, ossia un conoscere per sensazione immediata.<br />
L&#8217;Europa è uno spirito. È dunque necessario farlo risorgere dalle congiunture delle nostre ossa, forgiarlo attraverso il pensiero e l&#8217;azione; renderlo sempre più fine e tagliente: far emergere il nostro mondo spirituale attraverso la critica più intransigente all&#8217;ordine attuale.<br />
Innanzitutto, l&#8217;opera da compiere è di tipo pedagogico, e deve essere rivolta in primo luogo a noi stessi. Dobbiamo scolpire l&#8217;Europa che è in noi.<br />
In secondo luogo, sarà nostro dovere infiammare tutte le anime assopite; e così facendo l&#8217;Europa rinascerà in loro. Chi ha malauguratamente estirpato l&#8217;Europa da sé, si prepari ad essere estirpato dalla storia.<br />
L&#8217;estetica insita in noi e l&#8217;azione pedagogica volta alla riscoperta dello spirito europeo saranno proiettate in una dimensione necessariamente superiore: come ci insegna Platone, lo Stato è l&#8217;ingrandimento dell&#8217;animo umano. Il primo passo, ossia l&#8217;azione spirituale sugli uomini, avrà come effetto un risveglio generale, e questo momento segnera l&#8217;inizio di una nuova epoca.<br />
Questa epoca vedrà la venuta di un Dio, il sorgere dell&#8217;Europa totale, non più soltanto metafisica, ma concretamente radicata alla Terra che i nostri avi hanno solcato prima di noi.<br />
Allora sì, saremo degni del nostro essere europei.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Lorenzo</strong></em></p>
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		<title>DAL MITO DELLA FORZA AL CULTO DELLA PAURA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Apr 2025 01:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel panorama politico odierno, la destra radicale, soprattutto in Italia, si trova invischiata in una rete di contraddizioni ideologiche che evidenziano una significativa discrepanza tra il mito che ostenta e la realtà che difende. Questo paradosso diventa particolarmente chiaro se osserviamo come questi gruppi rispondono al riarmo europeo e al progresso tecnologico. Per decenni, un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/04/16/dal-mito-della-forza-al-culto-della-paura/">DAL MITO DELLA FORZA AL CULTO DELLA PAURA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nel panorama politico odierno, la destra radicale, soprattutto in Italia, si trova invischiata in una rete di contraddizioni ideologiche che evidenziano una significativa discrepanza tra il mito che ostenta e la realtà che difende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo paradosso diventa particolarmente chiaro se osserviamo come questi gruppi rispondono al riarmo europeo e al progresso tecnologico. Per decenni, un segmento della destra radicale ha abbracciato l&#8217;immaginario del Futurismo e del Ventennio, elevandolo a simbolo di forza, orgoglio nazionale e un audace salto verso un futuro eroico. Frasi come &#8220;Vogliamo glorificare la guerra, unica igiene del mondo&#8221;, tratte dal Manifesto del Futurismo, sono state ostentate per alimentare un mito identitario radicato nell&#8217;interventismo, nella virilità nazionale, nel rifiuto del pacifismo borghese e nella celebrazione della modernità come rottura con il passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure oggi, quella stessa fazione politica sembra voltare le spalle all&#8217;estetica modernista aggressiva che un tempo millantava. Di fronte alla proposta di una difesa comune europea e del riarmo dell&#8217;Unione, la reazione è stata ridicola: nessun proclamo interventista, nessuna glorificazione della potenza militare. Molti hanno addirittura assunto posizioni apertamente neo-pacifiste, accusando Bruxelles di voler militarizzare l&#8217;Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, il sogno di un&#8217;Europa forte– un&#8217;Europa che avrebbe dovuto incarnare lo spirito di quegli ideali originari – si scontra con una retorica sempre più timorosa, chiusa e regressiva. Un&#8217;Area che un tempo mirava a creare un uomo nuovo ora si aggrappa all&#8217;uomo vecchio, che un tempo esaltava la velocità oggi frena, che ha celebrato l&#8217;intervento oggi si ritira. Forse è proprio in questa contraddizione che si cela la debolezza più grande di una certa Area: aver tradito se stessa, abbandonando le proprie origini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ci pensiamo bene, sono proprio alcune frange dell&#8217;Area ad aver cambiato ideologia, passando – di fatto – nel campo avverso. Quel nemico che per anni hanno descritto come simbolo di decadenza, debolezza e disfacimento culturale: il pacifismo inconcludente, l&#8217;immobilismo e il rifiuto della modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, per fortuna, non tutta l&#8217;Area ha seguito questa deriva. Esiste ancora chi resta fedele alla visione originaria, chi crede nella necessità dell&#8217;Europa Nazione, forte, unita, armata, capace di difendere la propria civiltà senza piegarsi né agli imperialismi d&#8217;oltreoceano né a quelli orientali. Che non teme il futuro, ma intende cavalcarlo, che guarda con favore all&#8217;innovazione tecnologica, alla conquista dello Spazio e alle sfide del XXI secolo, senza mai tradire i principi della Tradizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un tempo di confusione e retorica superficiale, sono proprio queste forze coerenti a rappresentare l&#8217;eredità più autentica di quell&#8217;impulso originario che univa radici profonde e slancio verso l&#8217;alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Pierpaolo Cicciarella</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>“Europa Nazione”, n. 1, anno I, gennaio 1951</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 01:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Julius Evola &#8220;Per la forza delle cose, l’esigenza di una unità europea oggi si fa viva nel nostro continente. Finora sono soprattutto dei fattori negativi ad alimentarla: ci si vuole unire per difendersi, e così non tanto per un moto partente da qualcosa di positivo e di preesistente, quanto per non aver quasi altra [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di</strong> <strong><em>Julius Evola</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>&#8220;Per la forza delle cose, l’esigenza di una unità europea oggi si fa viva nel nostro continente. Finora sono soprattutto dei fattori negativi ad alimentarla: ci si vuole unire per difendersi, e così non tanto per un moto partente da qualcosa di positivo e di preesistente, quanto per non aver quasi altra scelta di fronte alla pressione minacciosa di blocchi e interessi non europei. Questa circostanza fa sì che non si veda troppo chiaro quanto alla forma interna di una vera unità europea. A tutt’oggi, sembra che non si vada troppo oltre il progetto di una coalizione o federazione, che come tale avrà sempre un carattere estrinseco, aggregativo anziché organico, quindi anche contingente. Una unità che fosse davvero organica la si potrebbe però concepire solo sulla base della forza formatrice dall’interno e dall’alto propria ad una idea, ad una comune cultura e tradizione&#8221;.</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Redazione Kulturaeuropa</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Dove vanno l’Italia e l’Europa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2025 01:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la guerra russo-ucraina l’Europa sembra essere entrata in una fase decisiva della sua storia moderna. E con essa, in quanto entità nazionale, l’Italia e le sue istituzioni. La recente vittoria di Donald Trump e i rapidi cambiamenti della politica americana nei confronti dell’Europa, ma non solo, sembrano porre l’Unione europea difronte ad un insieme [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/04/10/dove-vanno-litalia-e-leuropa/">Dove vanno l’Italia e l’Europa?</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con la guerra russo-ucraina l’Europa sembra essere entrata in una fase decisiva della sua storia moderna. E con essa, in quanto entità nazionale, l’Italia e le sue istituzioni. La recente vittoria di Donald Trump e i rapidi cambiamenti della politica americana nei confronti dell’Europa, ma non solo, sembrano porre l’Unione europea difronte ad un insieme di scelte politiche ed identitarie che ne minano la coesione quasi ad essere al traino degli eventi senza una strategia condivisa e senza la forza per affermare un proprio ruolo. Siamo ad una crisi di fondo, strutturale che inerisce la sua ragion d’essere e che rischia de facto di minare la sua stessa tenuta. Siamo cioè alla “ Finis Europae “ ? Interrogativo che si pone il “ 16° Rapporto sulla Dottrina sociale nel mondo “ edito da Cantagalli nell’ottobre 2024, per l’Osservatorio Van Thuan. Secondo il Rapporto “ è proprio l’Unione a privare l’Europa del suo popolo, privandola dei popoli.”. Sempre nella stessa pubblicazione si afferma che: ” nell’Unione europea è in atto un sistematico progetto di pedagogia delle masse che utilizza la lunga esperienza americana in questo settore e che si avvale delle nuove tecnologie. I popoli europei sono controllati, sorvegliati e la loro vita è indirizzata dall’alto.”. Le varie Nazioni europee sono entrate in una fase di recessione economica e di “ decomposizione etica e sociale “ come nel caso della Francia con l’introduzione dell’aborto tra le libertà costituzionali e “ le stesse Olimpiadi usate come propaganda woke “. La crisi economica della Germania, da due anni in recessione, con aumento ingravescente della disoccupazione, si accompagna ad un disorientamento morale e psicologico ” per le politiche green e l’accentuato immigrazionismo “, con i Land orientali ormai nelle mani del partito AFD che, tutto lascia presagire, continuerà ad aumentare i propri consensi. Questa Europa, afflitta da una visione burocratica e priva di un afflato internazionale di ampio respiro, è in preda a una debolezza cronica e a una incapacità a farsi soggetto attivo sugli scenari internazionali. Nel momento in cui Trump e Putin si pongono come soggetti assertivi e aggressivi, questa Europa incerta, lacerata da una crisi di valori e di classi dirigenti, diventa il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure v’è da dire che l’Unione europea dal punto di vista demografico è superiore agli USA e alla Russia considerati insieme, il pil ammonta nel suo insieme a 17 mila miliardi di euro, è il maggiore esportatore di prodotti finiti e servizi a livello mondiale, nel commercio mondiale con il 13.7% è seconda solo alla Cina mentre gli USA hanno il 10.4%, la sua tecnologia e il suo know how sono all’avanguardia nel mondo. Gran parte dei ricercatori e scienziati americani sono di nascita e formazione europei mentre dal punto di vista militare annovera ben due potenze nucleari anche se il Regno Unito è, dopo la brexit, formalmente ma non geograficamente, di fatto fuori dall’Unione. L’Europa dei 27 paesi è oggettivamente una potenza economica, commerciale, scientifica, tecnologica e militare a livello mondiale. E’ però un nano politico. E questo la ridimensiona pesantemente nei confronti di USA e Cina. “ Perchè una Nazione esista &#8211; scrive Jose Ortega – è sufficiente che essa abbia coscienza del suo esistere. “ Ma L’Europa non ha questa coscienza. E non ha questa coscienza perchè non ha una classe dirigente con una cifra europea, impregnata di valori europei, che si riconosca nelle radici della storia europea, radici con origini lontane e risalenti alle Termopili, all’impero Romano con il suo diritto e il suo limes, al Sacro Romano impero e alle abazie benedettine, al mondo del Rinascimento e all’epopea del Romanticismo e della nascita degli Stati Nazione. Quando si è proposta una Costituzione europea essa è nata monca nel momento in cui non si sono riconosciuti i valori giudaico cristiani e i popoli l’hanno rifiutata perchè non l’hanno ritenuta propria. L’Europa di Cirillo e Metodio include il mondo slavo compresa la parte russa ad ovest degli Urali. La Russia, che oggi riscopre la sua natura e vocazione euroasiatica, è la stessa di Pietro il Grande ( 1672-1725 ) e di Caterina II la Grande( 1729-1796 ) che portarono la civiltà europea e i costumi delle dinastie mittleeropee nella Russia delle anime morte, che modernizzarono la società rurale della grande pianura sarmatica. Oggi tutto questo viene a mancare e la classe dirigente russa ha un riflusso verso oriente come accadde dopo le sconfitte subite in Europa nel corso della sua storia come ad esempio nel caso della guerra di Crimea ( ottobre 1853 &#8211; febbraio 1856 ). Una vera e forte classe dirigente deve avere la capacità di parlare ai popoli europei, salvaguardando le loro caratteristiche culturali e tradizionali e proponendo valori condivisi e proiezioni politico-strategiche che i singoli stati non possono affrontare da soli e in ordine sparso. Una forte confederazione, rispettosa della storia delle singole Nazioni ma motivata nei grandi temi della difesa, della diplomazia, dell’autonomia energetica e strategica può essere un punto di riferimento tra i player mondiali con una capacità di soft power superiore a qualsivoglia interlocutore. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina vi è stato da parte di Putin un errore strategico fondamentale ove la profondità territoriale è stata preferita all’ elemento valoriale della storia e della prospettiva politica. Dopo tre anni di guerra la Russia ha conquistato meno del 20% del territorio ucraino, ha indotto un oggettivo rafforzamento della Nato con l’adesione tra l’altro della Svezia e della Finlandia, si è buttata nell’abbraccio mortale della Cina, ha costretto le sue popolazioni ad una economia di guerra, conta centinaia di migliaia di morti e feriti ed una gestione molto problematica dei reduci dal fronte. Quella della Russia è una disfatta politica, economica, militare, diplomatica e strategica di proporzioni enormi e soprattutto di difficile soluzione nel futuro delle prossime generazioni. Solo l’Europa poteva e può essere la risposta alle paure ataviche della classe dirigente russa, almeno di quella parte che non si è ancora evoluta in senso moderno ed europeo. La Russia, a dispetto delle analisi di Trump e dei suoi consiglieri, difficilmente, allo stato dell’arte, potrà allontanarsi dalla Cina se non avverrà un cambiamento radicale della classe dirigente moscovita con la conseguente scelta di una nuova collocazione internazionale.<br>In questo scenario il ruolo dell’Italia appare decisivo nello scacchiere dell’Unione europea per almeno due ordini di motivi. La prima è la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, naturale ponte con l’Africa, che la rende decisiva per gli altri partner europei; la seconda l’attuale rapporto con l’amministrazione Trump che la pone in una posizione di oggettivo vantaggio rispetto a Francia e Germania. La capacità manovriera dell’Italia, spesa nell’interesse dell’Unione europea, ma fortemente consapevole di salvaguardare l’unità e la operatività dell’intera alleanza occidentale, rappresenta una risorsa non solo in termini nazionali ma anche per il contesto dell’Europa. E il governo Meloni si sta muovendo, anche con la diplomazia occulta, con intelligenza e prudenza in tal senso. Non si tratta, come da alcune parti polemicamente si chiede, di scegliere tra l’Europa e gli USA, si tratta di fare gli interessi del blocco occidentale nel suo insieme, perché una inopinata divisione dell’Occidente sarebbe una sconfitta sia dell’Europa che degli USA. Per affrontare le sfide dei vari player internazionali l’Occidente nella sua versione allargata agli alleati asiatici ( Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del sud, Filippine, Taiwan e per certi versi India ) deve essere unita e condividere obiettivi strategici omogenei e compatibili. In tal senso l’azione dell’Italia potrebbe essere particolarmente significativa in quanto, ponendosi quale hub energetico con il continente africano e interlocutore privilegiato per le risorse strategiche quali terre rare ma anche minerali convenzionali, può risultare da volano non solo per la Comunità europea ma per l’intero blocco occidentale. Di particolare interesse risulta la nuova e incentivata collaborazione con l’India sia da parte italiana che della UE. La scelta del governo Meloni di porre al centro la dimensione delle connessioni – Piano Mattei, IMEC, Blue-Raman, ELMED etc. &#8211; è, proprio per tale ragione, fondamentale. Come pure per l’intera Unione Europea. Infatti l’Unione è il primo partner commerciale dell’India, con oltre 137 miliardi di scambi, davanti a USA e Cina. Negli ultimi vent’anni il commercio UE – India è triplicato e entro il 2025 è stata annunciata la firma di un accordo di libero scambio UE – India. I pilastri su cui cooperare, oltre l’aspetto economico, sono anche la sicurezza e difesa e proprio la connettività. IMEC, il Corridoio India-Medio Oriente-Europa ideato al G20 indiano con Italia e Stati Uniti tra i primi firmatari, è il progetto di punta per mettere ancor più in sicurezza le nostre economie unendo direttamente India, Golfo Persico ed Europa. E ci sono tutte le ragioni per ritenere che il terminale IMEC in Europa possa essere il porto di Trieste quale destinazione finale del Corridoio. Una analisi esaustiva della UE con i maggiori interlocutori internazionali non può non tenere conto dei rapporti con la Cina. Quest’ultima presenta criticità al suo interno, spesso sottovalutati se non dimenticati dalla informazione internazionale. La sua economia cresce meno del previsto negli ultimi anni, le differenze di sviluppo economico-sociale tra le regioni costiere e l’interno agricolo sono sempre più accentuate, la crisi demografica, nascosta per decenni dai funzionari del Partito comunista cinese per motivi di carriera e di finanziamenti interni, è drammatica con un calo della popolazione a 1,06 miliardi nel 2050 e addirittura a 390 milioni nel 2100 secondo le previsioni più realistiche ed accreditate. In effetti la politica di riforma e di apertura lanciata da Deng Xiaoping nel 1978, con i giovani che hanno trainato la Repubblica Popolare, ha portato il tasso di crescita del pil nazionale su un livello medio del 10% annuo fino al 2010. Tuttavia la politica del figlio unico ha privato gradualmente il paese di tale risorsa. Il tasso di fertilità in Cina è sceso sotto i livelli degli Stati Uniti, del Giappone e di alcuni stati europei. La forza lavoro ha iniziato a diminuire e l’economia è rallentata. Nel 1980 l’età mediana cinese era 22 anni, ma nel 2030 sarà 46 anni. Ben 5,5 anni in più rispetto all’America. Diverso sarà il caso dell’India dove l’età mediana è pari solo a 32 anni. Nel 2050 sarà 39 anni contro i 57 stimati nella Repubblica Popolare. Qui il tasso di dipendenza degli anziani eccederà quello statunitense nel 2033. La Cina “ sta diventando vecchia prima di diventare ricca “ come è stato sottolineato da C. Zhou in South China Morning Post. La Repubblica Popolare comunque, nonostante le gravi criticità allo stato attuale, è l’unica vera potenza in grado di insidiare la supremazia statunitense ed è per questa valutazione che la politica estera americana, con il presidente Obama, ha spostato i suoi interessi e le risorse politico-strategiche nel Mar Cinese, considerando giustamente la Russia una potenza regionale e la UE politicamente insussistente. Ma questa scelta di strategia politica, economica e militare degli USA ha dato maggiore importanza al bacino del Mediterraneo, oggi definito da molti analisti Mediooceano in quanto in grado di connettere l’oceano Indiano e quindi il mar Cinese con l’oceano Atlantico. A tal riguardo il cambiamento climatico potrebbe però stravolgere gli attuali assetti geostrategici se la rotta artica diventasse, con il disgelo, navigabile per gran parte dell’anno, consentendo alla Cina di ridurre di quasi la metà i tragitti marittimi e i costi conseguenti. La rotta artica è un insieme di rotte marittime ( tre sono le principali ) che passano attraverso il Mar Glaciale Artico, collegando l’oceano Atlantico e l’oceano Pacifico; in senso specifico però quando si parla di rotta artica ci si riferisce ad una in particolare, quella che va lungo la costa artica russa dal Mar di Kara fino allo stretto di Bering, lungo la Siberia. Sicuramente il trattato di assistenza reciproca siglato dalla Russia e la Repubblica Popolare cinese e definito “ patto di amicizia eterna “ risponde alle esigenze cinesi di rompere la cintura contenitiva che gli USA hanno costruito con un blocco di alleanze asiatiche davanti alle coste marittime del Dragone. Questo blocco rappresentato da Taiwan, Filippine, Corea del sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda rende problematico lo sviluppo dei traffici marittimi cinesi per cui la rotta artica sarebbe oltremodo importante e in grado di assicurare maggiore respiro commerciale e strategico ai cinesi. La Russia, che ha il controllo della riva artica con le coste della Siberia, ne assicura la navigabilità all’alleato e soprattutto si pone nelle migliori condizioni geostrategiche per lo sfruttamento delle immense risorse presenti nell’Artico. Da qui le rivendicazioni di Trump e dell’attuale amministrazione americana della Groenlandia appetibile, ancor più che per la presenza delle terre rare, per il controllo marittimo delle rotte artiche. E in tal senso la Cina è cinicamente la meno interessata ad affrontare il green deal proprio per le implicazioni riguardo la navigabilità del mar Artico e le conseguenti prospettive economiche e commerciali. Difficilmente perciò sarà possibile agli Stati Uniti allontanare la Cina dalla Russia visti gli interessi che i due partner condividono anche dal punto di vista energetico e militare. Infine dobbiamo trattare i rapporti che la UE dovrà sempre più affrontare con i nuovi soggetti emergenti che rientrano nel club dei Brics e che si pongono in contrapposizione agli attuali assetti internazionali e spesso in aperto contrasto con la politica e la visione unipolare degli USA. E’ indubbio che la sigla Brics (Brasile, Russia, India, Cina e dal 2024 Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti ) raccoglie nazioni con politiche, istituzioni ed interessi profondamente diversi tra loro ma, rappresentando oltre il 47% della popolazione mondiale, vogliono, questo sì con unità di intenti, un cambiamento radicale degli assetti internazionali spesso criticando aspramente istituzioni quali Onu, Wto, Fao etc. e rivendicando un ruolo più assertivo nello scacchiere mondiale. Nei confronti di questa variegata organizzazione di Stati, l’Europa può svolgere un ruolo non secondario e sicuramente di equilibrio nelle dinamiche internazionali, non avendo la postura e gli atteggiamenti assertivi degli USA di Trump che spesso trovano queste potenze emergenti mal disposte al dialogo e alla cooperazione. In tal senso l’UE ha risorse, conoscenze, anche per il suo passato coloniale in particolare olandese, inglese, francese ma anche italiana, collocazione internazionale di mediazione, per instaurare rapporti che inseguono una idea politica globale basata su una maggiore condivisione delle decisioni onde affrontare al meglio le sfide della società odierna. Molti di questi paesi emergenti vogliono affrancarsi dai mercati a cambio fisso con il dollaro costruendo nuove partnership commerciali per assicurare sviluppo e benessere alle proprie popolazioni. Un esempio significativo è rappresentato dall’Indonesia, la più popolosa economia del sudest asiatico che ha scelto di far coincidere il suo ingresso nell’area Brics con il lancio di un ambizioso piano contro la malnutrizione. Molto la UE potrebbe fare per questi Paesi in un fecondo rapporto reciproco di collaborazione sfruttando la indubbia compliance che l’Unione e i singoli Stati europei possono vantare rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. La visione multilaterale, che ha portato alla costituzione dei Brics, e la ricerca di una risoluzione condivisa dei problemi, che è il terreno naturale su cui si muovono questi Paesi, trova nell’Europa la sponda immediata e politicamente più ricettiva rispetto a visioni di mera e arrogante affermazione di potenza. Una Unione Europea, vero soggetto politico, avrebbe molte possibilità di diventare punto di riferimento nella politica mondiale, in grado di ispirare una visione politica capace di raggiungere un ordine internazionale pacificato, a cui tutti devono collaborare nonostante le attuali difficoltà.<br><strong><em>Vincenzo Cancelli</em></strong><br><strong><em>Presidente dell’Associazione culturale aps EUROPA FUTURA</em></strong></p>



