Vučić: la Serbia non è “cosa tua”

Il Presidente Aleksandar Vučić, dopo quasi due anni di crisi politica e manifestazioni di piazza, ha accettato che le elezioni anticipate, chieste a gran voce da opposizioni e dal movimento studentesco, si dovrebbero tenere tra fine Settembre e metà Novembre, sebbene la legislatura scada ufficialmente a fine 2027.

Non era più possibile, per questo camaleonte balcanico, trincerarsi dietro a narrative improbabili, circa presunte ingerenze “esterne” contro di lui e il suo governo, o addirittura tacciare le centinaia di migliaia di serbi che manifestano, lo ribadiamo, da quasi due anni, chiedendo la fine della sua paternalistica presenza, con l’aggettivo “terroristi”.

Aleksandar Vučić, ormai ex presidente, è stato per troppo tempo l’uomo buono per tutte le stagioni politiche, di questa meravigliosa, povera, straordinaria nazione. Abile propagandista, iniziò la sua carriera politica nel 1993 aderendo al Partito Radicale Serbo (SRS), ricoprendo poi il ruolo di Ministro dell’Informazione durante il governo di Slobodan Milošević negli anni ’90 del secolo scorso. Dismessi i panni del cetnico ministeriale, ed intuendo la fine del sogno della Grande Serbia, seppe riciclarsi come demo/europeista, per poi ritornare ad un nazionalismo definito “pragmatico”, che noi preferiremmo chiamarlo “paraculo”, sull’onda lunga del sovranismo. Capace di accreditarsi presso le cancellerie d’Europa, in primis quella di Angela Merkel, quale traghettatore dello Stato balcanico verso l’UE, aprendo alla possibilità di una normalizzazione nei rapporti bilaterali con il Kosovo, ha saputo in tal modo consolidare un potere a dir poco opaco, e tutto, tranne che sinceramente devoto alla Serbia, alla sua storia, e al suo avvenire.

Orban e Vučić; un paragone che non regge

Definito dal solito giornalismo mainstream  il “piccolo Orban”, per alcune somiglianze superficiali con il politico magiaro, Vučić non ha nulla che lo possa lontanamente paragonare a Viktor Orban; né la caratura culturale, né lo stile politico, né l’amore per il suo popolo.

Se di Orban, e del suo excursus alla guida dell’Ungheria, abbiamo sempre fatto un bilancio ambivalente, e non temiamo smentite in tal senso, di Aleksandar Vučić possiamo soltanto affermare che, il suo fine ultimo, è sempre stato quello del potere per il potere. Nazionalista “pentito”, quando invitava i serbi del Kosovo a non farsi illusioni sul loro destino, salvo poi, con un’invidiabile faccia di bronzo, strumentalizzare la causa dei serbi presenti al di fuori della madrepatria, Kosovo in primis, pur di dirottare l’attenzione lontano dai pessimi risultati di politiche economiche che hanno oscillato tra il clientelare e il mafioso. Nell’ultimo decennio varie categorie di intermediari, nei settori dell’edilizia e dei servizi collegati, hanno registrato una crescita del loro giro d’affari e dei loro margini di profitto, ben superiori alla crescita della ricchezza complessiva del popolo serbo, costretto a vivere con salari bassi, il costo della vita alto, e disparità sociali marcate. In una nazione dove l’economia sommersa vale non meno del 21% del Pil, ciò vuol dire che gli apparati governativi non si sono soltanto dimostrati inefficienti, nel contrasto al malaffare, ma sicuramente complici di esso.

Volendo poi rimarcare la distanza tra questi due leader, l’approccio con la proiezione strategica della propria nazione, vede di nuovo Viktor Orban quale gigante, se paragonato al trasformista di Belgrado.

L’Ungheria di Orban, seppe diventare un attore di primo piano nell’Unione Europea, seppur a nostro giudizio in modo non costruttivo, sfruttando le maglie larghe di una struttura organizzativa che permetteva e che, senza modifiche, permetterà anche in futuro, l’insorgere di quella che definiamo un’anomalia sistemica. Inoltre, Orban ha sempre potuto far leva sui mercati finanziari, per reperire investimenti esteri diretti, grazie all’elevata solidità dei fondamentali economici ungheresi, e sulla credibilità della struttura burocratica e dello Stato di diritto magiari.

Il Tony Soprano di Belgrado, invece, dopo iniziali aperture di credito, motivate dai suoi buoni rapporti pregressi con l’Unione Europea, ha potuto soltanto portare alla ribalta un modello clientelare, in cui si specula su tutto, in particolare sulla vita dei serbi, ed in cui i pochi settori realmente dinamici; il settore terziario ed industriale ad alto valore aggiunto tecnologico, non bastano da soli a rendere solida una struttura economica nazionale fragile.

Tra Russia ed Europa

Altro mito da sfatare sarebbe quello secondo cui Vučić sarebbe un devoto panslavista, e che coltiverebbe il sogno del ritorno della Russia nei Balcani.

Nulla di più falso e fuorviante.

La Russia è sempre stata vista dall’ormai ex Presidente serbo, come una sorta di spauracchio, da agitare di fronte all’Unione Europea e alle sue (giuste) reticenze nel concedere troppo credito (leggasi pecunia) al reale stato di cose in Serbia. L’alternanza di posizionamenti di volta in volta strumentali, tra i due poli opposti, ha portato Aleksandar Vučić a non esser più ritenuto credibile né da Mosca, con buona pace dei filorussi italici, né dalle nazioni d’Europa. Infatti, nessuno ha mosso un dito concretamente in suo favore, da quando la rabbia dei serbi è esplosa contro Vučić e la sua cupola.

La Serbia ad un Bivio o verso uno Stallo?

Le dimissioni da Presidente di Aleksandar Vučić, e le elezioni anticipate nell’Autunno prossimo, potrebbero essere per la Serbia una grande opportunità per gettarsi alle spalle una fase della propria storia recente, che certo non ha portato molto di positivo per il suo popolo. Tuttavia, troppe incognite restano da superare.

L’opposizione al momento non ha una classe dirigente unitaria nelle figure di leadership, né tantomeno risulta essere coesa ideologicamente. Andare “contro” qualcuno o qualcosa, trovando in ciò un’unità d’intenti, è cosa facile. Costruire una pars construens è un processo politico più complesso, che implica delle capacità che potrebbero non essere tra le caratteristiche di tutti gli attori del variegato panorama di gruppi e sigle che, comunque coraggiosamente, hanno sfidato questo satrapo su scala ridotta negli ultimi anni.

Il rischio di aver fatto uscire il camaleonte dalla porta, per poi ritrovarlo rientrato dalla finestra, è più che una mera ipotesi.

Gabriele Gruppo

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