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	<title>ESTERI E GEOPOLITICA Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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	<description>Centro Studi e Laboratorio culturale per il risveglio europeo</description>
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	<title>ESTERI E GEOPOLITICA Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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		<title>Pechino e la legge etnica: il “razzismo di Stato” che non fa notizia ci rivela una verità rimossa</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/11/pechino-e-la-legge-etnica-il-razzismo-di-stato-che-non-fa-notizia-ci-rivela-una-verita-rimossa/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 04:09:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/pechino-legge-etnica-razzismo-stato-verita-rimossa-327809/ La Cina comunista codifica l’assimilazione delle minoranze, mentre in Occidente l’allarme sul razzismo vale solo contro frontiere, identità e remigrazione. Roma, 7 lug – Per mesi ci hanno spiegato che il vero pericolo per l’Occidente era l’Ice negli Stati Uniti, la remigrazione in Europa, il “razzismo di Stato” della destra, il ritorno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/11/pechino-e-la-legge-etnica-il-razzismo-di-stato-che-non-fa-notizia-ci-rivela-una-verita-rimossa/">Pechino e la legge etnica: il “razzismo di Stato” che non fa notizia ci rivela una verità rimossa</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/pechino-legge-etnica-razzismo-stato-verita-rimossa-327809/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/pechino-legge-etnica-razzismo-stato-verita-rimossa-327809/</a></p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La Cina comunista codifica l’assimilazione delle minoranze, mentre in Occidente l’allarme sul razzismo vale solo contro frontiere, identità e remigrazione.</h2>
<p style="text-align: justify;">Roma, 7 lug – Per mesi ci hanno spiegato che il vero pericolo per l’Occidente era l’Ice negli Stati Uniti, la remigrazione in Europa, il “<strong>razzismo di Stato</strong>” della destra, il ritorno del fascismo dietro ogni proposta di controllo delle frontiere. Ogni volta che un governo occidentale prova a riaffermare un principio minimo di sovranità, il lessico è sempre lo stesso: persecuzione, suprematismo, pulizia etnica, autoritarismo. Ora però una potenza comunista, la <strong>Repubblica Popolare Cinese</strong>, mette in vigore una legge che interviene direttamente sulla formazione dell’identità etnica, linguistica e culturale delle minoranze. E il volume, di colpo, si abbassa.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La Cina ha approvato una legge sull’unità e il progresso etnico</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal 1° luglio è entrata in vigore in Cina la legge sulla promozione dell’unità e del progresso etnico, approvata a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo.</strong> La norma viene presentata da Pechino come uno strumento per rafforzare la coesione tra i 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Popolare, all’interno di un Paese da oltre 1,4 miliardi di abitanti. La formula ufficiale è quella dell’armonia: unità nazionale, prosperità comune, lotta al separatismo, consolidamento della comunità del popolo cinese. Ma dietro questa retorica amministrativa c’è un salto politico evidente. La Cina non si limita più a governare le differenze etniche: pretende di definirne i confini, il linguaggio, la memoria e la compatibilità con l’ordine del Partito. Il cuore della legge è il divieto di compiere atti che “<strong>minano l’unità etnica</strong>” o “<strong>creano divisione etnic</strong>a”. La vaghezza della formula è decisiva. In un sistema autoritario – ma anche democratico, il Ddl Gasparri per esempio – una categoria di questo tipo può diventare il contenitore giuridico dentro cui far rientrare una vasta gamma di repressione.<em> </em><a id="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2026/06/china-new-ethnic-unity-law-set-to-entrench-assimilation-of-minority-groups/" href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2026/06/china-new-ethnic-unity-law-set-to-entrench-assimilation-of-minority-groups/" type="link"><em>Amnesty International</em> ha sottolineato proprio questo punto: termini così larghi e non definiti aprono la strada a un’applicazione arbitraria della legge.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la lingua.<strong> Il mandarino viene rafforzato come lingua principale nella scuola, negli enti pubblici e nella vita istituzionale.</strong> <a id="https://apnews.com/article/china-ethnic-minority-assimilation-law-45db00f1d9e301f8704a0c0c057ca994" href="https://apnews.com/article/china-ethnic-minority-assimilation-law-45db00f1d9e301f8704a0c0c057ca994" type="link">Secondo <em>Associated Press</em>, l’articolo 15 della legge impone l’insegnamento del mandarino ai bambini prima della scuola dell’obbligo e per tutto il percorso educativo successivo, fino alla scuola superiore</a>. In regioni come Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna questo non è un dettaglio tecnico, perché la lingua è il primo veicolo dell’identità. Quando una comunità non trasmette più la propria lingua come strumento pieno di istruzione, ma la vede ridotta a materia marginale, folklore o reperto culturale, la battaglia identitaria è già in larga parte compromessa. La legge chiede inoltre alle scuole di formare negli studenti una forte coscienza della “comunità del popolo cinese” e assegna anche alle famiglie un ruolo educativo in questa direzione. Lo Stato non si limita quindi a ordinare dall’alto un nuovo equilibrio amministrativo tra gruppi etnici: entra nella scuola, nei musei, nei media, nelle comunità locali, nelle politiche abitative, nella trasmissione familiare.<strong> La differenza etnica può esistere solo se subordinata a un’identità nazionale superiore, costruita intorno al Partito comunista cinese e alla cultura maggioritaria han.</strong></p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Le minoranze devono adeguarsi alla volontà di Pechino</h2>
<p style="text-align: justify;">È qui che il discorso diventa più serio della semplice denuncia umanitaria. La Cina non sta abolendo formalmente le minoranze. Non dice che tibetani, uiguri o mongoli non esistano. Al contrario, li riconosce proprio per ricondurli dentro una cornice gerarchica di compatibilità politica. La minoranza è ammessa come colore locale, come costume, come elemento decorativo della grande narrazione nazionale. Non è ammessa come soggetto storico autonomo. <strong>Non può produrre una memoria concorrente, una lealtà alternativa, una lingua pienamente pubblica, una religione capace di resistere alla sovranità ideologica dello Stato.</strong> La vicenda degli uiguri nello Xinjiang e quella dei tibetani mostrano da anni la direzione di marcia. Pechino ha progressivamente assorbito la questione etnica dentro il paradigma della sicurezza nazionale. La religione, la lingua, la cultura comunitaria e persino il legame con le diaspore sono stati sempre più spesso letti come possibili vettori di separatismo, estremismo o infiltrazione straniera. La nuova legge, di fatto, codifica questa impostazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto più inquietante, però, riguarda l’extraterritorialità. La legge prevede infatti che anche organizzazioni e individui fuori dai confini della Repubblica Popolare possano essere ritenuti responsabili se accusati di minare l’unità etnica o promuovere divisioni. <a id="https://www.reuters.com/world/china/eu-concerned-by-chinas-new-ethnic-unity-law-which-targets-people-overseas-2026-07-02/" href="https://www.reuters.com/world/china/eu-concerned-by-chinas-new-ethnic-unity-law-which-targets-people-overseas-2026-07-02/" type="link"><em>Reuters </em>ha riportato le preoccupazioni di Unione Europea e Stati Uniti proprio su questo aspetto, segnalando il rischio di repressione transnazionale nei confronti di attivisti, studiosi, giornalisti e comunità della diaspora.</a> Il precedente è evidente: Hong Kong. La legge sulla sicurezza nazionale del 2020 ha già mostrato come Pechino utilizzi il diritto come strumento di proiezione politica oltre i propri confini, trasformando dissenso e attivismo in possibili violazioni della sicurezza statale. Ora lo stesso schema viene applicato alla questione etnica. Chi parla di Tibet, Xinjiang, uiguri, mongoli o diaspora rischia di trovarsi davanti non soltanto la propaganda cinese, ma una pretesa giuridica globale.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Dove sono gli indignati permanenti del “razzismo di stato”?</h2>
<p style="text-align: justify;">Pechino naturalmente respinge ogni accusa. La legge, nella versione ufficiale, vieta la discriminazione e l’oppressione di qualsiasi gruppo etnico e promette l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Ma è proprio questa la forma moderna dell’assimilazione: non dichiarare la soppressione della differenza, bensì neutralizzarla in nome dell’uguaglianza superiore dello Stato. <strong>Tutti uguali, purché dentro la stessa lingua pubblica, la stessa memoria autorizzata, la stessa fedeltà politica, la stessa idea di nazione decisa dal centro</strong>. E allora la domanda politica diventa inevitabile: dove sono tutti quelli che vedono il fascismo ovunque? Dove sono i politici, gli editorialisti, gli intellettuali da talk show sempre pronti a spiegare che una politica migratoria più dura in Europa sarebbe il ritorno degli anni Trenta? Dove sono quelli che davanti alla parola Remigrazione gridano alla legge razziale, ma davanti a una potenza comunista che disciplina minoranze, lingua, scuola, famiglia e diaspore preferiscono non parlare?</p>
<p style="text-align: justify;">Qui non siamo davanti a un governo occidentale che espelle immigrati irregolari o controlla le frontiere. Siamo davanti a uno Stato-partito che pretende di formare un’identità nazionale omogenea intervenendo sui gruppi etnici interni. Se il criterio polemico usato contro l’Occidente fosse applicato con coerenza, questa dovrebbe essere denunciata come una legge etnica di Stato, una legge di assimilazione forzata, una legge che usa la categoria dell’appartenenza come materia politica. E invece la condanna arriva soprattutto dalle organizzazioni per i diritti umani, da alcune cancellerie occidentali, da attivisti tibetani e uiguri. <strong>Molto meno dal circo mediatico che vive di allarmi permanenti sul “fascismo” europeo.</strong></p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La categoria razziale è ancora pienamente moderna</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ragione è semplice: la categoria razziale o etnica viene demonizzata solo quando ritorna nelle rivendicazioni dei popoli europei.</strong> Se un africano rivendica la propria identità, è orgoglio postcoloniale. Se un asiatico difende la propria continuità culturale, è autodeterminazione. Se uno Stato comunista asiatico costruisce una gigantesca ingegneria identitaria, il discorso si fa improvvisamente complesso, geopolitico, sfumato. Se invece un europeo afferma che anche il proprio popolo ha diritto a continuità storica, confini, cultura e trasmissione, allora scatta immediatamente l’accusa di razzismo. Il caso cinese ci costringe dunque a guardare in faccia una verità che il progressismo occidentale rimuove: la categoria etnica non è un residuo arcaico, né un fantasma fascista, né un incidente della modernità. È una categoria politica pienamente moderna. La usano gli Stati liberali quando costruiscono politiche di integrazione, quote, censimenti, minoranze protette e dispositivi antidiscriminatori. La usano gli Stati comunisti quando fondono popoli diversi dentro un’identità nazionale centralizzata. La usano gli imperi quando amministrano pluralità interne. La usano le democrazie quando regolano immigrazione, cittadinanza e rappresentanza. La domanda non è se la categoria esista. Esiste, eccome. La domanda è chi abbia il diritto di usarla, con quali fini e contro chi.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Nessuna grande potenza crede alle favole della globalizzazione</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questo l’uso ossessivo della parola fascismo è sempre più povero e sempre meno descrittivo. Serve a impedire la discussione, non a capirla. Perché se ogni politica dell’identità, del confine, della continuità storica e della composizione demografica è fascismo, allora bisogna avere il coraggio di dirlo anche quando a praticarla è la Cina comunista. Se invece non lo si dice, vuol dire che il problema non è la categoria etnica in sé, ma il soggetto che la impugna. Quando a farlo sono gli europei, scandalo. Quando a farlo sono altri popoli o altri Stati, realismo politico. <strong>La nuova legge cinese mostra anche un altro punto essenziale: nessun grande Stato crede davvero alla favola dell’individuo astratto, sradicato, neutro, privo di appartenenze.</strong> Questa favola viene venduta soprattutto agli europei, ai quali si chiede di non pensarsi più come popoli, ma come somma di consumatori, contribuenti, residenti, cittadini intercambiabili. Le grandi potenze, invece, ragionano ancora in termini di continuità storica, profondità culturale, coesione interna, demografia, lingua, confini simbolici. Pechino lo fa in modo brutale e autoritario, sacrificando le minoranze sull’altare dell’unità nazionale. Ma proprio per questo dimostra che identità, etnia e potere non sono affatto usciti dalla storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente il modello cinese non può essere il nostro. L’Europa non ha bisogno di copiare l’autoritarismo asiatico, né di ridurre la ricchezza dei popoli a un centralismo burocratico. Ma deve smettere di farsi paralizzare dal ricatto morale di chi pretende che solo gli europei non possano difendere se stessi. Il problema non è riconoscere l’esistenza delle identità; il problema è decidere se esse debbano essere governate consapevolmente o lasciate esplodere nel caos, nella sostituzione demografica, nella guerra tra comunità, nell’atomizzazione capitalistica. La Cina ha scelto la via dell’assimilazione statale. L’Occidente progressista ha scelto quella opposta: dissolvere i popoli autoctoni dentro società multiculturali senza centro, salvo poi reprimere moralmente chiunque provi a opporsi. Sono due forme diverse di governo della questione etnica. Una autoritaria, centralizzata, disciplinare. L’altra ipocrita, mercantile, disgregante. <strong>Ma entrambe dimostrano la stessa cosa: la razza, l’etnia, la cultura e la demografia non sono scomparse</strong>. Sono ancora il cuore della politica moderna.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La legge etnica della storia</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questo la legge cinese sull’unità etnica non riguarda solo Pechino, il Tibet o lo Xinjiang. Riguarda anche noi. Riguarda il modo in cui l’Occidente parla di sé, il doppio standard con cui giudica gli altri, la menzogna secondo cui i popoli sarebbero superati dalla globalizzazione. I popoli non sono superati: possono essere assimilati, repressi, sostituiti, amministrati, rieducati, colpevolizzati. <strong><a id="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/" type="link">Ma restano il materiale vivo della storia</a></strong>. Pechino lo sa. Le grandi potenze lo sanno. Solo l’Europa ufficiale finge di non saperlo. E forse è proprio questa la sua colpa più grave.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
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		<title>L’Armenia ed il Suo Futuro Appesi a Un Filo</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 04:21:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche settimana fa, si è svolta una delicata tornata elettorale in Armenia. Questa nazione, sotto molti aspetti, rappresenta l’esempio concreto di quel concetto di criticità geopolitica, che nella nostra visione dovrebbe coinvolgere l’Europa, quale protagonista diretto ed attore risolutivo, in ragione della particolare vicinanza di tali criticità ai propri interessi strategici. La parabola armena, è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qualche settimana fa, si è svolta una delicata tornata elettorale in Armenia. Questa nazione, sotto molti aspetti, rappresenta l’esempio concreto di quel concetto di criticità geopolitica, che nella nostra visione dovrebbe coinvolgere l’Europa, quale protagonista diretto ed attore risolutivo, in ragione della particolare vicinanza di tali criticità ai propri interessi strategici.</p>
<p style="text-align: justify;">La parabola armena, è la storia di un popolo che ha subito sulla propria pelle, ciò che vuol dire l’applicazione concreta del panturchismo. Gli armeni, a ridosso del primo conflitto mondiale, furono l’oggetto fisico da abbattere in quanto, secondo i progetti panturchi, rappresentavano un ostacolo alla realizzazione di quella sorta di unità geografica di tutti i popoli del Caucaso e dell’Asia centrale che, in un modo o nell’altro, potevano essere annoverati nel grande alveo etno/culturale turcofono. Il genocidio armeno è lì a testimoniare quanto, al netto di una certa fascinazione per quello che fu il multietnico e multiconfessionale Impero Ottomano, sia pericoloso e determinato nei suoi scopi il panturchismo. La distruzione dell’Armenia storica che andava ben oltre, per estensione geografica, a quello che è oggi il modesto Stato/nazione armeno, l’eliminazione sistematica di questo popolo, e la cancellazione di ogni traccia della sua civiltà, che proseguono ancora oggi nel XXI secolo, dovrebbe essere un monito fin troppo chiaro soprattutto per noi europei, che troppo spesso sottovalutiamo quella che è l’agenda geopolitica della Turchia moderna. La quale, attraverso il regno ormai più che ventennale del Presidente Recep Tayyip Erdoğan, ambisce a costruire un proprio “spazio imperiale”, che abbracci tanto le rivendicazioni del panturchismo classico, quanto quelle di una proiezione neo ottomana sui Balcani.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Armenia, suo malgrado, si trova pericolosamente stretta in questa morsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Perdendo definitivamente la regione contesa da oltre tre decenni con l’Azerbaijan, l’Artsakh (in lingua armena) o Nagorno Karabakh (in turco/azero), a seguito di una rapida offensiva militare lanciata da Baku nel 2023, che ha causato l&#8217;esodo di oltre centoventi mila armeni, le élite politiche di Yerevan si sono ritrovate con le spalle al muro. Le quali, strette tra le manovre bellicose dell’Azerbaijan, spalleggiato dalla Turchia, e l’isolamento geopolitico provocato dal voltafaccia della Russia, la quale era teoricamente garante dell’alleato caucasico, ma che <em>de facto </em>l’ha svenduto in cambio di accordi economici tanto con la Turchia quanto con l’Azerbaijan, hanno cercato l’appoggio dell’Unione Europea, in questo modo sperando di avere uno spazio di manovra per far sopravvivere l’Armenia stessa, come entità indipendente.</p>
<p style="text-align: justify;">Grande interprete di questa necessità è stato il Primo Ministro Nikol Pashinyan, colui che <em>in extremis </em>ha evitato, un anno fa, il rischio di un nuovo pericolosissimo conflitto con l’Azerbaijan, riuscendo a stilare un trattato di pace l’8 Agosto 2025 con il Presidente azero Ilham Aliyev, attraverso la mediazione del Presidente statunitense Donald Trump.</p>
<p style="text-align: justify;">Un accordo bilaterale criticato principalmente dai partiti di opposizione, platealmente tutti filo russi, che accusano Pashinyan di aver “tradito” l’Armenia, sotto la pressione di non meglio identificati potentati occidentali. Il problema però sta altrove, ed è insito nel posizionamento geografico dell’Armenia, che si trova schiacciata proprio tra Azerbaijan e Turchia, ed in cui il tradizionale tanto sbandierato appoggio di Mosca si è rivelato totalmente inconsistente. Un nuovo conflitto con l’Azerbaijan avrebbe significato la scomparsa totale dell’Armenia, in quanto la disparità di forze militari e finanziarie in favore degli azeri non sono né mera speculazione o complottismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le elezioni di Giugno, svoltesi in un clima di contrapposizione decisamente pesante, hanno visto un’affluenza del 60% degli aventi diritto, ed un’affermazione netta del partito del Primo Ministro Pashinyan, Contratto Civile, capace di raggiunge quasi il 50% delle preferenze. Risultato che garantisce al governo in carica di proseguire nel progetto di diversificazione degli interlocutori cui l’Armenia potrebbe vantare nel futuro prossimo, a dispetto di chi, tanto all’interno della nazione, quanto dalle parti di Mosca, vorrebbe che questo popolo restasse una pedina sacrificabile ad uso e consumo della Russia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pashinyan ha come obiettivo, per il prossimo futuro dell’Armenia, lo <em>status</em> di candidata per l&#8217;adesione all&#8217;Unione Europea, pur ammettendo che il percorso è ancora tutto da stabilire, e qui si celano le maggiori incognite. Senza un supporto deciso e privo d’incertezze dell’Europa, il nuovo percorso dell’Armenia potrebbe rivelarsi al quanto difficile, se non disastroso. Non crediamo c he la Russia rinuncerà facilmente a quello che, da sempre, ritiene un suo vassallo nell’area, su cui mantiene stretti legami economici. In oltre, non c’è da dimenticare che il Presidente azero Aliyev non ha mai nascosto che per lui Yerevan (e quindi l’Armenia in toto) non è altro che un canato armeno, concesso dagli azeri per benevolenza secoli fa, e che sarebbe giunto il tempo di un suo ritorno integrale sotto il controllo dell’Azerbaijan. Chi ha orecchie per intendere… intenda!</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, le elezioni che hanno confermato la linea dell’attuale Governo non possono da sole dirimere questioni che vanno ben oltre il consenso elettorale che, seppur nella sua importanza simbolica, non può eliminare il rischio, o i rischi, che l’Armenia dovrà affrontare nel presente. Così come per la crisi in Georgia, descritta in un precedente articolo, occorre in qualità di europei dimostrare nei fatti, in concreto, il nostro supporto a questi popoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gabriele Gruppo</strong></em></p>