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		<title>Comunicato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Mar 2025 07:10:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è svolto ieri pomeriggio a Via del Corso nel centro di Roma , il primo sit in di Fridays for Europe che ha posto come necessità improrogabile il concetto di Europa Potenza, di un&#8217;Europa autonoma da russi , americani e cinesi , che sia al fianco dei popoli oppressi come quello ucraino oggi sotto [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Si è svolto ieri pomeriggio a Via del Corso nel centro di Roma , il primo sit in di <strong><em>Fridays for Europe</em></strong> che ha posto come necessità improrogabile il concetto di Europa Potenza, di un&#8217;Europa autonoma da russi , americani e cinesi , che sia al fianco dei popoli oppressi come quello ucraino oggi sotto attacco della Russia. Il presidio trasversale ha anche affermato la necessità di un urgente Riarmo europeo per affrontare le minacce del futuro ed una comune sistema di difesa europea, oltre ad una risposta alle aggressive politiche commerciali statunitensi. Questo è il primo di una serie di appuntamenti a livello nazionale che sotto lo slogan Ne&#8217; Mosca , Né Washington, Europa Potenza, intende portare avanti la sacrosanta istanza dell&#8217;autonomia europea e del sostegno militare all&#8217;Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Redazione Kulturaeuropa</strong></p>
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		<title>WP GPT Automation Pro e Virtual WorldGate: Progetti d&#8217; Innovazione al Servizio dell&#8217;Europa e delle PMI</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 01:12:00 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://virtualgate.workingwithweb.eu/crowfounding-crowdfunding/">https://virtualgate.workingwithweb.eu/crowfounding-crowdfunding/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://workingwithweb.it/webagency/gestisci-wordpress-da-chatgpt-wp-gpt-automation-pro/?sld=erik">https://workingwithweb.it/webagency/gestisci-wordpress-da-chatgpt-wp-gpt-automation-pro/?sld=erik</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cuore delle trasformazioni globali, l’Europa si trova di fronte a una sfida cruciale:<br>garantire la propria autonomia tecnologica. In un panorama dominato da infrastrutture e<br>piattaforme digitali straniere, è essenziale promuovere soluzioni innovative che rafforzino la<br>sovranità digitale e alimentino il tessuto economico delle PMI europee, pilastro del nostro<br>sistema economico. È in questo contesto che emergono due progetti rivoluzionari: WP GPT<br>Automation Pro e Virtual World Gate.<br><strong><em>Cos&#8217;è Virtual World Gate?</em></strong><br>Virtual World Gate è una piattaforma innovativa sviluppata da Working With Web che<br>consente di gestire e ampliare sia gli ambienti aziendali che domestici attraverso dispositivi<br>IoT. Offre un sistema all-in-one, plug &amp; play, che funge da punto di accesso bidirezionale alla<br>rete internet, centralizzando in un&#8217;unica interfaccia software tutti i dispositivi domotici,<br>indipendentemente dal produttore. La piattaforma supporta applicazioni come NAS, server di<br>streaming e desktop remoto condiviso, garantendo un&#8217;infrastruttura cloud semplificata e<br>assistita in modalità self-hosting.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>La Dipendenza dai Server Esteri: Un Ostacolo alla Sovranità Europea</em></strong><br>Attualmente, gran parte delle infrastrutture digitali europee si basa su server e piattaforme<br>gestite da aziende estere, in particolare americane. Questa dipendenza crea diversi<br>problemi che mettono a rischio la sovranità dell’Europa. Innanzitutto, i dati sensibili di<br>cittadini, imprese e governi europei vengono spesso trasferiti e conservati su server esterni<br>al continente, dove sono soggetti a normative che non garantiscono gli stessi standard di<br>privacy e sicurezza.<br>Inoltre, questa situazione espone l’Europa a rischi significativi:<br><strong>Vulnerabilità geopolitica:</strong> In caso di tensioni internazionali, l’accesso ai dati e ai<br>servizi critici potrebbe essere limitato o interrotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perdita di valore economico:</strong> I dati rappresentano il &#8220;nuovo petrolio&#8221; dell’era<br>digitale, e la loro esportazione impoverisce l’economia europea a vantaggio di<br>potenze esterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mancanza di controllo strategico:</strong> L’Europa perde la capacità di sviluppare<br>infrastrutture indipendenti che supportino la crescita economica e tecnologica del<br>continente.<br><strong><em>I Rischi dell&#8217;Utilizzo degli Algoritmi come Strumento di Guerra<br>Ibrida</em></strong><br>In un mondo sempre più interconnesso, gli algoritmi che gestiscono e analizzano i dati dei<br>cittadini europei possono diventare strumenti di manipolazione su larga scala. Se questi<br>algoritmi fossero controllati da entità ostili o da governi non europei, potrebbero essere<br>utilizzati per alimentare guerre ibride mirate a destabilizzare l&#8217;Unione Europea. Attraverso il<br>controllo dei dati personali e dei comportamenti online, è possibile creare campagne che<br>diffondono teorie del complotto, amplificano ideologie sovraniste e polarizzano l&#8217;opinione<br>pubblica. Questi processi sono spesso invisibili agli utenti, ma estremamente efficaci nel<br>manipolare emozioni e decisioni, erodendo la fiducia nelle istituzioni democratiche europee.<br>Questa strategia, che combina strumenti digitali e propaganda, può portare a:<br><strong>Frammentazione sociale:</strong> Divisioni tra gruppi etnici, politici o religiosi, amplificate<br>artificialmente per generare conflitti interni.<br><strong>Delegittimazione delle istituzioni:</strong> Diffusione di contenuti che screditano l&#8217;Unione<br>Europea e i suoi valori fondamentali, creando un clima di sfiducia.<br><strong>Elezioni manipolate:</strong> Influenza sull&#8217;opinione pubblica per favorire candidati o<br>ideologie che minano l&#8217;unità e gli interessi europei.<br>La dipendenza dai server esteri e la mancanza di sovranità digitale rendono l&#8217;Europa<br>vulnerabile a questi attacchi, dimostrando quanto sia urgente sviluppare infrastrutture<br>autonome e sistemi sicuri. Solo proteggendo i dati dei cittadini europei e garantendo il<br>controllo sugli algoritmi, l’Europa può salvaguardare la propria stabilità politica e culturale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Progetti come <strong>Virtual World Gate</strong> affrontano direttamente queste problematiche, offrendo<br>una soluzione che restituisce il controllo ai cittadini e alle imprese europee <strong>dei propri dati<br>con l’ utilizzo di server privati. </strong>Promuovendo una sovranità digitale essenziale per un<br>futuro indipendente e sicuro</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Applicazioni Militari: Comunicazioni Sicure e Multidominio</em></strong><br>Virtual World Gate non è solo uno strumento per le PMI, ma può anche giocare un ruolo<br>chiave nelle applicazioni militari e strategiche. Grazie alla capacità di gestire server privati<br>multidominio, il sistema offre un’infrastruttura ideale per comunicazioni altamente sicure e<br>indipendenti da infrastrutture esterne.<br>Questo aspetto è cruciale per:<br><strong>Protezione delle comunicazioni:</strong> Le forze militari e le agenzie governative possono<br>gestire reti isolate per garantire che informazioni sensibili rimangano al sicuro.<br><strong>Flessibilità multidominio:</strong> La possibilità di configurare più domini e sistemi in<br>parallelo consente una gestione efficace delle comunicazioni in contesti complessi,<br>come operazioni multinazionali.<br><strong>Riduzione della dipendenza esterna:</strong> L’autonomia garantita da Virtual World Gate<br>riduce i rischi legati a interferenze straniere, migliorando la resilienza delle<br>infrastrutture strategiche</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Strumenti per la Libertà: Un Caso d&#8217;Uso in Contesti di Oppressione<br>Politica</em></strong><br>Immaginiamo un oppositore politico in Bielorussia, un contesto dove la sorveglianza<br>governativa e il controllo sui flussi di dati limitano gravemente la libertà di comunicazione.<br>Con un semplice Raspberry Pi e l&#8217;ausilio del sistema Virtual World Gate, supportato dal<br>plugin WP GPT Automation Pro, sarebbe possibile installare un server privato in modalità<br>self-hosting per connettersi a una rete di server sicuri in Europa, bypassando il controllo<br>delle infrastrutture governative.<br>Questo sistema offre molteplici vantaggi:<br><strong>Anonimato garantito:</strong> Tramite la rete self-hosted, i dati non passano per i server<br>governativi, riducendo significativamente il rischio di tracciamento.<br><strong>Accesso a informazioni indipendenti:</strong> L&#8217;utente può connettersi a piattaforme libere<br>come la redazione di <strong><em>Radio Kulturaeuropa</em></strong>, accedendo a contenuti non filtrati dal<br>regime.<br><strong>Facilità d’uso:</strong> Con WP GPT Automation Pro, l’installazione del sistema è<br>automatizzata e guidata dall’intelligenza artificiale, rendendolo accessibile anche a<br>chi non possiede avanzate competenze tecniche.<br><strong>Resilienza decentralizzata:</strong> Il server locale può sfruttare una rete europea di server<br>sicuri per trasmettere dati, garantendo comunicazioni crittografate e sicure.<br>Questa soluzione non è solo tecnologicamente innovativa, ma anche un potente strumento<br>di libertà. In contesti dove la censura è la norma, Virtual World Gate permette agli individui<br>di comunicare e organizzarsi, contribuendo a una rete globale di resistenza digitale.<br>Connettendosi con realtà come <strong><em>Radio Kulturaeuropa</em></strong>, un oppositore potrebbe condividere<br>informazioni cruciali, raccontare la verità e restare connesso con il mondo, senza timore di<br>repressioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong><em>La Rivoluzione di WP GPT Automation Pro<br>Cosa è WP GPT Automation Pro?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">WP GPT Automation Pro è un plugin innovativo che unisce l&#8217;intelligenza artificiale alla<br>gestione dei contenuti su WordPress, il sistema di gestione dei contenuti (CMS) più utilizzato<br>al mondo. Questo strumento permette di automatizzare la creazione e l&#8217;ottimizzazione dei<br>contenuti, rendendoli altamente performanti per i motori di ricerca senza sacrificare la qualità<br>o la leggibilità. WP GPT Automation Pro elimina la necessità di competenze tecniche<br>avanzate, integrandosi direttamente con WordPress e consentendo agli utenti di gestire<br>contenuti SEO-friendly, campagne di marketing e pubblicazioni, tutto in pochi clic. Con<br>un&#8217;interfaccia intuitiva e funzionalità avanzate, rappresenta una rivoluzione per le PMI, i<br>blogger e le aziende che cercano efficienza e risultati nel mondo digitale.<br>Vantaggi per le PMI:<br><strong>Riduzione dei costi:</strong> Le aziende possono automatizzare la creazione di contenuti e<br>ottimizzarli per la SEO, risparmiando tempo e risorse.<br><strong>Competitività globale:</strong> Le PMI possono competere con grandi multinazionali,<br>migliorando la loro visibilità online senza investimenti proibitivi.<br><strong>Semplicità d’uso:</strong> La piattaforma è integrata in WordPress, il CMS più utilizzato al<br>mondo, garantendo una curva di apprendimento ridotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Automazione dell&#8217;Installazione: WP GPT Automation Pro e Virtual<br>World Gate</em></strong><br>Grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale, WP GPT Automation Pro può<br>rivoluzionare il processo di installazione dei server Virtual World Gate, rendendolo semplice<br>e accessibile anche per utenti senza competenze tecniche. Una volta implementata la<br>compatibilità di WP GPT Automation Pro con piattaforme come Home Assistant, oltre che<br>con WordPress, sarà possibile configurare l&#8217;intero sistema in pochi click, senza necessità di<br>un tecnico specializzato.<br>Questa integrazione permetterà:<br><strong>Setup guidato senza dover investire in costosi servizi di installazione.</strong><br><strong>Flessibilità e interoperabilità:</strong> La compatibilità con Home Assistant aprirà nuove<br>possibilità per l’automazione domestica e aziendale, rendendo Virtual World Gate<br>uno strumento versatile sia per usi personali che professionali.<br>Con questa evoluzione, WP GPT Automation Pro dimostra ancora una volta la sua capacità<br>di andare oltre la gestione dei contenuti, diventando un alleato chiave per l’autonomia<br>digitale europea.<br><strong><em>Conclusione: Un Futuro Digitale per un’Europa Sovrana</em></strong><br><strong>L&#8217;intelligenza artificiale e l&#8217;indipendenza digitale</strong> non sono solo strumenti tecnologici,<br>ma leve strategiche per costruire un&#8217;Europa più forte e autonoma. Progetti come WP<br>GPT Automation Pro e Virtual World Gate incarnano una visione per il futuro del<br>nostro continente: un&#8217;Europa che valorizza la propria cultura, protegge i propri dati e<br>guida il mondo verso un modello tecnologico etico e innovativo.con AI: L&#8217;intelligenza<br>artificiale guiderà l&#8217;utente passo dopo passo nella configurazione, rilevando<br>automaticamente la rete, i dispositivi collegati e le impostazioni ottimali.<br><strong>Accessibilità per tutti:</strong> PMI e utenti privati potranno beneficiare di una soluzione<br>sicura e personalizzabile senza l’ utilizzo di token.<br><strong>Crediamo che in un mondo sempre più interconnesso alla rete internet, non ci possa<br>essere indipendenza se i nostri dati vengano immagazzinati altrove.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Erik Loffreda</strong></p>



