Giocare da superpotenza

Velleitario: “Confinato nell’ambito del desiderio ambizioso o del vaneggiamento illusorio, senza possibilità di esplicarsi o realizzarsi.”(Dizionario Devoto-Oli)

Chi però, nel magma della vita, può avere coscienza di non possedere le forze necessarie per raggiungere le proprie ambizioni? Soprattutto bisogna chiedersi: si possono raggiungere grandi risultati senza porsi obiettivi al di sopra delle proprie attuali capacità? Se c’è una cosa che distingue i grandi imperi della storia ed ogni superpotenza di oggi, è la valutazione eccezionale di sé. La creazione di un mito che ne consacri la missione civilizzatrice nei confronti degli altri attori, un mito dal linguaggio universale. Nella storia, solo poche grandi potenze sono riuscite a realizzare il proprio mito, portando a compimento la propria impronta strategica. Tante altre collettività invece non sono riuscite a soddisfare i propri sogni e bisogni, sono state velleitarie. Ma tutte, si sono trovate a dover concretizzare una idea di sé, non c’è potenza senza ambizione. Non c’è ambizione senza volontà. Oggi abbiamo tre superpotenze che muovono lo scacchiere mondiale: Stati Uniti, Cina, e in maniera minore la Russia. Tutte e tre in possesso di un vasto territorio ed una vasta popolazione (equilibrio meno armonico per la Russia: vastissimo territorio-popolazione non sufficientemente numerosa). Tutte e tre hanno avuto in passato una idea di sé universale. Gli USA della democrazia liberale e della globalizzazione, la Russia comunista, la Cina che si è percepita per secoli come centro del mondo. Oggi, in tempi di postglobalizzazione queste tre visioni imperiali sono tutte in crisi. Segno della frammentazione e relativa incontrollabilità dei tempi in cui viviamo. Sotto le tre superpotenze esistono, muovendosi negli interstizi da esse lasciati, potenze che per contare devono darsi una missione assai più ampia di ciò che realmente possono. Devono essere ambiziose, velleitarie, devono giocare come delle superpotenze che in realtà (ancora) non sono. Fanno questo per allargare il più possibile lo spettro del loro coinvolgimento negli affari che muovono il mondo, per poi racimolare il possibile e portarlo al granaio della propria strategia. La nazione che sta giocando questo ruolo meglio di tutte è senz’altro la Turchia. Poi possiamo annoverare in questo gruppo il Giappone, la Francia, l’Iran. Altre tre potenze afferibili al gruppo delle potenze appena un gradino inferiori alle tre superpotenze, ma che non si danno una missione universalistica, sono Israele, Gran Bretagna ed India. Sotto di queste i satelliti. Che si dividono in satelliti proattivi, con un certo grado di influenza: Germania, Italia, Polonia, Egitto, Algeria, Australia, Sudafrica, Brasile. E satelliti passivi, cioè praticamente tutti gli altri stati del mondo. Al grado più basso i regimi dediti alla sopravvivenza e gli stati falliti: Corea del Nord, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Afghanistan, Yemen, Sudan, Libia, Siria, Somalia ecc. Un caso atipico di superpotenza universalistica, ma solo dal punto dell’influenza religiosa e culturale è quello della Città del Vaticano. In un mondo in cui nessuno può più raggiungere l’egemonia unipolare, il velleitarismo è diventato un po’ il tratto comune di tutti gli stati che vogliano contare qualcosa. Per delle potenze in ascesa inoltre, questo tipo di posizionamento politico risulta oltremodo necessario, poiché non solo fa sì che si possano avere le opportunità per inserirsi all’interno degli schemi delle superpotenze, cercando di giocare un ruolo dirimente; ma costringe altresì la popolazione a doversi porre ambizioni di superamento del proprio stato attuale, ponendosi delle sfide da affrontare e risolvere per poter crescere. Pensiamo con un esempio storico all’Italia fascista. Potenza minore nel contesto europeo, ma con ambizioni imperiali addirittura rifacentesi all’impero sine fine di Roma antica, il regime mussoliniano può apparire oggi, col senno del poi, come uno stato velleitario, nel senso negativo del termine, ma se non altro costrinse gli italiani a pensare sé stessi in grande, ponendo le basi per lo stato moderno ed il futuro sviluppo economico del dopoguerra. Un aneddoto su tutti. Mussolini fu criticato per aver fatto costruire il nuovo campus della Sapienza, università di Roma, in un’area troppa vasta e con edifici mastodontici per accogliere l’esiguo numero di giovani universitari che allora frequentavano l’ateneo. A novanta anni di distanza invece, quegli spazi giganteschi bastano appena per accogliere la marea di studenti