È un dato di fatto che oggi in Europa, ed nella quasi totalità degli stati facenti parte della
sfera d’influenza americana, il sistema statale sia organizzato sulla base di un modello
politico definibile come liberal-democratico. Questo sistema politico-imperante nell’area
definita come Occidente- ha come propri capisaldi il rispetto dei principi democratici e la
tutela dei diritti individuali. Tuttavia, è importante riconoscere che questo sistema sia il
risultato di un determinato sviluppo storico e che di conseguenza occorre sempre ricordare
che non abbiamo sempre vissuto in questo tipo di regime politico e che non è così scontato
che continueremo a viverci in futuro. Per analizzare al meglio la situazione occorre quindi
comprendere il contesto storico e i fattori che hanno portato alla formazione di sistemi
liberal-democratici, in particolare ora che per certi versi il modello occidentale appare spesso
affaticato o poco pronto ad affrontare le grandi sfide dei tempi. Al punto tale che sempre più
accademici e studiosi stanno iniziando ad utilizzare termini come “tarda democrazia” o
“post-democrazia” per definire l’epoca in cui stiamo vivendo.
Il sistema liberal-democratico che conosciamo oggi nell’Occidente ha avuto origine da un
lungo processo storico. A partire dall’Illuminismo e la Rivoluzione francese, furono espressi
ideali di libertà, uguaglianza e partecipazione politica, che alla fine si tradussero in
costituzioni democratiche e nella protezione dei diritti individuali. Dando vita ad un modello
politico creato su misura delle esigenze della classe borghese e mercantile, che proprio in
quegli anni stava compiendo la sua ascesa come classe egemone a scapito di nobiltà e
clero. Generando un sistema politico che mette al centro del proprio axis mundi l’idea di un
individuo-inteso come un soggetto politico portatore intrinseco di diritti inalienabili- libero di
muoversi all’interno della società e postulando che gli individui agissero per il proprio
interesse personale, come acquirenti e venditori, contribuendo involontariamente al
benessere della società nel suo complesso. Tutto ciò organizzato in un sistema politico
organizzato dal basso in maniera democratica che garantisse una certa partecipazione
politica popolare e una migliore capacità di controllo del Governo attuata attraverso sistemi
di pesi e contrappesi giuridici. In modo tale da garantire la tutela dei diritti e delle libertà degli
individui, una circolazione pacifica del potere tra i gruppi politici, una maggiore stabilità
politica e una più efficace prevenzione degli abusi di potere.
Questo modello è poi uscito vincitore dal complesso periodo storico e di scontro ideologico
del XX Secolo, che ha visto prima i sistemi liberal-democratici e del socialismo reale imporsi
militarmente rispetto alle alternative nazional-rivoluzionarie italiana, tedesca e non solo; ed
in un secondo momento avere la meglio contro il blocco comunista al termine della guerra
fredda, quando dopo una lunga fase di scontro/confronto militare, economico, sociale e
tecnologico portò al collasso l’Unione Sovietica. Fu a questo punto che molti intellettuali-fra
cui spicca in particolar modo il politologo americano Francis Fukuyama- proposero l’idea di
“fine della storia” e che-con la caduta del comunismo e la vittoria del liberalismo
democratico- si fosse raggiunto il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità.
Sostenendo che il liberalismo democratico rappresentasse la forma di governo finale e
universale, poiché incorpora i valori di libertà individuale, diritti umani e governance basata
sul consenso.
Proprio durante questa fase di apogeo le criticità di tale modello hanno cominciato ad
emergere, o quantomeno a farsi più evidenti. Da un lato la “fine della storia” non si è
verificata, essendo infatti emersi in molteplici paesi sistemi di governo alternativi a quello
liberal-democratico (uno su tutti la Cina “comunista”, ma gli esempi possibili sono molteplici)
maanche l’ondata di democratizzazione avvenuta a cavallo tra gli anni ‘90 e ‘00 ha perso il
suo slancio e pare oltremodo in fase di regressione. Come se ciò non bastasse anche gli
stessi stati democratici hanno cominciato a vivere dei periodi di difficoltà, dimostrandosi in
larga parte poco adatti a reggere e dominare una società liquida troppo fluida e veloce.