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		<title>L’epoca della “tarda democrazia”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2024 00:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È un dato di fatto che oggi in Europa, ed nella quasi totalità degli stati facenti parte dellasfera d’influenza americana, il sistema statale sia organizzato sulla base di un modellopolitico definibile come liberal-democratico. Questo sistema politico-imperante nell’areadefinita come Occidente- ha come propri capisaldi il rispetto dei principi democratici e latutela dei diritti individuali. Tuttavia, è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2024/09/13/lepoca-della-tarda-democrazia/">L’epoca della “tarda democrazia”</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">È un dato di fatto che oggi in Europa, ed nella quasi totalità degli stati facenti parte della<br>sfera d’influenza americana, il sistema statale sia organizzato sulla base di un modello<br>politico definibile come liberal-democratico. Questo sistema politico-imperante nell’area<br>definita come Occidente- ha come propri capisaldi il rispetto dei principi democratici e la<br>tutela dei diritti individuali. Tuttavia, è importante riconoscere che questo sistema sia il<br>risultato di un determinato sviluppo storico e che di conseguenza occorre sempre ricordare<br>che non abbiamo sempre vissuto in questo tipo di regime politico e che non è così scontato<br>che continueremo a viverci in futuro. Per analizzare al meglio la situazione occorre quindi<br>comprendere il contesto storico e i fattori che hanno portato alla formazione di sistemi<br>liberal-democratici, in particolare ora che per certi versi il modello occidentale appare spesso<br>affaticato o poco pronto ad affrontare le grandi sfide dei tempi. Al punto tale che sempre più<br>accademici e studiosi stanno iniziando ad utilizzare termini come “tarda democrazia” o<br>“post-democrazia” per definire l’epoca in cui stiamo vivendo.<br>Il sistema liberal-democratico che conosciamo oggi nell&#8217;Occidente ha avuto origine da un<br>lungo processo storico. A partire dall&#8217;Illuminismo e la Rivoluzione francese, furono espressi<br>ideali di libertà, uguaglianza e partecipazione politica, che alla fine si tradussero in<br>costituzioni democratiche e nella protezione dei diritti individuali. Dando vita ad un modello<br>politico creato su misura delle esigenze della classe borghese e mercantile, che proprio in<br>quegli anni stava compiendo la sua ascesa come classe egemone a scapito di nobiltà e<br>clero. Generando un sistema politico che mette al centro del proprio axis mundi l’idea di un<br>individuo-inteso come un soggetto politico portatore intrinseco di diritti inalienabili- libero di<br>muoversi all’interno della società e postulando che gli individui agissero per il proprio<br>interesse personale, come acquirenti e venditori, contribuendo involontariamente al<br>benessere della società nel suo complesso. Tutto ciò organizzato in un sistema politico<br>organizzato dal basso in maniera democratica che garantisse una certa partecipazione<br>politica popolare e una migliore capacità di controllo del Governo attuata attraverso sistemi<br>di pesi e contrappesi giuridici. In modo tale da garantire la tutela dei diritti e delle libertà degli<br>individui, una circolazione pacifica del potere tra i gruppi politici, una maggiore stabilità<br>politica e una più efficace prevenzione degli abusi di potere.<br>Questo modello è poi uscito vincitore dal complesso periodo storico e di scontro ideologico<br>del XX Secolo, che ha visto prima i sistemi liberal-democratici e del socialismo reale imporsi<br>militarmente rispetto alle alternative nazional-rivoluzionarie italiana, tedesca e non solo; ed<br>in un secondo momento avere la meglio contro il blocco comunista al termine della guerra<br>fredda, quando dopo una lunga fase di scontro/confronto militare, economico, sociale e<br>tecnologico portò al collasso l’Unione Sovietica. Fu a questo punto che molti intellettuali-fra<br>cui spicca in particolar modo il politologo americano Francis Fukuyama- proposero l&#8217;idea di<br>&#8220;fine della storia&#8221; e che-con la caduta del comunismo e la vittoria del liberalismo<br>democratico- si fosse raggiunto il punto finale dell&#8217;evoluzione ideologica dell&#8217;umanità.<br>Sostenendo che il liberalismo democratico rappresentasse la forma di governo finale e<br>universale, poiché incorpora i valori di libertà individuale, diritti umani e governance basata<br>sul consenso.<br>Proprio durante questa fase di apogeo le criticità di tale modello hanno cominciato ad<br>emergere, o quantomeno a farsi più evidenti. Da un lato la “fine della storia” non si è<br>verificata, essendo infatti emersi in molteplici paesi sistemi di governo alternativi a quello<br>liberal-democratico (uno su tutti la Cina “comunista”, ma gli esempi possibili sono molteplici)<br>maanche l’ondata di democratizzazione avvenuta a cavallo tra gli anni ‘90 e ‘00 ha perso il<br>suo slancio e pare oltremodo in fase di regressione. Come se ciò non bastasse anche gli<br>stessi stati democratici hanno cominciato a vivere dei periodi di difficoltà, dimostrandosi in<br>larga parte poco adatti a reggere e dominare una società liquida troppo fluida e veloce.<br>Main che senso gli stati liberal-democratici stanno cominciando a vivere uno stato di scarsa<br>salute? Per fare ciò occorre ora illustrare alcune tendenze oggettivamente in atto nella<br>nostra società ed analizzarle senza preconcetti ideologici.<br>In primo luogo occorre prendere coscienza che in tutto l’Occidente è ormai da decenni<br>costantemente in atto un processo di concentrazione e “privatizzazione” del potere. In una<br>spirale auto-alimentante il potere e la ricchezza-un tempo più equamente distribuiti- si<br>stanno lentamente concentrando nelle mani di sempre meno soggetti che in maniera<br>inversamente proporzionale accentrano su se stessi-e relativi gruppi di riferimento- una<br>sempre maggiore disponibilità di mezzi e ricchezze in grado di condizionare la vita politica<br>della Nazione. In particolare in relazione al controllo che questi soggetti hanno sui mezzi di<br>comunicazione di massa, con la possibilità di dare maggiore-o minore- credito a determinati<br>candidati e/o proposte politiche a loro più o meno gradite.<br>Allo stesso tempo vi è stato anche un netto declino della partecipazione politica che si<br>protrae ormai da tempo e che tiene molteplici cause, tra esse spiccano: una certa<br>disillusione e sfiducia in un sistema politico spesso ritenuto lontano, difficilmente penetrabile<br>e poco propenso ad accettare contributi esterni all’interno del sistema decisionale, un<br>abbassamento del livello medio del benessere economico che spesso coincide con una<br>minore attenzione delle persone rispetto alla partecipazione politica ed il lento collasso dei<br>corpi politici intermedi creando una spaccatura sempre maggiore tra base e vertici della<br>piramide politica e sociale. Tutto ciò senza che la “rete” riuscisse a trasformarsi in un nuovo<br>medium utile per lo snellimento dei processi decisionali e per la creazione di nuove forme di<br>partecipazione politica.<br>A questi fattori si affianca anche la “tecnicizzazione” della politica con la relativa pioggia di<br>nomine di “esperti” (spesso imposti tacitamente) in posti chiave dell’organigramma dello<br>Stato. Ciò in parte dovuto al fatto che, anche al netto di indicazioni politiche diverse<br>espresse dal corpo elettorale o dai partiti, gli Stati sempre più spesso si sono trovati nella<br>condizione di dover rendere sempre più conto a gruppi d’interesse, soggetti economici o<br>finanziari in grado di ricattare lo Stato o addirittura imporgli delle decisioni.<br>In altri termini, riportando quanto scritto da Crouch:”Anche se le elezioni continuano a<br>svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente<br>controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e<br>si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei<br>cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai<br>segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in<br>privato dall&#8217;integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente<br>interessi economici.”. In poche parole la fase che stiamo vivendo altro non sarebbe che una<br>fase di crisi del sistema liberal-democratico che, messo in difficoltà dalle sue caratteristiche<br>intrinseche (come ad esempio la libertà di azione in economia dell&#8217;individuo), fatica a<br>rinnovarsi ed adattarsi ai tempi; in una traiettoria che al momento pare destinata a non<br>invertirsi.<br>A complicare oltremodo la situazione vi è anche un certo grado di svantaggio competitivo<br>che i sistemi liberal-democratici subiscono a favore dei sistemi di altra natura. Sono infatti le<br>stesse basi morali intrinseche della liberal-democrazia (libertà individuale, uguaglianza di<br>tutti gli individui, rispetto dei diritti umani, tolleranza e ricerca del pluralismo) a limitare<br>l’azione dei governi in molte tematiche ad oggi di primaria importanza, se non addirittura<br>decisive. Numerose sono le tematiche di primaria importanza (come programmazione delle<br>sviluppo tecnologico, gestione dei flussi migratori, guerra ecc.ecc.) in cui-per non mettere in<br>discussione fin nel profondo le proprie stesse basi ideologiche- i sistemi occidentali sono<br>costretti a sforzi disumani di propaganda atti a celare alle masse le proprie fisiologiche<br>incongruenze.<br>A partire dalla gigantesca contraddizione delle “guerre per la pace”, passando per il<br>greenwashing delle multinazionali, alla complessa questione del favoreggiamento della<br>società multiculturale (idealizzata a paradiso in terra) malgrado le tensioni etniche e sociali<br>che la questione migratoria sta generando, fino ad arrivare all’ormai crisi sistemica delle<br>economie occidentali, all’impennarsi costanti delle disuguaglianze economiche o financo alla<br>costante controversia tra la necessità di costruire degli apparati di sicurezza adeguati ed i<br>diritti a privacy e riservatezza.<br>Per gestire questa situazione il gotha occidentale ha quindi dovuto costruire un capillare<br>sistema di informazione (de facto di propaganda) in grado di riuscire a mantenere salda<br>l’idea che il sistema liberal-democratico sia il migliore dei sistemi possibili e che esso non<br>possa essere messo in discussione per nessun motivo. Dando adito all’ennesima<br>incongruenza, ossia al fatto che a mantenere in piedi l’attuale sistema politico non siano le<br>classi popolari (teoriche beneficiarie dello stesso) ma la superclasse di ricchissimi, che ha<br>tutto l’interesse nel fatto che questo sistema si mantenga così com’è. Con tutte le<br>contraddizioni che ciò produce.