che vi stazionano ogni giorno. Mussolini sarà stato velleitario nel sopravvalutare la decadenza della Gran Bretagna, e quindi a volere come ambizione per l’Italia quella di sostituire gli inglesi nel dominio marittimo del Mare Nostrum. Ma è vero che senza nemmeno porsi l’ambizione di una espansione marittima, né la popolazione, né conseguentemente l’industria e l’intero sistema-paese avrebbero mai potuto mettersi in moto per cercare di conseguire un tale obiettivo in maniera efficace e duratura. L’ambizione quindi, muove nella realtà quotidiana gli ingranaggi spirituali che spingono allo sviluppo. Ma torniamo ad un caso contemporaneo. Abbiamo detto che la Turchia è il paese che oggi stia meglio sfruttando le sue velleità imperiali per espandere la sua influenza, innanzitutto, come sempre, nelle aree più prossime al nucleo della nazione. Cioè per la Turchia il Mediterraneo ed il Medio Oriente, con importanti appendici nei Balcani e nell’Africa profonda. Mavi Vatan la “Patria blu” è il sogno di ristabilire la Turchia come centro imperiale in stile ottomano che si irradii su tutto il quadrante del Mediterraneo orientale facendo da perno e da stabilizzatore in questa area. Per farlo la Turchia si intesta l’irredentismo musulmano sunnita attraverso la struttura politica dei Fratelli musulmani, la causa palestinese, e l’idea di una convivenza delle religioni monoteiste sotto l’egida del sultano di Istanbul. In pratica, la Turchia, che possiede il secondo esercito più numeroso della NATO con circa 2 milioni di effettivi e sta ampliando notevolmente la propria flotta marina, gioca a fare gli interessi degli USA mentre dialoga apertamente con la Russia e si propone come pacificatore nella causa ucraina, e nel frattempo rifornisce l’esercito di Kiev dei micidiali droni Bayraktar. La Turchia è intervenuta a piè pari in Libia, sostenendo il governo di Tripoli grazie alla debolezza dell’Italia, messa fuori gioco dall’intervento di Francia e USA contro Gheddafi. Con il governo di Tripoli, Istanbul ha varato un accordo di pattugliamento delle acque territoriali libiche, disegnate sulla mappa per intrecciarsi direttamente con quelle Turche al largo di Creta. Anche in Somalia la Turchia ha sostituito il ruolo storico dell’Italia come interlocutore privilegiato delle autorità locali, avvantaggiata dalla fede islamica, e lo stesso sta facendo al posto di francesi ed altri occidentali in altre aree dell’Africa. Ha ottenuto per l’Azerbaijan la conquista del Nagorno Kharabakh armeno, si propone come pattugliatrice del Mar Nero nel caso di un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, e in più si è creata un cuscinetto di controllo al confine con la Siria, riuscendo ad insediare a Damasco un governo sunnita più vicino ai suoi interessi. Recentemente poi ha annichilito il PKK costringendo il leader Oçalan a dichiarare la fine della guerra col governo centrale dalle carceri in cui è rinchiuso. Controlla inoltre le rotte migratorie verso l’Europa, costringendo questa a versargli grosse somme di danaro per chiudere il rubinetto. Tutto questo è accompagnato da una forte e sincronica espansione culturale, attraverso il cinema, le serie Tv e non da ultimo il calcio (la Turchia ospiterà con l’Italia gli europei 2032). La Turchia ha inoltre instaurato una comunità degli stati turchi che raccoglie in un gruppo di cooperazione praticamente tutti gli stati dell’Asia centrale, compresa l’Ungheria, che però non è di ceppo turco, giocando sulle comuni origini etnolinguistiche di questi popoli, e sui pregressi dell’Impero ottomano. Insomma la nostra penisola rivale sul Mediterraneo si dà da fare giocando a tutto campo e su tutti i tavoli, ergendosi a modello di civiltà, sfruttando sia la religione che le radici etnolinguistiche, che l’appartenenza alla NATO, per essere presente in tutti i luoghi decisionali e riuscendo così a raccogliere numerose opportunità di espansione della propria influenza. Tutto soprattutto a scapito dell’Europa mediterranea (Italia, Grecia, Francia), vera assente in questa partita, che la Turchia sta giocando con notevole scaltrezza, nonostante le evidenti carenze strutturali dell’economia e la dipendenza militare dall’appoggio USA. Prima di passare a qualche riflessione sull’Europa, vorremmo ora passare ad una breve analisi di una potenza da considerare appena un gradino sotto le tre superpotenze, che riesce a giocare a tutto campo con una retorica estremamente allargata, poggiantesi sull’impero americano, ma che negli ultimi tempi sta riemergendo come un paese con ambizioni veramente notevoli. Stiamo parlando del Giappone.