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		<title>Vučić: la Serbia non è “cosa tua”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 03:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Presidente Aleksandar Vučić, dopo quasi due anni di crisi politica e manifestazioni di piazza, ha accettato che le elezioni anticipate, chieste a gran voce da opposizioni e dal movimento studentesco, si dovrebbero tenere tra fine Settembre e metà Novembre, sebbene la legislatura scada ufficialmente a fine 2027. Non era più possibile, per questo camaleonte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Presidente Aleksandar Vučić, dopo quasi due anni di crisi politica e manifestazioni di piazza, ha accettato che le elezioni anticipate, chieste a gran voce da opposizioni e dal movimento studentesco, si dovrebbero tenere tra fine Settembre e metà Novembre, sebbene la legislatura scada ufficialmente a fine 2027.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era più possibile, per questo camaleonte balcanico, trincerarsi dietro a narrative improbabili, circa presunte ingerenze “esterne” contro di lui e il suo governo, o addirittura tacciare le centinaia di migliaia di serbi che manifestano, lo ribadiamo, da quasi due anni, chiedendo la fine della sua paternalistica presenza, con l’aggettivo “terroristi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Aleksandar Vučić, ormai ex presidente, è stato per troppo tempo l’uomo buono per tutte le stagioni politiche, di questa meravigliosa, povera, straordinaria nazione. Abile propagandista, iniziò la sua carriera politica nel 1993 aderendo al Partito Radicale Serbo (SRS), ricoprendo poi il ruolo di Ministro dell&#8217;Informazione durante il governo di Slobodan Milošević negli anni &#8217;90 del secolo scorso. Dismessi i panni del cetnico ministeriale, ed intuendo la fine del sogno della Grande Serbia, seppe riciclarsi come demo/europeista, per poi ritornare ad un nazionalismo definito “pragmatico”, che noi preferiremmo chiamarlo “paraculo”, sull’onda lunga del sovranismo. Capace di accreditarsi presso le cancellerie d’Europa<em>, in primis</em> quella di Angela Merkel, quale traghettatore dello Stato balcanico verso l’UE, aprendo alla possibilità di una normalizzazione nei rapporti bilaterali con il Kosovo, ha saputo in tal modo consolidare un potere a dir poco opaco, e tutto, tranne che sinceramente devoto alla Serbia, alla sua storia, e al suo avvenire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Orban e Vučić; un paragone che non regge</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Definito dal solito giornalismo <em>mainstream </em> il “piccolo Orban”, per alcune somiglianze superficiali con il politico magiaro, Vučić non ha nulla che lo possa lontanamente paragonare a Viktor Orban; né la caratura culturale, né lo stile politico, né l’amore per il suo popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se di Orban, e del suo <em>excursus</em> alla guida dell’Ungheria, abbiamo sempre fatto un bilancio ambivalente, e non temiamo smentite in tal senso, di Aleksandar Vučić possiamo soltanto affermare che, il suo fine ultimo, è sempre stato quello del potere per il potere. Nazionalista “pentito”, quando invitava i serbi del Kosovo a non farsi illusioni sul loro destino, salvo poi, con un’invidiabile faccia di bronzo, strumentalizzare la causa dei serbi presenti al di fuori della madrepatria, Kosovo <em>in primis</em>, pur di dirottare l’attenzione lontano dai pessimi risultati di politiche economiche che hanno oscillato tra il clientelare e il mafioso. Nell’ultimo decennio varie categorie di intermediari, nei settori dell’edilizia e dei servizi collegati, hanno registrato una crescita del loro giro d’affari e dei loro margini di profitto, ben superiori alla crescita della ricchezza complessiva del popolo serbo, costretto a vivere con salari bassi, il costo della vita alto, e disparità sociali marcate. In una nazione dove l’economia sommersa vale non meno del 21% del Pil, ciò vuol dire che gli apparati governativi non si sono soltanto dimostrati inefficienti, nel contrasto al malaffare, ma sicuramente complici di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Volendo poi rimarcare la distanza tra questi due <em>leader</em>, l’approccio con la proiezione strategica della propria nazione, vede di nuovo Viktor Orban quale gigante, se paragonato al trasformista di Belgrado.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Ungheria di Orban, seppe diventare un attore di primo piano nell’Unione Europea, seppur a nostro giudizio in modo non costruttivo, sfruttando le maglie larghe di una struttura organizzativa che permetteva e che, senza modifiche, permetterà anche in futuro, l’insorgere di quella che definiamo un’anomalia sistemica. Inoltre, Orban ha sempre potuto far leva sui mercati finanziari, per reperire investimenti esteri diretti, grazie all’elevata solidità dei fondamentali economici ungheresi, e sulla credibilità della struttura burocratica e dello Stato di diritto magiari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Tony Soprano di Belgrado, invece, dopo iniziali aperture di credito, motivate dai suoi buoni rapporti pregressi con l’Unione Europea, ha potuto soltanto portare alla ribalta un modello clientelare, in cui si specula su tutto, in particolare sulla vita dei serbi, ed in cui i pochi settori realmente dinamici; il settore terziario ed industriale ad alto valore aggiunto tecnologico, non bastano da soli a rendere solida una struttura economica nazionale fragile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra Russia ed Europa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Altro mito da sfatare sarebbe quello secondo cui Vučić sarebbe un devoto panslavista, e che coltiverebbe il sogno del ritorno della Russia nei Balcani.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla di più falso e fuorviante.</p>
<p style="text-align: justify;">La Russia è sempre stata vista dall’ormai ex Presidente serbo, come una sorta di spauracchio, da agitare di fronte all’Unione Europea e alle sue (giuste) reticenze nel concedere troppo credito (leggasi pecunia) al reale stato di cose in Serbia. L’alternanza di posizionamenti di volta in volta strumentali, tra i due poli opposti, ha portato Aleksandar Vučić a non esser più ritenuto credibile né da Mosca, con buona pace dei filorussi italici, né dalle nazioni d’Europa. Infatti, nessuno ha mosso un dito concretamente in suo favore, da quando la rabbia dei serbi è esplosa contro Vučić e la sua cupola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Serbia ad un Bivio o verso uno Stallo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le dimissioni da Presidente di Aleksandar Vučić, e le elezioni anticipate nell’Autunno prossimo, potrebbero essere per la Serbia una grande opportunità per gettarsi alle spalle una fase della propria storia recente, che certo non ha portato molto di positivo per il suo popolo. Tuttavia, troppe incognite restano da superare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opposizione al momento non ha una classe dirigente unitaria nelle figure di <em>leadership</em>, né tantomeno risulta essere coesa ideologicamente. Andare “contro” qualcuno o qualcosa, trovando in ciò un’unità d’intenti, è cosa facile. Costruire una <em>pars construens </em>è un processo politico più complesso, che implica delle capacità che potrebbero non essere tra le caratteristiche di tutti gli attori del variegato panorama di gruppi e sigle che, comunque coraggiosamente, hanno sfidato questo satrapo su scala ridotta negli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio di aver fatto uscire il camaleonte dalla porta, per poi ritrovarlo rientrato dalla finestra, è più che una mera ipotesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gabriele Gruppo</strong></em></p>
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		<title>Il GCC, lo Stretto di Hormuz e l’Ordine Economico Mondiale</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2026 02:46:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.centroitalicum.com/il-gcc-lo-stretto-di-hormuz-e-lordine-economico-mondiale/ La crisi di Hormuz ha scoperchiato il vaso di Pandora, mostrando tutte le debolezze di un blocco di paesi del Golfo che pensava di essere sufficientemente tutelato da quella che era la logica della subordinazione, prima al protettorato britannico e poi agli USA. La III guerra del Golfo e la conseguente chiusura [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/19/il-gcc-lo-stretto-di-hormuz-e-lordine-economico-mondiale/">Il GCC, lo Stretto di Hormuz e l’Ordine Economico Mondiale</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : <a href="https://www.centroitalicum.com/il-gcc-lo-stretto-di-hormuz-e-lordine-economico-mondiale/">https://www.centroitalicum.com/il-gcc-lo-stretto-di-hormuz-e-lordine-economico-mondiale/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La crisi di Hormuz ha scoperchiato il vaso di Pandora, mostrando tutte le debolezze di un blocco di paesi del Golfo che pensava di essere sufficientemente tutelato da quella che era la logica della subordinazione, prima al protettorato britannico e poi agli USA. La III guerra del Golfo e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, daranno luogo ad una crisi energetica dai risvolti ancora difficilmente definibili, e rappresentano una crepa rispetto a equilibri che parevano consolidati, coinvolgendo lo stesso ordine internazionale legato al dollaro e al petrodollaro.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa è il <b>GCC</b> ? Quali le caratteristiche e la situazione degli Stati che lo compongono? Come ha impattato sui suoi aderenti l’attuale stato di guerra, dichiarata o meno che sia, tra<strong> I</strong><b>sraele</b>, <b>USA</b> e<b> Iran</b> ? Perché la libertà di passaggio dello<b> Stretto di Hormuz</b> è per loro vitale? Perché la realizzazione di un nuovo <b>Ordine Economico Mondiale </b>può avere una decisiva ed in parte inaspettata accelerazione? Bene, procediamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <b>GCC</b> è un acronimo che sta a indicare il <b>Consiglio di Cooperazione del Golfo</b>, ad esso aderiscono sei stati arabi del <b>Golfo Persico</b>, ovviamente l’<b>Arabia Saudita</b>, gli <b>Emirati Arabi Uniti</b>, il <b>Qatar</b>, il <b>Kuwait</b>, il <b>Bahrein</b> e l’<b>Oman</b>. Si tratta principalmente di <b>monarchie assolute</b> o <b>emirati</b>, dove il potere è concentrato nelle mani delle famiglie regnanti. Il sovrano, che sia il re o che sia l’emiro, detiene un’autorità suprema assoluta, spesso guidando anche l’apparato religioso, quindi, da questo punto di vista una forma teocratica diversa probabilmente da quella iraniana, ma, per quanto riguarda il potere delle famiglie regnanti è certamente molto più ampio e consolidato di quello che invece caratterizza uno stato molto più complesso e con varie forme di partecipazione, di istanze, di rappresentanza quale l’<b>Iran</b>, certamente meno monolitico e più strutturato in livelli di potere e controllo, mai collegate ad un’unica fonte o ad un’unica personalità, cosa che viene ampiamente confermata dalla capacità di esistere, resistere, operare e reagire nonostante i ripetuti tentativi di ucciderne le figure più esposte e rappresentative.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando ai paesi del <b>GCC</b>, il suo <b>Consiglio Supremo</b> è formato quindi dai capi di Stato che gestiscono la cooperazione regionale con una presidenza a rotazione. I paesi del Golfo adottano una neutralità attiva tra<b> Iran</b>, <b>Israele</b> e <b>USA</b>, cercando di preservare la stabilità interna e sono, come sappiamo, grandi produttori di idrocarburi. L’esigenza di differenziazione economica determinata dall’attuale situazione porta loro a una diversificazione o perlomeno a valutare una diversificazione proprio nelle loro alleanze internazionali, guardando anche e principalmente verso la <b>Cina</b> e l’<b>India</b>. Questo per superare una dipendenza dagli <b>Stati Uniti</b> che sta cominciando a sentirsi e ad apparire stretta, non sempre utile, non sempre contraccambiata dagli stessi <b>USA</b> e che sembra non poter più garantire la stabilità e la sicurezza degli <b>Emirati </b>e degli altri <b>Stati del Golfo.</b></p>
<p style="text-align: justify;">E’ interessante evidenziare che il potere assoluto viene esercitato nei vari <b>Stati del Golfo</b> attraverso titoli sovrani o nobiliari diversi. Le principali differenze sono rappresentate dal <b>Re</b> detto il <b><i>Malik</i></b> che è utilizzato per le dinastie di origine araba, ad esempio, l’<b>Arabia Saudita</b>, il <b>Sultano</b>, che è usato solitamente nelle dinastie di origine indoeuropea come l’<b>Oman</b>, infine l’<b>Emiro</b> che indica un principe, un comandante come può essere nel <b>Qatar</b> e nel <b>Kuwait</b>, spesso, anche in questo caso, con un forte il ruolo spirituale. Questi Stati sono noti storicamente per essere grandi esportatori idrocarburi, come abbiamo detto, e per il loro ruolo di stabilizzatori nel mercato energetico mondiale. Oggi questo ruolo è un po’ incrinato dalle evoluzioni di una crisi che sta andando avanti con poca chiarezza e poca trasparenza, specialmente sulle finalità e sulle possibilità di uscita che appaiono per lo meno nebulose, vista anche la particolare incapacità, da parte degli <b>Stati Uniti</b>, di dare indirizzi precisi e percorsi realmente realizzabili a prescindere dalle <i>boutade</i> a cui ci ormai abituato il Presidente <b>Trump</b>…ma quali sono storicamente i rapporti degli <b>Stati Uniti</b>, del <b>Regno Unito</b>, dell’<b>Europa</b> con le sei monarchie del <b>GGC</b>? Innanzitutto non dobbiamo pensare che i paesi del <b>Golfo</b> siano un blocco compatto e unitario. Assolutamente no, anzi è più paragonabile a un’assemblea di condominio. Infatti sono, a volte, anzi anche abbastanza spesso, molto litigiosi tra di loro, mentre sul piano internazionale fanno scelte diverse e contrastanti. Ecco perché nei rapporti, per esempio, con l’<b>Iran</b>, troviamo suoi alleati storici e nemici acerrimi coinvolti, seppur indirettamente, in guerre ultra decennali, come nello <b>Yemen</b>, tra <b>Arabia Saudita</b> e<b> Iran</b>. Nei secoli hanno imparato a “usare” <b>Washington</b>, <b>Londra</b>, l’<b>Europa</b> e <b>Washington</b>, <b>Londra</b> e l’<b>Europa</b> hanno fatto altrettanto. Il <b>Regno Unito</b> è stato il grande architetto esterno dell’ordine del <b>Golfo</b> tra il XIX e il XX secolo. In fatti nel <strong>1809</strong><strong> e nel </strong><strong>1819, </strong><strong>a</strong> causa dell’aumento delle attività di pirateria che minacciavano i commerci della <b>Compagnia delle Indie Orientali</b>, la <b>Gran Bretagna</b> intervenne militarmente, distruggendo le basi navali locali. Nel <strong>1820 </strong><strong>venne poi imposto </strong><strong>il Trattato Marittimo Generale</strong> agli sceicchi della Costa. Questo trattato sottomise i capi locali, ponendo le basi per il protettorato britannico. Nel 1<strong>853</strong><strong>,</strong> <strong>con la</strong><strong> Pace in Perpetuità, i</strong>l controllo fu ulteriormente rafforzato, che trasformò la zona nel nucleo degli “<b>Stati della Tregua</b>” (o <em><b>Trucial States</b></em>), con gli sceicchi, che rinunciavano alla giurisdizione sugli affari esteri in cambio della protezione britannica. Infine sul f<strong>inire del </strong><strong>XIX Secolo</strong><strong>, con gli</strong><strong> Accordi Esclusivi, i</strong>l controllo si estese agli altri emirati e stati, come il <b>Bahrain</b> e il <b>Kuwait</b>, integrandoli nel proprio sistema di dominio in <b>Asia</b>. In effetti il <b>Regno Unito</b> qualche stato se l’è costruito volutamente e autonomamente, dandogli poi magnanimamente la sua protezione. Gli stessi confini sono fatti più con il righello che su basi etniche, geografiche o storiche. Abbiamo quindi famiglie regnanti che consolidano e conservavano il potere interno, ma <b>Londra</b>,<b> </b>ovviamente, controlla tutto il resto, difesa, relazioni esterne, sicurezza marittima. Non era una colonizzazione classica come avvenne in <b>India</b>, ma comunque era sempre una sorta di sovranità limitata. Il punto focale è proprio questo, infatti il <b>Golfo</b> moderno subisce un impostazione all’interno delle ottiche e delle strategie dell’<b>Impero Britannico</b> e non dentro un’autonoma architettura regionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <b>Kuwait</b> diventerà indipendente nel <b>1961</b>, mentre il <b>Bahrain</b>, il <b>Qatar</b>, gli <b>Emirati Arabi</b> arriveranno all’indipendenza nel <b>1971</b>, quando <b>Londra</b> chiude formalmente la fase del protettorato. Questo però non significa che non rimanga ancora una presenza ed una oggettiva influenza, c’è più che altro una trasformazione della stessa sul piano militare, bancario, diplomatico e di intelligence. Nel contempo gli<b> Stati Uniti</b>, dal <b>1945</b>, sviluppano la loro influenza attraverso l’asset petrolio sicurezza. Il <b>14 febbraio 1945</b>, <b>Roosevelt</b> incontra il re saudita <b>Ibn Saud</b>, che prima della <b>II Guerra Mondiale</b> era stato, per un breve periodo, speranza mal riposta di un possibile raccordo tra le politica imperiale italiana e una possibile volontà di emancipazione dalla dipendenza britannica della dinastia regnante saudita. Sulla nave <b>USS Quincy</b> nasce il paradigma sicurezza americana in cambio di stabilità energetica e accesso privilegiato al cuore del petrolio del mondo. Si tratta quindi di un contratto materiale che asseconda e realizza la strategia americana volta al controllo del <b>Golfo</b>. Tra il <b>1990</b> e il <b>1991</b> con l’invasione irachena del <b>Kuwai</b>t e la conseguente<b> I Guerra del Golfo</b>, questo rapporto diventa ancor più militare. Gli <b>Stati Uniti</b> non sono più soltanto il garante esterno, diventano una infrastruttura fisica presente nel <b>Golfo</b>. La presenza <b>USA</b> si articola e si consolida in <b>Kuwait</b>, <b>Bahrain</b>, <b>Qatar</b>, con accordi di accesso e cooperazione militare. Negli <b>Emirati Arabia Uniti</b>, <b>Oman</b> e <b>Arabia Saudita</b>, si crea una forte infrastruttura militare. In questa realtà, la presenza europea nel golfo si caratterizza da un lato come spazio normativo nell’ambito di quella che è la argomentazione sull’apertura ai diritti umani, al diritto internazionale, alla transazione verde, alla diplomazia multilaterale, dall’altro resta fortemente legata principalmente a contratti riguardanti energia, armi, investimenti, porti logistici. Quindi in realtà l’<b>Europa</b> consolida i suoi rapporti con i fondi sovrani, che instaurano un rapporto privilegiato con tutti gli stati europei. Quindi non è l’amore per la democrazia o per i diritti umani, che anima gli investimenti europei nei paesi del <b>Golfo</b>, ma gli interessi materiali, economici.</p>
<p style="text-align: justify;">Diventa quindi strategico il vertice del <b>2024</b>, primo vertice tra <b>Stati del Golfo</b> e l’<b>Unione Europea</b>, dove l’<b>Europa</b> ha riconosciuto apertamente il <b>Golfo</b> come partner strategico per quanto riguarda commercio energia, investimenti, sicurezza e connettività. Quindi, come abbiamo già accennato, stiamo parlando di Stati anzi di regimi solitamente ben più assolutistici, intolleranti e autocratici, ben peggio dell’<b>Iran. </b>Per tutti un esempio non secondario, la posizione della donna è certamente migliore in <b>Iran</b>, dichiaratamente teocratico, e quindi distante anni luce rispetto alla nostra concezione laica dello Stato, che in <b>Arabia Saudita</b> o negli altri paesi del <b>Golfo</b>. Si evidenzia, poi, una ulteriore palese ipocrisia quando si tende a giustificare le azioni e i comportamenti terroristici messi in atto da israeliani e americani nel conflitto mediorientale, attualmente in corso.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque questa crisi internazionale, questo conflitto locale ma in una posizione pericolosamente vitale per l’economia mondiale, ha in parte stravolto equilibri che si consideravano consolidati, fino a qualche mese fa, dando spazi e opportunità a nuovi attori. Tra questi la<b> Cina</b> e l’<b>India</b>, che sembrano interessati ad acquisire ruolo nei nuovi equilibri regionali e non solo. In realtà la <b>Cina</b> non è un attore improvvisato in quelle che sono le dinamiche del <b>Golfo</b>, infatti è da sempre presente come primario importatore di petrolio, ma negli ultimi decenni ha diversificato il proprio approvvigionamento energetico in altre forme. Nel frattempo però la <b>Cina</b> è diventata un importante connettore, una via di scambio non solo con l’<b>Asia</b>, ma anche con l’<b>Africa.</b> Grazie proprio a questa attività di <i>soft power</i>, la <b>Cina</b> ha acquisito un ruolo nella regione, nel contempo la diversificazione economica non significa solo modernizzazione, ma è una sorta di assicurazione per la vita, per la <b>Cina</b>, ma anche per il resto dei paesi del <b>Golfo</b> e per lo stesso<b> Iran</b>. Questo non significa abbandonare completamente il dollaro, la sua centralità rispetto al petrolio e alla economia basata proprio sul petrodollaro, ma emerge una necessità, per assicurare la sopravvivenza di questi paesi, che porta in sé una forte esigenza di cambiamento, a maggior ragione dopo le dinamiche evidenziate dal conflitto in corso nel <b>Golfo</b>. Inoltre questi paesi non vogliono uscire dal petrolio perché sono diventati ambientalisti, ma non vogliono, in prospettiva, morire geopoliticamente. Quando il petrolio non potrà essere più la fonte per soddisfare le esigenze degli <b>Stati del Golfo</b>, questi dovranno trovare nuove forma di autonomia economica. La via asiatica diventa quindi via di interconnessione, di opportunità negoziali, di accesso a nuovi mercati. L’apertura proprio di reti commerciali con i paesi del <b>Golfo</b>, vede la <b>Cina</b> funge quale elemento di riferimento insostituibile. Il dollaro resta centrale, ma non è più dominante, perché i paesi nel <b>Golfo</b> si sono resi conto che devono cambiare ed… iniziano a cambiare. La <b>Cina</b> è un’architettura alternativa. Secondo i dati del <b>Ministero Cinese</b> nel <b>2024</b>, il commercio tra <b>Cina</b> e i paesi del <b>Golfo</b> ha raggiunto circa <b>288 miliardi di dollar</b>i, rendendo quindi la <b>Cina</b> il principale partner commerciale del blocco dei paesi del <b>Golfo</b>. Il rapporto con l’<b>Arabia Saudita</b>, ad esempio, ormai è strutturale. L’interscambio è arrivato a circa <b>107,53 miliardi di dollar</b>i tra <b>Arabia Saudita</b> e <b>Cina</b>, diventando partner decisamente importanti. La <b>Cina</b> non vuole solo <b>Hormuz</b> aperto, vuole che l’<b>Asia</b> non sia più ostaggio delle possibili tensioni mondiali. Lo <b>Stretto di Hormuz </b>non è solo caratterizzato dal passaggio di circa <b>22 milioni di barili di petrolio al giorno</b> nel <b>2025</b>, ma è una importante linea di transito di fertilizzanti e di altri prodotti verso <b>India</b>, <b>Corea del Sud</b>, <b>Giappone</b>. La <b>Cina</b> assorbe circa il <b>37% </b>delle esportazioni attraverso lo <b>Stretto di Hormuz</b> relativamente al petrolio, ma è importante anche la sua quota di mercato relativamente gli altri prodotti, questo le permette di essere riferimento focale sullo “<b>swapping</b>”, cioè il progressivo utilizzo di altre valute oltre il dollaro nelle transazioni commerciali. La <b>Cina </b>offre al <b>Golfo</b> condizioni che gli <b>Stati Uniti</b> faticano sempre di più ad offrire, cioè relazioni senza questioni ideologiche, senza cambio di regime. Certamente non è altruismo, ma esclusivamente una logica di interesse economico che per le monarchie del <b>Golfo </b>diventa molto più affidabile e appetibile. Un altro elemento di grande interesse è la famosa <b>belt and road initiative</b>, è <b>la nuova via della seta</b>, che non è una semplice iniziativa propagandistica. Infatti già nel primo vertice del <b>2022</b>, tra la <b>Cina</b> e i paesi del <b>Golfo</b>,venne impostato un piano d’azione che ha avuto come “<i>framework”</i> tra il <b>2023 </b>e il <b>2027</b>, con il sostegno reciproco di quelle che sono i <b>free trade agreemen</b>t, cioè gli accordi di libero scambio, trattati che chiaramente non sono solo una questione commerciale, ma un passo verso una nuova geografia economica del <b>Golfo</b>. La <b>Cina </b>diventa sempre meno periferica e diventa sempre più vicina all’<b>Asia</b> allargata.