Europa Potenza – Conquistare l’UE Prima che sia Troppo Tardi

Il Contesto Logistico

Lo Stretto di Hormuz è un così detto choke point, cioè un passaggio – in questo caso marittimo, ma il termine vale anche per quelli terrestri – strategico a livello mondiale. Un collo di bottiglia, insomma.

Secondo i dati della Energy Information Administration (EIA) americana e della International Energy Agency (IEA), da Hormuz transitano il 20% del consumo globale di petrolio e liquidi petroliferi (20-21 milioni di barili al giorno) e circa il 20% del commercio mondiale di LNG (principalmente dal Qatar).

Si tratta di un traffico consolidato da decenni, e dunque qualsiasi tensione, incidente o avversità ambientale nella zona genera effetti a catena di portata e intensità variabile ma sempre considerevole.

Economia delle Forniture

Sono essenzialmente due le forme base per le forniture: contratti (annuali o pluriennali) basati su prezzi fissati tramite contrattazione sulla base di indici significativi, oppure forniture a prezzi spot.

I primi riflettono gli esiti di una contrattazione o di un accordo produttore-consumatore, con prezzi tendenzialmente stabili e volumi prenotati. In questa circostanza le forniture tendono ad avere prezzi stabili anche durante le fasi di crisi, almeno entro certi limiti e al netto di vere e proprie interruzioni inevitabili. Possono verificarsi delle speculazioni, ma l’eventuale speculatore ha poco margine di manovra e soprattutto è immediatamente riconoscibile lungo la catena di approvvigionamento. Inoltre, essendo i volumi prenotati, il produttore/fornitore tende a rispettare la consegna e la quantità di materia prima che può finire sul mercato spot è limitata teoricamente al surplus in eccesso rispetto ai volumi oggetto dei contratti.

Negli ultimi vent’anni circa, e in modo più accentuato dopo il 2022, il mercato è diventato quasi interamente spot: il petrolio, certamente, è dominato da Brent e WTI, ma è il gas ad aver avuto la svolta più drastica passando dalle forme contrattuali precedenti (con orizzonti temporali a 10, 15, talvolta anche 20 anni, che assicuravano prezzi contenuti e più o meno stabili) ad un vero e proprio far west speculativo.

Nel caso dell’Unione Europea, l’ormai noto TTF (Title Transfer Facility) non è un semplice indice alla borsa di Amsterdam, ma il vero e proprio benchmark di riferimento per quasi tutto il gas europeo (non solo per le forniture industriali ma anche per quelle domestiche). Il TTF è un vero e proprio hub virtuale e super-liquido: gli scambi avvengo nell’arco delle 24 ore su piattaforme come l’ Intercontinental Exchange (ICE) e nei mercati digitali correlati, consentendo la negoziazione continua senza interruzioni. Ciò significa che le piattaforme di trading per i titoli tokenizzati operano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Essendo virtuali, la negoziazione, la compensazione e la regolazione sulla blockchain degli asset finanziari non ha le limitazioni (soprattutto orarie) di borsa tradizionali.

Cosa succede in questo mercato digitale senza interruzioni? In primo luogo le entità speculative (che non sono necessariamente figure fisiche o società, ma anche algoritmi, hedge fund e banche) entrano e escono nel giro di poche ore e in qualsiasi momento con posizioni letteralmente enormi. Questa volatilità è amplificata dalla quantità di dati: i prezzi sono influenzati in tempo quasi reale da qualsiasi tipo di notizie ritenute rilevanti, dall’aggiornamento in tempo reale dei volumi stoccati, delle condizioni meteo, dai flussi di LNG, in certi casi anche dalle dichiarazioni pubbliche sia degli attori di filiera che dei politici e dei think-tank, anche e soprattutto via social.

Solo nell’area UE, ma sempre più anche nell’Europa orientale, oltre il 60% delle forniture è indicizzata al TTF: quando gli speculatori decidono di far impennare i prezzi, non esiste contratto che metta al riparo l’industria.