<br>Un potente apparato che viene inoltre costantemente utilizzato per la necessaria ricerca di<br>(presunti) pericoli-interni o esterni che siano- che riescano a compattare la popolazione con<br>una paura latente. Essendo i legami comunitari in una costante situazione di sfaldamento (la<br>base ideologica del sistema postula l’individuo assoluto), la coesione sociale viene quindi<br>garantita “per negativo”: compattando la popolazione in nome di una sempre presente<br>situazione di emergenza (a partire dal terrorismo, passandro per la pendiemia o al clima, ma<br>l’elenco potrebbe facilmente proseguire).<br>Altra conseguenza di ciò è la crescente polarizzazione politica che le società occidentali<br>stanno vivendo. Al netto del fatto che il sistema di propaganda è in grado di creare una doxa<br>dominante, la cui violazione causa necessariamente una squalifica politica, con il tempo il<br>gruppo dei “dissidenti” alla narrazione portata avanti dai sistemi mediatici è diventata sempre<br>più nutrita e determinante; fino ad arrivare al punto che (malgrado la fisiologica moderazione<br>che la cosa porta) molti stati occidentali sono finiti ad essere governati da movimenti o<br>personaggi politici invisi dell&#8217;apparato mediatico ed alle élite economiche che lo stesso<br>rappresenta. Da Trump ad Orban, passando per Bolsonaro, Boris Johnson o Salvini e<br>l’elenco potrebbe proseguire ancora. Tutto ciò in un costante clima di guerra mediatica<br>perpetuo che continua ad inquinare sempre di più il panorama politico occidentale, ed in<br>futuro magari la tenuta stessa degli stati.<br>Concludendo mi sento quindi di affermare che l’epoca che stiamo vivendo possa essere<br>considerata come una fase di transizione in cui dal tradizionale modello liberal-democratico-che abbiamo imparato a conoscere dalla seconda metà del secolo scorso fino a pochi anni<br>fa- si stia lentamente traslando verso un nuovo equilibrio di “tarda democrazia”, se non<br>apertamente di post-democrazia. Un sistema che-pur continuando ad essere governato<br>attraverso un’architettura costituzionale democratica- si configura come un sistema politico<br>governato dalle grandi lobby economiche e dai mass media (che dalle stesse dipendono).<br>Una situazione che potremmo definire come di plutocrazia calmierata, dove una superclasse<br>di ricchissime governa indirettamente la società sfruttando la propria ricchezza per orientare<br>il dibattito e l’opinione pubblica nella direzione voluta; tutto ciò però senza cestinare le<br>istituzioni democratiche che in questa maniera perdono il proprio ruolo di vero centro<br>decisionale della politica in favore di una nuova funzione di controllo e garanzia atta<br>conglomerare-come possibile- la linea politica imposta dalle élite economiche con le<br>esigenze politiche, economiche e sociale delle classi popolari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pietro Ciapponi</p>
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		<title>PER UN 2024 DI &#8220;EUROPA &#8211; ACCELERAZIONE &#8211; POTENZA&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 22:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ALZO ZERO]]></category>
		<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è un semplice slogan, né tantomeno un mero volume da leggere distrattamente, ma una concreta Direzione di marcia, un percorso che ormai si sta facendo strada tra le realtà di avanguardia più consapevoli. È cambiato il mondo in cui viviamo, stanno cambiando le forme del Politico e della Rappresentanza, sta cambiando il sistema di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è un semplice slogan, né tantomeno un mero volume da leggere distrattamente, ma una concreta Direzione di marcia, un percorso che ormai si sta facendo strada tra le realtà di avanguardia più consapevoli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È cambiato il mondo in cui viviamo, stanno cambiando le forme del Politico e della Rappresentanza, sta cambiando il sistema di relazioni sociali che hanno intessuto il Novecento e la sua Storia tormentata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di questo bisogna essere consapevoli e adattarsi alla nuova realtà, con sguardo disincantato ma flessibile, tralasciando tutto ciò che è ormai divenuto inservibile.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Europa Potenza, la sua declinazione accelerazionista, l’ultraeuropeismo, sono il futuro. Attardarsi sul sovranismo ed il piccolo nazionalismo diventa una colpa evidente: perchè significa lavorare, consapevolmente o meno, per gli imperialismi extraeuropei, sul piano culturale, politico e sociale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel Volume “Europa-Accelerazione-Potenza“ abbiamo delineato i tre assi attorno ai quali le avanguardie culturali devono focalizzare il proprio lavoro di ricerca e di analisi: ora bisogna ulteriormente “raffinare” quanto elaborato, per andare a fondo nei meccanismi e nelle dinamiche che possono velocizzare i processi di traduzione pratica del concetto di Europa Potenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per fare questo, però, abbiamo bisogno della necessaria mentalità e trasversalità, affinché le Idee penetrino a fondo nella società, nei corpi intermedi e nei ceti produttivi, unici strumenti oggi all’altezza di poter dare corpo e sostanza alla rappresentanza degli interessi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Interessi non solo materiali, si badi bene, ma che possono e debbono convivere con la Weltanschauung europea millenaria che ha sempre associato al progresso materiale, la Centralità Sprituale e Sacrale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo 2023 Kulturaeuropa e tutte le realtà affini e concentriche hanno arato il terreno con indubbia efficacia: i risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma è giunto il momento di Accelerare e di porre le basi per un 2024 ancora più marcato da ulteriori passi in avanti per l’affermazione dell’Europa Potenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Avanti!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZINE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>EUROPA: CERTEZZE, DUBBI E POSSIBILITÀ</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2023/10/24/europa-certezze-e-dubbi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per quali ragioni dovremmo pensare all’Unione Europea come a un possibile Stato federale? Le ragioni, naturalmente, sono storico-concrete. L’amministrazione di un sub-continente non è garantita a sufficienza dalle forze di occupazione statunitense che si sono limitate a sostenere –potentemente- l’integrazione dei mercati europei fin dal 1945, ma, logicamente, non hanno alcun interesse all’integrazione politica del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per quali ragioni dovremmo pensare all’Unione Europea come a un possibile Stato federale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le ragioni, naturalmente, sono storico-concrete. L’amministrazione di un sub-continente non è garantita a sufficienza dalle forze di occupazione statunitense che si sono limitate a sostenere –potentemente- l’integrazione dei mercati europei fin dal 1945, ma, logicamente, non hanno alcun interesse all’integrazione <em>politica </em>del sub-continente, cioè a fare sorgere un attore internazionale statale. Con 284 basi militari nel sub-continente, l’essenziale, per l’Alleanza Atlantica è garantito. Le questioni specificamente europee, più pressanti, come il costo unitario del lavoro, la fiscalità unitaria, la gestione comune dei flussi migratori e una politica estera coerente esulano dai piani dell’Alleanza Atlantica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tuttavia, queste considerazioni sono considerazioni della pura ragione, sono le <em>logiche</em> soluzioni di problemi per i quali, <em>concretamente</em>, non c’è soluzione. La logica della politica e la concretezza politica non si contraddicono nemmeno: si ignorano a vicenda. Perché manca il soggetto politico europeo, il soggetto politico che trasformi la logica politica in realtà politica. Un soggetto politico è fatto di interessi concreti. Esistono interessi concreti europei? Oppure gli Investimenti Diretti Esteri e le delocalizzazioni delle produzioni rendono inconsistente l’espressione stessa “interessi concreti europei”? Esiste un <em>mercato europeo</em> da difendere? Se esso esiste, per quali settori merceologici esiste? In quali rapporti si trova con l’intelaiatura militare dell’Alleanza Atlantica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In sostanza: l’Europa è soltanto un’idea?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure un processo concreto esiste da oltre settant’anni: l’integrazione europea. La sua storia, tra il 1945 e il 1989, è la storia del consolidamento economico dell’occidente statunitense in funzione anti-sovietica. Con l’abbattimento del “muro di Berlino” le cose cambiano. Per l’Alleanza Atlantica si apre un grande spazio a est di Berlino e uno spazio, altrettanto grande, per la Comunità Economica Europea: il mercato europeo può espandersi oltre l’ex-“cortina di ferro” e i presìdi militari dell’Alleanza Atlantica possono estendersi ben oltre quanto si sarebbe sperato fino a qualche anno prima (nonostante i dubbi di Andrej Amal’rik nel suo <em>Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?</em> e le previsioni di Ugo Spirito, <em>La fine del comunismo</em>).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>La crescita dell’Europa</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La riunificazione tedesca (1990) ha creato il problema di una <em>possibile</em> egemonia tedesca; per risolvere il presidente francese Mitterrand, il cancelliere tedesco Kohl, il presidente della Commissione Delors decidono di accelerare il processo di aggregazione europea. E’ l’inizio del processo che porta al Trattato di Maastricht e al progetto dell’ “Unione Europea”. Nel Trattato compaiono la cittadinanza europea, il passaporto unico. Chiari segni di una finalità politica. Che cos’è “politica”? Max Weber ha scritto che è ogni “attività direttiva” e, dopo avere precisato che lo Stato, nella storia europea moderna, ne è la concretizzazione principale, precisa che lo Stato detiene il monopolio dell’uso (considerato legittimo) della forza fisica, cioè un potere, all’occorrenza, coattivo. Un potere che appartiene a ogni Stato membro; ma che non appartiene all’Unione Europea. Perché l’Unione che nasce a Maastricht è una <em>cooperazione interstatale</em>. Il che significa: priva di potere sovranazionale, politico, nonostante i timori dei conservatori di quel tempo (che favoleggiavano di un “super-Stato” europeo). In effetti, la sovranità europea si delinea come una sovranità sussidiaria, rispetto alla sovranità degli Stati membri, nelle materie economiche che la globalizzazione, via via, sottrae agli Stati membri (e si tratta di introdurre forme di controllo sub-continentale” su questa “sottrazione”).&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con il Trattato di Maastricht la Comunità Europea si assume nuovi ambiti di azione: ambiente, ricerca, cultura, sanità, tecnologia, educazione e formazione professionale coerentemente con la logica del Mercato Comune. Le procedure di voto a maggioranza vengono estese; ma la politica estera consiste in una ricerca della convergenza diplomatica fra i diversi Stati membri – dopo le divisioni in merito alla vicenda jugoslava.