Cenni Storici
L’Iran entrò nel XX secolo con diversi scossoni: la Costituzione del 1906, che metteva insieme nella
forma di monarchia costituzionale la figura dello shah e un governo, dichiarava l’islam religione
ufficiale e impegnava all’applicazione della sharia. Fra 1908 e 1909 venne scoperto il petrolio e
fondata la Anglo-Persian Oil Company (dalla quale nacque nel 1954 la British Petroleum).
Dal crollo zarista in Russia, il debolissimo governo iraniano portò il paese ad essere conteso e
dominato con varia intensità dall’Impero Britannico e dall’Unione Sovietica: i primi tentarono di
stabilire un protettorato col trattato del 1919, soppiantato poi da quello stipulato con l’URSS (1921).
L’incertezza durò fino all’instaurazione del 1925 della Dinastia Pahlava, la quale laicizzò in gran parte
l’Iran e diede impulso all’alfabetizzazione. L’estrazione di petrolio rimaneva comunque in mano
straniera, con la Germani che negli anni ’30 aveva soppiantato l’URSS come primo importatore
dall’Iran.
Oltre al risentimento montante verso gli stranieri visti come predatori delle ricchezze iraniane, il
grande effetto collaterale fu la forbice sempre più ampia fra una base sociale ampia e totalmente
arretrata sotto ogni punto di vista e le montanti oligarchie che si arricchivano e alfabetizzavano
sempre più. Il contesto divenne talmente instabile che non superò il test della Seconda Guerra: nel
1941 l’alleanza fra britannici e sovietici portò all’invasione dell’Iran. Imponendo l’espulsione dei
tedeschi e l’abdicazione dello shah in favore del figlio, i nuovi alleati misero le mani sul petrolio
iraniano. Nel 1942 poi si aggiunsero gli USA, ai quali fu affidata tutta la logistica per assicurare le
forniture all’esercito sovietico verso l’Europa.
Nel secondo dopoguerra i britannici passarono il testimone agli statunitensi, i quali nel nuovo assetto
diedero manforte agli iraniani nel resistere alle ingerenze sovietiche. La compagnia petrolifera,
denominata intanto Anglo-Iranian Oil Company, era sempre a controllo maggioritario britannico: le
richieste di una maggiore divisione favorevole agli iraniani condusse ad un crescente caos, fino
all’impegno diretto di Regno Unito e USA che sfociò nel tentativo di CIA e SIS, appoggiati dallo shah, di
destituire il governo di Mossadeq in favore del generale Zahedi (1953). L’operazione fallì, lo shah fuggì
dall’Iran, ma l’esercito e le forze islamiste ebbero il sopravento concludendo ciò che britannici e
americani non avevano completato.
Nel 1954 la questione petrolifera si risolse: venne formato il Consorzio per l’Iran, noto anche come
Sette Sorelle, ossia sette compagnie petrolifere britanniche (British Petroleum, Gulf Oil e Shell),
statunitensi (Mobil, Texaco e Chevron) e francesi (una sola in realtà, che poi diventerà Total). La
richiesta d’ingresso dell’Agip da parte di Mattei fu respinta, e il cartello così composto dominò almeno
fino al 1973 la scena.
I Pahlavi avevano dunque recuperato il potere, fondando la stabilità dell’Iran su accentramento,
modernizzazione, e sull’appoggio costante di USA, Israele e Unione Sovietica. L’apice in positivo,
almeno nelle intenzioni, fu forse rappresentato dalla così detta Rivoluzione Bianca del 1963: era
questo un ambizioso piano di riforme dall’alto, che includeva la redistribuzione della terra,
l’alfabetizzazione di massa, il voto alle donne, l’industrializzazione forzata.
Il progetto delle Rivoluzione Bianca non fu di matrice USA-URSS, ed ebbe reazioni contrastanti: i primi
la appoggiarono in chiave anti-comunista, mentre i secondi la osteggiarono in quanto filo-americana.