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando ad analizzare l’I<b>ndia</b>, si deve innanzitutto chiarire che l’<b>India</b> non è la copia della <b>Cina</b>, anzi tutt’altro, intanto è diversa anche come potenza ponderata in una maniera differente. L’I<b>ndia</b>, in questo conflitto tra <b>USA</b>, <b>Israele</b> e <b>Iran</b>, si è trovata decisamente in una situazione estremamente precaria. Storicamente l’I<b>ndia</b> cerca di mantenere una posizione equilibrata con tutti gli attori con i quali va ad interfacciarsi, ma questo comportamento non sempre determina ritorni positivi. Oggi l’I<b>ndia</b> soffre terribilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<b>India</b> ovviamente difende la propria sovranità, ma nel dover accontentare tutti perde la sovranità stessa. In questo caso il dato commerciale è molto forte, perché il commercio tra l’I<b>ndia</b> e i paesi del <b>Golfo</b> aveva raggiunto nell’anno fiscale tra <b>2024</b>–<b>2025</b> circa <b>178 miliardi di dollari </b>pari a circa il <b>15,42%</b> del suo commercio globale. Infatti l’<b>India </b>nel 2024 aveva impostato uno <i>action plan</i>, per il periodo dal<b> 2024</b> al<b> 2028</b>, in cui, proprio i paesi del <b>Golfo</b> dovevano fungere da “pompa di benzina” per l’industria, le infrastrutture, la logistica indiana, ma anche come bancomat, a garanzia di quelli che erano i progetti di investimento e i piani di azione congiunti relativamente a salute, commercio, sicurezza, agricoltura, riserve alimentari, trasporti, energia, cultura e tanto altro. Inoltre l’<b>India</b> utilizza per i suoi pagamenti la <b>Reserve Bank of India</b>, la banca centrale indiana, che lavora strettamente con la <b>Banca Centrale degli Emirati Arabi</b>. Questo avrebbe dovuto garantire una maggior sicurezza nell’ambito dell’acquisto di fertilizzanti, petrolio, ponendo la nazione al riparo da possibili crisi di approvvigionamento, ma la guerra rende anche questo aspetto pesantemente a rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre è opportuno ricordare che <b>Cina</b> e <b>India</b> non sono alleate, tuttavia fanno entrambe parte del <b>BRICS</b>, un raggruppamento di economie mondiali emergenti, ma il <b>BRICS</b> non è assolutamente una nuova <b>NATO</b> dell’est, anzi si può affermare che <b>Cina</b> e<b> India</b> sono rivali su alcune questioni importanti e hanno reciproche rivendicazioni territoriali, così come lo sono <b>India</b> e <b>Iran</b>. Tuttavia i membri del <b>BRICS</b> condividono determinati aspetti riguardanti la libertà nelle contrattazioni commerciali, economiche e infrastrutturali relativamente alla sicurezza, al libero utilizzo delle monete e quant’altro sull’argomento. Inoltre appare evidente che gli <b>Stati del Golfo</b> non siano alla ricerca di un nuovo padrone o protettore, ma vorrebbero avere la possibilità di giocare su più tavoli, avere più valute e più compratori, proprio per garantirsi maggior margine di manovra, visto che, quanto sta accadendo oggi, non permette più a loro di fidarsi dell’unico grande ombrello statunitense. La <b>Cina</b> offre una produzione qualificata e su scala industriale, infrastrutture, tecnologie, capacità diplomatica, acquisto massiccio di energia. L’<b>India</b> offre i rapporti privilegiati con i fondi sovrani, gli hub logistici, l’accesso all’<b>Africa</b>, così come la <b>Cina</b> stessa. Quindi sono due rivali, ma ben accettati dai paesi del <b>Golfo</b>, perché garanti di un maggiore equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi si può dire che <b>Hormuz</b> ha scoperchiato il <b>vaso di Pandora</b>, mostrando tutte le debolezze di un blocco di paesi del <b>Golfo</b> che pensava di essere sufficientemente tutelato da quella che era la logica della subordinazione, prima al protettorato britannico e poi statunitense. In effetti anche solo valutando i miliardi persi per il blocco dello <b>Stretto</b> e i danni subiti direttamente per i bombardamenti iraniani delle basi statunitensi, danni certamente collaterali, ma che proprio gli alleati non hanno alcuna intenzione di pagare nemmeno in parte, si palesa l’evidente fragilità di tutto il sistema e la crisi dello stesso. In aggiunta questo viene subito anche da quegli Stati che hanno dato un importante apporto e un indispensabile supporto ai famosi <b>accordi di Abramo</b>, nei cui confronti sia gli <b>USA</b>, che <b>Israele</b> fanno entrambi, scusate la battuta, orecchie da mercante. Si potrebbe dire che forse i paesi del <b>Golfo</b> si sono troppo occidentalizzati, non nei diritti, non nella democrazia, ma nel modo di pensare agli equilibri politici, convinti che effettivamente questa superpotenza americana, questo asse israeliano statunitense fosse realmente inespugnabile, realmente incontrastabile, fraintendendo o sottovalutando quello che avvenne nella <b>Guerra dei 12 giorni</b> del maggio del <b>2025</b>, ove, a una analisi non superficiale, appare effettivamente messa in dubbio e incrinata la supremazia di<b> Israele</b> e degli <b>Stati Uniti</b>. Questa sicurezza ha tradito principalmente i paesi che ospitavano le basi da cui sono partiti poi gli attacchi all’<b>Iran</b>, forse pensavano che l’<b>Iran</b> non avrebbe avuto il coraggio di rispondere, o meglio, di dare lo stesso identico tipo di risposta. Questa è stata la grossa rivelazione, la rottura del <b>vaso di Pandora</b>, aggravata dalla scelta, da parte degli <b>Stati Uniti</b>, di difendere, in via prioritaria e in buona fine esclusiva,<b> Israele</b>, poi successivamente, cercare di tutelare le proprie basi, ma ciò non significava dare protezione al paese alleato, che le ospita. Questo ha determinato il cambio di passo da parte dei paesi del <b>Golfo</b>, che hanno attivato relazioni con quasi tutti i paesi asiatici e non solo, hanno iniziato anche parlare ed effettivamente ad accettare le prime transazioni forti e un ulteriore avvicinamento alla <b>Cina</b>. Iniziare ad accettare le transazioni non più in dollari, crea le condizioni per avviare la transizione verso un nuovo modello di scambi economici, nel contempo si velocizza la transizione verso un’ottica multipolare. Ora bisognerà vedere se gli <b>Stati Uniti</b> vorranno recuperare le posizioni e cosa farà l<b>‘Europa, </b>se inizierà a pensare ad una diversificazione energetica, una diversificazione commerciale, una diversificazione di scambio ovviamente valutario. Alcuni paesi europei sembrano comprendere questo nuovo sentire da parte dei paesi del <b>Golfo</b>, gli <b>Stati Uniti </b>dovranno prenderne atto, ma non sappiamo in che maniera, tuttavia alcuni paesi europei hanno iniziato a valutare questa assenza di tutela reale anche per quanto riguarda il proprio territorio e la possibilità di non rinnovare determinati accordi.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre si è creato un certo interesse, da parte degli stessi paesi del <b>Golfo</b>, per l’utilizzo della <b><i>Multi Central Bank Digital Currency Bridge</i>, </b>un progetto collaborativo che sta sviluppando una piattaforma condivisa per pagamenti transfrontalieri in tempo reale utilizzando diverse valute digitali delle banche centrali (multi-CBDC). Consente transazioni in valuta estera più veloci ed economiche tramite blockchain; i partner includono <b>Cina</b>, <b>Hong Kong</b>, <b>Thailandia</b>, <b>Emirati Arabi Uniti </b>e<b> Arabia Saudita</b>. Quindi se si inizia a utilizzare questo sistema, il dollaro inizierà a subirne le ovvie conseguenze e l’<b>Europa</b> potrebbe esserne negativamente coinvolta, anche se alcuni paesi europei hanno iniziato già a verificarne la plausibilità, potrebbero comunque esserci ritorsioni , le famose tariffe di <b>Trump</b>. Tuttavia in prospettiva questa nuova opportunità potrebbe aumentare gli scambi commerciali ed economici e di investimento con i paesi asiatici e soprattutto con la <b>Cina</b>, creando un effetto domino tale che la crisi derivante dalla <b>III guerra del Golfo</b> e la conseguente crisi dello <b>Stretto di Hormuz</b>, non si concretizzi esclusivamente in una potenziale crisi energetica dai risvolti ancora difficilmente definibili, ma potrebbe essere veramente una crepa rispetto a equilibri che parevano consolidati, coinvolgendo lo stesso <b>ordine internazionale </b>legato al dollaro e al petrodollaro.</p>
<p><em><strong>Ettore Rivabella</strong></em></p>
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		<title>I Balcani quale sfida unitaria d’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 02:52:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“I Balcani sono semplici…”. Così scriveva Demetrio Volcic nel suo libro “Sarajevo. Quando la Storia Uccide”; un piccolo paradosso per un’area d’Europa che, nella sua apparente “semplicità”, produce più storia di quanta sia in grado di gestirne. Un’area complessa, con un passato pieno di contraddizioni, che sta vivendo un presente di transizione, verso un futuro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>“I Balcani sono semplici…”. </em>Così scriveva Demetrio Volcic nel suo libro “Sarajevo. Quando la Storia Uccide”; un piccolo paradosso per un’area d’Europa che, nella sua apparente “semplicità”, produce più storia di quanta sia in grado di gestirne.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’area complessa, con un passato pieno di contraddizioni, che sta vivendo un presente di transizione, verso un futuro ancora tutto da delineare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’area che rappresenta la faglia geopolitica più critica per la prossimità d’Europa, seconda soltanto al delicato stallo del conflitto russo/ucraino. In cui s’intersecano imperialismi dal sapore antico; quello di Mosca e quello turco, la cui reale consistenza di entrambi è stata ambivalente nel corso degli ultimi tre decenni, sovente più superficiale che sostanziale. L’ipertrofia grossolana a stelle e strisce, in cui la voce “Balcani” non ha mai rappresentato nulla di maggiormente significativo, se non nell’ottica di Yalta di destabilizzazione/controllo del nostro continente. In ultimo, il tortuoso approccio del processo d’integrazione portato avanti dall’Unione Europea; visto dai popoli balcanici come un’opportunità di lasciarsi un passato ingombrante alle spalle ma, allo stesso tempo, vissuto nel timore di non essere compresi nella loro “complessa semplicità”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>INTEGRAZIONE EUROPEA: UN PERCORSO IN SALITA?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le nazioni balcaniche già pienamente integrate nell’ambito politico UE sono: Slovenia (2004), la Bulgaria (2007), la Romania (2007) e la Croazia (2013). La presenza dei Balcani nell&#8217;area euro è in crescita; con la Croazia che ha adottato la moneta unica nel 2023, la Bulgaria ha aderito all’euro nel Gennaio 2026, mentre Montenegro e Kosovo lo utilizzano unilateralmente da anni, attraverso accordi bilaterali “su misura”. Albania, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia del Nord mantengono le proprie valute nazionali ma sono beneficiari del Piano di Crescita dell&#8217;UE da 6 miliardi di euro (2024-2027), strutturato per armonizzare le economie di queste nazioni, con il più ampio organico dell’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui le note positive, la cui portata non può certo essere né sottovalutata né sminuita. Purtuttavia, grosse criticità covano sotto la mai sopita brace delle conflittualità balcaniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terremoto politico in Bulgaria, culminato con il risultato elettorale di poche settimane fa, ancora tutto da decifrare nelle sue future ripercussioni, e il delicato processo di avvicinamento della Moldova all’UE, ostacolato non troppo velatamente dalla Russia, sia attraverso quinte colonne interne, sia per la surreale situazione in Transnistria, non sono che capitoli di un libro non ancora giunto alle sue fasi conclusive.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti sono i <em>dossier </em>ancora aperti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Economia balcanica soffre di un’intrinseca debolezza. Escludendo Croazia e Slovenia, ormai completamente integrate nell’economia UE, il resto dell’area, nelle sue diverse sfaccettature Stato/nazionali, mostra svariati problemi; dal livello di <em>deficit </em>elevato di Romania e Bulgaria, alla vera e propria stagnazione economica della Serbia, fino alla dipendenza di molte nazioni balcaniche dagli investimenti esteri, UE <em>in primis</em>. Tutti fattori che rallentano la diversificazione delle attività economiche, lo sviluppo infrastrutturale e logistico, e di conseguenza pongono una pesante ipoteca sociale sulle popolazioni. La regione affronta precarietà nei settori lavorativi non pubblici, necessità di sviluppo dell&#8217;economia e di politiche sociali non assistenzialistiche, evidenziando l’importanza per l’UE di supporti finanziari mirati, che favoriscano il superamento di queste criticità sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad aggravare il quadro, spesso fornendo spazi di manovra ad attori terzi, interessati ad impedire un pieno sviluppo dell’integrazione continentale, troviamo conflitti irrisolti per la loro complessità, o che “non trovano” risoluzione, in quanto permettono ad élite locali di mantenere il proprio potere, attraverso il perdurare dello <em>status quo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ALCUNI ESEMPI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La situazione politica in Bosnia-Erzegovina all&#8217;inizio del 2026 è caratterizzata da una profonda instabilità. Stato ad assetto cantonale, diviso su base etnica, vede la ciclica recrudescenza di tensioni interetniche persistenti, che rallentano un già faticoso percorso di avvicinamento all&#8217;Unione Europea. La paralisi istituzionale, e la continua minaccia di secessione da parte dei serbi della Republika Srpska, rendono nuovamente la Bosnia preda d’ingerenze esterne; russe in supporto dei serbi, turche in supporto dei bosgnacchi musulmani. Ingerenze esogene che potrebbero (e dovrebbero) essere eliminate se l’Unione Europea fosse dottata di una forza militare comune, o quantomeno di linee di proiezione geopolitica omogenee, scevre da residuali dissonanze tra i principali Stati euro/occidentali, tra i quali l’Italia, sovente distratti da questioni di piccolo cabotaggio nazionale, retaggio d’interessi particolaristici del ‘900, non in linea con un progetto unitario ed organico per il XXI secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora più delicato il <em>dossier </em>“Kosovo”. Nei primi mesi del 2026, la situazione politica in Kosovo, già cronicamente esplosiva, per via del contenzioso storico con la Serbia (che approfondiremo in un futuro articolo), ha preso i connotati di una marcata instabilità parlamentare, aggravata dalla crisi istituzionale conseguente, portando alla caduta del Governo nazionalista albanese in carica da poco più di due mesi, e dal ritorno forzato alle urne per la terza volta in poco più di un anno, il prossimo 7 Giugno. Appuntamento elettorale indetto dal Presidente della Repubblica Vjosa Osmani, ormai a fine mandato. Situazione che sembra richiamare l’astuta mossa che fece il Presidente Rumen Radev in Bulgaria, che intervenne sul finire del 2025 in una crisi politica affine a quella kosovara, seppur con caratteristiche diverse, e di cui abbiamo già scritto in precedenza. A causa della continua instabilità politica, e la gestione non propriamente conciliante del rapporto con la Serbia, il Kosovo rischia di perdere finanziamenti significativi dall&#8217;Unione Europea, stimati intorno agli 883 milioni di euro, che servirebbero a dare una boccata d’ossigeno ad un’economia che stenta a definirsi pienamente, ed in cui il denaro inviato dai kosovari che lavorano all’estero, continua a rappresentare una componente fondamentale per il consumo delle famiglie locali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>IL FUTURO DEI BALCANI SI CHIAMA EUROPA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pur in un quadro a dir poco complesso, ritenere che quest’area debba restare alla mercé degli eventi o, peggio, subappaltarla a qualche imperialismo non continentale, sarebbe un vero atto d’irresponsabilità da parte dell’Unione Europea. I Balcani, al netto dell’importanza storica conclamata che rivestono, rappresentano il punto di partenza di una proiezione strategica di più ampio raggio per un Grande Spazio Europeo; Caucaso e Vicino Oriente. Da questo quadrante strategico, posto sotto l’egida unitaria continentale, si potrebbero gestire i flussi migratori in modo organizzato, ed avere un controllo organico delle vie di approvvigionamento energetico. Lo sviluppo economico e sociale della penisola porterebbe giovamento a tutto il Vecchio Continente, così come avvenne per nazioni contigue come l’Ungheria, la Slovenia e la Croazia, oggi pienamente integrate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro dei Balcani si chiama Europa, ma le criticità qui brevemente descritte, non possono essere affrontate con strumenti spuntati, o con scarso coraggio, o addirittura attraverso paradigmi di epoche ormai consegnate ai libri di storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre comprendere che i Balcani potranno anche essere <em>semplici</em>, ma l’atteggiamento dell’Europa non dovrà mai essere semplicistico, se vogliamo che i popoli che vivono in quest’area vedano in noi, del versante occidentale del continente, non dei distratti osservatori ma dei fratelli in un cammino comune.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gabriele Gruppo</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>IAA, Cipro e Hormuz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 02:46:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’UE si ricorda dell’industria, ma l’Europa rischia Il 4 Marzo la Commissione Europea ha “lanciato” – e lasciamo al lettore come interpretare il lancio, che somiglia forse a fuoco amico – l’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato come la risposta per far ripartire la manifattura e riportarla dal 14,3% al 20% del PIL entro il 2035. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/28/lue-si-ricorda-dellindustria-ma-leuropa-rischia/">IAA, Cipro e Hormuz</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><u>L’UE si ricorda dell’industria, ma l’Europa rischia</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 4 Marzo la Commissione Europea ha “lanciato” – e lasciamo al lettore come interpretare il lancio, che somiglia forse a fuoco amico – l’<a href="https://single-market-economy.ec.europa.eu/publications/industrial-accelerator-act_en">Industrial Accelerator Act (IAA)</a>, presentato come la risposta per far ripartire la manifattura e riportarla dal 14,3% al 20% del PIL entro il 2035.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla carta, questa proposta sembra positiva: per la prima volta da diversi anni si ha la sensazione che l’Unione Europea stia pensando per l’Europa un piano non del tutto posizionato ideologicamente nella solita direzione che ormai è nota a tutti, sterzando verso un’azione di politica industriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la prima volta, Bruxelles propone di usare leve come appalti pubblici, requisiti di contenuto locale e semplificazioni autorizzative per orientare produzione e investimenti, e almeno sulla carta questo sembra un cambio di paradigma. Nella sostanza, invece, molto meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovesse andare in porto così com’è, le misure più rilevanti scatteranno non prima del 2029, e inoltre molte definizioni chiave sono rinviate a futuri atti delegati – e una delle cose che abbiamo appreso dal Green Deal è che quando la Commissione fissa un quadro, ne rimanda i criteri reali ad atti delegati che sembrano non arrivare mai.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aspetto più grave, e insieme incredibile, è però che nel IAA manca del tutto una vera massa finanziaria. Davvero: non c’è. Zero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato? Una cornice regolatoria piena di propositi, avverbi e indicazioni di direzione, totalmente priva di accelerazione pratica. Insomma, ci sono diversi buoni propositi, ma una strategia industriale è ben altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Promette ad esempio quote di prodotti “Made in EU” e criteri <em>low-carbon</em> negli appalti pubblici, semplificazioni e nuove <em>aree di accelerazione industriale</em> – qualsiasi cosa possa voler dire &#8211; ma le poche misure vagamente più concrete slittano di anni, le quote minime (5% per il calcestruzzo, 25% per acciaio e alluminio) sono più timide di un ragazzino alle prime esperienze, e poi ci sono i famosi atti delegati, che rimandano ad una dimensione ipotetica talmente astratta da essere cugina del Nulla. Non si vede alcuna reale riduzione della burocrazia, e la definizione di “origine UE” fissa delle percentuali che rasentano l’umorismo nero – perché la deindustrializzazione indotta dalla forca del Green Deal forse rende anche difficile raggiungere quel 25% prodotto nel territorio UE.</p>