Main che senso gli stati liberal-democratici stanno cominciando a vivere uno stato di scarsa
salute? Per fare ciò occorre ora illustrare alcune tendenze oggettivamente in atto nella
nostra società ed analizzarle senza preconcetti ideologici.
In primo luogo occorre prendere coscienza che in tutto l’Occidente è ormai da decenni
costantemente in atto un processo di concentrazione e “privatizzazione” del potere. In una
spirale auto-alimentante il potere e la ricchezza-un tempo più equamente distribuiti- si
stanno lentamente concentrando nelle mani di sempre meno soggetti che in maniera
inversamente proporzionale accentrano su se stessi-e relativi gruppi di riferimento- una
sempre maggiore disponibilità di mezzi e ricchezze in grado di condizionare la vita politica
della Nazione. In particolare in relazione al controllo che questi soggetti hanno sui mezzi di
comunicazione di massa, con la possibilità di dare maggiore-o minore- credito a determinati
candidati e/o proposte politiche a loro più o meno gradite.
Allo stesso tempo vi è stato anche un netto declino della partecipazione politica che si
protrae ormai da tempo e che tiene molteplici cause, tra esse spiccano: una certa
disillusione e sfiducia in un sistema politico spesso ritenuto lontano, difficilmente penetrabile
e poco propenso ad accettare contributi esterni all’interno del sistema decisionale, un
abbassamento del livello medio del benessere economico che spesso coincide con una
minore attenzione delle persone rispetto alla partecipazione politica ed il lento collasso dei
corpi politici intermedi creando una spaccatura sempre maggiore tra base e vertici della
piramide politica e sociale. Tutto ciò senza che la “rete” riuscisse a trasformarsi in un nuovo
medium utile per lo snellimento dei processi decisionali e per la creazione di nuove forme di
partecipazione politica.
A questi fattori si affianca anche la “tecnicizzazione” della politica con la relativa pioggia di
nomine di “esperti” (spesso imposti tacitamente) in posti chiave dell’organigramma dello
Stato. Ciò in parte dovuto al fatto che, anche al netto di indicazioni politiche diverse
espresse dal corpo elettorale o dai partiti, gli Stati sempre più spesso si sono trovati nella
condizione di dover rendere sempre più conto a gruppi d’interesse, soggetti economici o
finanziari in grado di ricattare lo Stato o addirittura imporgli delle decisioni.
In altri termini, riportando quanto scritto da Crouch:”Anche se le elezioni continuano a
svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente
controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e
si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei
cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai
segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in
privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente
interessi economici.”. In poche parole la fase che stiamo vivendo altro non sarebbe che una
fase di crisi del sistema liberal-democratico che, messo in difficoltà dalle sue caratteristiche
intrinseche (come ad esempio la libertà di azione in economia dell’individuo), fatica a
rinnovarsi ed adattarsi ai tempi; in una traiettoria che al momento pare destinata a non
invertirsi.
A complicare oltremodo la situazione vi è anche un certo grado di svantaggio competitivo
che i sistemi liberal-democratici subiscono a favore dei sistemi di altra natura. Sono infatti le
stesse basi morali intrinseche della liberal-democrazia (libertà individuale, uguaglianza di
tutti gli individui, rispetto dei diritti umani, tolleranza e ricerca del pluralismo) a limitare
l’azione dei governi in molte tematiche ad oggi di primaria importanza, se non addirittura
decisive. Numerose sono le tematiche di primaria importanza (come programmazione delle
sviluppo tecnologico, gestione dei flussi migratori, guerra ecc.ecc.) in cui-per non mettere in
discussione fin nel profondo le proprie stesse basi ideologiche- i sistemi occidentali sono
costretti a sforzi disumani di propaganda atti a celare alle masse le proprie fisiologiche
incongruenze.