Il Giappone sebbene dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale sia confitto nell’impero americano, mantiene una sua forte identità nazionale e postura geopolitica. Giocando di sponda con la globalizzazione si propone a livello internazionale come paese pacificatore e garante delle regole, specialmente per quel che riguarda il quadrante dell’Asia Orientale e del sud-est asiatico. Il Sol Levante, già terza economia del mondo con 120 milioni di abitanti e 370.000kmq circa di territorio, suddiviso però in più di 20.000 isole che vanno a formare un’area di dominio marittimo notevolmente estesa, sta silenziosamente, senza troppi clamori mettendo in soffitta le rigide restrizioni dell’articolo 9 della costituzione pacifista dettatagli dagli americani nel postguerra e ricostruendo una delle più forti marine militari al mondo ed ha le tecnologie per dotarsi dell’atomica in pochi mesi, e gli USA, che continuano a controllare l’arcipelago attraverso le loro innumerevoli basi, volenti o nolenti di fronte all’ascesa della Cina non possono evitare che ciò accada. Il Giappone è infatti dentro il quadrilatero di sicurezza indopacifico (QUAD) istituito dall’America con India e Australia in chiave di contenimento anticinese, ma nel frattempo è uno dei maggiori partner commerciali del dragone, ponendosi così in una posizione cardine per la gestione delle relazioni USA-Cina. Inoltre il Giappone è il maggiore investitore estero nell’area ASEAN, gruppo che riunisce i dieci paesi del sudest asiatico, giocando anche qui un ruolo di riferimento per il contenimento dell’espansione economica cinese. Data la sua posizione geografica esso è un alleato imprescindibile degli USA anche per il controllo delle attività nordcoreane e russe nell’area, il Giappone ha un contenzioso con la Russia per le isole Curili a nord di Hokkaido e non ha mai firmato un trattato di pace con la stessa dopo il secondo conflitto mondiale. In molti ambiti si può quindi dire che il Giappone si sovrapponga in maniera corretta e non servile agli interessi americani, sapendo giocare bene il suo ruolo. Allo stesso tempo si allunga silenziosamente verso il Medio Oriente, area da cui proviene il grosso dei propri rifornimenti energetici, ed in particolare verso l’area dello stretto di Hormuz, che ormai da qualche anno pattuglia stabilmente partendo dalla propria base di Gibuti, anche questa concessa dagli americani in prospettiva anticinese. La politica giapponese per il conflitto ucraino è di appoggio incondizionato alla causa di Kiev, nelle sedi europee dei propri consolati e ambasciate è infatti vistosamente esposto il vessillo ucraino, e pochi anni fa ha siglato un trattato di libero commercio con l’UE. Le sue grandi aziende hanno sedi produttive in tutto il mondo e puntano sulla qualità del prodotto, agiscono inoltre da investitori locali acquisendo marchi storici senza alterarne l’aspetto territoriale (vedi il caso dell’acquisizione della Peroni da parte della Asahi). In crisi demografica, non è considerato una minaccia immigrazionale per alcun paese. Possiede inoltre un soft-power tra i più potenti al mondo, e non è il caso qui di stare a raccontare cosa sia la cultura giapponese, i manga, videogiochi, il cibo eccetera. Nazionalismo interno e aria bonaria esterna, particolarismo e identità giocate in equilibrio con pacifismo (declinato secondo i propri interessi) e apertura internazionale, tradizione e modernità, tutto utilizzato anideologicamente, in maniera puramente pragmatica, non ponendosi dunque come paese moralizzatore dei costumi altrui, distinguendosi così dall’occidente progressista, ma allo stesso tempo fornendo un modello di riferimento, specie per i paesi asiatici. Un modello di sviluppo che per esempio ha influenzato la Cina nel suo percorso di crescita tumultuosa assai più di