<p style="text-align: justify;">I più ottimisti si chiederanno “… e i costi del Green Deal? Quelli saranno stati attenuati o sospesi, vero?”. Certo, come no! <em>…e poi ci sono le marmotte che confezionano la cioccolata</em>, recitava uno spot pubblicitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Instabilità geopolitica, tensioni energetiche, competizione globale sempre più aggressiva: gli USA intervengono con sussidi massicci, la Cina con una politica industriale sistemica, e l’UE invece dichiara “avete visto? Se avessimo fatto prima il Green Deal adesso saremmo indipendenti!”. Per gli ottimisti: puoi anche elettrificare tutto nel breve periodo, ma se una percentuale eufemisticamente “considerevole” dell’energia continua a dipendere dai fossili perché la ricerca va a rilento, le strutture necessarie non sono neanche sulla carta, e in più hai deciso fosse saggio legare i prezzi energetici a indici di borsa, ottieni solo speculazioni, impoverimento e deindustrializzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’escalation bellica e Hormuz, attualmente simile al giochino Campo Minato, dove passare rappresenta il rischio dei rischi (e infatti nessuno o quasi si azzarda) l’UE si ritrova più esposta di tutti: in poche settimane la bolletta energetica schizza di oltre 25 miliardi di euro, e questo senza un solo metro cubo di gas o barile di petrolio in più – tradotto: stiamo pagando col sangue speculazioni lovecraftiane su qualcosa che abbiamo pagato molto meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, complice il bel tempo primaverile, il 23 e 24 Aprile i leader UE si sono riuniti in vertice informale: Ursula von der Leyen non molla un centimetro sul Green Deal e parla di risparmio energetico, diversificazione e accelerazione delle rinnovabili (sì, ma come?); Giorgia Meloni è netta: serve più coraggio da parte dell’UE (grazie!); il presidente del Consiglio Europeo Costa è invece più gravemente analitico, e ricorda agli smemorati che la sicurezza dei paesi europei membri dell’UE è legata a quella del Medio Oriente (come abbiamo fatto a scordarlo!).</p>
<p style="text-align: justify;">Se vi state chiedendo in quale momento abbiano preso decisioni – non parlato, ma preso decisioni – su flessibilità di bilancio, Patto di Stabilità e misure di emergenza, no: non è successo.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>per chi li gradisce, questo è il momento storico in cui quasi ogni giorno può essere quello giusto per dedicarsi ai pop-corn</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, a Cipro i toni sono stati forti e decisi, e hanno portato al nulla più totale in quanto a deroghe, interventi o decisioni: tuttavia l’UE invita l’Europa a usare i fondi già disponibili e a spingere ulteriormente sulle rinnovabili, senza mai toccare il Green Deal.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente accelerazioni, niente sterzate, niente di fatto: solo l’attesa di atti delegati che probabilmente, a questo punto, sono custoditi nelle tasche di Godot.</p>
<p style="text-align: justify;">L’IAA ha un enorme problema nella sua propria essenza: non sfiora nemmeno i costi strutturali, sempre più aspri per via dell’ideologia che la Commissione ha innestato nell’UE, e l’accelerazione promessa dal titolo si rivela in realtà una bozza iniziale di riforma lentissima in un contesto velocissimo. Niente svolte, che siano economiche o politiche, ma solo un traballante equilibrio che somiglia al principio di un capitombolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Puoi anche cambiare linguaggio, ma se non cambi passo resti dov’eri.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>BULGARIA: RUMEN RADEV E IL SUO “NUOVO CORSO” AVRANNO SUCCESSO?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 02:50:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Senza alcun dubbio, la Primavera del 2026 potrà essere ricordata come politicamente impegnativa per l’area balcanica, nonché ricca di svolte e ricadute per tutta l’Unione Europea nel medio/termine. Ad una settimana esatta dalle importantissime elezioni in Ungheria, in cui la stella di Viktor Orban ha visto il suo declino (forse definitivo), una tornata elettorale di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/27/bulgaria-rumen-radev-e-il-suo-nuovo-corso-avranno-successo/">BULGARIA: RUMEN RADEV E IL SUO “NUOVO CORSO” AVRANNO SUCCESSO?</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Senza alcun dubbio, la Primavera del 2026 potrà essere ricordata come politicamente impegnativa per l’area balcanica, nonché ricca di svolte e ricadute per tutta l’Unione Europea nel medio/termine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad una settimana esatta dalle importantissime elezioni in Ungheria, in cui la stella di Viktor Orban ha visto il suo declino (forse definitivo), una tornata elettorale di eguale importanza, seppur mediaticamente meno coperta, si è svolta in Bulgaria, con un risultato da comprendere e da interpretare.</p>
<p style="text-align: justify;">Membro UE dal 2007, ed entrata nell’euro soltanto dal Gennaio del 2026, questa nazione balcanica cerca, attraverso l’ottava competizione elettorale in cinque anni, di lasciarsi alle spalle una lunga stagione d’instabilità governativa, e di “giochi di palazzo”, cagionati da una classe dirigente ormai screditata, che si è dimostrata nel tempo, tanto opportunista politicamente quanto torbida moralmente. L’eredità scomoda di questa conduzione governativa, nonostante sia riuscita a portare la Bulgaria a rafforzare il legame con l’Europa, è rappresentata da una situazione caotica che abbiamo descritto, nei suoi tratti salienti, in una puntata di “Pensieri Inferociti”, che potrete ascoltare qui (<a href="https://www.spreaker.com/episode/pensieri-inferociti-bulgaria-ed-armenia-elezioni-locali-di-portata-europea--71292489">https://www.spreaker.com/episode/pensieri-inferociti-bulgaria-ed-armenia-elezioni-locali-di-portata-europea&#8211;71292489</a> )</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si è candidato per guidare la Bulgaria, nella doppia sfida di ridare legittimità ad un <em>sistema </em>politico screditato e, allo stesso tempo, cercare di rendere l’ingresso nell’area euro il più graduale possibile, ha ricevuto dagli elettori un mandato chiaro, e un attestato di fiducia altrettanto indiscutibile, ed il suo nome è Rumen Radev.</p>
<p style="text-align: justify;">Generale d’Aeronautica, ex Presidente della Repubblica, capace d’intuire il momento giusto in cui scendere nell’agone principale della politica, quale portatore di un “nuovo corso”, in cui <em>legalità </em>e <em>stabilità </em>sono le parole d’ordine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I RISULTATI ELETTORALI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con ormai il completamento dello scrutinio dei voti la conformazione del futuro assetto parlamentare a Sofia appare chiarissimo; il partito di Radev, Bulgaria Progressista (PB), si è assicurata una maggioranza di circa 130 seggi nel Parlamento, che è composto da 240 seggi, nonostante fosse alla sua prima partecipazione elettorale. Escono sconfitti i conservatori, guidati dalla controversa figura di Boyko Borissov, per un decennio grande tessitore della politica bulgara. Il Gerb-Udf di Borissov, infatti, che nelle ultime sette elezioni dal 2021 deteneva una forbice fra il 22% e il 26%, è crollato al 13,5%. Risulta vincente la piattaforma europeista di Continuare il Cambiamento/Bulgaria Democratica che, nel tumultuoso 2025, guidava le frange più accese delle manifestazioni di protesta contro Borissov, e che ha sfiorato il 13% dei consensi. Ridimensionati sia il partito della minoranza turca, Movimento per i Diritti e la Libertà (Aps), protagonista immeritato della politica bulgara, grazie al suo appoggio prezzolato ai governi del Gerb-Udf, che ha totalizzato appena il 6,6%, rispetto a posizioni più generose. Sia i nazionalisti filo russi di Vazrazhdane (Rinascita), crollati ad un misero 4,3% dopo aver raggiunto anche il 14% in tornate precedenti. Sono invece rimasti fuori i socialisti ex comunisti, così come avvenuto in Ungheria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LE SFIDE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sarà certo facile traghettare un popolo sfiduciato, che osserva timoroso i grandi mutamenti che si profilano all’orizzonte, come l’ingresso nell’euro, e potrebbe considerare <em>“ciò che è nuovo”</em>, come qualcosa d’incomprensibile ed ingiusto. Radev, con un mandato così ampio, dovrà riuscire a riportare nei bulgari la fiducia nelle istituzioni. Nella lotta alla corruzione e agli oligarchi, potrebbe trovare una facile sponda d’appoggio in Continuare il Cambiamento/Bulgaria Democratica, che sicuramente vorrà proseguire per via politica, ciò che dalle piazze veniva richiesto a gran voce; un cambio di rotta della politica nazionale, e un ritorno alla sua credibilità. Con una certa dose di pressapochismo, ed una gran faccia tosta, alcuni commentatori italiani hanno già bollato il futuro Primo Ministro bulgaro come “filo russo”, “euroscettico”, “nuovo Orban”, ecc. In ragione della formazione ideologica da cui proviene, molto affine a molti politici della sua generazione in quell’area, e per alcune affermazioni su tematiche che, com’è ovvio, non potranno certo essere affrontate con semplici slogan, ma con serietà e senso della misura, guardando a ciò di cui ha bisogno la Bulgaria, e non a soddisfare i giocatori di <em>Risiko! </em>che abbondano in rete e sui <em>social network</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La Bulgaria ha un’economia fragile, fondamentali che vanno sostenuti, e una posizione/chiave nello scacchiere dei Balcani, che la rendono un <em>focus </em>per chiunque voglia mettere piede nell’area. Tutti fattori che, in un combinato disposto, renderanno il lavoro di Radev non certo semplice. La collaborazione che il futuro esecutivo avrà con l’Unione Europea potrà anche non piacere ai nostalgici del panslavismo, o ai turcofoni che guardano verso Ankara. Tuttavia, le opzioni credibili per la Bulgaria, potranno essere sviluppate soltanto nell’alveo di un concreto pragmatismo che Radev dovrà incarnare ed applicare, capace di rendere Sofia un elemento strategico per l’UE nell’area balcanica, senza dover ripercorre precedenti che, alla lunga, si sono rivelati fallimentari, come quelli che circolavano a Budapest fino  a non molto tempo fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Una Bulgaria stabile, assertiva e non certo passiva, potrà essere un valido supporto per l’integrazione progressiva, ed indispensabile, che l’Unione Europea dovrà sviluppare nel futuro prossimo della sua geopolitica, in tutta l’area balcanico/danubiana che ancora resta fuori; Bosnia, Serbia, Macedonia, ecc. Le cui problematiche e criticità odierne, non potranno essere un ostacolo eterno, a detrimento di prerogative e prospettive che, se sviluppate a dovere, potrebbero recare beneficio all’intero continente, rendendolo maggiormente coeso e stabile, e capace di contrastare efficacemente sia velleità neo ottomane, che ingerenze di un’ormai improbabile (e opinabile) Terza Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci auguriamo sinceramente, per questi motivi, che il “nuovo corso” di Rumen Radev in Bulgaria sia coronato dal successo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gabriele Gruppo</strong></em></p>
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		<title>Bulgaria prossima Ungheria?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 02:45:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un riflesso ormai quasi pavloviano all’interno dell’UE: ogni volta che emerge un leader – anche solo potenziale – genericamente etichettabile come fuori dagli schemi, scatta il confronto con Orbán.  Con l’elezione, a dire il vero molto recente, di Magyar in Ungheria, l’UE si ritrova a dover fare i conti con un’altra figura almeno ambigua: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un riflesso ormai quasi pavloviano all’interno dell’UE: ogni volta che emerge un leader – anche solo potenziale – genericamente etichettabile come fuori dagli schemi, scatta il confronto con Orbán.  Con l’elezione, a dire il vero molto recente, di Magyar in Ungheria, l’UE si ritrova a dover fare i conti con un’altra figura almeno ambigua: Rumen Radev, cioè il nuovo spauracchio agitato dagli analisti organici all’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">Classe 1963, è arrivato al grado di Generale a due stelle dell’aeronautica, divenendone Comandante (2014-16). Nel mezzo, non ha solo studiato all’accademia militare di Sofia, ma anche ben due volte alla <em>Squadron Officers School</em> della base aeronautica Maxwell di Montgomery (Alabama).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel partito comunista bulgaro dal 1985 al 1990, ha proseguito dal 1990 al 2026 &#8211; formalmente da indipendente, ma nella pratica sostenuto dal partito socialista che proseguiva l’attività post-sovietica del partito comunista – fino a diventare Presidente della Repubblica dal gennaio 2017 al gennaio 2026.</p>
<p style="text-align: justify;">Il limite per questa carica in Bulgaria è di due mandati: per questo si è dimesso a un passo dalla scadenza, forte dell’ampio consenso riscosso in entrambe le elezioni, fondando un proprio partito progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò in un contesto di crisi profonda: la Bulgaria fino ad oggi ha sofferto una instabilità politica a dir poco cronica, marcata da continue proteste anti corruzione, e le élite tradizionalmente legate al partito comunista sono risultate sempre più delegittimate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo partito di Radev non sembra sorgere dopo una più o meno lunga elaborazione ideologica, ma piuttosto appare come un’entità nata per occupare la voragine generata dall’instabilità, dal ricorso costante alle elezioni anticipate, dalla sfiducia totale nei partiti tradizionali accusati di aver fondato le istituzioni bulgare sulla corruzione sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;">Radev appare come la figura integerrima perché proveniente dall’ambiente militare, in qualche modo esterna rispetto alla politica tradizionale, tecnicamente ritenuta in grado di “sistemare le cose” rompendo col passato.</p>
<p style="text-align: justify;">…e qui bisogna iniziare a riflettere, perché per l’UE la questione riguarda l’eventuale affidabilità o meno di Radev, mentre per l’elettorato bulgaro ad importare è solo la funzione di rottura.</p>
<p style="text-align: justify;">In comune con Orbán sembra avere l’anno di nascita, la capacità di costruire consenso intercettando il malcontento proponendosi come “l’uomo forte solo al comando”, e soprattutto il rapporto con la Russia, malcelato sotto una patina di ambiguità. Il CV di Radev ci racconta di un esemplare figlio della transizione fra pre e post-Guerra Fredda, e ciò dovrebbe bastare a farci tenere alta la guardia, anche considerando l’ampio accesso bulgaro sul Mar Nero.</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito di quest’ultimo punto, bisogna sgombrare il campo da un equivoco nato soprattutto dalla retorica “Orbán = estrema destra”: applicare categorie binarie per comprendere gli eventi è di per sé poco intelligente, ma pensare di applicare meccanicamente all’ex blocco sovietico categorie ad esso in genere estranee come quello di “destra radicale” è ancora peggio. In entrambi i casi, sia per Orbán che per Radev – ma in fin dei conti anche per Magyar &#8211; si può parlare al massimo di anticomunismo, e nel caso di Radev c’è anche più di qualche dubbio.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra l’altro mentre Orbán è il prodotto di un progetto politico durato di fatto decenni, Radev fino ad ora rappresenta un elemento molto più fluido: sia soggettivamente che politicamente è meno strutturato, meno definibile, e la sua efficacia è più reattiva che strategica o ideologica. Tenere in conto la sua carriera e i suoi studi militari potrebbe rivelarsi utile.</p>
<p style="text-align: justify;">La sensazione di ambiguità nasce soprattutto dal suo oscillare fra posizioni diversissime fra loro: è ufficialmente europeista ma critica praticamente ogni aspetto dell’UE (e questo può anche starci, viste le derive prese dalla Commissione Europea), è prudente sulla guerra in Ucraina ma ha rapporti poco chiari con la Russia, è l’uomo forte e integerrimo ma di fatto da presidente la Bulgaria ha continuato ad essere quella di sempre. Non sembra una figura debole, ma nella pratica di forza non se n’è vista: a differenza di Orbán, che sembrava amare il conflitto, Radev sembra evitarlo o almeno cercare di non renderlo mai frontale. Come strategia di sopravvivenza in un contesto fragile può essere ottimale, ma nella pratica cosa farà in caso di vittoria? Se fosse, Radev andrà confrontato più con Magyar che con Orbán, perché entrambi appaiono come insorgenze fisiologiche di sistemi politici esausti e sotto pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ambiti che daranno al resto d’Europa veri spunti di riflessione potranno solo essere quelli cruciali, ossia il posizionamento rispetto alla Russia e i rapporti verticali con élite ed elettorato. Per ora il confronto con Orbán accennato dagli analisti UE non ha alcun senso, ed è in generale prematuro qualsiasi tipo di paragone.</p>
<p style="text-align: justify;">I media internazionali descrivono apertamente Radev come un <em>Kremlin-friendly</em>: avversa il supporto militare all&#8217;Ucraina, critica le sanzioni e spinge per aprire alla Russia su energia e dialogo strategico, e ha già ottenuto il plauso di Mosca per questi suoi posizionamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorge il sospetto che l’Europa cerchi nuovi Orbán per dare una lettura pubblica di ciò che non riesce più a governare: mentre va a caccia di fantasmi dall’aspetto familiare e riconoscibile, tralascia il fatto che la realtà non sta più imitando modelli noti perché ne fa sorgere altri dal collasso di quelli esistenti.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>AAA Trump con Israele, Iran e Cina.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 02:27:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>TRUMP, L’IRAN, ISRAELE E LA CINA. Trump si trova chiuso in un angolo dal quale tenta di uscire, ma l’angolo non è solo la guerra con l’Iran, c’è molto di più. Proviamo a vedere tutti i suoi guai. IL GUAIO PRINCIPALE DI TRUMP E’ UN’EREDITA’ DALLE PASSATE AMMINISTRAZIONI Le passate amministrazioni, in particolare Obama e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>TRUMP, L’IRAN, ISRAELE E LA CINA.</p>
<p>Trump si trova chiuso in un angolo dal quale tenta di uscire, ma l’angolo non è solo la guerra con l’Iran, c’è molto di più. Proviamo a vedere tutti i suoi guai.</p>
<p>IL GUAIO PRINCIPALE DI TRUMP E’ UN’EREDITA’ DALLE PASSATE AMMINISTRAZIONI</p>
<p>Le passate amministrazioni, in particolare Obama e Biden, hanno lasciato due disastri per gli Usa: 1) Un debito di 38 trilioni a fronte di un Pil di 27 trilioni. Questo squilibrio sta allontanando moltissimi paesi dal dollaro come moneta di scambio sicura e, peggio ancora, sta creando diffidenza nell’acquisto dei titoli di Stato degli Usa. 2) Una Cina che ha saputo approfittare delle idiozie della globalizzazione tutte a suo vantaggio. Prima s’è presa il regalo della tecnologia consegnata dalle economie più sviluppate con le delocalizzazioni, poi ha imbrogliato su brevetti, dogane e sostegni statali occulti, e poi, oggi, ha sviluppato una propria tecnologia spesso superiore a quella delle nazioni concorrenti.</p>
<p>In questo percorso, la Cina si stava impadronendo di molti territori, tipo in Africa, e di molti hub portuali nel mondo, tipo Panama, il Pireo, una porzione del porto di Genova tramite Singapore, etc.</p>
<p>Ancora la Cina aveva stretto rapporti preferenziali con alcuni produttori di petrolio. Era il principale cliente di Venezuela e Iran.</p>
<p>Quindi Trump ha ereditato una nazione indebitatissima e soggetta a una concorrenza enorme da parte di tutti e, più di tutti, da parte della Cina.</p>
<p>COME VOLEVA REAGIRE TRUMP A QUESTO DISASTRO PER GLI USA</p>
<p>Trump aveva individuato tre interventi per risollevare l’economia: 1) Riduzione della spesa dello Stato in Usa. 2) Ribilanciamento dei costi della Nato con gli “alleati”. 3) Riduzione dello sbilancio commerciale con la Cina e l’Europa.</p>
<p>CE L’HA FATTA TRUMP?</p>
<p>Trump ce l’ha fatta solo a metà. Elon Musk gli aveva promesso di ridurre la spesa pubblica per 1 miliardo/anno e invece è riuscito a ridurre di soli 176 milioni. E questo lo ha portato ad avere dei rapporti difficili con Trump. I paesi della Nato sono rimasti fermi col loro 1,8% di investimenti militari contro il 5,7% degli Usa. Solo la riduzione dello sbilancio commerciale sta funzionando perché la Cina ha accettato di ridurre gradualmente il suo surplus con gli Usa da 550 miliardi/anno a 300 miliardi, mentre con la Ue sono stati imposti dei dazi che stanno aumentando le entrate fiscali degli Usa.</p>
<p>In definitiva, Trump sperava di poter ricavare almeno la cifra degli interessi passivi del debito Usa e invece ne ha ricavato solo la metà, e ciò contribuisce enormemente all’attuale fuga dal dollaro e allo spostamento verso lo Yuan cinese.</p>
<p>ALLORA, COME LIMITARE LA CINA?</p>
<p>Dopo i fallimenti del programma economico elettorale, Trump ha cercato di imporre delle aggressioni in vecchio stile colonialista, specie dove si sentiva più forte. Ha così imposto a Panama di annullare gli accordi coi cinesi sul canale e ha imposto al Venezuela di accogliere le società statunitensi per l’estrazione del petrolio (appena votata all’unanimità dal parlamento venezuelano). Col Venezuela la faccenda si è rivelata abbastanza facile perché, per via delle particolari caratteristiche del petrolio venezuelano, i venezuelani, da soli, riuscivano a estrarre e lavorare solo il 36% del petrolio. Di conseguenza, anche il cambio di regime è stato facile.</p>