A partire dalla gigantesca contraddizione delle “guerre per la pace”, passando per il
greenwashing delle multinazionali, alla complessa questione del favoreggiamento della
società multiculturale (idealizzata a paradiso in terra) malgrado le tensioni etniche e sociali
che la questione migratoria sta generando, fino ad arrivare all’ormai crisi sistemica delle
economie occidentali, all’impennarsi costanti delle disuguaglianze economiche o financo alla
costante controversia tra la necessità di costruire degli apparati di sicurezza adeguati ed i
diritti a privacy e riservatezza.
Per gestire questa situazione il gotha occidentale ha quindi dovuto costruire un capillare
sistema di informazione (de facto di propaganda) in grado di riuscire a mantenere salda
l’idea che il sistema liberal-democratico sia il migliore dei sistemi possibili e che esso non
possa essere messo in discussione per nessun motivo. Dando adito all’ennesima
incongruenza, ossia al fatto che a mantenere in piedi l’attuale sistema politico non siano le
classi popolari (teoriche beneficiarie dello stesso) ma la superclasse di ricchissimi, che ha
tutto l’interesse nel fatto che questo sistema si mantenga così com’è. Con tutte le
contraddizioni che ciò produce.
Un potente apparato che viene inoltre costantemente utilizzato per la necessaria ricerca di
(presunti) pericoli-interni o esterni che siano- che riescano a compattare la popolazione con
una paura latente. Essendo i legami comunitari in una costante situazione di sfaldamento (la
base ideologica del sistema postula l’individuo assoluto), la coesione sociale viene quindi
garantita “per negativo”: compattando la popolazione in nome di una sempre presente
situazione di emergenza (a partire dal terrorismo, passandro per la pendiemia o al clima, ma
l’elenco potrebbe facilmente proseguire).
Altra conseguenza di ciò è la crescente polarizzazione politica che le società occidentali
stanno vivendo. Al netto del fatto che il sistema di propaganda è in grado di creare una doxa
dominante, la cui violazione causa necessariamente una squalifica politica, con il tempo il
gruppo dei “dissidenti” alla narrazione portata avanti dai sistemi mediatici è diventata sempre
più nutrita e determinante; fino ad arrivare al punto che (malgrado la fisiologica moderazione
che la cosa porta) molti stati occidentali sono finiti ad essere governati da movimenti o
personaggi politici invisi dell’apparato mediatico ed alle élite economiche che lo stesso
rappresenta. Da Trump ad Orban, passando per Bolsonaro, Boris Johnson o Salvini e
l’elenco potrebbe proseguire ancora. Tutto ciò in un costante clima di guerra mediatica
perpetuo che continua ad inquinare sempre di più il panorama politico occidentale, ed in
futuro magari la tenuta stessa degli stati.
Concludendo mi sento quindi di affermare che l’epoca che stiamo vivendo possa essere
considerata come una fase di transizione in cui dal tradizionale modello liberal-democratico-che abbiamo imparato a conoscere dalla seconda metà del secolo scorso fino a pochi anni
fa- si stia lentamente traslando verso un nuovo equilibrio di “tarda democrazia”, se non
apertamente di post-democrazia. Un sistema che-pur continuando ad essere governato
attraverso un’architettura costituzionale democratica- si configura come un sistema politico
governato dalle grandi lobby economiche e dai mass media (che dalle stesse dipendono).
Una situazione che potremmo definire come di plutocrazia calmierata, dove una superclasse
di ricchissime governa indirettamente la società sfruttando la propria ricchezza per orientare
il dibattito e l’opinione pubblica nella direzione voluta; tutto ciò però senza cestinare le
istituzioni democratiche che in questa maniera perdono il proprio ruolo di vero centro
decisionale della politica in favore di una nuova funzione di controllo e garanzia atta
conglomerare-come possibile- la linea politica imposta dalle élite economiche con le
esigenze politiche, economiche e sociale delle classi popolari.
Pietro Ciapponi