Nonostante tutto, il progetto ebbe esiti contrastanti: se da una parte ci furono indubbi avanzamenti, la
modernizzazione era poco equilibrata. All’arricchimento delle élite urbane corrispondeva l’esatto
opposto negli strati inferiori e la forbice sociale esplose. Divennero caratteristiche la corruzione da
una parte, la repressione della polizia segreta SAVAK dall’altra. Al crescere delle problematiche
interne, cresceva la dipendenza dagli USA sotto ogni punto di vista.
Questo malcontento creò un’alleanza che al momento sembrava improbabile ma che si rivelò più che
efficace: l’unione di islamisti sciiti di Khomeini, sinistra marxista (Tudeh, Mojahedin), bazaari
tradizionali e masse impoverite sia rurali che urbane condusse alla Rivoluzione Islamica del 1979.
Essa fu essenzialmente interna, anche se non possono escludersi ingerenze o regie sovietiche.
Khomeini trovò ospitalità in Francia, da dove comunicava con audiocassette e proclami sui media
internazionali. Gli USA di Carter nel gennaio 1979 alla Conferenza di Guadalupe dichiararono lo shah
ormai insalvabile e abbandonarono la partita. Più che le grandi potenze straniere, che comunque
furono decisive nel non intervenire direttamente come in passato, a sostenere attivamente Khomeini
furono la mobilitazione popolare e il collasso interno del regime pahlavi.
Tralasciando qualsiasi commento fideistico, quasi cinquant’anni di regime islamico hanno contribuito
a mantenere ben salde le caratteristiche di arretratezza e talvolta ad aggravarle: le infrastrutture, mai
ammodernate o quasi, sono oggi più obsolete che mai; nonostante la sbandierata morale superiore
della teocrazia, la corruzione non si è mai fermata; l’istruzione negli strati cittadini resta di ottimo
livello ma l’emorragia di figure chiave per il know-how in fuga verso l’estero è diventata endemica; la
grande priorità sembra di matrice antagonista, con le sovvenzioni principalmente convogliate verso il
“fronte di resistenza” (Hezbollah, Hamas, Houthi, milizie irachene).
Oggi
Nonostante tutto, l’Iran resta un gigante strategico: controlla lo Stretto di Hormuz da cui transita il 20
25% del petrolio mondiale; possiede il secondo giacimento di gas al mondo e il quarto di petrolio;
rappresenta il ponte terrestre cruciale per le rotte alternative; ha inoltre sviluppato una capacità
missilistica e riguardante i droni relativamente low-cost.
La Cina è il partner economico principale: nel 2025 ha acquistato oltre l’80% del petrolio iraniano
esportato via mare, spesso a prezzi scontati (dal 12 al 20% meno per compensare i rischi delle
sanzioni). Questo ha rappresentato fino al 17% delle importazioni petrolifere cinesi totali via mare.
L’Iran dunque fornisce greggio “sanzionato” a Pechino, e l’acquisto avviene tramite raffinerie
indipendenti per aggirare le restrizioni USA.
Fra l’altro nel 2021 è stato firmato il Comprehensive Strategic Partnership, ossia l’Accordo dei 25 Anni,
che prevede fino a 400 miliardi di dollari in investimenti cinesi in energia, infrastrutture, trasporti e
petrolchimico in cambio di forniture petrolifere stabili. Tuttavia l’attuazione è talmente lenta e limitata
da essere quasi ferma: gli investimenti diretti cinesi in Iran rimangono bassi per timore di arrivare allo
scontro per via delle sanzioni USA, nonché per i rischi geopolitici e l’allocazione altrove di priorità
cinesi primarie, come nel golfo arabo. Soprattutto però a gravare sull’accordo è la capacità ridotta da
parte dell’Iran di produrre le forniture – in parole povere: la Cina per investire quei 400 miliardi di dollari
vuole poter ottenere la contropartita, ma l’arretratezza tecnica iraniana (non solo infrastrutture
obsolete, ma anche il dilagare della corruzione burocratica e l’instabilità politica) è d’ostacolo. Nel
2025 ci sono stati appelli da entrambe le parti per accelerare, ma si sono limitati a dei proclami e i
progressi concreti sono risultati quasi nulli.
