Con la guerra russo-ucraina l’Europa sembra essere entrata in una fase decisiva della sua storia moderna. E con essa, in quanto entità nazionale, l’Italia e le sue istituzioni. La recente vittoria di Donald Trump e i rapidi cambiamenti della politica americana nei confronti dell’Europa, ma non solo, sembrano porre l’Unione europea difronte ad un insieme di scelte politiche ed identitarie che ne minano la coesione quasi ad essere al traino degli eventi senza una strategia condivisa e senza la forza per affermare un proprio ruolo. Siamo ad una crisi di fondo, strutturale che inerisce la sua ragion d’essere e che rischia de facto di minare la sua stessa tenuta. Siamo cioè alla “ Finis Europae “ ? Interrogativo che si pone il “ 16° Rapporto sulla Dottrina sociale nel mondo “ edito da Cantagalli nell’ottobre 2024, per l’Osservatorio Van Thuan. Secondo il Rapporto “ è proprio l’Unione a privare l’Europa del suo popolo, privandola dei popoli.”. Sempre nella stessa pubblicazione si afferma che: ” nell’Unione europea è in atto un sistematico progetto di pedagogia delle masse che utilizza la lunga esperienza americana in questo settore e che si avvale delle nuove tecnologie. I popoli europei sono controllati, sorvegliati e la loro vita è indirizzata dall’alto.”. Le varie Nazioni europee sono entrate in una fase di recessione economica e di “ decomposizione etica e sociale “ come nel caso della Francia con l’introduzione dell’aborto tra le libertà costituzionali e “ le stesse Olimpiadi usate come propaganda woke “. La crisi economica della Germania, da due anni in recessione, con aumento ingravescente della disoccupazione, si accompagna ad un disorientamento morale e psicologico ” per le politiche green e l’accentuato immigrazionismo “, con i Land orientali ormai nelle mani del partito AFD che, tutto lascia presagire, continuerà ad aumentare i propri consensi. Questa Europa, afflitta da una visione burocratica e priva di un afflato internazionale di ampio respiro, è in preda a una debolezza cronica e a una incapacità a farsi soggetto attivo sugli scenari internazionali. Nel momento in cui Trump e Putin si pongono come soggetti assertivi e aggressivi, questa Europa incerta, lacerata da una crisi di valori e di classi dirigenti, diventa il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure v’è da dire che l’Unione europea dal punto di vista demografico è superiore agli USA e alla Russia considerati insieme, il pil ammonta nel suo insieme a 17 mila miliardi di euro, è il maggiore esportatore di prodotti finiti e servizi a livello mondiale, nel commercio mondiale con il 13.7% è seconda solo alla Cina mentre gli USA hanno il 10.4%, la sua tecnologia e il suo know how sono all’avanguardia nel mondo. Gran parte dei ricercatori e scienziati americani sono di nascita e formazione europei mentre dal punto di vista militare annovera ben due potenze nucleari anche se il Regno Unito è, dopo la brexit, formalmente ma non geograficamente, di fatto fuori dall’Unione. L’Europa dei 27 paesi è oggettivamente una potenza economica, commerciale, scientifica, tecnologica e militare a livello mondiale. E’ però un nano politico. E questo la ridimensiona pesantemente nei confronti di USA e Cina. “ Perchè una Nazione esista – scrive Jose Ortega – è sufficiente che essa abbia coscienza del suo esistere. “ Ma L’Europa non ha questa coscienza. E non ha questa coscienza perchè non ha una classe dirigente con una cifra europea, impregnata di valori europei, che si riconosca nelle radici della storia europea, radici con origini lontane e risalenti alle Termopili, all’impero Romano con il suo diritto e il suo limes, al Sacro Romano impero e alle abazie benedettine, al mondo del Rinascimento e all’epopea del Romanticismo e della nascita degli Stati Nazione. Quando si è proposta una Costituzione europea essa è nata monca nel momento in cui non si sono riconosciuti i valori giudaico cristiani e i popoli l’hanno rifiutata perchè non l’hanno ritenuta propria. L’Europa di Cirillo e Metodio include il mondo slavo compresa la parte russa ad ovest degli Urali. La Russia, che oggi riscopre la sua natura e vocazione euroasiatica, è la stessa di Pietro il Grande ( 1672-1725 ) e di Caterina II la Grande( 1729-1796 ) che portarono la civiltà europea e i costumi delle dinastie mittleeropee nella Russia delle anime morte, che modernizzarono la società rurale della grande pianura sarmatica. Oggi tutto questo viene a mancare e la classe dirigente russa ha un riflusso verso oriente come accadde dopo le sconfitte subite in Europa nel corso della sua storia come ad esempio nel caso della guerra di Crimea ( ottobre 1853 – febbraio 1856 ). Una vera e forte classe dirigente deve avere la capacità di parlare ai popoli europei, salvaguardando le loro caratteristiche culturali e tradizionali e proponendo valori condivisi e proiezioni politico-strategiche che i singoli stati non possono affrontare da soli e in ordine sparso. Una forte confederazione, rispettosa della storia delle singole Nazioni ma motivata nei grandi temi della difesa, della diplomazia, dell’autonomia energetica e strategica può essere un punto di riferimento tra i player mondiali con una capacità di soft power superiore a qualsivoglia interlocutore. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina vi è stato da parte di Putin un errore strategico fondamentale ove la profondità territoriale è stata preferita all’ elemento valoriale della storia e della prospettiva politica. Dopo tre anni di guerra la Russia ha conquistato meno del 20% del territorio ucraino, ha indotto un oggettivo rafforzamento della Nato con l’adesione tra l’altro della Svezia e della Finlandia, si è buttata nell’abbraccio mortale della Cina, ha costretto le sue popolazioni ad una economia di guerra, conta centinaia di migliaia di morti e feriti ed una gestione molto problematica dei reduci dal fronte. Quella della Russia è una disfatta politica, economica, militare, diplomatica e strategica di proporzioni enormi e soprattutto di difficile soluzione nel futuro delle prossime generazioni. Solo l’Europa poteva e può essere la risposta alle paure ataviche della classe dirigente russa, almeno di quella parte che non si è ancora evoluta in senso moderno ed europeo. La Russia, a dispetto delle analisi di Trump e dei suoi consiglieri, difficilmente, allo stato dell’arte, potrà allontanarsi dalla Cina se non avverrà un cambiamento radicale della classe dirigente moscovita con la conseguente scelta di una nuova collocazione internazionale.
In questo scenario il ruolo dell’Italia appare decisivo nello scacchiere dell’Unione europea per almeno due ordini di motivi. La prima è la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, naturale ponte con l’Africa, che la rende decisiva per gli altri partner europei; la seconda l’attuale rapporto con l’amministrazione Trump che la pone in una posizione di oggettivo vantaggio rispetto a Francia e Germania. La capacità manovriera dell’Italia, spesa nell’interesse dell’Unione europea, ma fortemente consapevole di salvaguardare l’unità e la operatività dell’intera alleanza occidentale, rappresenta una risorsa non solo in termini nazionali ma anche per il contesto dell’Europa. E il governo Meloni si sta muovendo, anche con la diplomazia occulta, con intelligenza e prudenza in tal senso. Non si tratta, come da alcune parti polemicamente si chiede, di scegliere tra l’Europa e gli USA, si tratta di fare gli interessi del blocco occidentale nel suo insieme, perché una inopinata divisione dell’Occidente sarebbe una sconfitta sia dell’Europa che degli USA. Per affrontare le sfide dei vari player internazionali l’Occidente nella sua versione allargata agli alleati asiatici ( Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del sud, Filippine, Taiwan e per certi versi India ) deve essere unita e condividere obiettivi strategici omogenei e compatibili. In tal senso l’azione dell’Italia potrebbe essere particolarmente significativa in quanto, ponendosi quale hub energetico con il continente africano e interlocutore privilegiato per le risorse strategiche quali terre rare ma anche minerali convenzionali, può risultare da volano non solo per la Comunità europea ma per l’intero blocco occidentale. Di particolare interesse risulta la nuova e incentivata collaborazione con l’India sia da parte italiana che della UE. La scelta del governo Meloni di porre al centro la dimensione delle connessioni – Piano Mattei, IMEC, Blue-Raman, ELMED etc. – è, proprio per tale ragione, fondamentale. Come pure per l’intera Unione Europea. Infatti l’Unione è il primo partner commerciale dell’India, con oltre 137 miliardi di scambi, davanti a USA e Cina. Negli ultimi vent’anni il commercio UE – India è triplicato e entro il 2025 è stata annunciata la firma di un accordo di libero scambio UE – India. I pilastri su cui cooperare, oltre l’aspetto economico, sono anche la sicurezza e difesa e proprio la connettività. IMEC, il Corridoio India-Medio Oriente-Europa ideato al G20 indiano con Italia e Stati Uniti tra i primi firmatari, è il progetto di punta per mettere ancor più in sicurezza le nostre economie unendo direttamente India, Golfo Persico ed Europa. E ci sono tutte le ragioni per ritenere che il terminale IMEC in Europa possa essere il porto di Trieste quale destinazione finale del Corridoio. Una analisi esaustiva della UE con i maggiori interlocutori internazionali non può non tenere conto dei rapporti con la Cina. Quest’ultima presenta criticità al suo interno, spesso sottovalutati se non dimenticati dalla informazione internazionale. La sua economia cresce meno del previsto negli ultimi anni, le differenze di sviluppo economico-sociale tra le regioni costiere e l’interno agricolo sono sempre più accentuate, la crisi demografica, nascosta per decenni dai funzionari del Partito comunista cinese per motivi di carriera e di finanziamenti interni, è drammatica con un calo della popolazione a 1,06 miliardi nel 2050 e addirittura a 390 milioni nel 2100 secondo le previsioni più realistiche ed accreditate. In effetti la politica di riforma e di apertura lanciata da Deng Xiaoping nel 1978, con i giovani che hanno trainato la Repubblica Popolare, ha portato il tasso di crescita del pil nazionale su un livello medio del 10% annuo fino al 2010. Tuttavia la politica del figlio unico ha privato gradualmente il paese di tale risorsa. Il tasso di fertilità in Cina è sceso sotto i livelli degli Stati Uniti, del Giappone e di alcuni stati europei. La forza lavoro ha iniziato a diminuire e l’economia è rallentata. Nel 1980 l’età mediana cinese era 22 anni, ma nel 2030 sarà 46 anni. Ben 5,5 anni in più rispetto all’America. Diverso sarà il caso dell’India dove l’età mediana è pari solo a 32 anni. Nel 2050 sarà 39 anni contro i 57 stimati nella Repubblica Popolare. Qui il tasso di dipendenza degli anziani eccederà quello statunitense nel 2033. La Cina “ sta diventando vecchia prima di diventare ricca “ come è stato sottolineato da C. Zhou in South China Morning Post. La Repubblica Popolare comunque, nonostante le gravi criticità allo stato attuale, è l’unica vera potenza in grado di insidiare la supremazia statunitense ed è per questa valutazione che la politica estera americana, con il presidente Obama, ha spostato i suoi interessi e le risorse politico-strategiche nel Mar Cinese, considerando giustamente la Russia una potenza regionale e la UE politicamente insussistente. Ma questa scelta di strategia politica, economica e militare degli USA ha dato maggiore importanza al bacino del Mediterraneo, oggi definito da molti analisti Mediooceano in quanto in grado di connettere l’oceano Indiano e quindi il mar Cinese con l’oceano Atlantico. A tal riguardo il cambiamento climatico potrebbe però stravolgere gli attuali assetti geostrategici se la rotta artica diventasse, con il disgelo, navigabile per gran parte dell’anno, consentendo alla Cina di ridurre di quasi la metà i tragitti marittimi e i costi conseguenti. La rotta artica è un insieme di rotte marittime ( tre sono le principali ) che passano attraverso il Mar Glaciale Artico, collegando l’oceano Atlantico e l’oceano Pacifico; in senso specifico però quando si parla di rotta artica ci si riferisce ad una in particolare, quella che va lungo la costa artica russa dal Mar di Kara fino allo stretto di Bering, lungo la Siberia. Sicuramente il trattato di assistenza reciproca siglato dalla Russia e la Repubblica Popolare cinese e definito “ patto di amicizia eterna “ risponde alle esigenze cinesi di rompere la cintura contenitiva che gli USA hanno costruito con un blocco di alleanze asiatiche davanti alle coste marittime del Dragone. Questo blocco rappresentato da Taiwan, Filippine, Corea del sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda rende problematico lo sviluppo dei traffici marittimi cinesi per cui la rotta artica sarebbe oltremodo importante e in grado di assicurare maggiore respiro commerciale e strategico ai cinesi. La Russia, che ha il controllo della riva artica con le coste della Siberia, ne assicura la navigabilità all’alleato e soprattutto si pone nelle migliori condizioni geostrategiche per lo sfruttamento delle immense risorse presenti nell’Artico. Da qui le rivendicazioni di Trump e dell’attuale amministrazione americana della Groenlandia appetibile, ancor più che per la presenza delle terre rare, per il controllo marittimo delle rotte artiche. E in tal senso la Cina è cinicamente la meno interessata ad affrontare il green deal proprio per le implicazioni riguardo la navigabilità del mar Artico e le conseguenti prospettive economiche e commerciali. Difficilmente perciò sarà possibile agli Stati Uniti allontanare la Cina dalla Russia visti gli interessi che i due partner condividono anche dal punto di vista energetico e militare. Infine dobbiamo trattare i rapporti che la UE dovrà sempre più affrontare con i nuovi soggetti emergenti che rientrano nel club dei Brics e che si pongono in contrapposizione agli attuali assetti internazionali e spesso in aperto contrasto con la politica e la visione unipolare degli USA. E’ indubbio che la sigla Brics (Brasile, Russia, India, Cina e dal 2024 Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti ) raccoglie nazioni con politiche, istituzioni ed interessi profondamente diversi tra loro ma, rappresentando oltre il 47% della popolazione mondiale, vogliono, questo sì con unità di intenti, un cambiamento radicale degli assetti internazionali spesso criticando aspramente istituzioni quali Onu, Wto, Fao etc. e rivendicando un ruolo più assertivo nello scacchiere mondiale. Nei confronti di questa variegata organizzazione di Stati, l’Europa può svolgere un ruolo non secondario e sicuramente di equilibrio nelle dinamiche internazionali, non avendo la postura e gli atteggiamenti assertivi degli USA di Trump che spesso trovano queste potenze emergenti mal disposte al dialogo e alla cooperazione. In tal senso l’UE ha risorse, conoscenze, anche per il suo passato coloniale in particolare olandese, inglese, francese ma anche italiana, collocazione internazionale di mediazione, per instaurare rapporti che inseguono una idea politica globale basata su una maggiore condivisione delle decisioni onde affrontare al meglio le sfide della società odierna. Molti di questi paesi emergenti vogliono affrancarsi dai mercati a cambio fisso con il dollaro costruendo nuove partnership commerciali per assicurare sviluppo e benessere alle proprie popolazioni. Un esempio significativo è rappresentato dall’Indonesia, la più popolosa economia del sudest asiatico che ha scelto di far coincidere il suo ingresso nell’area Brics con il lancio di un ambizioso piano contro la malnutrizione. Molto la UE potrebbe fare per questi Paesi in un fecondo rapporto reciproco di collaborazione sfruttando la indubbia compliance che l’Unione e i singoli Stati europei possono vantare rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti. La visione multilaterale, che ha portato alla costituzione dei Brics, e la ricerca di una risoluzione condivisa dei problemi, che è il terreno naturale su cui si muovono questi Paesi, trova nell’Europa la sponda immediata e politicamente più ricettiva rispetto a visioni di mera e arrogante affermazione di potenza. Una Unione Europea, vero soggetto politico, avrebbe molte possibilità di diventare punto di riferimento nella politica mondiale, in grado di ispirare una visione politica capace di raggiungere un ordine internazionale pacificato, a cui tutti devono collaborare nonostante le attuali difficoltà.
Vincenzo Cancelli
Presidente dell’Associazione culturale aps EUROPA FUTURA
Dove vanno l’Italia e l’Europa?