<p>Diverso è stato per l’attacco all’Iran, dove non c’erano problemi di estrazione.</p>
<p>ALLORA PERCHE’ TRUMP ATTACCA LO STESSO L’IRAN?</p>
<p>Prima dell’attacco, i servizi segreti americani e israeliani convincono Trump di una situazione simile al Venezuela, con la maggioranza della popolazione favorevole o indifferente a un cambio di regime. Ma, mentre forse in Venezuela esisteva davvero un regime, in Iran si parla di almeno un 60% della popolazione favorevole al governo religioso ed è quindi più difficile considerarlo un regime. Infatti Kamenei si lascia uccidere scegliendo di non nascondersi in un bunker, ma poi ci sono manifestazioni pro governo assai consistenti e nulla cambia in quel senso. Per di più, non esisteva una minore diffusione del benessere rispetto al Venezuela che non riusciva ad estrarre tutto il petrolio da solo.</p>
<p>TRUMP SI E’ FATTO FREGARE DA NETANYAHU?</p>
<p>Trump dice che non può pensare ad un Iran con l’atomica ma, ammesso che ciò possa succedere (ad esempio, la Russia si sarebbe resa garante per la custodia dell’uranio arricchito iraniano), in tutta evidenza l’Iran vuole solo contro bilanciare le atomiche in possesso di Israele (si parla di 50 testate). Però Trump si è fatto trascinare da Netanyahu solo in parte, infatti non si devono dimenticare le forniture di petrolio alla Cina che Trump puntava sicuramente a voler controllare come sarà col Venezuela. Ma l’Iran aveva una sua strategia già chiara ed efficace per contrastare le aspirazioni di Trump.</p>
<p>LA FREGATURA CAUSA REAZIONI SCOMPOSTE</p>
<p>Trump non vede l’ora di sfilarsi dall’imbroglio in cui si è fatto trascinare e inizia a sparare cazzate contro chiunque non lo abbia appoggiato nel piano di Netanyahu. Ne ha contro il Papa e contro gli alleati della Nato. Intanto si può iniziare col dire che la Nato è un organismo di difesa, ma gli Usa non sono stati attaccati dall’Iran, invece è avvenuto il contrario, quindi perché dovrebbe intervenire la Nato?</p>
<p>SE LE SPARI GROSSE POI INIZIA A PIOVERE DI TUTTO</p>
<p>Insomma, è vero che gli Usa pagano il 60% dei costi della Nato, però prendono quasi il 100% delle decisioni. Ovvero, comandano loro. E allora di fronte all’affermazione di Trump sulla Nato che “non c’era per noi”, arrivano risposte talmente serie che sembrano bordate e abbassano il sipario sul calo del “sogno americano”.</p>
<p>UN ANONIMO AUSTRALIANO SPARA A PALLETTONI SUL WEB</p>
<p>Ecco alcuni estratti:</p>
<p>&#8220;Amico (<em>Trump</em>), tu guidi un paese con 600.000 senzatetto che dormono per strada stanotte. Un paese dove il 40% degli adulti non riesce a coprire un&#8217;emergenza da 400 dollari senza chiedere soldi in prestito. Un paese dove l&#8217;insulina costa più di una rata dell&#8217;auto e la gente la raziona per sopravvivere. Un paese dove i debiti medici sono la prima causa di fallimento personale.</p>
<p>La tua aspettativa di vita sta andando indietro. Sei l&#8217;unica nazione sviluppata in cui sta accadendo questo. Il tuo tasso di mortalità infantile è peggiore di quello di Cuba. I tuoi bambini fanno le esercitazioni in caso di sparatorie scolastiche tra matematica e inglese.</p>
<p>Il tuo salario minimo non si muove da 15 anni. Hai insegnanti con due lavori e veterani che dormono sotto i ponti, e hai appena speso mille miliardi di dollari per radere al suolo un paese che non ti aveva attaccato.</p>
<p>E stai dicendo che la Groenlandia è mal governata? La Groenlandia ha l&#8217;assistenza sanitaria universale. L&#8217;istruzione gratuita. Uno dei più bassi tassi di incarcerazione al mondo. Lì nessuno fallisce perché si è ammalato. Nessuno muore in una sala d&#8217;attesa perché la sua assicurazione ha detto no.</p>
<p>“La NATO non c&#8217;era quando ne avevamo bisogno.&#8221; Quando sarebbe stato esattamente, campione? Con l&#8217;11 settembre (<em>torri gemelle</em>) la NATO ha invocato l&#8217;Articolo 5 per la prima e unica volta nella storia per te. A seguito di ciò, soldati di decine di paesi si sono schierati, hanno combattuto, sono stati feriti e sono morti in Afghanistan per te. L&#8217;Australia non faceva nemmeno parte della NATO e si è presentata lo stesso. Per 20 anni. E voi ve ne siete andati alle 2 di notte senza avvisare nessuno, lasciando gli altri a fare i conti con il disastro.</p>
<p>Quindi, forse, prima di iniziare a dire che altri paesi sono mal governati, dai un&#8217;occhiata al tuo cortile.</p>
<p>LE CONTRADDIZIONI VENGONO A GALLA</p>
<p>Ecco cosa comporta il voler seguire Netanyahu nella sua ferocia, si scopre che il re è nudo. Se Trump aveva una parte di ragione, adesso si è messo dalla parte del torto o, per caso,</p>
<p>si può contestare l’anonimo australiano su qualche punto della sua invettiva?</p>
<p><em><strong>Carlo Maria Persano</strong></em></p>
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		<title>Il nemico dell&#8217;Europa: la guerra ibrida russa</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/12/il-nemico-delleuropa-la-guerra-ibrida-russa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 02:57:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti sostengono che la Russia non sia un nemico dell&#8217;Italia, perché non ha mai attaccato direttamente il Bel Paese. Ma è realmente così? Se è vero che dal 2014 la Russia ha attaccato l&#8217;Ucraina, è altrettanto vero che da allora ha iniziato e continua a colpire l&#8217;Europa con azioni di guerra ibrida. Ma cosa si [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/12/il-nemico-delleuropa-la-guerra-ibrida-russa/">Il nemico dell&#8217;Europa: la guerra ibrida russa</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">Molti sostengono che la Russia non sia un nemico dell&#8217;Italia, perché non ha mai attaccato direttamente il Bel Paese. Ma è realmente così?</div>
<div style="text-align: justify;">Se è vero che dal 2014 la Russia ha attaccato l&#8217;Ucraina, è altrettanto vero che da allora ha iniziato e continua a colpire l&#8217;Europa con azioni di guerra ibrida. Ma cosa si intende per &#8220;guerra ibrida&#8221; e qual è la visione russa di questo concetto?</div>
<div style="text-align: justify;">Le definizioni a confronto: Hoffmann vs Gerasimov</div>
<div style="text-align: justify;">Frank G. Hoffmann, nei primi anni 2000, propose il termine come una sorta di ponte concettuale tra la definizione di guerra convenzionale e guerra non convenzionale nel contesto dei conflitti post-Guerra Fredda. Una delle caratteristiche più importanti della definizione di Hoffmann è il suo approccio operativo: egli affronta l&#8217;argomento in termini puramente militari. Secondo la sua visione, il termine &#8220;hybrid warfare&#8221; si riferisce a un complesso di tattiche utilizzabili esclusivamente dalle forze armate, addestrate secondo una specifica dottrina e supportate dalla leadership politica.</div>
<div style="text-align: justify;">Nel 2013, il generale russo Valery Gerasimov, attuale comandante in capo dell&#8217;operazione in Ucraina, descrisse la sua concezione di guerra moderna. In diretta continuità con la strategia della guerra ibrida, la &#8220;Dottrina Gerasimov&#8221; individuò il focus dei conflitti nel più ampio uso di misure politiche, economiche e informative, oltre che di operazioni militari non ufficiali e di intelligence.</div>
<div style="text-align: justify;">In sintesi, la guerra ibrida russa si propone — in contrasto alla visione tradizionale — di neutralizzare i decisori politici tramite l&#8217;impiego di tattiche non militari come primo obiettivo e, solo in seguito, di distruggere gli apparati di sicurezza avversari. Vi è, quindi, una sostanziale differenza rispetto a quanto teorizzato da Hoffmann: mentre il concetto americano si focalizza su operazioni militari (convenzionali e non) dirette sul campo di battaglia, quello russo si concentra su tutte le sfere della vita pubblica: dal contesto politico ed economico fino a quello culturale.</div>
<div style="text-align: justify;">L&#8217;arma della disinformazione</div>
<div style="text-align: justify;">Per il Cremlino, la strategia della &#8220;disinformazione&#8221; (dezinformatsiya in russo) è da sempre parte integrante della dottrina militare. Essa consiste nella diffusione deliberata di informazioni false o manipolate per confondere e trarre in inganno gli avversari.</div>
<div style="text-align: justify;">Molti analisti notano una differenza fondamentale rispetto alla propaganda del periodo sovietico:</div>
<div style="text-align: justify;">• Propaganda sovietica: mirava all&#8217;indottrinamento e alla demonizzazione del nemico.</div>
<div style="text-align: justify;">• Disinformazione odierna: punta a intaccare e manipolare le idee della popolazione avversaria, disorientandola e togliendo punti di riferimento, piuttosto che esportare un&#8217;ideologia specifica.</div>
<div style="text-align: justify;">Oggi, grazie a internet e ai social network — vettori dove le informazioni viaggiano senza controllo — la portata di queste campagne è diventata vastissima.</div>
<div style="text-align: justify;">Esempi e attori della guerra ibrida</div>
<div style="text-align: justify;">Una delle operazioni di maggiore portata è stata il presunto coinvolgimento russo nelle elezioni americane del 2016. Secondo i rapporti di FBI e CIA, la Russia avrebbe utilizzato una campagna pubblica per influenzare il voto tramite &#8220;troll bots&#8221;, hacking e la diffusione di documenti riservati (anche via WikiLeaks) per denigrare Hillary Clinton. L&#8217;obiettivo finale era minare la fiducia nel processo democratico, favorire Donald Trump e spaccare l&#8217;opinione pubblica americana e l&#8217;alleanza occidentale.</div>
<div style="text-align: justify;">Oltre agli USA, tentativi simili sono avvenuti in Moldavia, Slovacchia e Ungheria. Queste azioni continuano quotidianamente sui social network per erodere il sostegno all&#8217;Ucraina.</div>
<div style="text-align: justify;">Per queste operazioni, il regime russo non usa solo i canali statali, ma appalta le attività ad agenzie private moscovite, eredi della Internet Research Agency di Prigozhin. Tra le più note figurano:</div>
<div style="text-align: justify;">• Struktura National Technologies: attiva in America Latina.</div>
<div style="text-align: justify;">• ANO Dialog: impegnata a diffamare i dissidenti russi e a disinformare sull&#8217;Ucraina.</div>
<div style="text-align: justify;">• Social Design Agency (SDA): guidata da Ilya Gambashidze, è responsabile di vaste campagne contro l&#8217;opinione pubblica occidentale e per questo è stata sanzionata.</div>
<div style="text-align: justify;">Un&#8217;inchiesta di settembre 2024, condotta da Radio Free Europe e altri media europei, ha svelato i retroscena di questa enorme macchina grazie a una mole di documenti filtrati, confermando come la SDA operi sotto dirette istruzioni del Cremlino per destabilizzare i paesi europei.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Analisi e attività della Social Design Agency (SDA)</div>
<div style="text-align: justify;">Alcuni di quei documenti erano già stati pubblicati dalle autorità americane per giustificare una richiesta di sequestro dei domini internet collegati alla Social Design Agency (SDA). Tra i file più clamorosi figura un video promozionale del capo dell&#8217;agenzia, Ilya Gambashidze, in cui si vanta dei successi conseguiti e svela la paternità di operazioni come la &#8220;RRN&#8221; (Recent Reliable News, che ha coinvolto anche il propagandista filorusso italiano Amedeo Avondet) e &#8220;Doppelganger&#8221;, basata sulla clonazione di almeno 120 siti di media e istituzioni europee.</div>
<div style="text-align: justify;">L&#8217;attività di SDA si sviluppa in tre direzioni principali:</div>
<div style="text-align: justify;">• Monitoraggio: 24 analisti controllano quotidianamente articoli sulla Russia e post di oltre mille opinion leader in sei lingue diverse, compilando rapporti su potenziali contenuti di disinformazione.</div>
<div style="text-align: justify;">• Analisi: specialisti studiano le priorità mediatiche e le vulnerabilità del pubblico da influenzare.</div>
<div style="text-align: justify;">• Creatività: elaborazione di articoli che imitano lo stile giornalistico locale, oltre alla produzione di caricature e meme volti a denigrare i leader europei.</div>
<div style="text-align: justify;">Tra le operazioni gestite figurano la distribuzione di documenti falsi che imitano quelli del governo ucraino o delle autorità polacche e tedesche, con l&#8217;obiettivo di creare divisioni interne e fiaccare il sostegno militare all&#8217;Ucraina. Gli analisti di SDA monitorano temi sensibili come la mobilitazione, le perdite al fronte e la corruzione, cercando di alimentare il disfattismo e la polarizzazione sociale. Un esercito di account bot è inoltre addestrato a diffondere migliaia di commenti negativi sotto le notizie sui social network.</div>
<div style="text-align: justify;">Un altro filone mira a diffondere contenuti falsi nei paesi dell&#8217;Unione Europea, come il video di un presunto rifugiato ucraino intento a rapinare un negozio a Napoli. I documenti di SDA rivelano proposte dei &#8220;creativi&#8221; per:</div>
<div style="text-align: justify;">• Creare finte organizzazioni ucraine che chiedano risarcimenti di guerra alla Germania.</div>
<div style="text-align: justify;">• Diffondere la falsa notizia di rifugiati ucraini unitisi all&#8217;ISIS.</div>
<div style="text-align: justify;">• Fomentare tensioni a Rostock (ex Germania Est) — dove il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) è molto forte — attraverso video contraffatti, come quello attribuito alla testata Bild che incolpava i rifugiati del rogo di una casa.</div>
<div style="text-align: justify;">I documenti offrono cifre precise: solo tra gennaio e aprile 2024, l&#8217;organizzazione di Gambashidze ha pubblicato oltre 34 milioni di commenti sui social grazie alla &#8220;fabbrica di bot&#8221;. Nello stesso periodo sono stati prodotti circa 30.000 post, 5.000 video, 1.500 articoli e 2.500 caricature. Nonostante le sanzioni e le fughe di notizie, il lavoro di SDA prosegue incessantemente.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Conclusioni</div>
<div style="text-align: justify;">Questi fatti dimostrano come la Federazione Russa agisca da nemico dell&#8217;Europa, attraverso tentativi sistematici di manipolazione dell&#8217;opinione pubblica volti a favorire governi vicini al Cremlino. Considerando la disparità di rapporti nei paesi già sotto l&#8217;influenza russa (come la Bielorussia), queste azioni non rappresentano solo una minaccia per la sicurezza nazionale, ma pongono un serio interrogativo etico e politico su chi, all&#8217;interno dei confini europei, scelga di sostenere attivamente gli interessi del Cremlino.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><em><strong>Matteo Cantù</strong></em></div>
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		<title>Europa Possibile Fronte Secondario di Guerra Ibrida?</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/05/europa-possibile-fronte-secondario-di-guerra-ibrida/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 03:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 3 Aprile 2026 the Parliament Magazine ha pubblicato un’intervista a Thomas Renard, direttore dell’International Centre for Counter-Terrorism, intitolata Q+A: Could Iranian-linked terrorism pull Europe into war? Il contesto da cui prende spunto questa intervista è quello che va dal 28 febbraio, cioè l’inizio della guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran, e l’inizio di Aprile, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/05/europa-possibile-fronte-secondario-di-guerra-ibrida/">Europa Possibile Fronte Secondario di Guerra Ibrida?</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 3 Aprile 2026 <em>the Parliament Magazine</em> ha pubblicato un’<a href="https://www.theparliamentmagazine.eu/news/article/qa-could-iranianlinked-terrorism-pull-europe-into-war?utm_medium=email&amp;utm_campaign=Must%20read%20Iran&amp;utm_content=Must%20read%20Iran+CID_47f3d829224813bee1bbbecc81d61044&amp;utm_source=Email%20newsletters&amp;utm_term=Read%20more">intervista a Thomas Renard</a>, direttore dell’International Centre for Counter-Terrorism, intitolata <em>Q+A: Could Iranian-linked terrorism pull Europe into war?</em></p>
<p>Il contesto da cui prende spunto questa intervista è quello che va dal 28 febbraio, cioè l’inizio della guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran, e l’inizio di Aprile, periodo durante il quale si sono verificati attacchi in Europa contro obiettivi legati a Israele o al mondo ebraico in genere, e in misura minore ad obiettivi rappresentanti interessi statunitensi. Tutti episodi rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamia, un gruppo il cui canale Telegram era dormiente dal 2023 (pare senza alcuna attività) e che improvvisamente si è attivato l’11 Marzo, interagendo con altri canali notoriamente collegati all’islamismo iraniano, prendendo grande spunto dall’estetica di Hezbollah.</p>
<p>Il legame con l’Iran non è definitivamente provato, e a dire il vero questa tesi è supportata soprattutto dalle tempistiche, le rivendicazioni legate a canali Telegram notoriamente iraniani, il tipo di obiettivi, e soprattutto la natura plausibilmente negabile di un coinvolgimento diretto dell’Iran. Secondo Renard queste caratteristiche consentono di ritenerlo uno strumento di guerra ibrida da parte dell’Iran. Anche il fatto che vengano evitati cittadini, politici e strutture europei in senso stretto rientrerebbe fra le conferme.</p>
<p><strong><u>Caratteristiche</u></strong></p>
<p>I bersagli sono ad alto tasso simbolico e senza vittime: il 9 Marzo un’esplosione davanti ad una sinagoga a Liegi; fra 11 e 15 Marzo esplosioni e incendi contro sinagoghe ed edifici collegati alla comunità ebraica locale in Belgio, Grecia e Olanda; il 23 Marzo incediate 4 ambulanze di una organizzazione ebraica a Londra; il 24 Marzo incendiata un’auto nel quartiere ebraico ad Anversa; il 28 Marzo attacco dinamitardo sventato davanti alla Bank of America a Parigi.</p>
<p>Sono tutti attacchi a basso costo, senza vittime, in qualche caso con arresti poco significativi che includono minorenni, e soprattutto con grande eco sui media. Insomma, la soglia che potrebbe far superare il limite fra terrorismo e conflitto armato non viene mai superato, e ad ogni modo vige la <em>plausible deniability</em>, la negabilità plausibile.</p>
<p>Il reclutamento è online, quindi sono evitati luoghi fisici come moschee più o meno legali e altri luoghi fisici, e laddove siano stati rintracciati dei pagamenti questi sono assolutamente modesti: il bacino da cui il gruppo attinge è quello della criminalità (spaccio, taglieggiamenti e rapine) e delle fasce giovanili, tutti accomunati dalla radicalizzazione islamica.</p>
<p><strong><u>Conseguenze</u></strong></p>
<p>La prima conseguenza visibile è l’incertezza sul piano della sicurezza, accompagnata dalla necessità di indagini e di presidi: si tira un po’ a indovinare il prossimo bersaglio basandosi sulle caratteristiche descritte, e si spendono cifre ingenti per presidiare i tantissimi luoghi dove potrebbero verificarsi i prossimi attacchi.</p>
<p>La seconda conseguenza è puramente mediatica e psicologica: da una parte si influenza l’opinione pubblica polarizzandola fra USA/Israele e Iran/Mondo Islamico, e si aumenta esponenzialmente la percezione del rischio e della scarsa sicurezza, per altro già ai massimi livelli per via dell’immigrazione incontrollata e del tasso di crimini di ogni tipo ad opera delle masse di immigrati.</p>
<p><strong><u>Conclusioni di Renard</u></strong></p>
<p>Il Direttore ICCT conclude dunque che l’Iran stia conducendo un secondo fronte di guerra ibrida a basso costo, alto rendimento, e bassa intensità, tenendo quindi sul filo l’UE senza mai fare il passo decisivo che comporterebbe un’escalation.</p>
<p>È un tipo di guerra che non può essere prevenuta o combattuta nel senso classico, nel quale per ora l’UE mette in campo un ibrido di deterrenza (dispendiosa e poco efficace), analisi di intelligence, e modulazione della pressione politica (anche qui, con risultati poco brillanti).</p>
<p><strong><u>…e l’ipotesi False Flag?</u></strong></p>
<p>C’è la possibilità che si tratti di un <em>false flag</em>? Sì, e non solo in un senso.</p>
<p>Se fosse effettivamente opera dell’Iran, la <em>plausible deniability</em> servirebbe proprio a celarne l’identità, e quindi servirebbe da scusante in caso di accuse dirette: insomma, l’Iran potrebbe in ogni caso dire che qualcuno stia cercando di dar loro la colpa. Il fatto che vengano utilizzati individui radicalizzati giovani e giovanissimi, anche legati alla criminalità di bassa lega, aiuterebbe a smentire coinvolgimenti.</p>
<p>Questa ipotesi è sostenuta anche dagli analisti (non solo ICCT, ma anche FDD, Tech Against Terrorism, Wall Street Journal), i quali però nel momento stesso in cui valutano l’ipotesi <em>false flag</em> devono anche tenere in conto che possa essere un altro l’attore. Chi?</p>
<p>Il fatto che nessuno ritenga possibile che si tratti di servizi occidentali/israeliani potrebbe anche far pensare che siano invece più probabilmente coinvolti – ma per ora questa posizione è solo presa da siti complottisti di varia estrazione. Pressoché impossibile invece la matrice identitaria, nazionalista o antisemita “bianca”, che in nessun caso ha dimostrato collegamenti col mondo islamico.</p>
<p>Diversi analisti britannici hanno ipotizzato che la matrice sia russa, ma anche in questo caso i potenziali collegamenti sono quasi zero.</p>
<p><strong><u>Le ipotesi realistiche</u></strong></p>
<p>Il superamento di quel confine fra terrorismo e coinvolgimento europeo in Iran nel conflitto è improbabile, ma c’è un altro scenario ben più inquietante da tenere in conto: la trasformazione dell’Europa in fronte di guerra secondario asimmetrico, con una campagna di guerra ibrida potenzialmente prolungata e ad intensità relativamente bassa. Uno scenario del genere mescolerebbe attacchi terroristici mirati (non più necessariamente limitati a obiettivi legati a USA e Israele) frutto del reclutamento online rapido descritto sopra, con un livello potenzialmente pericolosissimo di propaganda e incitamento alla violenza da parte delle reti e degli ecosistemi già presenti, sia legati alla pratica religiosa radicale che alla criminalità sempre meno improvvisata.</p>