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Unione Europea, che nasce con il Trattato di Maastricht, si struttura su tre “pilastri”: politica economica, politica estera, cooperazione giudiziaria e di polizia. Il terzo “pilastro” era rivolto a implementare il Trattato di Schengen (1985) per creare un’area di libera circolazione delle persone. Sempre con il Trattato di Maastricht si decide di procedere con l’unione monetaria fra gli Stati membri. Tuttavia, l’Unione non assume personalità giuridica internazionale e i due “pilastri” degli affari esteri e della cooperazione giudiziaria e di polizia restano di competenza del Consiglio Europeo, cioè del vertice dei capi di Stato e di Governo. Viene rafforzato il Parlamento: chiamato ad approvare la nomina della Commissione il cui insediamento e durata coincidono, dal 1995, con la legislatura parlamentare. Sulle politiche sociali, previste dal Trattato, Gran Bretagna e Danimarca aderiscono con riserva, vale a dire, nei limiti in cui tali politiche non ostacolino il funzionamento del “libero mercato”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di fatto, come è stato osservato, il Trattato di Maastricht, nell’equilibrio dei poteri, determina una perdita di potere dei parlamenti nazionali rispetto agli esecutivi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con la creazione della Banca Centrale Europea, nel 1998, viene creata una struttura sovranazionale autonoma rispetto agli stati membri, ma vincolata, di fatto (sia pure in modo fluido) al Fondo Monetario Internazionale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I problemi per l’unione Europea cominciano a porsi con gli allargamenti verso est. A essi cercano di rispondere i vertici di Amsterdam (1997) e di Nizza (2001) affrontando la questione delle materie sulle quali decidere a maggioranza e il problema della ponderazione dei voti da attribuire ai singoli Stati in sede di Consiglio dei Ministri.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Maastricht e Roma</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>17 mesi di lavoro di una Convenzione presieduta dall’ex-presidente della Repubblica francese Valèry Giscard D’Estaing producono un Trattato istitutivo di una <em>Costituzione</em> per l’Europa il cui testo definitivo è firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Che cosa significa <em>Costituzione</em>? Non c’è alcuna Assemblea Costituente che rappresenti i cittadini europei suddivisi per partiti; sono gli esecutivi i promotori del testo <em>costituzionale</em>; sembra che gli esecutivi vogliano ‘trascendersi’ in una dimensione sovranazionale in modo <em>parzialmente</em> analogo a quanto avvenuto nelle tredici ex-colonie britanniche dell’America del Nord tra il 1776 e il 1787. Viene abolito il sistema dei 2pilastri, viene introdotto il voto a maggioranza per larga parte delle decisioni inerenti il mercato europeo (e materie connesse) e il potere di legiferare è suddiviso tra Commissione Europea, Parlamento Europeo (elettivo a suffragio universale dal 1979) e Consiglio dei Ministri; viene incorporata, inoltre, la <em>Carta dei diritti </em>dell’Unione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Trattato del 2004 sarà bloccato dal processo di ratifica: l’elettorato francese respingerà il Trattato. Trattato che cambierà pelle per assumere i connotati più moderati del Trattato di Lisbona (dicembre 2007, entrato in vigore dopo un complesso processo di ratifica l’1 gennaio 2009.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Domande e ipotesi</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali le differenze sostanziali fra i due Trattati? Gli accenni federalisti e costituzionali presenti nel primo scompaiono nel secondo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché? Perché al “governo delle relazioni europee”, soprattutto se influenti sui rapporti con i paesi terzi, basta la N.A.T.O. e, per il resto, la disciplina del mercato europea è sufficiente. Non occorreva altro, secondo gli esecutivi del tempo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I “tre pilastri” sono stati eliminati e risolti all’interno della competenza legislativa e amministrativa dell’Unione; il processo legislativo, sempre limitato alle materie economiche e alle loro connessioni, è il meccanismo di codecisione che coinvolge la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e il Consiglio dei Ministri. C’è persino l’Alto Commissario per la politica estera; una presenza marginale, di fronte all’azione degli Stati membri.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un corpo economico che si sviluppa all’interno dell’area dell’Alleanza Atlantica, che diventa un vero e proprio gigante economico subcontinentale, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, aveva, di fatto, un peso politico – perché il peso economico è sempre un peso politico. Il paradosso è che le implicazioni politiche del “gigante” sono nelle mani di Stati membri legati, anche allora, al simulacro della sovranità nazionale (pur dopo la Seconda Guerra mondiale: non infrequente esempio di miopia politica). L’Unione ha un carattere intergovernativo nel quale sono protagonisti gli Stati membri, cioè il loro governi. Poteva essere diversamente? No: gli Stati hanno creato l’Unione, ne sono i signori. Sotto la tutela dell’Alleanza Atlantica. Non esiste un’alternativa- e lo dimostra la mancata ratifica del trattato di Roma del 2004. Il “popolo europeo” è la materializzazione di un desiderio che, paradossalmente, attraversa anti-fascisti (come Spinelli e Rossi, autori del celebre <em>Manifesto di Ventotene</em>) e post-fascisti (come Jean Thiriart<em>, Europa. Un impero di quattrocento milioni di uomini</em>). Che non riescono, comunque, a configurare un movimento politico reale, effettivo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non stupisce la trasformazione del Trattato di Roma nel Trattato di Lisbona: il massimo tollerabile dai sovranisti ante-litteram per non perdere gli indubbi vantaggi del mercato comune (trasformatosi in mercato unico) e per non perdere la facciata del piccolo nazionalismo (mai scomparso, per lo meno a livello di psicologia collettiva, nonostante gli esiti molto chiari della Seconda Guerra mondiale). Due fattori premono, tuttavia, oggi, sulle ideologie sovraniste: da un lato l’urgenza di salvare il welfare (di cui ognuno, in Europa, conosce le potenzialità socialmente compattanti), dall’altro l’esigenza di gestire i flussi migratori (assai importanti, in prospettiva per il welfare). L’Alleanza Atlantica è interessata alle grandi tematiche della diplomazia internazionale, ben poco alle tematiche sociali. <em>Questo</em> è lo spazio in cui l’Europa potrebbe crescere, riprendendo lezioni del passato, del <em>welfare</em> degli anni Trenta e partendo dal principio secondo il quale è cittadino europeo è soltanto chi lavora, e che Europa è soltanto quella forma istituzionale che dà lavoro. La compattezza sociale genera la compattezza politica. Lo Stato europeo, lo Stato federale europeo, non può che essere Stato del lavoro. Ma per essere questo, esso deve iniziare a costituirsi come stato del <em>welfare</em>. E, a questo punto, avrà bisogno di un nuovo Trattato, molto diverso dal trattato del 2004 e del 2007.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Francesco Ingravalle</strong></p>
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		<title>PENSIERO RIVOLUZIONARIO</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2023/10/20/pensiero-rivoluzionario/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Oct 2023 22:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[REDAZIONALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché oggi c&#8217;è bisogno di una corrente di pensiero nazionalrivoluzionaria europea?&#160; Perché il sovranismo e l&#8217;identitarismo si sono rivelate categorie insufficienti a definire il superamento dell&#8217;occidentalismo e della sua oggettiva funzione antieuropea.&#160; Perché per Noi un pensiero o è rivoluzionario o non è.&#160; Perché il pensiero nazionalrivoluzionario europeo può agevolmente collegarsi alle lotte dei popoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché oggi c&#8217;è bisogno di una corrente di pensiero nazionalrivoluzionaria europea?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché il sovranismo e l&#8217;identitarismo si sono rivelate categorie insufficienti a definire il superamento dell&#8217;occidentalismo e della sua oggettiva funzione antieuropea.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché per Noi un pensiero o è rivoluzionario o non è.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché il pensiero nazionalrivoluzionario europeo può agevolmente collegarsi alle lotte dei popoli oppressi di tutto il mondo e non gioca a difesa delle macerie occidentaliste.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché non vogliamo morire americani, russi , cinesi o sionisti, ma per un&#8217;Europa Imperiale e amica del Terzo e Quarto Mondo, con i quali abbiamo in comune un percorso di liberazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>DIECI TESI PER L&#8217;EUROPA DI DOMANI</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2023/08/22/dieci-tesi-per-leuropa-di-domani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Aug 2023 22:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dieci Proposte per l&#8217;Europa di domani:  REDAZIONE KULTURAEUROPA</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dieci Proposte per l&#8217;Europa di domani: </strong></p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Costruire spazi di autonomia europea in ambito militare, energetico, del digitale e dell&#8217;AI attraverso il rafforzamento della cooperazione europea.&nbsp;</strong><br></li>



<li><strong>Promuovere la natalità ed il sostegno alle famiglie.</strong><br></li>



<li><strong>Promuovere una politica estera, economica, sociale e militare comune, trasferendo le relative competenze nazionali ad organismi europei dedicati che abbiano una guida a turnazione di ciascun Stato membro.</strong><br></li>



<li><strong>Il Parlamento europeo divenga la Camera delle Competenze europee e partecipative con un sistema di cooptazione governativa, come accade per la Commissione.</strong><br></li>



<li><strong>Creare un sistema di Difesa europeo, che gradualmente si distacchi dalla Nato.</strong><br></li>



<li><strong>Promuovere la modifica dei Trattati per quanto riguarda la BCE ed il suo ruolo di Banca Nazionale Europea nell&#8217;ambito di uno sviluppo sostenibile, che preveda il controllo politico dell&#8217;economia.</strong><br></li>



<li><strong>Introdurre un modello di partecipazione dei lavoratori, sulla base degli esempi già presenti in molti paesi dell&#8217;Unione Europea.</strong><br></li>



<li><strong>Avviare una comune politica di cooperazione economica e militare con i Paesi del Mediterraneo e dell&#8217;Africa subsahariana per controllare e contrastare i flussi migratori clandestini e per rinnovare la presenza europea nel Continente africano.</strong><br></li>



<li><strong>Sostenere ed avviare una rinnovata e reale politica di concorrenza su ogni piano, compreso quello culturale, con i modelli americano e cinese, teso a valorizzare l’Europa quale culla di Civiltà.</strong><br></li>



