IAA, Cipro e Hormuz

L’UE si ricorda dell’industria, ma l’Europa rischia

Il 4 Marzo la Commissione Europea ha “lanciato” – e lasciamo al lettore come interpretare il lancio, che somiglia forse a fuoco amico – l’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato come la risposta per far ripartire la manifattura e riportarla dal 14,3% al 20% del PIL entro il 2035.

Sulla carta, questa proposta sembra positiva: per la prima volta da diversi anni si ha la sensazione che l’Unione Europea stia pensando per l’Europa un piano non del tutto posizionato ideologicamente nella solita direzione che ormai è nota a tutti, sterzando verso un’azione di politica industriale.

Per la prima volta, Bruxelles propone di usare leve come appalti pubblici, requisiti di contenuto locale e semplificazioni autorizzative per orientare produzione e investimenti, e almeno sulla carta questo sembra un cambio di paradigma. Nella sostanza, invece, molto meno.

Se dovesse andare in porto così com’è, le misure più rilevanti scatteranno non prima del 2029, e inoltre molte definizioni chiave sono rinviate a futuri atti delegati – e una delle cose che abbiamo appreso dal Green Deal è che quando la Commissione fissa un quadro, ne rimanda i criteri reali ad atti delegati che sembrano non arrivare mai.

L’aspetto più grave, e insieme incredibile, è però che nel IAA manca del tutto una vera massa finanziaria. Davvero: non c’è. Zero.

Il risultato? Una cornice regolatoria piena di propositi, avverbi e indicazioni di direzione, totalmente priva di accelerazione pratica. Insomma, ci sono diversi buoni propositi, ma una strategia industriale è ben altro.

Promette ad esempio quote di prodotti “Made in EU” e criteri low-carbon negli appalti pubblici, semplificazioni e nuove aree di accelerazione industriale – qualsiasi cosa possa voler dire – ma le poche misure vagamente più concrete slittano di anni, le quote minime (5% per il calcestruzzo, 25% per acciaio e alluminio) sono più timide di un ragazzino alle prime esperienze, e poi ci sono i famosi atti delegati, che rimandano ad una dimensione ipotetica talmente astratta da essere cugina del Nulla. Non si vede alcuna reale riduzione della burocrazia, e la definizione di “origine UE” fissa delle percentuali che rasentano l’umorismo nero – perché la deindustrializzazione indotta dalla forca del Green Deal forse rende anche difficile raggiungere quel 25% prodotto nel territorio UE.

I più ottimisti si chiederanno “… e i costi del Green Deal? Quelli saranno stati attenuati o sospesi, vero?”. Certo, come no! …e poi ci sono le marmotte che confezionano la cioccolata, recitava uno spot pubblicitario.

Instabilità geopolitica, tensioni energetiche, competizione globale sempre più aggressiva: gli USA intervengono con sussidi massicci, la Cina con una politica industriale sistemica, e l’UE invece dichiara “avete visto? Se avessimo fatto prima il Green Deal adesso saremmo indipendenti!”. Per gli ottimisti: puoi anche elettrificare tutto nel breve periodo, ma se una percentuale eufemisticamente “considerevole” dell’energia continua a dipendere dai fossili perché la ricerca va a rilento, le strutture necessarie non sono neanche sulla carta, e in più hai deciso fosse saggio legare i prezzi energetici a indici di borsa, ottieni solo speculazioni, impoverimento e deindustrializzazione.

Con l’escalation bellica e Hormuz, attualmente simile al giochino Campo Minato, dove passare rappresenta il rischio dei rischi (e infatti nessuno o quasi si azzarda) l’UE si ritrova più esposta di tutti: in poche settimane la bolletta energetica schizza di oltre 25 miliardi di euro, e questo senza un solo metro cubo di gas o barile di petrolio in più – tradotto: stiamo pagando col sangue speculazioni lovecraftiane su qualcosa che abbiamo pagato molto meno.

Intanto, complice il bel tempo primaverile, il 23 e 24 Aprile i leader UE si sono riuniti in vertice informale: Ursula von der Leyen non molla un centimetro sul Green Deal e parla di risparmio energetico, diversificazione e accelerazione delle rinnovabili (sì, ma come?); Giorgia Meloni è netta: serve più coraggio da parte dell’UE (grazie!); il presidente del Consiglio Europeo Costa è invece più gravemente analitico, e ricorda agli smemorati che la sicurezza dei paesi europei membri dell’UE è legata a quella del Medio Oriente (come abbiamo fatto a scordarlo!).

Se vi state chiedendo in quale momento abbiano preso decisioni – non parlato, ma preso decisioni – su flessibilità di bilancio, Patto di Stabilità e misure di emergenza, no: non è successo.

(per chi li gradisce, questo è il momento storico in cui quasi ogni giorno può essere quello giusto per dedicarsi ai pop-corn)

Insomma, a Cipro i toni sono stati forti e decisi, e hanno portato al nulla più totale in quanto a deroghe, interventi o decisioni: tuttavia l’UE invita l’Europa a usare i fondi già disponibili e a spingere ulteriormente sulle rinnovabili, senza mai toccare il Green Deal.

Niente accelerazioni, niente sterzate, niente di fatto: solo l’attesa di atti delegati che probabilmente, a questo punto, sono custoditi nelle tasche di Godot.

L’IAA ha un enorme problema nella sua propria essenza: non sfiora nemmeno i costi strutturali, sempre più aspri per via dell’ideologia che la Commissione ha innestato nell’UE, e l’accelerazione promessa dal titolo si rivela in realtà una bozza iniziale di riforma lentissima in un contesto velocissimo. Niente svolte, che siano economiche o politiche, ma solo un traballante equilibrio che somiglia al principio di un capitombolo.

Puoi anche cambiare linguaggio, ma se non cambi passo resti dov’eri.

Francesco Perizzolo

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