<p>Ciò significherebbe che lo scenario potrebbe evolvere verso forme di violenza più diffuse, più organizzate e soprattutto più caotiche, che non ci consentirebbero più di escludere l’eventualità di scontri di piazza e guerriglia urbana.</p>
<p>In effetti gli attacchi rivendicati da HAYI sembrano seguire esattamente questo modello: basso livello tecnologico con bombe artigianali e incendi, alto impatto psicologico e mediatico.</p>
<p><strong><u>Conclusioni</u></strong></p>
<p>Per l’Europa il pericolo di  diventare il fronte secondario di un conflitto ibrido è possibile, e con buona pace di Renard e di tutti gli analisti – tutte figure che devono in ogni caso bilanciare le proprie conclusioni rispetto alle strategie politiche decise – quella in atto non sembra proprio solo una campagna di terrorismo puntuale.</p>
<p>Il vero rischio è che questa <em>false flag</em> rappresenti il tentativo di trasformare le nostre città in un’arena asimmetrica permanente, dove la predicazione radicale è sostenuto dalle concessioni istituzionali, e il reclutamento digitale e le reti criminali si fondono in un’unica minaccia fluida.</p>
<p>Se così fosse, sarebbe un fronte senza carri armati e missili, insinuatosi e fiorito nelle fratture già esistenti nella coesione sociale europea, in primo luogo ad opera dell’immigrazione di massa e delle connivenze istituzionali e politiche. Certo, non siamo di fronte attualmente ad una specie di “esercito dormiente” pronto a mobilitarsi in poche ore o giorni, ma dobbiamo renderci conto che lo scenario attuale, con centinaia di espulsioni di imam, soggetti radicalizzati e terroristi, sia dall’UE (fra i 400 e i 600 annui) che dall’Italia (sì, solo qui da noi ci sono 150-250 espulsioni di questo tipo ogni anno), comporta un’erosione su più fronti – erosione che apre alla possibilità di reclutamenti e mobilitazione della violenza quasi in tempo reale tramite i canali web.</p>
<p>Rispondere con la deterrenza, troppo dispendiosa a fronte di un’efficacia discutibile, con analisi di intelligence dirette da forze politiche che fino ad oggi hanno solo ed esclusivamente esercitato lassismo e connivenza, significa rischiare di finire intrappolati in un conflitto di logoramento sul nostro stesso territorio.</p>
<p>…e tutto sommato, per i nemici di sempre dell’Europa, sarebbe la soluzione preferibile e più appetitosa.</p>
<p>Basta illusioni: la questione non è nemmeno più chi stia usando l’Europa come teatro secondario, ma fino a che punto gli europei siano disposti a rimandare l’azione, mentre il confine tra bassa intensità e caos interno avanza inesorabile.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Ieri Gorla oggi Minab</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 02:36:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Centinaia di striscioni in tutta Italia per stigmatizzare l&#8217;ennesima guerra preventiva celata dai fantomatici bombardamenti democratici in realtà pura azione criminale, illegale e terroristica che ha nuovamente come obiettivo uno stato sovrano: l&#8217;Iran. Nel parallelismo storico tra le stragi di Gorla e di Minab, dove in entrambi i casi sono stati martirizzati decine di studenti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Centinaia di striscioni in tutta Italia per stigmatizzare l&#8217;ennesima guerra preventiva celata dai fantomatici bombardamenti democratici in realtà pura azione criminale, illegale e terroristica che ha nuovamente come obiettivo uno stato sovrano: l&#8217;Iran.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel parallelismo storico tra le stragi di Gorla e di Minab, dove in entrambi i casi sono stati martirizzati decine di studenti bambini, non c&#8217;è solo la tragedia umana millantata come &#8220;effetto collaterale&#8221; della guerra, il sacrificio indispensabile per un bene più grande al servizio dell&#8217;umanità, ma c&#8217;è la stessa fanatica e millenaristica azione criminale dei bombardamenti massicci, colpire obiettivi non militari per scoraggiare la popolazione civile e spingerla ad insorgere contro il proprio governo, il proprio stesso paese.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa narrativa, la stessa cinica propaganda che ha avuto ottanta anni fa l&#8217;Europa come banco di prova.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attacco all&#8217;Iran è arbitrario e criminale mostra la vera volontà di Stati Uniti ed Israele di non fermarsi dinanzi a niente, calpesta ogni liceità internazionale, decapita sfacciatamente l&#8217;intera classe dirigente con omicidi mirati per creare il caos, ricattando così la popolazione.<br />
Dietro questo gangsterismo internazionale si cela sempre lo stesso disegno di destrutturazione degli stati sovrani del Vicino Oriente, il disordine sociale e politico, il colonialismo messianico ed economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Come già in passato per Palestina, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Libano, oggi: giù le mani dall&#8217;Iran.</p>
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		<title>IRAN 2026 – UN’ANALISI</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/06/iran-2026-unanalisi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 03:01:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cenni Storici L’Iran entrò nel XX secolo con diversi scossoni: la Costituzione del 1906, che metteva insieme nella forma di monarchia costituzionale la figura dello shah e un governo, dichiarava l’islam religione ufficiale e impegnava all’applicazione della sharia. Fra 1908 e 1909 venne scoperto il petrolio e fondata la Anglo-Persian Oil Company (dalla quale nacque [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/06/iran-2026-unanalisi/">IRAN 2026 – UN’ANALISI</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Cenni Storici</strong><br />
L’Iran entrò nel XX secolo con diversi scossoni: la Costituzione del 1906, che metteva insieme nella<br />
forma di monarchia costituzionale la figura dello shah e un governo, dichiarava l’islam religione<br />
ufficiale e impegnava all’applicazione della sharia. Fra 1908 e 1909 venne scoperto il petrolio e<br />
fondata la Anglo-Persian Oil Company (dalla quale nacque nel 1954 la British Petroleum).<br />
Dal crollo zarista in Russia, il debolissimo governo iraniano portò il paese ad essere conteso e<br />
dominato con varia intensità dall’Impero Britannico e dall’Unione Sovietica: i primi tentarono di<br />
stabilire un protettorato col trattato del 1919, soppiantato poi da quello stipulato con l’URSS (1921).<br />
L’incertezza durò fino all’instaurazione del 1925 della Dinastia Pahlava, la quale laicizzò in gran parte<br />
l’Iran e diede impulso all’alfabetizzazione. L’estrazione di petrolio rimaneva comunque in mano<br />
straniera, con la Germani che negli anni ’30 aveva soppiantato l’URSS come primo importatore<br />
dall’Iran.<br />
Oltre al risentimento montante verso gli stranieri visti come predatori delle ricchezze iraniane, il<br />
grande effetto collaterale fu la forbice sempre più ampia fra una base sociale ampia e totalmente<br />
arretrata sotto ogni punto di vista e le montanti oligarchie che si arricchivano e alfabetizzavano<br />
sempre più. Il contesto divenne talmente instabile che non superò il test della Seconda Guerra: nel<br />
1941 l’alleanza fra britannici e sovietici portò all’invasione dell’Iran. Imponendo l’espulsione dei<br />
tedeschi e l’abdicazione dello shah in favore del figlio, i nuovi alleati misero le mani sul petrolio<br />
iraniano. Nel 1942 poi si aggiunsero gli USA, ai quali fu affidata tutta la logistica per assicurare le<br />
forniture all’esercito sovietico verso l’Europa.<br />
Nel secondo dopoguerra i britannici passarono il testimone agli statunitensi, i quali nel nuovo assetto<br />
diedero manforte agli iraniani nel resistere alle ingerenze sovietiche. La compagnia petrolifera,<br />
denominata intanto Anglo-Iranian Oil Company, era sempre a controllo maggioritario britannico: le<br />
richieste di una maggiore divisione favorevole agli iraniani condusse ad un crescente caos, fino<br />
all’impegno diretto di Regno Unito e USA che sfociò nel tentativo di CIA e SIS, appoggiati dallo shah, di<br />
destituire il governo di Mossadeq in favore del generale Zahedi (1953). L’operazione fallì, lo shah fuggì<br />
dall’Iran, ma l’esercito e le forze islamiste ebbero il sopravento concludendo ciò che britannici e<br />
americani non avevano completato.<br />
Nel 1954 la questione petrolifera si risolse: venne formato il Consorzio per l’Iran, noto anche come<br />
Sette Sorelle, ossia sette compagnie petrolifere britanniche (British Petroleum, Gulf Oil e Shell),<br />
statunitensi (Mobil, Texaco e Chevron) e francesi (una sola in realtà, che poi diventerà Total). La<br />
richiesta d’ingresso dell’Agip da parte di Mattei fu respinta, e il cartello così composto dominò almeno<br />
fino al 1973 la scena.<br />
I Pahlavi avevano dunque recuperato il potere, fondando la stabilità dell’Iran su accentramento,<br />
modernizzazione, e sull’appoggio costante di USA, Israele e Unione Sovietica. L’apice in positivo,<br />
almeno nelle intenzioni, fu forse rappresentato dalla così detta Rivoluzione Bianca del 1963: era<br />
questo un ambizioso piano di riforme dall’alto, che includeva la redistribuzione della terra,<br />
l’alfabetizzazione di massa, il voto alle donne, l’industrializzazione forzata.<br />
Il progetto delle Rivoluzione Bianca non fu di matrice USA-URSS, ed ebbe reazioni contrastanti: i primi<br />
la appoggiarono in chiave anti-comunista, mentre i secondi la osteggiarono in quanto filo-americana.<br />
Nonostante tutto, il progetto ebbe esiti contrastanti: se da una parte ci furono indubbi avanzamenti, la<br />
modernizzazione era poco equilibrata. All’arricchimento delle élite urbane corrispondeva l’esatto<br />
opposto negli strati inferiori e la forbice sociale esplose. Divennero caratteristiche la corruzione da<br />
una parte, la repressione della polizia segreta SAVAK dall’altra. Al crescere delle problematiche<br />
interne, cresceva la dipendenza dagli USA sotto ogni punto di vista.<br />
Questo malcontento creò un’alleanza che al momento sembrava improbabile ma che si rivelò più che<br />
efficace: l’unione di islamisti sciiti di Khomeini, sinistra marxista (Tudeh, Mojahedin), bazaari<br />
tradizionali e masse impoverite sia rurali che urbane condusse alla Rivoluzione Islamica del 1979.<br />
Essa fu essenzialmente interna, anche se non possono escludersi ingerenze o regie sovietiche.<br />
Khomeini trovò ospitalità in Francia, da dove comunicava con audiocassette e proclami sui media<br />
internazionali. Gli USA di Carter nel gennaio 1979 alla Conferenza di Guadalupe dichiararono lo shah<br />
ormai insalvabile e abbandonarono la partita. Più che le grandi potenze straniere, che comunque<br />
furono decisive nel non intervenire direttamente come in passato, a sostenere attivamente Khomeini<br />
furono la mobilitazione popolare e il collasso interno del regime pahlavi.<br />
Tralasciando qualsiasi commento fideistico, quasi cinquant’anni di regime islamico hanno contribuito<br />
a mantenere ben salde le caratteristiche di arretratezza e talvolta ad aggravarle: le infrastrutture, mai<br />
ammodernate o quasi, sono oggi più obsolete che mai; nonostante la sbandierata morale superiore<br />
della teocrazia, la corruzione non si è mai fermata; l’istruzione negli strati cittadini resta di ottimo<br />
livello ma l’emorragia di figure chiave per il know-how in fuga verso l’estero è diventata endemica; la<br />
grande priorità sembra di matrice antagonista, con le sovvenzioni principalmente convogliate verso il<br />
“fronte di resistenza” (Hezbollah, Hamas, Houthi, milizie irachene).<br />
<strong>Oggi</strong><br />
Nonostante tutto, l’Iran resta un gigante strategico: controlla lo Stretto di Hormuz da cui transita il 20<br />
25% del petrolio mondiale; possiede il secondo giacimento di gas al mondo e il quarto di petrolio;<br />
rappresenta il ponte terrestre cruciale per le rotte alternative; ha inoltre sviluppato una capacità<br />
missilistica e riguardante i droni relativamente low-cost.<br />
La Cina è il partner economico principale: nel 2025 ha acquistato oltre l&#8217;80% del petrolio iraniano<br />
esportato via mare, spesso a prezzi scontati (dal 12 al 20% meno per compensare i rischi delle<br />
sanzioni). Questo ha rappresentato fino al 17% delle importazioni petrolifere cinesi totali via mare.<br />
L&#8217;Iran dunque fornisce greggio &#8220;sanzionato&#8221; a Pechino, e l’acquisto avviene tramite raffinerie<br />
indipendenti per aggirare le restrizioni USA.<br />
Fra l’altro nel 2021 è stato firmato il Comprehensive Strategic Partnership, ossia l’Accordo dei 25 Anni,<br />
che prevede fino a 400 miliardi di dollari in investimenti cinesi in energia, infrastrutture, trasporti e<br />
petrolchimico in cambio di forniture petrolifere stabili. Tuttavia l&#8217;attuazione è talmente lenta e limitata<br />
da essere quasi ferma: gli investimenti diretti cinesi in Iran rimangono bassi per timore di arrivare allo<br />
scontro per via delle sanzioni USA, nonché per i rischi geopolitici e l’allocazione altrove di priorità<br />
cinesi primarie, come nel golfo arabo. Soprattutto però a gravare sull’accordo è la capacità ridotta da<br />
parte dell’Iran di produrre le forniture – in parole povere: la Cina per investire quei 400 miliardi di dollari<br />
vuole poter ottenere la contropartita, ma l’arretratezza tecnica iraniana (non solo infrastrutture<br />
obsolete, ma anche il dilagare della corruzione burocratica e l’instabilità politica) è d’ostacolo. Nel<br />
2025 ci sono stati appelli da entrambe le parti per accelerare, ma si sono limitati a dei proclami e i<br />
progressi concreti sono risultati quasi nulli.<br />
A proposito delle infrastrutture e della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran è per la Cina una rotta<br />
terrestre alternativa al passaggio nello Stretto di Malacca, e in generale per evitare le rotte controllate<br />
dagli USA. La linea ferroviaria diretta fra Cina e Iran (via Kazakhstan-Turkmenistan, con treni fra Xi’an e<br />
Teheran) consente di risparmiare oltre venti giorni rispetto al mare (15 vs 35-40). La trazione innovativa<br />
è tutta sulle spalle della Cina, che quindi vede nell’Iran un’opportunità ghiottissima ma anche una<br />
sorta di tabula rasa dove gli investimenti non sono condivisi: anche per questo Pechino non fornisce<br />
supporto militare diretto.<br />
Da approfondire la questione dell’aggiramento delle misure USA, perché fra 2024 e 2025 c&#8217;è stata<br />
un&#8217;esplosione di meccanismi volti ad aggirare il dollaro: boom delle criptovalute per evadere le<br />
sanzioni; pagamenti bilaterali in valute locali, soprattutto rial-yuan; le flotte fantasma per il trasporto<br />
del petrolio, anche congiuntamente alle flotte russe.<br />
A proposito della Russia, anche con loro l’Iran ha firmato un accordo di partnership (2025) che include<br />
cooperazione militare, esercizi congiunti, intelligence, ma nessun patto di mutua difesa. L&#8217;Iran ha<br />
fornito decine di migliaia di droni Shahed alla Russia, che li impiega contro l’Ucraina (e oggi è in grado<br />
di produrli localmente in Tatarstan). In cambio, la Russia ha fornito elicotteri Mi-28, e pare anche<br />
missili antiaerei Verba, oltre ad aver contribuito a sua volta condividendo il proprio know-how su droni<br />
e missili.<br />
Al momento, Russia e Cina non stanno sostenendo l’Iran contro l’attacco congiunto USA/Israele:<br />
entrambe non stanno fornendo supporto militare diretto, e anzi la Cina ha sì condannato gli attacchi e<br />
chiesto la cessazione immediata del fuoco esprimendo sostegno alla sovranità iraniana e alla sua<br />
dignità nazionale, ma tutto ciò è rimasto fermo alla retorica diplomatica. Non ha inviato armi, sistemi<br />
di difesa e tantomeno truppe, provvedendo però all’evacuazione immediata della maggior parte dei<br />
suoi cittadini dall&#8217;Iran. Continua inoltre a opporsi pubblicamente all’eventuale possesso di armi<br />
nucleari da parte dell’Iran e a spingere per un nuovo accordo sul nucleare.<br />
La Russia si è limitata alle condanne a parole (Lavrov e Putin hanno parlato di aggressione non<br />
provocata) e non fornisce armi extra e nemmeno supporto logistico. I motivi sono chiari: le forze russe<br />
sono stremate dalla guerra in Ucraina e non può rischiare alcuna escalation contro gli USA o la NATO);<br />
inoltre ha rapporti amicali con Israele, supportati da patti più o meno informali di non aggressione;<br />
viste le difficoltà generate dalla guerra in Ucraina la priorità russa è conservare risorse per sé<br />
soprattutto ora che l’asimmetria è minore grazie all’avviamento della produzione indipendente di<br />
droni.<br />
L’attacco USA-Israele ha quindi, almeno in superficie, alcune motivazioni chiaramente ben<br />
individuabili ed esplicite, che trovano anche un fondamento storico e una certa ricorrenza a partire<br />
dagli inizi del secolo scorso. Può essere solo questo? Difficile, soprattutto per via delle tempistiche.<br />
<strong>L’Ipotesi Monetaria</strong><br />
Spopola in rete da alcuni giorni un video nel quale Catherine Austin Fitts (ex funzionaria del<br />
Dipartimento HUD USA sotto Bush Sr., oggi analista finanziaria indipendente e fondatrice di Solari<br />
Inc.) include fra i motivi dell’attacco il control grid e la digitalizzazione monetaria.<br />
La tesi della Fitts prende le mosse dal processo, attualmente in corso anche nel UE con l’euro digitale,<br />
di passaggio alla moneta programmabile, alla tokenizzazione di tutti gli asset (azioni, bond, immobili,<br />
ecc) su blockchain, l’imposizione di digital ID interoperabili a livello mondiale e all’integrazione dell’AI<br />
nel controllo delle transazioni.<br />
Per funzionare, questo sistema ha bisogno di una control grid, cioè una griglia di controllo che deve<br />
essere totalmente integrabile e compatibile nelle diverse zone del mondo. Qualsiasi escape point, che<br />
si tratti di una falla sistemica o di un buco dovuto alla mancanza di copertura, permetterebbe di<br />
operare al di fuori del sistema centralizzato.<br />
Le transazioni di cui si è parlato sopra fra Cina e Iran, nonché il boom delle criptovalute e in generale<br />
dell’aggiramento del dollaro, rappresenterebbe al momento il più grande escape point. Non solo:<br />
considerando l’isolamento e l’arretratezza generalizzata dell’Iran, l’integrazione del paese nel sistema<br />
sarebbe distante anni luce dalla realizzazione. Fra l’altro l’Iran ha una banca centrale indipendente, e il<br />
commercio con la Cina permette il passaggio non regolamentato di quantità di denaro talmente<br />
ingenti da rappresentare un pericolo non solo per gli USA ma per tutto il sistema.<br />
Stando a questo approccio, l’attacco USA-Israele avrebbe fra le principali motivazione la volontà di<br />
integrare forzatamente l’Iran nel sistema monetario, portando alla luce e sotto il controllo diretto quel<br />
flusso monetario.<br />
Resta una speculazione, probabilmente ha anche dei tratti al limite del complottismo, ma meglio<br />
tenerla cautamente in conto.<br />
<strong>Quali conseguenze per la Russia?</strong><br />
L’intervento di Stati Uniti e Israele ha indubbiamente un effetto collaterale enorme: aiuta<br />
indirettamente ma in modo significativo gli amici di sempre, ossia la Russia.<br />
Almeno nel breve-medio termine fornisce un &#8220;respiro&#8221; economico e strategico fondamentale mentre è<br />
stremata dalla guerra in Ucraina (ormai al quinto anno, lontana dall&#8217;essere una &#8220;guerra lampo&#8221; come<br />
pianificato nel 2022).<br />
Innanzitutto il conflitto sta causando un&#8217;impennata immediata e sostenuta dei prezzi di petrolio e gas.<br />
L’indice Brent ha superato gli 80-82$ al barile da circa 72-73$, quotazione pre-attacco), con picchi<br />
brevi ben oltre gli 82$. Le minacce di interruzioni totali del transito dallo Stretto di Hormuz (già in<br />
negativo del 33%) contribuiscono alle impennate. Ciò porta all’incremento di esportazioni petrolifere<br />
russe: a dicembre 2025 il prezzo era 40$ a barile, ora 62$ e pure in crescita). La Russia, nonostante le<br />
sanzioni e gli sconti che applica per aumentare i margini sui volumi, beneficia enormemente della<br />
situazione: si valuta che mantenere il prezzo sopra i 70-80$ eliminerebbe le componenti immediate<br />
del deficit di bilancio, finanziando con nuova linfa la guerra in Ucraina. Gli analisti di Bloomberg e<br />
Reuters indicano in questi giorni che un prolungamento della crisi potrebbe portare il petrolio russo a<br />
90-100$ al barile, e ciò rappresenterebbe per Mosca un aiuto quasi miracoloso.<br />
In secondo luogo l’intervento in Iran rappresenta il motivo principale per ridurre fino allo zero le<br />
forniture di armamenti e sistemi difensivi a Kiev. Da questo punto di vista, spingere sul fondo<br />
l’attenzione dei media concentrandoli sul conflitto in Medio Oriente rappresenta un bagno<br />
purificatorio d’immagine per la Russia. A questo proposito, la condanna da parte della Russia senza<br />
interventi militari posiziona Putin nel potenziale ruolo di mediatore: da tiranno aggressore di uno Stato<br />
sovrano a pacificatore del Medio Oriente, se l’operazione riuscisse sarebbe quasi un colpo<br />
hollywoodiano.<br />
A remare contro questo processo di aiuto alla Russia c’è, banalmente, il tempo. Nel breve termine e,<br />
forse, nel breve-medio periodo questa strategia sta funzionando almeno in parte, ma il boom<br />
petrolifero ha bisogno della chiusura di Hormuz. Se ciò non dovesse succedere, la seconda metà del<br />
2026 significherebbe già calo per le esportazioni russe.<br />
Fra l’altro dal punto di vista strategico Putin si è giocato per un certo numero di anni qualsiasi appoggio<br />
da parte dell’Iran, che con i suoi droni ha contribuito ad evitare la disfatta immediata contro l’Ucraina,<br />
e forse da parte di gran parte del Medio Oriente: dimostratosi inaffidabile come alleato, potrebbe<br />
perdere del tutto l’influenza sui corridoi logistici.<br />
L’economia russa è in ogni caso di cristallo, e la produzione militare occupa i pochi margini rimasti pur<br />
non potendo durare per sempre.<br />
Insomma, USA e Israele stanno provando a dare una mano (da dietro la schiena) alla Russia, ma il<br />
futuro di questo aiuto è appeso ad un filo.<br />
…e l’Unione Europea?<br />
L’attrito con gli USA è reale: la riluttanza e le rimostranze nei confronti dell’attacco all’Iran da parte di<br />