A proposito delle infrastrutture e della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran è per la Cina una rotta
terrestre alternativa al passaggio nello Stretto di Malacca, e in generale per evitare le rotte controllate
dagli USA. La linea ferroviaria diretta fra Cina e Iran (via Kazakhstan-Turkmenistan, con treni fra Xi’an e
Teheran) consente di risparmiare oltre venti giorni rispetto al mare (15 vs 35-40). La trazione innovativa
è tutta sulle spalle della Cina, che quindi vede nell’Iran un’opportunità ghiottissima ma anche una
sorta di tabula rasa dove gli investimenti non sono condivisi: anche per questo Pechino non fornisce
supporto militare diretto.
Da approfondire la questione dell’aggiramento delle misure USA, perché fra 2024 e 2025 c’è stata
un’esplosione di meccanismi volti ad aggirare il dollaro: boom delle criptovalute per evadere le
sanzioni; pagamenti bilaterali in valute locali, soprattutto rial-yuan; le flotte fantasma per il trasporto
del petrolio, anche congiuntamente alle flotte russe.
A proposito della Russia, anche con loro l’Iran ha firmato un accordo di partnership (2025) che include
cooperazione militare, esercizi congiunti, intelligence, ma nessun patto di mutua difesa. L’Iran ha
fornito decine di migliaia di droni Shahed alla Russia, che li impiega contro l’Ucraina (e oggi è in grado
di produrli localmente in Tatarstan). In cambio, la Russia ha fornito elicotteri Mi-28, e pare anche
missili antiaerei Verba, oltre ad aver contribuito a sua volta condividendo il proprio know-how su droni
e missili.
Al momento, Russia e Cina non stanno sostenendo l’Iran contro l’attacco congiunto USA/Israele:
entrambe non stanno fornendo supporto militare diretto, e anzi la Cina ha sì condannato gli attacchi e
chiesto la cessazione immediata del fuoco esprimendo sostegno alla sovranità iraniana e alla sua
dignità nazionale, ma tutto ciò è rimasto fermo alla retorica diplomatica. Non ha inviato armi, sistemi
di difesa e tantomeno truppe, provvedendo però all’evacuazione immediata della maggior parte dei
suoi cittadini dall’Iran. Continua inoltre a opporsi pubblicamente all’eventuale possesso di armi
nucleari da parte dell’Iran e a spingere per un nuovo accordo sul nucleare.
La Russia si è limitata alle condanne a parole (Lavrov e Putin hanno parlato di aggressione non
provocata) e non fornisce armi extra e nemmeno supporto logistico. I motivi sono chiari: le forze russe
sono stremate dalla guerra in Ucraina e non può rischiare alcuna escalation contro gli USA o la NATO);
inoltre ha rapporti amicali con Israele, supportati da patti più o meno informali di non aggressione;
viste le difficoltà generate dalla guerra in Ucraina la priorità russa è conservare risorse per sé
soprattutto ora che l’asimmetria è minore grazie all’avviamento della produzione indipendente di
droni.
L’attacco USA-Israele ha quindi, almeno in superficie, alcune motivazioni chiaramente ben
individuabili ed esplicite, che trovano anche un fondamento storico e una certa ricorrenza a partire
dagli inizi del secolo scorso. Può essere solo questo? Difficile, soprattutto per via delle tempistiche.
L’Ipotesi Monetaria
Spopola in rete da alcuni giorni un video nel quale Catherine Austin Fitts (ex funzionaria del
Dipartimento HUD USA sotto Bush Sr., oggi analista finanziaria indipendente e fondatrice di Solari
Inc.) include fra i motivi dell’attacco il control grid e la digitalizzazione monetaria.
La tesi della Fitts prende le mosse dal processo, attualmente in corso anche nel UE con l’euro digitale,
di passaggio alla moneta programmabile, alla tokenizzazione di tutti gli asset (azioni, bond, immobili,
ecc) su blockchain, l’imposizione di digital ID interoperabili a livello mondiale e all’integrazione dell’AI
nel controllo delle transazioni.
Per funzionare, questo sistema ha bisogno di una control grid, cioè una griglia di controllo che deve
essere totalmente integrabile e compatibile nelle diverse zone del mondo. Qualsiasi escape point, che
si tratti di una falla sistemica o di un buco dovuto alla mancanza di copertura, permetterebbe di
operare al di fuori del sistema centralizzato.
Le transazioni di cui si è parlato sopra fra Cina e Iran, nonché il boom delle criptovalute e in generale
dell’aggiramento del dollaro, rappresenterebbe al momento il più grande escape point. Non solo:
considerando l’isolamento e l’arretratezza generalizzata dell’Iran, l’integrazione del paese nel sistema
sarebbe distante anni luce dalla realizzazione. Fra l’altro l’Iran ha una banca centrale indipendente, e il
commercio con la Cina permette il passaggio non regolamentato di quantità di denaro talmente
ingenti da rappresentare un pericolo non solo per gli USA ma per tutto il sistema.
Stando a questo approccio, l’attacco USA-Israele avrebbe fra le principali motivazione la volontà di
integrare forzatamente l’Iran nel sistema monetario, portando alla luce e sotto il controllo diretto quel
flusso monetario.
Resta una speculazione, probabilmente ha anche dei tratti al limite del complottismo, ma meglio
tenerla cautamente in conto.
Quali conseguenze per la Russia?
L’intervento di Stati Uniti e Israele ha indubbiamente un effetto collaterale enorme: aiuta
indirettamente ma in modo significativo gli amici di sempre, ossia la Russia.
Almeno nel breve-medio termine fornisce un “respiro” economico e strategico fondamentale mentre è
stremata dalla guerra in Ucraina (ormai al quinto anno, lontana dall’essere una “guerra lampo” come
pianificato nel 2022).
Innanzitutto il conflitto sta causando un’impennata immediata e sostenuta dei prezzi di petrolio e gas.
L’indice Brent ha superato gli 80-82$ al barile da circa 72-73$, quotazione pre-attacco), con picchi
brevi ben oltre gli 82$. Le minacce di interruzioni totali del transito dallo Stretto di Hormuz (già in
negativo del 33%) contribuiscono alle impennate. Ciò porta all’incremento di esportazioni petrolifere
russe: a dicembre 2025 il prezzo era 40$ a barile, ora 62$ e pure in crescita). La Russia, nonostante le
sanzioni e gli sconti che applica per aumentare i margini sui volumi, beneficia enormemente della
situazione: si valuta che mantenere il prezzo sopra i 70-80$ eliminerebbe le componenti immediate
del deficit di bilancio, finanziando con nuova linfa la guerra in Ucraina. Gli analisti di Bloomberg e
Reuters indicano in questi giorni che un prolungamento della crisi potrebbe portare il petrolio russo a
90-100$ al barile, e ciò rappresenterebbe per Mosca un aiuto quasi miracoloso.
In secondo luogo l’intervento in Iran rappresenta il motivo principale per ridurre fino allo zero le
forniture di armamenti e sistemi difensivi a Kiev. Da questo punto di vista, spingere sul fondo
l’attenzione dei media concentrandoli sul conflitto in Medio Oriente rappresenta un bagno
purificatorio d’immagine per la Russia. A questo proposito, la condanna da parte della Russia senza
interventi militari posiziona Putin nel potenziale ruolo di mediatore: da tiranno aggressore di uno Stato
sovrano a pacificatore del Medio Oriente, se l’operazione riuscisse sarebbe quasi un colpo
hollywoodiano.
A remare contro questo processo di aiuto alla Russia c’è, banalmente, il tempo. Nel breve termine e,
forse, nel breve-medio periodo questa strategia sta funzionando almeno in parte, ma il boom
petrolifero ha bisogno della chiusura di Hormuz. Se ciò non dovesse succedere, la seconda metà del
2026 significherebbe già calo per le esportazioni russe.
Fra l’altro dal punto di vista strategico Putin si è giocato per un certo numero di anni qualsiasi appoggio
da parte dell’Iran, che con i suoi droni ha contribuito ad evitare la disfatta immediata contro l’Ucraina,
e forse da parte di gran parte del Medio Oriente: dimostratosi inaffidabile come alleato, potrebbe
perdere del tutto l’influenza sui corridoi logistici.
L’economia russa è in ogni caso di cristallo, e la produzione militare occupa i pochi margini rimasti pur
non potendo durare per sempre.
Insomma, USA e Israele stanno provando a dare una mano (da dietro la schiena) alla Russia, ma il
futuro di questo aiuto è appeso ad un filo.
…e l’Unione Europea?
L’attrito con gli USA è reale: la riluttanza e le rimostranze nei confronti dell’attacco all’Iran da parte di
alcuni Stati mostra un fronte disunito. La Spagna ha rifiutato l’uso delle basi congiunte (Rota e Morón)
per operazioni offensive, citando violazione del diritto internazionale e mancanza di mandato ONU,
ma sembra che a seguito delle pressioni statunitensi Madrid abbia accettato una cooperazione
limitata (comunicazione del 4 Marzo da parte del governo USA). Il Regno Unito ha autorizzato “azioni
difensive proporzionate” (qualsiasi cosa possa voler dire), così come Francia e Germania. Italia,
Grecia e altri paesi sono rimasti cauti focalizzandosi su difesa di interessi energetici e evacuazione dei
civili.
Le reazioni di Trump sono apparse sproporzionate, con minacce di interruzioni commerciali che
sembrano impossibili singolarmente verso paesi UE.
Di fatto non esiste un solo accordo NATO che renda chiara e operativamente inequivocabile la
questione: gli accordi e i memorandum sono numerosi e in parte secretati.
Il Trattato Nord-Atlantico del 1949 istituisce la NATO sulla base della reciproca assistenza la capacità
singola o di più parti di resistere ad attacchi militari, ma ad esempio la presenza di militari di uno Stato
nel territorio di un altro Stato è regolata da una convenzione del 1951. Poi ci sono accordi fra singoli
Stati, come quello degli anni ’50 sulla reciproca assistenza in fase di difesa. Ce n’è poi uno del 1954
solo sull’aeronautica, e nello stesso anno un altro (Bilateral Infrastructure Agreement detto BIA,
ancora oggi secretato) regola l’uso delle basi in Italia concesse agli USA. Poi c’è il memorandum del
1995, sempre fra USA e Italia, in cui si dice che formalmente il comando delle basi americane in Italia
spetta all’Italia, mentre il comando di truppe, armi e operazioni è solo in capo agli USA, ai quali resta
solo il dovere di informare con un anticipo indeterminato il comando italiano delle operazioni
giudicate “significative” (anche in questo, qualsiasi cosa possa significare “significative”).
Insomma, fra discrezionalità, informalità e documenti secretati, non è dato sapere al pubblico quali
siano le regole inequivocabili in materia, e pare in realtà che non ce ne siano. Ci si può rifiutare? Non si
sa.
Di fatto anche gli USA necessitano di cautele, che non sembrano comunque nelle corde di Trump,
perché in caso di violazioni dei patti la NATO entrerebbe in crisi isolando Washington e limitandone
molto la capacità logistica.
Fatto questo quadro, nel recente passato si è parlato più volte di un disimpegno statunitense dai
territori europei sotto il controllo UE. Ciò sarebbe davvero possibile? Converrebbe? E a chi?
Uno stop al sostegno militare USA all’UE sarebbe possibile, almeno in parte. Un disimpegno selettivo
sarebbe possibile, ad esempio riducendo o azzerando i contributi logistici o legati all’intelligence. Col
fronte ucraino aperto ciò sembra comunque improbabile.
Sembra invece più realistico che gli USA vogliano accaparrarsi una certa percentuale (ulteriore) di
spesa dell’area UE, e in questo contesto rientrano anche i dazi. Ciò somiglia di più ad uno
smantellamento che ad un abbandono.
L’aiuto alla Russia di cui si è parlato prima sembra doversi inquadrare anche dal lato dei rapporti fra
USA e UE, e prende la forma dell’erosione economica e produttiva in un contesto nel quale è ormai
dichiarata pubblicamente la fase di deindustrializzazione dei Membri dell’UE per via delle
speculazioni energetiche legate alla borsa di Amsterdam, agli obblighi del Green Deal e alla
conseguente perdita di competitività rispetto alle aree extra-UE.
A prescindere da tutto ciò, gli Stati che compongono l’UE non hanno un esercito comune unificato.