<li><strong>Potenziare e diffondere una nuova Scuola europea di ogni ordine e grado, su base partecipativa, che favorisca lo scambio tra studenti europei sul piano linguistico e formativo sulla base della comune radice culturale.</strong></li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>EUROPA E DIRITTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Dec 2022 22:45:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In quanto fenomeno sociale, il diritto è legato a precise coordinate spaziali e temporali, non esiste un diritto ideale, sempre uguale a se stesso nel tempo e nello spazio. La consapevolezza della storicità del diritto in tutte le epoche e in tutte le forme di civiltà è fondamentale per comprendere ciò che accade intorno a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>In quanto fenomeno sociale, il diritto è legato a precise coordinate spaziali e temporali, non esiste un diritto ideale, sempre uguale a se stesso nel tempo e nello spazio. La consapevolezza della storicità del diritto in tutte le epoche e in tutte le forme di civiltà è fondamentale per comprendere ciò che accade intorno a noi.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo studio storico del diritto permette di constatare la relatività del fenomeno giuridico contro l’apparente immutabilità dei sistemi giuridici, in particolare di quelli fondati sulla disciplina di un sistema legislativo, e aiuta a superare il pensiero che identifica la società con questo, e che riduce l’osservazione dei fenomeni a pure illazioni ideologiche o di condanna superficiale della Storia europea, anche contemporanea.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le norme giuridiche, come qualunque altro prodotto della civiltà umana, possono essere comprese completamente solo in rapporto con la cultura che le ha generate; solo conoscendo genesi e svolgimento dei fenomeni sociali, questi possono essere pienamente intesi, apprezzati e valutati e si può allora lavorare con essi in modo adeguato, con la libertà, l’elasticità e la fantasia necessarie a trovare nuove soluzioni.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra le varie esperienze storiche del passato, il diritto romano è, per vari motivi, presupposto culturale indispensabile per capire l’Europa odierna: le basi del diritto privato odierno si trovano in quello dell’antica Roma; come i Greci hanno inventato la geometria, i Romani hanno creato la scienza giuridica, hanno messo a punto l’alfabeto del diritto, il quale non è cambiato nei secoli ed è ancora oggi comune a tutta l’Europa continentale e all’America Latina.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I giuristi romani hanno creato una dogmatica (cioè concetti e metodo) giuridica e una terminologia tecnica che costituiscono ancora oggi patrimonio della scienza giuridica europea. Il diritto romano ha dominato due epoche nella storia della cultura giuridica occidentale.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Innanzitutto, quella dell’età antica: il diritto romano è vissuto per un lunghissimo periodo, più di 1300 anni, durante i quali, malgrado si siano verificate enormi trasformazioni, sociali e giuridiche, si può individuare una continuità.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per il tempo eccezionalmente lungo della sua vigenza, per la ricca documentazione conservata e per la sua perfezione tecnica, l’esperienza giuridica romana è unica tra tutte quelle del passato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il suo studio si giustifica, tuttavia, anche perché le radici della cultura giuridica europea affondano nel diritto di Roma; dietro ogni formula del Codice vi è tutto un mondo semantico che riporta alla tradizione romanistica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Infatti, la scienza giuridica nell’Europa continentale si è sviluppata sulla base del diritto romano, il quale ha avuto una seconda vita a partire dall’anno Mille; da questa rinascita del diritto romano si è sviluppata la tradizione romanistica, tuttora a fondamento della cultura giuridica europea e di molti paesi extraeuropei.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Possiamo individuare una cesura tra lo ius commune ancora in fieri nell’esperienza europea e la lex mercatoria che sembra essere ancora oggi l’unica legge comune a tutti gli Stati Membri dell’Unione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Si e no, potremmo dire, perché anche se la lex mercatoria ha prevalso per motivi storici contingenti dal 1957, anno dei Trattati di Roma, fino al 1992, anno del Trattato di Maastricht, dopo, seppur con molta lentezza e gradualità, il principio di uno ius commune che agisse su diversi ambiti (lavoro, fiscale, sociale) si è andato diffondendo e consolidando negli anni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È ovvio che i tempi e le dinamiche storiche dettano le norme ed i soggetti destinatari, ma la questione dei “diritti” vecchi e nuovi è sempre attuale, come attuale è la sfida di conciliare la possibilità della “persona”, come considerata dal diritto romano, di esercitare la sfera dei propri diritti e doveri nell’ambito di un quadro Statuale organico e plurale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo l’Europa rappresenta un unicum nel mondo, proprio perché le sedimentazioni del diritto romano, che oggi deve vedersela sempre più con il common law di matrice anglosassone, hanno tracciato, intersecandosi anche con la tradizione di stampo illuminista, delle linee di tendenza abbastanza nette nel campo dello Stato sociale, del rapporto privatistico e del rapporto dialettico tra Stato e cittadini.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se si riflette un attimo su quale sia invece lo stato dei rapporti dialettici e giuridici laddove non c’è traccia dell’eredità del diritto romano, ovvero negli USA, in Russia ed in Cina, si comprende appieno il divario in termini di cultura giuridica che da secoli ci separa da queste aree del mondo (non le sole per la verità).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In conclusione, il nodo gordiano da sciogliere non è quello di tagliare la Storia europea con l’accetta, in modo infantile e rancoroso, ma di capire che tutta la sua evoluzione ha comunque in sè sviluppi positivi e negativi che possono ancora oggi trovare una sintesi positiva per il futuro, a patto che si riesca a coniugare un NOI europeo in termini politici con la tutela e la promozione dei diritti e dei doveri, in continuità con l’esperienza del diritto universalistico romano. Ci torneremo sopra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>UNA NUOVA PRASSI PER L’AUTONOMIA EUROPEA</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2022/09/07/una-nuova-prassi-per-lautonomia-europea/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2022 22:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa nuova stagione di Kulturaeuropa, abbiamo voluto mettere l’accento sul lavoro di ricerca che ci ha caratterizzato sin dall’inizio del nostro progetto culturale. Ci siamo sempre autodescritti, come “minatori” intenti a scavare nei meandri delle gallerie, per riportare alla luce tesori nascosti e/o dimenticati e dare loro la giusta collocazione nel mondo attuale. Molto, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2022/09/07/una-nuova-prassi-per-lautonomia-europea/">UNA NUOVA PRASSI PER L’AUTONOMIA EUROPEA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questa nuova stagione di Kulturaeuropa, abbiamo voluto mettere l’accento sul lavoro di ricerca che ci ha caratterizzato sin dall’inizio del nostro progetto culturale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ci siamo sempre autodescritti, come “minatori” intenti a scavare nei meandri delle gallerie, per riportare alla luce tesori nascosti e/o dimenticati e dare loro la giusta collocazione nel mondo attuale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Molto, in questo senso è stato fatto, ma molto è ancora da fare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ora è venuto il momento di dare un’ulteriore sterzata verso la costruzione di un corpus dottrinale autonomo che possa fungere da orientamento per chi vuole uscire dal pantano del ragionamento binario costituito da percorsi obbligati.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La questione da noi posta , all’inizio dell’estate, sull’Autonomia Europea è il risultato tradotto in termini reali degli esiti della Conferenza online del 2 Giugno di quest’anno, dal titolo “Europa-Accelerazione-Potenza”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Abbiamo voluto enucleare dal dibattito svoltosi su tre assi, una linea di condotta ed una direzione di marcia concreta, precisa e netta.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&nbsp;Un metodo volutamente diverso e contrario alle solite prassi che antepongono la creazione di un gruppo e/o partito alla linea da intraprendere.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&nbsp;Noi, non essendo né l’uno e nell’altro per una precisa scelta di autonomia “diffusa”, abbiamo scelto la strada della comunicazione di alcune Idee-forza.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Queste, ovviamente lungi dall’essere esaustive e complete, sono comunque da approfondire, elaborare e precisare con un’attenzione costante alle dinamiche reali in pieno svolgimento e sono comunque, di per sé, assi concreti per un ragionamento ampio e articolato che riguarda potenzialmente una platea molto vasta.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Adottare una Linea di pensiero, che possa essere punto di coagulo di energie e forze, è la prassi che intendiamo adottare per sfuggire alla trappola dell’autoreferenzialità che, inevitabilmente, avviluppa tutte le logiche di gruppo e che porta a privilegiare l’interpretazione &#8220;tattica&#8221; dell’attualità spicciola, rincorrendo un consenso viziato e&nbsp; provocando vistosi sbandamenti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ci auguriamo che il dibattito che seguirà il “lancio del sasso” sia franco e leale, scevro dai soliti tatticismi e dal piccolo cabotaggio elettorale, che ci lasciano del tutto indifferenti per i motivi ampiamente spiegati in questi due anni di vita di Kulturaeuropa.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>RAPPRESENTANZA E DELEGA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2022 23:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un’altra questione aperta su cui un’intera corrente di pensiero dovrebbe soffermare la propria attenzione è la questione della rappresentanza politica nell’era della postdemocrazia. Perche’ definiamo questa l’era della postdemocrazia?&#160; Per una semplice ed empirica osservazione dei fatti e dei fenomeni: negli ultimi decenni, l’accelerazione della Tecnica e del Capitale ha messo in crisi i sistemi [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’altra questione aperta su cui un’intera corrente di pensiero dovrebbe soffermare la propria attenzione è la questione della rappresentanza politica nell’era della postdemocrazia. Perche’ definiamo questa l’era della postdemocrazia?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per una semplice ed empirica osservazione dei fatti e dei fenomeni: negli ultimi decenni, l’accelerazione della Tecnica e del Capitale ha messo in crisi i sistemi i rappresentanza&nbsp; dei cd corpi intermedi delle societa’, soprattutto quelle occidentali, dove la rappresentanza delegata ai partiti e/o ai sindacati è in netto calo di consensi , per diversi motivi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quello che riteniamo essere il fattore principale è la semplice constatazione che il rappresentato puo’ fare senza tanti preamboli: gli organismi di rappresentanza democratica sono stati svuotati del loro potere di mediazione tra le istanze del Capitale, quindi economiche&nbsp; e tecniche, e non possono piu’ esercitare le loro funzioni di canali di trasmissione delle richieste delle varie frazioni di interesse che compongono la societa’ di oggi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Venendo meno ogni tipo di voto “ideologico”, se non in una quota sempre piu’ minoritaria, il voto ormai si contraddistingue per una serie di richieste, diverse tra loro ovviamente a seconda degli interessi di ceto e di categoria, che non trovano adeguata rappresentanza nelle sedi istituzionali deputate, per mancanza di un’ effettivo potere in grado di esaudirle in forma contemperata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nessun complotto, nessuna superlobby in azione , niente di tutto questo: è un processo che in tutto il mondo sviluppato ha una sua coerenza con l’accelerazione e lo sviluppo delle forze produttive e l’esautorazione della funzione mediatrice esercitata dagli Stati, dai partiti e dai sindacati per tutto il Novecento.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Messo in luce questo aspetto molto importante , è tutto a posto? Il Re è Nudo? Niente affatto: il problema sullo sfondo rimane ed è il seguente : come dare rappresentanza e partecipazione effettiva ad una societa’&nbsp; di massa avanzata che non sia la riproposizione di modelli storicamente superati?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Partiamo da una considerazione ovvia ma non scontata :&nbsp; la società di massa è elettorale per definizione: gli interessi esigono rappresentanza politica per farsi leggi ad hoc. Naturalmente il problema è quello di bilanciare competenza e rappresentanza, magari come suggeriva &nbsp; Luigi Ferraris con una Camera di eletti e un&#8217;altra di nominati sulla base della competenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una questione quella della “competenza” che ci porta anche a riconsiderare il lascito della Camera delle Corporazioni che in quest’ottica avrebbe una sua ritrovata valenza sociale e politica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Va inoltre considerato un altro aspetto della spinosa questione della rappresentanza delegata&nbsp; : se il sistema demoliberale è in crisi, e di questo nessuno dovrebbe troppo dolersene, non è rinvenibile allo stato nel mondo un “modello” di rappresentanza che eviti la coartazione del consenso e il rischio concreto della compressione, anche violenta ,della Persona da parte di qualsiasi Leviatano.