alcuni Stati mostra un fronte disunito. La Spagna ha rifiutato l&#8217;uso delle basi congiunte (Rota e Morón)<br />
per operazioni offensive, citando violazione del diritto internazionale e mancanza di mandato ONU,<br />
ma sembra che a seguito delle pressioni statunitensi Madrid abbia accettato una cooperazione<br />
limitata (comunicazione del 4 Marzo da parte del governo USA). Il Regno Unito ha autorizzato “azioni<br />
difensive proporzionate” (qualsiasi cosa possa voler dire), così come Francia e Germania. Italia,<br />
Grecia e altri paesi sono rimasti cauti focalizzandosi su difesa di interessi energetici e evacuazione dei<br />
civili.<br />
Le reazioni di Trump sono apparse sproporzionate, con minacce di interruzioni commerciali che<br />
sembrano impossibili singolarmente verso paesi UE.<br />
Di fatto non esiste un solo accordo NATO che renda chiara e operativamente inequivocabile la<br />
questione: gli accordi e i memorandum sono numerosi e in parte secretati.<br />
Il Trattato Nord-Atlantico del 1949 istituisce la NATO sulla base della reciproca assistenza la capacità<br />
singola o di più parti di resistere ad attacchi militari, ma ad esempio la presenza di militari di uno Stato<br />
nel territorio di un altro Stato è regolata da una convenzione del 1951. Poi ci sono accordi fra singoli<br />
Stati, come quello degli anni ’50 sulla reciproca assistenza in fase di difesa. Ce n’è poi uno del 1954<br />
solo sull’aeronautica, e nello stesso anno un altro (Bilateral Infrastructure Agreement detto BIA,<br />
ancora oggi secretato) regola l’uso delle basi in Italia concesse agli USA. Poi c’è il memorandum del<br />
1995, sempre fra USA e Italia, in cui si dice che formalmente il comando delle basi americane in Italia<br />
spetta all’Italia, mentre il comando di truppe, armi e operazioni è solo in capo agli USA, ai quali resta<br />
solo il dovere di informare con un anticipo indeterminato il comando italiano delle operazioni<br />
giudicate “significative” (anche in questo, qualsiasi cosa possa significare “significative”).<br />
Insomma, fra discrezionalità, informalità e documenti secretati, non è dato sapere al pubblico quali<br />
siano le regole inequivocabili in materia, e pare in realtà che non ce ne siano. Ci si può rifiutare? Non si<br />
sa.<br />
Di fatto anche gli USA necessitano di cautele, che non sembrano comunque nelle corde di Trump,<br />
perché in caso di violazioni dei patti la NATO entrerebbe in crisi isolando Washington e limitandone<br />
molto la capacità logistica.<br />
Fatto questo quadro, nel recente passato si è parlato più volte di un disimpegno statunitense dai<br />
territori europei sotto il controllo UE. Ciò sarebbe davvero possibile? Converrebbe? E a chi?<br />
Uno stop al sostegno militare USA all’UE sarebbe possibile, almeno in parte. Un disimpegno selettivo<br />
sarebbe possibile, ad esempio riducendo o azzerando i contributi logistici o legati all’intelligence. Col<br />
fronte ucraino aperto ciò sembra comunque improbabile.<br />
Sembra invece più realistico che gli USA vogliano accaparrarsi una certa percentuale (ulteriore) di<br />
spesa dell’area UE, e in questo contesto rientrano anche i dazi. Ciò somiglia di più ad uno<br />
smantellamento che ad un abbandono.<br />
L’aiuto alla Russia di cui si è parlato prima sembra doversi inquadrare anche dal lato dei rapporti fra<br />
USA e UE, e prende la forma dell’erosione economica e produttiva in un contesto nel quale è ormai<br />
dichiarata pubblicamente la fase di deindustrializzazione dei Membri dell’UE per via delle<br />
speculazioni energetiche legate alla borsa di Amsterdam, agli obblighi del Green Deal e alla<br />
conseguente perdita di competitività rispetto alle aree extra-UE.<br />
A prescindere da tutto ciò, gli Stati che compongono l’UE non hanno un esercito comune unificato.<br />
Iniziative come European Defence Fund e PESCO spingono per l’autonomia, ma la spesa militare è<br />
bassissima, e in oltre la NATO fornisce il 70-80% della capacità militare. Proprio per questo, alcuni<br />
Stati dell’UE stanno accelerando spingendo per una difesa comune reale post-Iran.<br />
È chiaro però che in questo quadro c’è un buco, una parte bianca ancora tutta da scrivere: fra il qui e<br />
ora, e la fine del conflitto in Iran che è ancora ignota, cosa potrà succedere?<br />
L’aiuto dato alla Russia dall’attacco USA-Israele in Iran può arrivare a fornire abbastanza risorse ai<br />
russi da allargare il conflitto oltre i confini occidentali dell’Ucraina? Forse no, ma se fosse cosa<br />
succederebbe in Europa? Come si schiererebbero gli USA? La NATO resisterebbe o si scioglierebbe di<br />
fronte agli interessi ben più consolidati e storicamente fondati che uniscono Russia, USA e Israele?<br />
Quanto la stabilità dell’UE serve alla triade per contenere l’espansionismo cinese?<br />
Tutte queste domande devono comunque fare i conti con un’aggressione ben diversa e già in corso,<br />
cioè quella economica all’UE.<br />
La crisi in Iran ha causato un&#8217;impennata immediata dei prezzi dell&#8217;energia, esacerbando una<br />
vulnerabilità già strutturale dell&#8217;UE e accelerando la corsa della deindustrializzazione. L’emorragia<br />
economica adesso ha un nuovo corso, nemmeno troppo piccolo, che corre in direzione di Mosca.<br />
<strong>Le analisi di questi giorni sono chiare: </strong><br />
In Italia un +10% su gas ed elettricità potrebbe aggiungere 207€ annui per famiglia; un +30%<br />
sul gas e +25% sull&#8217;elettricità porterebbe l&#8217;aggravio a 585€. Le scorte UE di gas sono al minimo<br />
storico (46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026, contro i 60-80 degli anni precedenti),<br />
rendendo l’Unione esposta a qualsiasi tipo di asta con attori extra-UE.<br />
La BCE ha avvertito che un conflitto prolungato potrebbe causare un’esplosione dell&#8217;inflazione<br />
energetica: se produrre diventa antieconomico per i costi energetici, e come già successo in<br />
alcuni periodi post-COVID le linee vengono fermate, gli Stati che compongono l’UE rischiano il<br />
collasso. Gli analisti di Goldman Sachs hanno stimato che un mese di blocco di Hormuz<br />
spingerebbe in alto i prezzi del gas nel territorio UE del 130%, con effetti a cascata su logistica,<br />
produzione e mercati. Le borse come Milano hanno d’altronde già fatto segnare cali del 3/4%,<br />
bruciando miliardi di € in valore azionario.<br />
Gli allarmi sulla deindustrializzazione dei tanti report come quello di Research Gate sono<br />
rimasti a lungo inascoltati, ma sono reali, preesistenti e legati in primis alla volatilità dei prezzi<br />
energetici (a proposito della quale l’UE non ha assolutamente fatto alcunché che non fosse<br />
accettarli), ma anche dai sempre più asfissianti costi regolatori e dalla dipendenza da import.<br />
La crisi iraniana li amplifica in un tempo molto breve e con forte accelerazione, rischiando di<br />
trasformare quello che fino ad ora è stato un declino graduale in un collasso rapidissimo.<br />
<strong>Conclusioni</strong><br />
L’Europa è il grande perdente economico, ma non solo. In gioco c’è la perdita di tutto ciò che è stato<br />
delegato all’UE, e il tentativo di Italia e Germania (e in parte anche Francia e Olanda) di prendere in<br />
mano l’intera istituzione e riplasmarla strappandola alle sue derive autolesioniste e suicide è insieme<br />
testimone della situazione e, forse, l’unica azione concreta necessaria.<br />
L’intervento di USA e Israele in Iran, la loro collaborazione con la Russia e l’immobilità cinese<br />
riassumono tutto quanto: stiamo assistendo ad una manovra elaborata e articolata che ha come<br />
principale obiettivo non dichiarato ma effettivo l’Europa.<br />
Il prossimo futuro dipenderà da quanto durerà il conflitto, da chi gestirà il post-Khamenei e da quanto<br />
l’Europa saprà reagire prendendo in mano l’UE in tempo e con la strategia migliore per diventare<br />
potenza, e non un tragico mix fra un parco archeologico e un villaggio vacanze in rovina.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Hands off Iran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 11:08:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;attacco contro l&#8217;Iran è l&#8217;ennesimo capitolo della lunga destabilizzazione del Vicino Oriente. La retorica dell&#8217; attacco preventivo, in realtà pura azione terroristica, è la modalità che USA ed Israele utilizzano da sempre, soprattutto dal 2001, per modellare a proprio piacimento la carta politica della regione. Creare il caos, fomentare scontri etnico/tribali, mettere al potere il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/01/hands-of-iran/">Hands off Iran</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto" style="text-align: justify;">L&#8217;attacco contro l&#8217;Iran è l&#8217;ennesimo capitolo della lunga destabilizzazione del Vicino Oriente. La retorica dell&#8217; attacco preventivo, in realtà pura azione terroristica, è la modalità che USA ed Israele utilizzano da sempre, soprattutto dal 2001, per modellare a proprio piacimento la carta politica della regione. Creare il caos, fomentare scontri etnico/tribali, mettere al potere il vero fondamentalismo (come Al Qaeda in Siria) ha un solo obiettivo: abbattere le nazioni sovrane che non si assoggettano, destrutturarle, annientarle per poi controllarne dei pezzi.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Libano, dimostrano che ogni intervento presentato come operazione di sicurezza o lotta al fondamentalismo è in realtà un attacco bellico pianificato per creare il caos generando ordini fragili e conflittualità perenni che ricadono inevitabilmente anche sull&#8217;Europa, attraverso immigrazione di masse diseredate e radicalismo religioso mentre i paesi del Vicino Oriente vengono attaccati con la copertura retorica dei diritti civili o della democrazia.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Condanniamo fermamente l&#8217;attacco all&#8217; Iran e la logica di ristrutturazione imperialista e sionista che lo sostiene. Colpire uno stato sovrano per modificarne l&#8217; assetto interno non è difesa ma aggressione. Siamo al fianco del giovane popolo iraniano, già artefice di una vittoriosa rivoluzione e vittima di una guerra imposta, che mostrerà nuovamente la sua forza e la sua millenaria storia nella terribile prova che lo attende.</div>
<div dir="auto"><em><strong>Fronte Europeo per la Siria</strong></em></div>
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		<title>I sovranisti con il guinzaglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 02:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le logiche dei movimenti sovranisti, non sono una novità per noi, in quanto falsità e parole vuote. Sono movimenti, sovranisti solamente nel nome, che avvallano teorie politiche, che rendono l Italia, facile preda delle potenze internazionali. Ci sarà anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov tra gli ospiti del prossimo congresso di Democrazia sovrana popolare, il partito  [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/02/02/i-sovranisti-con-il-guinzaglio/">I sovranisti con il guinzaglio</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le logiche dei movimenti sovranisti, non sono una novità per noi, in quanto falsità e parole vuote.<br />
Sono movimenti, sovranisti solamente nel nome, che avvallano teorie politiche, che rendono l Italia, facile preda delle potenze internazionali.<br />
Ci sarà anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov tra gli ospiti del prossimo congresso di <b>Democrazia sovrana popolare</b>, il partito  fondato da Marco Rizzo nel 2023. Il congresso è in programma a Roma il prossimo weekend, sabato 31 gennaio e domenica 1° febbraio. L&#8217;intervento (in collegamento) di Lavrov, lanciato dal partito con tanto di card, promette di essere il <b>piatto forte</b> di sabato pomeriggio, specie se si aggiunge che al congresso del partito di Rizzo, Mosca sarà rappresentata pure sul palco dall&#8217;ambasciatore in Italia <b>Alexey Paramonov</b>.<br />
Monologo, intervista, talk? «Questo non glielo posso dire, lo sveleremo all&#8217;ultimo». D&#8217;accordo, ma di cosa è stato invitato a parlare? «Del mondo multipolare», dice Rizzo, che ricorda come sul palco compariranno gli ambasciatori pure di molti altri Paesi, dal Brasile al Sudafrica sino alla Palestina. Perché noi «siamo <b>per la pace e il mondo multipolare</b>, non come il <i>Corriere</i>», affonda il colpo il politico torinese polemizzando con l&#8217;intervista a Lavrov di cui il giornale a novembre ha bloccato la pubblicazione per non dar spazio alla sua «propaganda».<br />
Mondo multipolare che esiste solo nella loro fantasia onanistica, visti gli abbandoni da parte Russa, dei vari alleati, come Siria e Venezuela.<br />
Nello sforzo di agguantare la pace, dunque, Rizzo o i suoi chiederanno conto con l&#8217;occasione a Lavrov dei <b>bombardamenti quotidiani </b>sull&#8217;Ucraina e dei continui <i>niet </i>a qualsiasi sforzo negoziale per cessare le ostilità che non implichi la capitolazione di Kiev? «Speriamo che ci porti <b>buone notizie sulla pace</b>», taglia corto il leader di Democrazia sovrana popolare. Che ricorda come, d&#8217;altronde, sia stata la stessa premier nella conferenza stampa d&#8217;inizio anno a dire che per arrivare alla pace «bisogna parlare con la Russia».<br />
A parlare con la Russia, devono essere gli Ucraini, come sta avvenendo ad Abu Dhabi<b>, </b><b>dove una delegazione di tutto rispetto, </b>composta dal capo dell&#8217;intelligence militare, <b>Kyrylo Budanov</b>, dal ministro della Difesa e segretario del Consiglio per la sicurezza,<b> Rustem Umerov</b>, e dal diplomatico di lungo corso <b>Sergiy Kyslytsya</b>. Partecipano anche il leader del partito &#8220;Servire il popolo&#8221; <b>Davyd Arakhamia</b> e il capo di Stato maggiore delle Forze armate ucraine <b>Andriy Gnativ, sta portando avanti i colloqui con i Russi e la mediazione del Statunitensi.</b><br />
<b>Essi sono gli unici che hanno il diritto di controbattere alle assurde richieste Russe, in quanto unici rappresentanti del popolo Ucraino, esso si sovrano e democratico.</b><br />
<b>Il ruolo dell&#8217; Europa è quello di sostenere l Ucraina nella battaglia, auspicando un futuro di pace in cui il ruolo dell&#8217; Ucraina è all&#8217; interno dell&#8217; Ue.</b><br />
<b>I sovranisti da prefisso telefonico, restino pure a cianciare di modelli multipolari e di pacifismo, in pieno stile partigiani della pace 2.0,di sovranismo mentre scodinzolano al padrone imperialista dell&#8217; est.</b><br />
<b>D altronde era prassi comune, ai tempi della DDR, l&#8217; appoggio da parte dell&#8217; Unione Sovietica ai gruppi estremisti di destra e di sinistra, presenti nella Germania Ovest, per destabilizzarla.</b><br />
<b>Oggi, visti i tempi di crisi economica in cui si trova la Federazione Russa, non si possono permettere di finanziare partiti di peso e ripiegano sui partiti di quart&#8217; ordine. Democrazia Sovrana e Popolare e vari movimenti Europei, con la </b>cosiddetta &#8220;Lega sovranista internazionale dei Paladini&#8221; (International Sovereigntist League «Paladins»), un nuovo network, sostenuto dall&#8217; oligarca russo ortodosso, Konstantin Malofeev, figura vicina al Cremlino, noto per i suoi legami con Dugin e per aver finanziato milizie separatiste filorusse in Donbass già dal 2014.<br />
I Nazionalisti Europei, vogliono spezzare le catene della Fortezza Europa, i  sovranisti invece sognano di cambiare padrone, ma di mantenere il guinzaglio stretto.</p>
<p><em><strong>Matteo Cantù </strong></em></p>
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		<title>Groenlandia: posizione italiana e problema Lega</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/01/22/groenlandia-posizione-italiana-e-problema-lega/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 02:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sta succedendo qualcosa in Groenlandia i cui sviluppi saranno totalmente imprevedibili. Una lite in famiglia, all’interno dell’Impero americano, pesante, senza precedenti. Truppe di otto paesi europei(Francia, Inghilterra, Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia, Paesi Bassi, Danimarca)stanziate nell’isola artica come deterrenza anti-americana, anti-russa ed anti-cinese. Minacce di sanzioni reciproche, allineamento del Regno Unito alla posizione europea, una condanna [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sta succedendo qualcosa in Groenlandia i cui sviluppi saranno totalmente imprevedibili. Una lite in famiglia, all’interno dell’Impero americano, pesante, senza precedenti. Truppe di otto paesi europei(Francia, Inghilterra, Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia, Paesi Bassi, Danimarca)stanziate nell’isola artica come deterrenza anti-americana, anti-russa ed anti-cinese. Minacce di sanzioni reciproche, allineamento del Regno Unito alla posizione europea, una condanna quasi unanime di tutte le forze politiche della prepotenza USA, e tutto questo mentre l’UE entra a gamba tesa nell’emisfero americano siglando un trattato di libero scambio con i paesi dell’ america latina portandoli di fatto nella propria sfera d’influenza economica.</p>
<p style="text-align: justify;">E l’Italia? Meloni, insieme ad Orban ed ai polacchi è su di una posizione di dubbio. Ha dichiarato che l’invio di truppe italiane sull’isola sarebbe possibile solo sotto un’egida NATO. All’interno della maggioranza di governo, membri della Lega hanno esultato per la minaccia USA di ulteriori dazi per i paesi che hanno inviato truppe, smarcandosi ancor di più dal campo europeista in un’ottica bottegaio-sovranista.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ probabile che la posizione della Meloni sia dettata sia dalla preoccupazione per la tenuta della maggioranza, vista la posizione della Lega, che sembra sempre più agire come un attore eterodiretto per spaccare il fronte interno, sia dalla sua tradizionale posizione di creazione di un ponte tra amministrazione Trump ed Europa. Posizione che tralaltro ha finora mostrato di essere alquanto debole: i risultati ottenuti infatti, a parte l’alleviamento dei dazi sulla pasta, sono veramente scarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa posizione del governo Meloni fa inoltre il paio con la reiterata indisponibilità all’invio di truppe italiane in Ucraina. Questa posizione di terzietà e pacifismo paraculo, dettata anche dalla coordinazione con il Vaticano per quanto riguarda la nostra politica estera, comincia però ad apparire davvero loffia. Il rischio sarebbe quello di ritrovarsi tagliati fuori dai grandi sviluppi della Storia, cosa peraltro non nuova per il contesto italiano. Dimostrare imparzialità fin quando possibile e poi schierarsi all’ultimo, preferibilmente con chi si pensa che sarà il vincitore della contesa è qualcosa di cui abbiamo fatto già largamente esperienza, e che ha sempre costretto l’Italia ai margini della Storia. All’estero questo posizionamento non viene visto come saggezza geopolitica, ma come un furbesco tentativo di non esser mai dalla parte del torto, sembra come cercare di difendere il proprio orticello mentre il villaggio brucia, una volta che tu l’abbia protetto con successo, cosa farai se il tuo contesto è in rovina?</p>
<p style="text-align: justify;">Solo Meloni può conoscere quanto il pericolo Lega possa incidere sul suo ruolo di Primo Ministro, ma dal punto di vista del suo atteggiamento di ‘ponte’ con l’America vorremmo solo aggiungere un punto: non bisogna credere che il padrone apprezzi di più colui che si sottomette ad ogni sua richiesta, anzi, tenderà a vedere questi come un oggetto a sua disposizione piuttosto che come un soggetto autonomo, e ad utilizzarlo quindi come uno strumento per i propri fini, lasciandogli qualche briciola di vantaggio per tenerlo bene a cuccia. Nel momento in cui questa utilità svanisse, non è detto che il padrone lo abbandoni a sé stesso di punto in bianco, facendolo ritrovare faccia a faccia con i suoi vicini di casa, che egli non ha voluto aiutare mentre la casa comune era in fiamme&#8230;</p>
<p><em><strong>Luigi Corbelli</strong></em></p>
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		<title>Cecenia: la guerra di successione è già cominciata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 02:14:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fa freddo a Grozny, capitale della Cecenia, l’anno è appena cominciato, e non promette nulla di buono. Il “capo supremo”, Ramzan Kadyrov, è da settimane scomparso dalla scena pubblica; forse morto, forse in fin di vita, nessuno lo sa con certezza. Soltanto la stretta cerchia di fedelissimi conosce la verità e, ovviamente, la conosce il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fa freddo a Grozny, capitale della Cecenia, l’anno è appena cominciato, e non promette nulla di buono. Il “capo supremo”, Ramzan Kadyrov, è da settimane scomparso dalla scena pubblica; forse morto, forse in fin di vita, nessuno lo sa con certezza. Soltanto la stretta cerchia di fedelissimi conosce la verità e, ovviamente, la conosce il Cremlino, vero sponsor di una storia che sembra uscita da un romanzo, ma che, in realtà, è una storia tipicamente caucasica, per modalità e caratteristiche.</p>
<p>Fa freddo a Grozny, capitale della Cecenia, l’anno è appena cominciato, e non promette nulla di buono. Il giovane “figlio del capo”, Adam Kadyrov, è rimasto coinvolto pochi giorni fa in un gravissimo incidente automobilistico, dai contorni che sembrano essere usciti da un romanzo, ma che, in realtà, portano i tratti di una storia tipicamente caucasica, per modalità e caratteristiche.</p>
<p>Nel giro di poche settimane, a Grozny non ci sono più certezze.</p>
<p>Ramzan Kadyrov, che ha governato questo lembo di Caucaso dal 2004 su mandato in bianco di Mosca, affronta da diverso tempo il conto “salato” di una vita non certo morigerata, o da pio mussulmano. La necrosi pancreatica che (non ufficialmente) lo affligge lo sta portando, o forse lo ha già portato, là dove suo padre Achmat Kadyrov fu spedito da un attentato islamista, proprio nel Maggio del 2004.</p>
<p>L’incidente cui è stato vittima Adam Kadyrov, avvenuto a pochi mesi dalla sua nomina a Segretario del Consiglio di Sicurezza della Cecenia, incidente in cui il giovane ha riportato lesioni gravissime, mette <em>de facto </em>il clan Kadyrov fuori gioco. Gettando la Cecenia in una condizione di vuoto di potere, che non presagisce nulla di buono nell’immediato futuro. Ed aprendo un potenziale fronte caucasico per il Cremlino, la cui gestione sarebbe sicuramente difficile.</p>
<p>Sgombriamo immediatamente il campo da ipotesi non realistiche.</p>
<p>Dentro e fuori dalla Cecenia, non esistono entità talmente forti in grado di scalzare i Kadyrov; né sedicenti opposizioni “democratiche” (che non hanno nessun legame con il territorio), né gruppi islamisti che, seppur presenti ed operativi nella regione, non avrebbero avuto mai la capacità di portare un attacco diretto allo <em>status quo </em>ceceno che, seppur posto sotto l’egida di un <em>leader</em> malato, rimane solido nei fondamentali; forze armate e nuclei di sicurezza interna.</p>
<p>L’uscita di scena di Adam Kadyrov, se è stata pianificata, e per noi lo è stata, porta il marchio del regolamento di conti interno al potere. In cui troviamo diversi protagonisti, tutti potenzialmente papabili alla successione, ma tutti aventi un Tallone d’Achille specifico, che ne minerebbe la strada verso la presidenza.</p>
<p>Il primo, per una questione di equilibri clanici, è Adam Delimkhanov; colui che Ramzan Kadyrov designò a suo tempo per gestire il delicato compito di monitorare la diaspora cecena all’estero, presente in nazioni/chiave come la Turchia, l’Iraq e l’Arabia Saudita. Delimakhanov ha rappresentato, nella mappa del potere di Grozny, il ministro degli esteri non ufficiale della Cecenia. Il clan di Delimkhanov, va sottolineato, è ritenuto essere il secondo più influente dell’area dopo quello dei Kadyrov. In Cecenia, è ancora fortissima l’appartenenza al <em>Teip (clan o tribù)</em>, che tradizionalmente unisce famiglie con origini comuni o legate alla stessa terra, e ciò potrebbe rappresentare un valore aggiunto di non scarsa rilevanza, nemmeno per Mosca, che potrebbe vedere di buon occhio la stabilità tra i <em>Teip, </em>rappresentata dai Delimkhanov e dal loro capobastone. Tuttavia, su Adam Delimkhanov, pende l’ombra di legami con la malavita russa che, al netto d’inesistenti remore morali da parte di Putin, potrebbe rappresentare fonte d’imbarazzo presso l’opinione pubblica russa.</p>
<p>Il secondo, per la sua rilevanza negli apparati militari ceceni, è Apti Alaudinov, comandante del battaglione Akhmat e vicecapo della Direzione Principale per il Lavoro politico/militare delle Forze Armate russe presso il Ministero della Difesa. Alaudinov, al di à dei galloni, è niente meno che un tagliagole di lungo corso. Entrato qualche anno fa in frizione con Kadyrov, forse per questioni legate alla gestione dei fondi elargiti da Mosca, ha riscattato il suo nome in Ucraina. Per Putin e i burattinai del Cremlino, potrebbe essere il candidato più plausibile, in quanto rappresentante dell’ala militare del potere ceceno. Tuttavia, forti sono le incertezze sulla sua reale capacità politica, e sull’affidabilità nel lungo periodo, visto che la Russia vorrebbe per la Cecenia un futuro più in linea con l’adesione alla struttura federale, piuttosto che quella di piccolo reame personale di un nuovo Kadyrov.</p>
<p>Il terzo, decisamente meno forte come candidato, è Magomed Daudov. Segretario del ramo ceceno di Russia Unita, il partito di Putin, è forse più noto fuori della Cecenia, che al suo interno. Nonostante ciò viene comunque ritenuto uno dei possibili candidati. Il motivo è semplice: Potrebbe rappresentare l’uomo di paglia perfetto per “normalizzare” la Cecenia. Come detto in precedenza, con la scomparsa di Ramzan Kadyrov, il Presidente Putin potrebbe desiderare una reintegrazione nei ranghi federali, dell’ormai ex regno kadyrovita. Imbrigliandone potenzialità e criticità, ed evitando una guerra di successione che per Mosca vorrebbe dire l’apertura di un Vaso di Pandora, pieno zeppo di braci, pronte ad incendiare tutto il Distretto Settentrionale del Caucaso, in un frangente difficile per la Russia, inchiodata nella guerra contro l’Ucraina.</p>
<p>Il quarto incomodo però potrebbe arrivare proprio dal <em>Teip </em>Kadyrov. Il figlio maggiore di Ramzan, Akhmat, è stato da tempo designato dal padre moribondo alla guida del clan, con tutto ciò che la cosa comporta, innanzitutto in termini di sopravvivenza e di capacità offensiva del <em>Teip</em>, nei confronti degli altri candidati alla successione.</p>
<p>Fa freddo a Grozny, capitale della Cecenia, l’anno è appena cominciato, e non promette nulla di buono. Quello che però si profila all’orizzonte di questa regione, così piccola ma così importante per la geopolitica mondiale, potrebbe essere peggiore di qualsiasi rigido inverno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Gabriele Gruppo</strong></em></p>
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		<title>Il diavolo non fa i coperchi, Putin nemmeno le pentole.</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 02:18:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Durante la sua conferenza stampa di fine anno, durata oltre quattro ore, Putin ha sottolineato come queste ideologie possano confondere la popolazione, portandola verso l&#8217;oscurità e influenzando negativamente il comportamento umano. &#8220;Dobbiamo affrontare il problema con decisione, ma rispettando sempre i diritti umani&#8221;, ha dichiarato. Le parole sono seguite dai fatti. Nel luglio 2025, la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Durante la sua conferenza stampa di fine anno, durata oltre quattro ore, Putin ha sottolineato come queste ideologie possano confondere la popolazione, portandola verso l&#8217;oscurità e influenzando negativamente il comportamento umano.<br />
&#8220;Dobbiamo affrontare il problema con decisione, ma rispettando sempre i diritti umani&#8221;, ha dichiarato.<br />
Le parole sono seguite dai fatti.<br />
Nel luglio 2025, la Corte Suprema russa ha dichiarato il Movimento Satanista Internazionale un&#8217;organizzazione estremista.<br />
Da allora, oltre 20 persone sono state sanzionate per l&#8217;esposizione di simboli satanici, tra cui pentagrammi, croci capovolte e immagini di Bafometto.<br />
Il Cremlino sostiene che questi movimenti minaccino i valori tradizionali e siano collegati a forme di nazionalismo estremo e neonazismo(qualcuno gli ricordi che tra i denazificatori è presente il battaglione Rusich).<br />
Putin ha anche avvertito che l&#8217;Occidente sembra avviarsi verso il satanismo, con élite che promuovono la negazione dei valori umani e la perdita di fede.<br />
Per la Russia, questa è una vera e propria battaglia spirituale.<br />
Tutto bello,difatti le schiere di filorussi nostrani, sempre pronti ad elogiare il paradiso tradizionalista russo(ovviamente restando comodamente nel cattivo occidente)hanno gioito davanti al richiamo del loro satrapo, che vuole combattere il satanismo.<br />
C&#8217;è un piccolissimo dettaglio: la coerenza non è comune in Casa Russia, infatti Putin combatte il satanismo, mentre nel frattempo grazia i satanisti.<br />
Un membro reo confesso di una setta satanista, condannato a 20 anni di carcere per omicidio e profanazione di cadaveri, è stato liberato dopo aver completato sei mesi di servizio militare in Ucraina.<br />
Nikolai Ogolobyak, 33 anni, della regione di Yaroslavl, è stato rilasciato all&#8217;inizio di questo mese dopo essere rimasto gravemente ferito in battaglia, ha detto suo padre .La sua pena detentiva sarebbe dovuta scadere nel 2030.<br />
Ogolobyak e i suoi complici minorenni furono condannati nel 2010 per aver ucciso quattro adolescenti e aver profanato i loro corpi durante i riti di iniziazione del 2008. Un altro sospettato, Anton Makovkin, fu dichiarato insano di mente e rinchiuso in un istituto psichiatrico.<br />
Secondo quanto riportato dal materiale processuale, Ogolobyak e i suoi complici hanno ucciso due persone, tagliato loro la testa, rimosso il cuore e la lingua, le hanno fritte e mangiate.<br />
Nel secondo caso, mentre uccideva altre due persone, Ogolobyak ha inferto alla sua vittima 666 coltellate, evidente riferimento al numero 666, considerato simbolo del diavolo.<br />
Il Ministero della Difesa russo e il gruppo mercenario Wagner hanno reclutato massicciamente personale dalle prigioni russe per rafforzare la loro forza lavoro in Ucraina, promettendo ai condannati la grazia in cambio del servizio militare.<br />
È stato riferito che alcuni di questi condannati graziati hanno commesso nuovi crimini dopo il ritorno dall&#8217;Ucraina.<br />
Insomma, coloro i quali vedono nella Federazione Russa, l estremo baluardo difensivo del cristianesimo, farebbero bene a guardare in cielo, non tanto per pregare ma per sputarsi in faccia da soli.</p>
<p><em><strong>Matteo Cantù </strong></em></p>
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		<title>Si scrive Delcy Rodríguez,si legge Dina Boluarte?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 02:32:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ESTERI E GEOPOLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel Venezuela libero da Maduro, il governo è attualmente guidato dal vicepresidente del Venezuela, Delcy Eloína Rodríguez Gómez. Abbiamo parlato, nella puntata di martedì 13 gennaio, delle figure che si contendono il potere in Venezuela, Delcy Rodríguez e il ministro del interno Diosdado Cabello e di come attualmente, la Rodríguez sembra stia riuscendo nel gestire [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Venezuela libero da Maduro, il governo è attualmente guidato dal vicepresidente del Venezuela, <b>Delcy Eloína Rodríguez Gómez.</b><br />
<b>Abbiamo parlato, nella puntata di martedì 13 gennaio, delle figure che si contendono il potere in Venezuela, Delcy Rodríguez e il ministro del interno Diosdado Cabello e di come attualmente, la Rodríguez sembra stia riuscendo nel gestire la situazione.</b><br />
<b>D</b><b>elcy Rodriguez, in questi giorni, ha annunciato una svolta in Venezuela</b>: &#8220;Oggi si apre una nuova era politica che permette la divergenza e le differenze ideologiche&#8221;, proclama in diretta tv la presidente ad interim.<br />
Parole che segnano un nuovo passo nel tentativo del regime di sopravvivere a se stesso accompagnato da importanti concessioni sul fronte economico e su quello dei diritti umani. E perfino su quello della comunicazione social, con la riattivazione di account governativi su X.<br />
Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di aver avuto una &#8220;lunga telefonata&#8221; con la Rodriguez, il primo contatto noto tra i due leader dall&#8217;estromissione di Nicolas Maduro. &#8220;Abbiamo avuto un&#8217;ottima conversazione oggi, e lei è una persona fantastica&#8221;, ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale. &#8220;Abbiamo avuto una telefonata, una lunga telefonata. Abbiamo discusso di molte cose e credo che stiamo andando molto d&#8217;accordo con il Venezuela&#8221;.</p>
<p>Le valutazioni di Trump, valgono molto poco, perché abbiamo imparato dal suo tentativo diplomatico, per risolvere il conflitto in Ucraina, come siano volubile e soggette a cambi repentini.</p>
<p>Dopo essersi detto disponibile a &#8220;procedere verso una nuova agenda&#8221; con l&#8217;Europa, Caracas prosegue su questa strada dando ulteriori segnali di apertura. Prima ha deciso la ripresa a pieno ritmo delle vendite di petrolio, a conferma della volontà di far ripartire la propria economia; quindi ha stabilito la liberazione di oltre 400 detenuti politici, numero che però al momento viene contestato dalle Ong. Il dato certo, invece, certificato dal sindacato della stampa locale, è che oggi sono stati liberati una quindicina di giornalisti e operatori dei media locali, tra cui pezzi grossi dell&#8217;opposizione al regime come la star tv, Roland Carreño, nell&#8217;evidente tentativo di guadagnare la fiducia dell&#8217;opinione pubblica mondiale.<br />
Sul versante commerciale, la normalizzazione delle relazioni tra Washington e Caracas ha avuto un ulteriore spinta con la riapertura dei pozzi da parte della compagnia petrolifera statale venezuelana Pdvsa, dopo l&#8217;embargo imposto dagli Usa.<br />
Almeno due superpetroliere sono già partite dalla nazione sudamericana, ciascuna con circa 1,8 milioni di barili di petrolio. Secondo fonti citate da Reuters, si tratterebbe delle prime spedizioni nell&#8217;ambito di un accordo di fornitura fino a 50 milioni di barili destinati agli Usa. Per diverse settimane, le vendite dell&#8217;oro nero venezuelano erano rimaste praticamente ferme, segnando un significativo deterioramento dell&#8217;industria petrolifera del Paese.<br />
Intanto, anche la riattivazione del social X, il cui uso era stato a suo tempo vietato da Nicolás Maduro, sembra confermare un cambio di passo da parte della nuova amministrazione venezuelana. Tanto la presidente ad interim, Delcy Rodríguez, quanto il suo potente ministro degli Interni, Diosdado Cabello, sono riapparsi a sorpresa sulla piattaforma di Elon Musk. &#8220;Riprenderemo i contatti tramite questo canale&#8221;, ha scritto Rodríguez sul suo account ufficiale. &#8220;Il Venezuela rimane saldo, forte e con una consapevolezza storica&#8221;, ha aggiunto.<br />
Ora, il rischio che si profila è quello dello scenario peruviano, dove Dina Boluarte, vicepresidente del governo di Pedro Castillo, divenne presidente ad interim, in seguito all&#8217; arresto per il tentato autogolpe  del 2021 e promettendo elezioni anticipate, in realtà non abbandonò la carica, fino al 10 ottobre 2025,quando è stata rimossa dall&#8217;incarico dal Congresso in seguito a una procedura di impeachment.<br />
Anche in Venezuela, come per il Perù, i sondaggi danno uno scarso appoggio popolare al Presidente ad interim e chiedono elezioni al più presto.<br />
Due terzi degli intervistati chiedono nuove elezioni, con il 91% che ne chiede lo svolgimento entro un anno o meno. Grave crisi di popolarità invece per la presidente ad interim, Delcy Rodriguez: solo il 10% sostiene che possa completare il suo mandato fino al 2031, e solo il 13% ha un&#8217;opinione favorevole di lei.<br />
Auspichiamo quindi, che vengano convocate al più presto, libere elezioni, come evidenziato dalla volontà del popolo di scegliere finalmente chi debba guidare il paese ed ovviamente, chiediamo che la competizione elettorale, venga supervisionata dagli osservatori internazionali, per un regolare svolgimento di esse.</p>
<p>Viva Venezuela Libre</p>
<p><em><strong>Matteo Cantù </strong></em></p>
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		<title>L&#8217; opposizione degli intransigenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 02:17:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mille e 418 giorni: una cifra dal significato simbolico difficile da ignorare in Russia. È la durata della Grande Guerra Patriottica, come viene ricordata la lotta dell&#8217;Unione Sovietica contro la Germania nazionalsocialista. È proprio il culto di quella &#8220;guerra sacra&#8221; &#8211; nella quale morirono oltre venti milioni di sovietici &#8211; a costituire uno dei pilastri [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mille e 418 giorni: una cifra dal significato simbolico difficile da ignorare in Russia. È la durata della Grande Guerra Patriottica, come viene ricordata la lotta dell&#8217;Unione Sovietica contro la Germania nazionalsocialista.<br />
È proprio il culto di quella &#8220;guerra sacra&#8221; &#8211; nella quale morirono oltre venti milioni di sovietici &#8211; a costituire uno dei pilastri dell&#8217;ideologia della Russia putiniana. E la propaganda del Cremlino ha spesso accostato quel conflitto alla guerra in Ucraina per fornire un fondamento morale all&#8217;invasione del 24 febbraio 2022: non un&#8217;aggressione contro uno Stato sovrano e un popolo fratello, ma un nobile intervento in difesa della &#8220;Madre Patria&#8221;, minacciata dai &#8220;nazisti&#8221; insediati a Kyiv.<br />
Ieri, però, la ricorrenza non è stata ricordata dai canali della propaganda ufficiale, probabilmente perché il paragone in questo caso non gioca a favore del Cremlino: mentre a questo punto l&#8217;Armata Rossa celebrava la vittoria a Berlino, l&#8217;esercito di Putin è ormai da oltre quattro anni impantanato in un conflitto senza una fine in vista.<br />
Nel 2025 &#8211; l&#8217;anno con il maggior numero di conquiste territoriali dall&#8217;inizio della guerra &#8211; la Russia ha occupato circa 5.600 km², pari allo 0,94% dell&#8217;intero territorio ucraino.<br />
Consideriamo anche, che questo territorio conquistato, è un territorio totalmente distrutto.<br />
Le difese ucraine, per quanto logorate, non collassano e la coalizione che sostiene Kyiv, sebbene frammentata, continua a garantire il proprio appoggio.<br />
Se i canali televisivi e i principali quotidiani hanno ignorato la ricorrenza, non è però passata inosservata tra gli influenti blogger Z su Telegram, voci diventate centrali nel dibattito pubblico e che talvolta si concedono caute critiche nei confronti della leadership russa. «L&#8217;8 maggio le nostre truppe presero Berlino e fu firmata la capitolazione della Germania nazista. Dopo 1.418 giorni dall&#8217;inizio dell&#8217;operazione militare speciale noi&#8230; ma qui tutto è già evidente, non c&#8217;è bisogno di dire niente», scrive il canale del <b>Gruppo di ricognizione, sabotaggio e assalto &#8220;Rusič&#8221;</b>  un&#8217;unità mercenaria russa, inizialmente aggregata al Battaglione Batman, passato poi alla compagnia militare privata nota come <i>Gruppo Wagner</i>, alla dissoluzione del primo.<br />
Come fanno notare altri blogger, il paragone tra le due guerre è improprio soprattutto per quanto riguarda le risorse umane ed economiche impiegate: l&#8217;Urss aveva fatto ricorso alla mobilitazione totale della popolazione e dell&#8217;economia per vincere una guerra esistenziale; invece, quella di Putin resta un&#8217;operazione militare tutto sommato circoscritta, combattuta in gran parte da volontari, mentre il resto del Paese continua una vita civile quasi normale.<br />
«Non paragonate mele con pere: durante la Grande Guerra Patriottica l&#8217;intero Paese lavorava per la Vittoria», polemizza il canale Dva Mayora, che conta oltre 1,2 milioni di iscritti, «mentre nell&#8217;operazione militare speciale la maggior parte della popolazione, alla vista dei volontari, alza nervosamente gli occhi al cielo».<br />
Putin difatti non ha dichiarato guerra, per evitare la mobilitazione generale. Un conto è inviare &#8220;volontari&#8221;(molti i casi poi dei soldati di leva, che vengono obbligati tramite angherie a firmare per partire per il fronte)provenienti dalle lande desolate della siberia, un altro è quello di strappare alle famiglie i figli della Russia borghese di Mosca e San Pietroburgo.<br />
Non è la prima volta che dalle ali più estreme, arrivano critiche verso l operato di Putin.<br />
Un tribunale di Mosca ha <b>condannato a quattro anni </b>di carcere<b> Igor Girkin</b>, un fervente nazionalista russo e veterano dei combattimenti in Ucraina del 2014, che ha sostenuto l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina ma ha assunto posizioni critiche nei confronti del Cremlino. La Russia sta conducendo una vasta campagna di repressione di chi esprime dissenso verso Putin, ma questa è <b>la prima volta che una esponente nazionalista di spicco viene condannato</b>. Anche <b>tre suoi sostenitori sono stati arrestati</b> fuori dal tribunale di Mosca dove è stato condannato per aver manifestato il loro sostegno.<br />
Il giudice ha giudicato l&#8217;imputato colpevole di &#8220;<b>invito pubblico a commettere azioni estremiste</b>&#8221; e lo ha condannato a quattro anni di carcere. &#8220;<b>Io servo la Patria</b>&#8220;, ha detto Girkin, vestito di nero, parlando dalla cabina di vetro riservata agli imputati, circondata da poliziotti con giubbotti antiproiettile.<br />
Il legale ha annunciato che<b> ricorrerà in appello</b>. &#8220;L&#8217;accusa è totalmente assurda,<b> mio marito è un eroe della Primavera russa</b>&#8220;, cioè all&#8217;invasione del Donbass del 2014, ha detto la moglie, Miroslava, dopo l&#8217;udienza.<br />
<b>Diverse decine di suoi sostenitori erano all&#8217;esterno </b>della Corte, alcuni dei quali indossavano simboli patriottici russi e anti-ucraini. &#8220;Libertà per Strelkov&#8221;, gridavano alcuni, &#8221; &#8220;Tutti hanno vinto, tranne i russi!&#8221;<br />
La storia militare di Girkin è <b>sanguinosa </b>e lunga decenni, comprende le guerre di <b>Cecenia</b><b>, di </b><b>Transnistria</b>,<b> </b>i massacri in <b>Bosnia</b><b>,</b> l&#8217;invasione del <b>Donbass </b>nel 2014. Fu <b>agente dell&#8217;Fsb</b>, il servizio segreto russo erede del Kgb, e ha sempre detto di non esserne più alle dipendenze dal 2013, quando assunse l&#8217;incarico di <b>capo della sicurezza dell&#8217;oligarca </b><b>Kostantin Malofeev</b>, fondamentalista religioso e secondo diverse inchieste giornalistiche finanziatore di <b>molti partiti di destra</b> in Europa. Recentemente il sito di giornalismo investigativo <i>BellingCat</i>, tuttavia, ha trovato evidenze del fatto che Girkin avrebbe continuato a prendere ordini dal servizio segreto negli anni successivi, assumendo all&#8217;occorrenza l&#8217;identità fittizia di <b>Sergey Runov</b>. Nel 2014 Girkin fu <b>a capo di una delle milizie che invasero il Donbass</b>, finanziata probabilmente dallo stesso Malofeev, guadagnandosi così la nomina ministeriale nella repubblica separatista del Donetsk. Si è più volte vantato di essere &#8220;<b>l&#8217;uomo che premette il grilletto della guerra in Ucraina</b>&#8220;. Gli ucraini lo detestano quanto e forse più di Putin. Pochi mesi più tardi fu rimosso dall&#8217;incarico dopo essersi trovato<b> in disaccordo con il Cremlino</b>: riteneva non avesse investito sufficientemente nell&#8217;invasione del Donbass, che a suo parere avrebbe dovuto essere rapidamente annesso com&#8217;era avvenuto con la Crimea.<br />
Igor Girkin è un sostenitore dell&#8217;offensiva russa contro l&#8217;Ucraina, ma da mesi <b>denuncia l&#8217;incompetenza delle autorità russe</b>. Sul suo account Telegram si è spinto più in là di altri nazionalisti criticando lo stesso presidente Vladimir Putin (&#8220;<b>un teppista, un codardo</b>&#8220;), mentre altri hanno preso di mira ministri e generali.<br />
Il sistema repressivo della Federazione Russa, non teme le proteste di piazza, ma un <b>Prigozhin 2.0,stanco di vedere i propri uomini morire, che decide questa volta di non fermarsi, potrebbe non essere una possibilità così recondita.</b></p>
<p><em><strong>Matteo Cantù </strong></em></p>
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