Iniziative come European Defence Fund e PESCO spingono per l’autonomia, ma la spesa militare è
bassissima, e in oltre la NATO fornisce il 70-80% della capacità militare. Proprio per questo, alcuni
Stati dell’UE stanno accelerando spingendo per una difesa comune reale post-Iran.
È chiaro però che in questo quadro c’è un buco, una parte bianca ancora tutta da scrivere: fra il qui e
ora, e la fine del conflitto in Iran che è ancora ignota, cosa potrà succedere?
L’aiuto dato alla Russia dall’attacco USA-Israele in Iran può arrivare a fornire abbastanza risorse ai
russi da allargare il conflitto oltre i confini occidentali dell’Ucraina? Forse no, ma se fosse cosa
succederebbe in Europa? Come si schiererebbero gli USA? La NATO resisterebbe o si scioglierebbe di
fronte agli interessi ben più consolidati e storicamente fondati che uniscono Russia, USA e Israele?
Quanto la stabilità dell’UE serve alla triade per contenere l’espansionismo cinese?
Tutte queste domande devono comunque fare i conti con un’aggressione ben diversa e già in corso,
cioè quella economica all’UE.
La crisi in Iran ha causato un’impennata immediata dei prezzi dell’energia, esacerbando una
vulnerabilità già strutturale dell’UE e accelerando la corsa della deindustrializzazione. L’emorragia
economica adesso ha un nuovo corso, nemmeno troppo piccolo, che corre in direzione di Mosca.
Le analisi di questi giorni sono chiare:
In Italia un +10% su gas ed elettricità potrebbe aggiungere 207€ annui per famiglia; un +30%
sul gas e +25% sull’elettricità porterebbe l’aggravio a 585€. Le scorte UE di gas sono al minimo
storico (46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026, contro i 60-80 degli anni precedenti),
rendendo l’Unione esposta a qualsiasi tipo di asta con attori extra-UE.
La BCE ha avvertito che un conflitto prolungato potrebbe causare un’esplosione dell’inflazione
energetica: se produrre diventa antieconomico per i costi energetici, e come già successo in
alcuni periodi post-COVID le linee vengono fermate, gli Stati che compongono l’UE rischiano il
collasso. Gli analisti di Goldman Sachs hanno stimato che un mese di blocco di Hormuz
spingerebbe in alto i prezzi del gas nel territorio UE del 130%, con effetti a cascata su logistica,
produzione e mercati. Le borse come Milano hanno d’altronde già fatto segnare cali del 3/4%,
bruciando miliardi di € in valore azionario.
Gli allarmi sulla deindustrializzazione dei tanti report come quello di Research Gate sono
rimasti a lungo inascoltati, ma sono reali, preesistenti e legati in primis alla volatilità dei prezzi
energetici (a proposito della quale l’UE non ha assolutamente fatto alcunché che non fosse
accettarli), ma anche dai sempre più asfissianti costi regolatori e dalla dipendenza da import.
La crisi iraniana li amplifica in un tempo molto breve e con forte accelerazione, rischiando di
trasformare quello che fino ad ora è stato un declino graduale in un collasso rapidissimo.
Conclusioni
L’Europa è il grande perdente economico, ma non solo. In gioco c’è la perdita di tutto ciò che è stato
delegato all’UE, e il tentativo di Italia e Germania (e in parte anche Francia e Olanda) di prendere in
mano l’intera istituzione e riplasmarla strappandola alle sue derive autolesioniste e suicide è insieme
testimone della situazione e, forse, l’unica azione concreta necessaria.
L’intervento di USA e Israele in Iran, la loro collaborazione con la Russia e l’immobilità cinese
riassumono tutto quanto: stiamo assistendo ad una manovra elaborata e articolata che ha come
principale obiettivo non dichiarato ma effettivo l’Europa.
Il prossimo futuro dipenderà da quanto durerà il conflitto, da chi gestirà il post-Khamenei e da quanto
l’Europa saprà reagire prendendo in mano l’UE in tempo e con la strategia migliore per diventare
potenza, e non un tragico mix fra un parco archeologico e un villaggio vacanze in rovina.
Francesco Perizzolo