qualsiasi altro modello occidentale. Il Giappone oggi gioca come il primo e più importante partner USA, ma da protagonista, ritagliandosi spazi sempre più larghi all’interno del dominio a stelle e strisce. Con una popolazione ed un territorio di almeno il doppio sarebbe probabilmente la prima potenza al mondo. Tuttavia mantiene l’occhio ben puntato sul benessere della propria popolazione e guardando ai tempi lunghi, non tenta di affrettare la crisi USA-Cina, crisi che una volta scoppiata, la vedrebbe al centro del conflitto che ridisegnerà il globo. La nostra Europa come gioca invece le sue carte? Riesce ad alzare l’asticella delle proprie ambizioni per poter giocarsela a tutto campo nella crisi delle tre superpotenze? La missione universalistica liberalprogressista dei paesi europei era una copia riuscita male di quella dei liberal americani, ed è ora che ci si liberi innanzitutto di questa impalcatura ideologica per ricreare un connubio tra pochi e semplici principi universali da giocarsi sul fronte estero ed i valori identitari che debbono andare a plasmare il fronte interno. Ne proponiamo una coppia: religione pagano-cristiana e principio universale del diritto a non emigrare e di conservare la propria cultura, sintetizzabili col termine “antimperialismo”. L’Europa dovrebbe porsi come alternativa per tutte le piccole patrie esterne ai tre grandi imperi, ponendosi così di fatto come potenza imperiale stabilizzatrice. Utilizzando il cristianesimo come chiave di volta per entrare nei discorsi altrui, partendo da una base di dialogo attenta agli interessi dei piccoli. Deve così riuscire a strappare il consenso dei paesi terzi a USA e Cina. Una revitalizzazione delle radici religiose e filosofiche europee dovrà inoltre essere giocata all’interno come panacea per l’eliminazione dei residuati liberalprogressisti e relativo scardinamento dell’ordine economico globalista e consumistico. Utopia? Per ora chiamiamola velleità, di fronte ad una Europa che ancora unita non è, oltre alle varie misure pratiche proposte nei convegni di Kulturaeuropa, poniamoci l’ambizione di dettare una nuova linea al mondo partendo da un punto di vista unicamente europeo, e non in termini di “umanità” nè tantomeno di singola nazione, così da ricentrarci su quelli che sono i nostri interessi, raggiungibili solo in relazione con gli altri che ci sono intorno, con i nostri prossimi. L’Europa deve nascere su di una convergenza di interessi il più ampia possibile. Deve essere su scala continentale uno specchio di riferimento per il resto del mondo: culture locali che convergono sotto dei valori unici, ma che non annullano le loro differenze. Diventare promotrice di un universalismo dei particolarismi, punto di equilibrio tra frammenti scomposti, risultando così veramente attenta alle profondità dello spirito umano, ridisegnandone le coordinate esistenziali. Rifondiamo l’idea di politica unica europea partendo dall’assunto che ogni persona vuole nascere, crescere i propri figli e morire preferibilmente a casa sua, e che ciò accomuna tutte le culture del mondo, e decliniamo questo concetto in politica estera e quindi anche in politica interna. Fantasia? Proviamo allora a fare un esercizio di politica estera europea unitaria. Poniamo che si riesca a formare un comando militare coordinato unico, e nel tempo si formi un’istituzione unica europea. Partita con gli auspici di formare un nuovo polo liberaloccidentale, questa nuova Europa verrà conquistata dai nazionalisti europei, per deficienza degli avversari. Dopo lotte intestine verrà rifondata una Europa che avrà come polo di politica interna la riscoperta delle radici classico-cristiane e come polo esterno il diritto a non emigrare e godere della propria cultura e della propria terra di tutti i popoli del mondo. Una Europa forte di un comando