Non Tutte Rose e Fiori

I contratti precedenti avevano sicuramente il pregio di ridurre l’incertezza e le speculazioni, ma in caso di crollo dei prezzi spot escludeva i soggetti contraenti dalla possibilità di guadagnare o risparmiare in queste fasi di caduta. I fornitori storici, quindi Norvegia, Qatar, Russia e USA sono ovviamente più orientati al mercato spot: margini incommensurabilmente più ampi e guadagni enormi sono strettamente connessi con la possibilità di generare bolle speculative che i contratti pluriennali non consentono.

Grandi compratori come Italia, Germania e Francia stanno cercando di uscire da questa situazione di esposizione totale alle speculazioni, tornando a contratti di vecchio tipo soprattutto con USA e Qatar, ma ormai il TTF e i prezzi spot regnano quasi incontrastati e nessun fornitore e/o speculatore desidera questo ritorno al passato. Fra l’altro l’unione di TTF e spot ha integrato nel sistema molti più fornitori di prima, e garantisce maggiori guadagni per tutti – rendendo il sistema molto fragile e volatile, certo, ma hey, chi non vuole guadagnare il più possibile nel minor tempo consentito dalle tecnologie su cui poggiano le speculazioni?

…e la UE?

La Commissione Europea ha applicato con rigore le regole del mercato unico interno in tema di aiuti di Stato, antitrust, liberalizzazione ecc quando si trattava di imprese o governi degli Stati Membri per evitare le ormai pseudo-mitologiche “distorsioni del mercato UE”.

Tuttavia ha contribuito attivamente alla dominanza del mercato spot nel gas con le sue stesse politiche di liberalizzazione energetica. Il risultato: prezzi volatili e speculazioni amplificati dal TTF di Amsterdam e dalla spregiudicatezza finanziaria, morte per asfissia delle forniture stabili basate su contratti annuali o pluriennali.

In particolare la Commissione Europea non ha mai imposto o incentivato quote minime di contratti a lungo termine. Anzi al contrario, dal 1998 in poi, con l’avvento dell’era delle Direttive di liberalizzazione e soprattutto dopo l’Energy Sector Inquiry del 2007, la Commissione ha visto i contratti a lungo termine (LTC) come potenziali barriere alla concorrenza, e ha quindi avviato procedimenti antitrust contro gli LTC. Con questa presa di posizione la Commissione Europea ha accelerato il passaggio al mercato spot.

Non solo: nel pacchetto Decarbonisation of the Gas Market del 2021 la Commissione Europea ha esplicitato che i contratti pluriennali non devono essere prorogati oltre quella data, per non bloccare il così detto net-zero 2050. Un segnale chiarissimo che i contratti stabili erano considerati un problema – e più avanti vedremo perché.

Non è finita qui, comunque. Contestualmente al sostegno, anche con atti ufficiali, dato al passaggio ai mercati spot, la Commissione Europea non ha introdotto limiti al TTF per contenere le speculazioni. L’ha fatto solo dopo la crisi dei prezzi al 200% e oltre del 2021/22, e in modo molto blando: a dispetto del nome “REPowerEU” è stato lasciato campo libero a strumenti volontari orientati comunque al mercato spot, e anche la piattaforma “AggregateEU” del 2023 ha aggregato della domanda ma a breve termine e senza obblighi. Non c’è mai stata una regolamentazione preventiva sui derivati e nemmeno un freno ad algoritmi e hedge fund: il TTF è così rimasto un hub ultra-liquido e speculativo per definizione e per legittimazione.

Insomma, al pugno di ferro con cui la Commissione Europea ha costantemente amministrato internamente il mercato UE non corrisponde altro che una apertura totale al mercato spot globale esterno, nonostante le distorsioni ben più gravi di quelle interne generate dalle speculazioni globali.

C’è da dire che non c’è stato alcun tradimento di qualche premessa diversa da questo: la Commissione Europea è stata coerente con la sua ideologia fondata sull’equivalenza liberalizzazione = più concorrenza = prezzi bassi. Il problema è che questo può valere in tempi di abbondanza, non certo di crisi, e ha inoltre sottovalutato o ignorato la realtà: quando la scarsità e le dinamiche politiche globali entrano in gioco, quella stessa equivalenza moltiplica volatilità e speculazioni.

Gli eventuali tentativi di correggere il tiro arrivano tardi: il prezzo più alto è già a bilancio, e il problema rimane. Per una qualsiasi presunta distorsione interna per qualche aiuto di Stato a un’azienda Bruxelles scatena procedure lunghe anni; per le distorsioni innescate 24/7 dal TTF che costano miliardi alle famiglie e all’industria non interviene e, anzi, legittima il drenaggio di risorse. È questa una scelta ideologica, e la stiamo pagando tutti.

Perché tutto ciò?

La strategia UE degli ultimi vent’anni è andata nel senso della liberalizzazione spinta del mercato energetico, dalle direttive degli anni ’90-2000 fino al “Gas Package” e al recast del 2024, ponendo essa stessa le basi per la speculazione selvaggia attuale. Questo approccio è puramente ideologico sia dal punto di vista economico, sia da quello politico: si inserisce infatti in una logica più ampia per orientare il consenso e l’opinione, rendendo indesiderabili gli approvvigionamenti fossili e spingere l’opinione pubblica a credere che la soluzione fosse la transizione green. Strumenti come ETS e CBAM funzionano allo stesso modo: aumentano a dismisura i costi del sistema attuale per spingere verso alternative low-carbon che però non ci sono, e quando ci sono delle alternative esse sono comunque legate agli indici e sottoposte a speculazione. Le alternative vere (idrogeno verde, biometano su larga scala, eolico/offshore a costi competitivi, nucleare di ultima generazione) non sono ancora strutturalmente e tecnicamente disponibili, e quindi nemmeno economicamente scalabili a sufficienza da sostituire il gas a prezzi accessibili per l’industria, ma nemmeno per il consumo domestico.

Il costo dell’ideologia astratta della Commissione Europea è drammatico e anche in parte misurabile. I prezzi di gas e elettricità sono altissimi: il doppio di quelli USA e circa il 50% in più di quelli cinesi nel caso dell’elettricità, mentre il gas TTF balza senza problemi a +130% in poche ore.

L’impatto è devastante perché la deindustrializzazione è ormai una realtà consolidata, soprattutto in settori a dir poco strategici come acciaio, alluminio, chimica, e prende la forma delle chiusure o delle delocalizzazioni in paesi extra-UE. Non solo: il mercato UE diventa preda dei produttori esterni, che non sono salassati dai costi imposti direttamente o indirettamente dalla Commissione Europea, e possono sostituirsi coi loro prodotti a quelli made in EU.

Liberalizzazione selvaggia e transizione green senza alternative né tutele sono le divinità al cui altare sono state sacrificate lo sviluppo, l’autonomia e la potenza dei paesi d’Europa che stanno nell’Unione Europea, e la Commissione Europea ne è ben conscia.

Il Tabù della Deindustrializzazione

La Commissione Europea parla da circa un anno di reindustrializzazione, ma non ha mai parlato di deindustrializzazione e il termine è diventato quasi tabù nel lessico ufficiale. Eppure se si stabilisce che sia necessario reindustrializzare l’area UE, significa che essa è sottoposta a deindustrializzazione – e ciò è inevitabile. Quando le filiere rispondevano agli obblighi del Green Deal con analisi economiche tanto semplici da essere banali e paventando la deindustrializzazione come primo e fatale effetto di queste politiche totalmente ideologiche prive di realtà tecnica, la Commissione Europea rispondeva senza mezzi termini che senza il Green Deal UE l’Europa sarebbe morta insieme a tutto il pianeta. Oggi, che il pianeta non è morto, l’Europa nemmeno, ma l’economia UE è quantomeno in coma, la Commissione Europea esibisce una poker face da manuale ponendosi come la forza del bene che sta progettando la reindustrializzazione che ci salverà tutti.

Ammettere apertamente che le politiche ideologizzate dalle lobby green ultra-progressiste messe in pratica dalla Commissione hanno messo in moto in appena quattro anni una deindustrializzazione prima impensabile significherebbe riconoscere un fallimento sistemico delle politiche perseguite dagli anni 2010 in poi, con tutto ciò che ne conseguirebbe a livello politico rispetto agli Stati Membri.

Eppure i numeri sono lì, impietosi: -40% di produzione siderurgica e chimica dal 2018; -3% cumulativo per quanto riguarda la produzione dal 2021; un milione e mezzo di posti di lavoro evaporati, e 200mila solo nel 2025 e solo nei settori strategici; quasi 2 punti di PIL persi dal 2018.

Non si può parlare di deindustrializzazione perché ideologicamente contrasta con la narrazione del Green Deal come “opportunità di crescita” e “driver di competitività”. Ammetterlo implicherebbe dichiarare pubblicamente che la decarbonizzazione accelerata insieme ai costi di adeguamento e alle speculazioni spot abbiano prodotto impoverimento netto invece di una transizione vincente verso alternative che non ci sono ancora.

Ursula von der Leyen e la Commissione evitano il termine “deindustrializzazione” nei discorsi ufficiali: non ce n’è traccia negli atti del European Industry Summit di Febbraio 2026, dove si parla di “competitività”, di “autonomia strategica”, si cita largamente il Clean Industrial Deal, con cui reindustrializzare (spoiler: no, non basta, le misure paventate non sono sufficienti nemmeno per un settore di quelli in macerie) ma non si legge mai “deindustrializzazione”. Mario Draghi è stato più esplicito nel rapporto del 2024, e anche nei discorsi del 2026: l’Europa rischia subordinazione, divisione e deindustrializzazione se non diventa “federazione vera” – ma sappiamo che la federazione cui allude è quella ventoteniana, ossia solo un modo per dissolvere le strutture nazionali senza mai puntare alla potenza dell’Europa.

Mentre “deindustrializzazione” è il fantasma che non si nomina ma tutti vedono, “reindustrializzazione” sembra lo scudo che si brandisce urlando ma senza mai iniziare a combattere.

Medio Oriente in Fiamme: e Ora che Facciamo?

La situazione è tossica per l’UE ad ogni livello. Il conflitto ha paralizzato quasi completamente il transito nello Stretto di Hormuz. Il contesto ha già fatto schizzare i prezzi energetici, i meccanismi ETS e CBAM (che non conducono ad alcunché di green, ma sono diventati veri mercati imposti dove si riversano decine di milioni di euro dall’industria alle casse UE) drenano fondi quotidianamente, la tassazione rimane elevata: tutti moltiplicatori d’effetto.

Il 2026 promette cali della produzione industriale UE fino al 7%, fino ad altri 300mila posti di lavoro in meno, altre delocalizzazioni (e una volta spostate extra-UE le linee difficilmente tornano) e soprattutto chiusure.

Lo scenario realistico è questo, se persistono conflitto, struttura speculativa e obblighi green: accelerazione irreversibile della deindustrializzazione; perdita ulteriore di base manifatturiera (vittime principali Italia e Germania); bollette non più pagabili sia dall’industria che dai privati; disoccupazione dilagante; inflazione alle stelle (già in corso).

Conclusione

Non è saggio e nemmeno realistico attendere supinamente che il conflitto in Medio Oriente termini: in gioco ci sono decisioni, strategie e interessi gestiti da altri attori che non sono l’UE e nemmeno l’Europa. L’attesa fiduciosa, gli eventuali richiami a resistere a questi tempi avversi, e i comitati per far calare di qualche centesimo i prezzi dei carburanti al distributore equivalgono solo ed esclusivamente ad una prosecuzione a tempo indeterminato dell’agonia.

Occorre invece che gli Stati Membri, soprattutto quelli trainanti come Italia, Germania e in parte Francia, riprendano in mano l’Unione Europea, riappropriandosi innanzitutto dell’istituto bancario, e soprattutto spostando nelle proprie mani i pieni poteri di cui godono attualmente i burocrati non eletti che a quanto pare rispondono a molte entità (ONG in prima fila) ma non agli Stati che compongono l’Unione.

Smantellare il Green Deal, ricondizionare approvvigionamenti lungimiranti e procedere alla reindustrializzazione anche attraverso l’industria bellica sono solo i primi passi dell’azione necessaria alla formulazione e soprattutto alla pratica di un programma di potenza europea del quale l’Unione Europea nello stato attuale è antagonista.

Prima che sia troppo tardi, e quasi lo è.

Francesco Perizzolo

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