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli “innamoramenti”, per fortuna passeggeri, per certi modelli di importazione che traggono origine da ambiti culturali e sociali distanti mille miglia sia dall’odierno fallimento occidentale ma anche, ci si lasci dirlo forte, dai presupposti etici, giuridici e di pensiero di duemila anni di Civilta’ Europea (greco-romano-germanica) non portano su strade auspicabili in questo senso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per essere ancora piu’ espliciti, gli “innamoramenti” per le&nbsp; autocrazie , i dittatorelli , i partiti unici ,i clan e le tribu’,tutte degenerazioni tiranniche del medesimo spirito democratico, ricordano molto la destra descritta nel fortunato film di Tognazzi “Vogliamo i colonnelli” , i quali oltre ad che essere ripugnanti sul piano Etico , sono del tutto folkloristici ed innocui per il Potere, proprio perche’ odorano di “caserma” e morte.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Piu’ interessante sarebbe approfondire, secondo noi, il filone del “soggetto politico organizzato” descritto da Machiavelli ma che deve trovare una sua rilettura alla luce dei tempi di oggi, in una forma inedita che va indagata ed approfondita, assieme a quanto elaborato in merito allo Stato Organico di Popolo , per il quale vale lo stesso discorso di fondo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il cantiere di ricerca è quindi aperto , i materiali dai quali partire ci sono, basta finirla con le formule ed i “modelli” del passato e rimboccarsi le maniche.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>IL CONFLITTO TRA CAPITALE E LAVORO: IL CONVITATO DI PIETRA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 22:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono anni che in generale si nota un’assenza totale di riflessione sul conflitto Capitale/ Lavoro e sul suo stato di sviluppo oggi.&#160; Dopo decenni di ubriacatura ideologica marxista sul tema, che probabilmente ha pesato molto nella rimozione del tema, è pero’ calato un silenzio assordante che sarebbe bene rompere perche’ lo riteniamo comunque un elemento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sono anni che in generale si nota un’assenza totale di riflessione sul conflitto Capitale/ Lavoro e sul suo stato di sviluppo oggi.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dopo decenni di ubriacatura ideologica marxista sul tema, che probabilmente ha pesato molto nella rimozione del tema, è pero’ calato un silenzio assordante che sarebbe bene rompere perche’ lo riteniamo comunque un elemento centrale per il futuro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le continue ristrutturazioni dei processi di produzione, l’automazione che ha fatto la sua comparsa nelle grandi fabbriche del tessile, dell’auto e del settore metalmeccanico sin dalla fine degli anni settanta, hanno fortemente indebolito la figura centrale del lavoratore di fabbrica, passato rapidamente dalla figura dell’operaio sociale ,cioe’ che proiettava fuori dalla fabbrica il rapporto conflittuale e le sue forme nella societa’ , alla liquefazione e parcellizzazione del tradizionale lavoro operaio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La fine del mercato “protetto “ italiano che durava dal dopoguerra e che possiamo datare intorno al biennio 1992-1993 con l’avvio di una massiccia campagna di privatizzazioni, che al contrario di altri paesi europei, ha coinvolto anche settori fino ad allora ritenuti strategici, la comparsa di nuove figure contrattuali cd atipiche che hanno coinvolto soprattutto le fasce giovanili in cerca di primo impiego, le delocalizzazioni all’estero di rami produttivi di aziende medio-grandi (pensiamo anche al grande indotto della Fiat) hanno concorso in modo massiccio alla scomparsa della conflittualita’, fino ad allora molto forte , tra lavoratori e proprietari del capitale e quindi dei mezzi di produzione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La stessa “smaterializzazione” della produzione, con una forte spinta alla “finanziarizzazione” degli acquisti ,dei beni ed una politica di liberalizzazione degli scambi, perseguita a livello mondiale, tramite organismi come il WTO ed il Fmi , hanno cambiato lo scenario della produzione, del consumo e del commercio, su scala globale, tanto da poter affermare senza tema di essere smentiti ,che il ritorno a politiche meramente nazionaliste in campo economico, sono alquanto velleitarie per qualsiasi Stato sul pianeta. L’economia è ormai interconnessa su scala planetaria, ma questo processo a ben vedere non è un fulmine a ciel sereno, ma il naturale corso dello sviluppo di produzione capitalista nel corso dei secoli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cio’ non vuol dire che a livello di singoli Stati, non sia piu’ possibile adottare le classiche ricette neokeynesiane , cioe’ lo stimolo a maggiori investimenti statali per supportare l’economia, ma che queste politiche sono possibili ove vi sia un blocco&nbsp; economico integrato su base almeno continentale od organismi legati ad aree geografiche coese come l’Unione Europea, gli Stati Uniti ed i paesi dell’anglosfera(Commonwealth) e la Cina.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Russia la escludiamo da questo discorso, avendo un peso economico regionale e non mondiale e poiche’ è essenzialmente fornitore di materie prime e non un trasformatore di prodotti competitivo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo passo verso blocchi continentali omogenei è necessario, tantopiu’ se si vuole essere competitivi su base mondiale: condizione oggi irrinunciabile se si vuole contare nell’ambito del commercio mondiale ed acquisire peso strategico.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Su queste premesse di base, si innesta la vexata quaestio del ruolo dei lavoratori, che come abbiamo visto in precedenza, non assumono piu’ quel ruolo centrale nella produzione che assumevano nel Novecento, ma che sono comunque un fattore determinante nel ciclo produttivo in molti settori. Sono i cd produttori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In coerenza con il tramonto dei corpi intermedi di rappresenanza politica ( i partiti) anche il ruolo dei sindacati e della rappresentanza dei lavoratori è cambiato, assecondando per realpolitik&nbsp; la tendenza che abbiamo descritto, soprattutto per il venir meno di molte delle leve che lo Stato nazionale aveva fino agli anni 90, per poter regolare il mercato del lavoro ed intervenire con adeguati meccanismi correttivi, laddove possibile.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Oggi infatti, al massimo ,l’ obiettivo per i sindacati in Italia è il mantenimento dei livelli occupazionali , la tenuta dei salari (fermi da oltre 20 anni) , le richieste di calmeriare l’inflazione, il ricorso alla cassa integrazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La dimostrazione plastica, di quanto da noi sostenuto, spiega anche l’assenza dello Stato, nella regolazione delle vertenze industriali aperte che vedono protagoniste aziende multinazionali che aprono e chiudono stabilimenti ed impianti sulla base del costo del lavoro e della normativa fiscale piu’ adeguata alle loro esigenze.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se lo Stato non ha il potere di intervenire, semplicemente non interviene ed il sindacato ovviamente puo’ fare ben poco.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema quindi non è stato rimosso, bensi’ semplicemente ignorato, come si fa con lo sporco sotto al tappeto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’ingresso prepotente nel ciclo produttivo di diversi settori dell’automazione, della robotica, dell’AI (intelligenza artificiale) è un altro fattore che bisogna affrontare.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come ogni cambiamento del modo di produzione è insito nelle fasi di ristrutturazione del capitale, come l’introduzione del telaio o della macchina a vapore, mutano le competenze e le qualifiche necessarie ad espletare la prestazione ,il che rende obsolete quelle precedenti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cambia completamente il modo di lavorare, anche fisicamente, se si pensa all’introduzione in molti lavori del cd, smart working che non richiede piu’ la presenza fisica del lavoratore in azienda e apre invece alla possibilita’ di lavorare ovunque.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Battere i piedi ed invocare un nuovo “luddismo” contro la tecnologia serve a poco o nulla, a meno di non voler interpretare il ruolo degli “insignificanti dissidenti”, ma allora che fare?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anzitutto , va posta prepotentemente la questione non su quali siano i modi di produzione che con il tempo mutano, ma il problema principale: su chi deve detenere i mezzi di produzione .</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il falso dilemma su se debba essere lo Stato o i privati, non è di molto interesse, posto il discorso sin qui elaborato ed anche perche’ la natura delle due articolazioni è la medesima, le differenze risiedevano in passato solo nel processo di accumulo del Capitale e nell’ evidente coinvolgimento dello Stato nel secondo , che ne ha determinato comunque l’inadeguatezza con l’accelerazione del Capitalismo finanziario in tutto le aree del mondo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Capitalismo comunque in tutti e due i casi è apolide, ha infatti per vocazione e scopo la creazione di profitto e lo sviluppo delle forze produttive e di impiego del capitale.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Oggi il ricorso al Capitalismo di Stato è riservato in alcuni paesi essenzialmente ai settori strategici oppure riguarda paesi arretrati dove prospera un’oligarchia paramafiosa e periferica..</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo senso, politiche di New Deal o neokeynesiane non possono più , come detto in precedenza, efficacemente essere messe in campo a livello di singole Nazioni e hanno bisogno di una piattaforma quantomeno su base continentale.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Inutili e folkloristici, quindi, i lamenti che si odono per un ritorno ad un Capitalismo di Stato in Italia, il quale peraltro risentiva di un clima internazionale ed economico completamente diverso, e che ha comunque concorso dopo lo slancio degli anni sessanta, all’attuale arretratezza del modello di sviluppo e di competitività su base europea.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema , invece , della proprieta’ dei mezzi di produzione, dell’autogestione e della massima partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili, sono di estrema attualita’, sia perche’ presente in nuce sia nella normativa italiana che in quella europea sia perche’ rappresenta in potenza un vero e proprio esercizio di Contropotere dei lavoratori nei luoghi di lavoro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stupisce, infatti, che un intera area di pensiero non spinga al massimo&nbsp; aggiornandole nei contenuti, queste parole d’ordine, che rientrano comunque nell’album di famiglia, rassegnandosi alla politichetta tatticista&nbsp; , sloganistica e rivolta ad un rivendicazionismo pietistico di “diritti”&nbsp; che spesso non&nbsp; hanno nulla&nbsp; a che fare con il rapporto tra Capitale e Lavoro .</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nella migliore o peggiore delle ipotesi, ci si limita ad auspicare un ritorno fuori tempo massimo alle Partecipazioni Statali degli anni 80&nbsp; .</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cominciare a mettere a fuoco, tenendo sempre presente la realta’, ma non rinunciando ad incidere su una questione che è sempre stata e sara’ sempre centrale in un’economia di stampo capitalista , è gia’ un passo importante e significativo. Noi abbiamo lanciato un sasso in tale direzione, speriamo altri lo raccolgano.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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