militare unico dovrà quindi necessariamente passare da un atteggiamento passivo ad uno attivo in tutti i teatri di crisi, conformandosi così ad un atteggiamento da vera superpotenza, naturalmente con una scala di priorità che andrà dai teatri di crisi più prossimi-conflitto con la Russia-Mediterraneo allargato- a quelli più lontani.Andando più nello specifico: nel teatro dell’est europa, una Europa unita dovrebbe prendersi carico del grosso del lavoro di contenimento della NATO nei confronti della Russia, sostenendo gli ucraini nella difesa della loro terra fino a che essi vorranno, e provando a riallacciare un dialogo sottotraccia con la Russia partendo da basi cristiano-identitarie, non bisogna abbandonare la Russia al gioco Stati Uniti-Cina. Un po’ più giù, una Europa unita dovrebbe inserirsi nel conflitto armeno-azero, facendosi garante della stabilità e scalzando la Turchia, troppo pendente verso l’Azerbaijan. Lo stesso nel Mar Nero, dovrebbe essere la marina europea a sorvegliare le acque di fronte all’Ucraina e non la Turchia, per non dire dei Balcani dove ogni influenza esterna dovrebbe essere ridotta al lumicino, in prospettiva di un ingresso degli stati di tutta l’area nella Europa unita. Nel Mediterraneo Orientale: sempre in chiave antiturca, una Europa unita dovrebbe inserirsi nel conflitto siriano, magari con la motivazione di difendere le minoranze religiose per scalzare il governo jihadista insediato da turchi, americani e arabi del golfo. Dovrebbe ergersi a difesa del Libano, nella prospettiva di un indebolimento della posizione americana nel mediterraneo (ma occhio a non fare l’errore di Mussolini!) trattare con Israele un rientro nell’orbita di influenza europea. Essere garante con le proprie navi militari del traffico tra Suez e Hormuz. Intestarsi il supporto alla pacificazione della Libia, anche prevedendo un invio consistente di militari in loco, e qui l’Italia dovrebbe giocare da protagonista. Brandire la cristianità, in Europa esiste il Vaticano, per inserirsi nel gioco africano, ergendosi ad un tempo a difensore dei diritti di libertà religiosa, e dall’altro canto proponendo piani di sviluppo locale (Piano Mattei Europeo), anche qui prevedendo invii di truppe e costruzioni di basi militari solo se necessario, e sopprimendo definitivamente l’impostazione liberaldemocratica da cooperazione allo sviluppo con cui si è proseguita una colonizzazione sottotraccia del continente nero. A livello globale, una Europa unita dovrebbe appoggiare gli USA nel contenimento anticinese. Il sacrificio del rapporto con la Cina potrebbe essere la chiave per intavolare un discorso di cambio di consegne nel controllo del quadrante euromediterraneo da parte degli USA. Nel contempo dovrebbe richiedere un mutamento della formula del consiglio di sicurezza ONU attestandosi come potenza unica, invece che avere i due seggi deboli di Francia e UK, ma chiedendo l’ingresso nel consiglio di potenze come India e Giappone. Al suo interno dovrebbe promuovere un sistema economico differente, basato sui principi di sussidiarietà, partecipazione, uguaglianza dei diritti di partenza(merito) e qualità e tracciabilità del prodotto per proporlo come propria bandiera per lo sviluppo integrale dei popoli in sede internazionale. Suggestioni? Porsi delle velleità vuol dire avere l’ambizione di giocare in grande, se non si pongono i limiti estremi ideali per una politica estera comune europea ci sarà il rischio che giunta l’opportunità di fare una Europa unita non si sappia nemmeno da dove cominciare. Poniamoci quindi altissime ambizioni, le più alte e velleitarie, in senso buono, possibili. Che questo poi ci porti ad una sconfitta o ad una vittoria, sarà la storia a dirlo, ma chi non rischia……

Luigi Corbelli

 

 

 

 

 

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *