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		<title>Analisi geopolitica e storia etrusca</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 02:35:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i tanti “misteri” e punti irrisolti della storia della civiltà etrusca vi è sicuramente quello del come abbia fatto ad essere assimilata dalla espansione romana, visto che gli etruschi erano in origine la civiltà più sofisticata, ricca e diffusa territorialmente della penisola italiana. Tra i tanti fattori che hanno causato la scomparsa della civiltà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra i tanti “misteri” e punti irrisolti della storia della civiltà etrusca vi è sicuramente quello del come abbia fatto ad essere assimilata dalla espansione romana, visto che gli etruschi erano in origine la civiltà più sofisticata, ricca e diffusa territorialmente della penisola italiana. Tra i tanti fattori che hanno causato la scomparsa della civiltà etrusca, uno potrebbe essere a nostro avviso decisivo, si tratta di un elemento desunto dalla analisi geopolitica, il cosìddetto <strong>fattore umano</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>fattore umano </strong>è la percezione di sé che possiede una collettività unita alla maniera in cui questa percezione vuole essere espressa materialmente nella vita e nel percorso storico della collettività stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Si divide nell’ambito demografico, ovvero il numero e l’età mediana di una collettività; e la sua ‘cultura’, ovvero la sua storia, mitologia, religiosità, letteratura, filosofia eccetera. Due aspetti che informano la percezione di sé di una collettività, l’uno (demografia) in senso antropologico materiale, l’altro(cultura) in senso psicologico e spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio: una popolazione con una età mediana bassa (giovani) e molto numerosa tenderà all’espansione territoriale, quindi per giustificare (si) questa espansione tenderà a produrre una mitologia espansionistica, giovanilistica ed eroica. Una popolazione di età mediana alta e numericamente in fase di restringimento tenderà invece al pacifismo, con tutto ciò che ne consegue a livello di produzione culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quello che sappiamo della cultura etrusca, rispetto ai romani si trattava di una collettività, un popolo, territorialmente meno propenso all’espansione, con un forte accento religioso sulla divinazione, e quindi sull’accento psicologico del fatalismo, ovvero sull’idea che il destino sia segnato a priori dalla divinità e sia pressoché immodificabile. Noto è infatti che uno dei principali miti fondativi etruschi è quello della “profezia di Vegoia (<em>Lasa Vecu</em>)” che preannunciava la fine del popolo etrusco nell’arco di dieci <em>saecula </em>(secoli o ere). Perché dunque affannarsi a conquistare il mondo se tanto, al tempo dovuto gli dei ti faranno scomparire? Questo poteva essere parte del sottofondo psicologico della civiltà etrusca, e quindi della loro mentalità sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un risvolto culturale di questo sottofondo psicologico può vedersi nella cultura etrusca del banchetto. Cultura del banchetto assorbita dai greci ma che vedrà in Etruria uno sviluppo eccezionale, fino a diventare elemento centrale non solo della cultura dei vivi, ma anche di quella funeraria. Nella civiltà etrusca emerge un connotato di idealizzazione del banchetto come vero e proprio acme della vita sociale, in una più vasta tendenza al lusso, risolvendosi anche nel fasto funerario. Gli etruschi desideravano che i morti potessero continuare a partecipare alle gioie terrene banchettando anche nell’aldilà, e da qui l’utilizzo di necropoli costruite come vere e proprie città dei vivi, ma per i morti. Il massimo che si potesse auspicare ad un defunto era quindi proprio di continuare a vivere, e vivere banchettando, cioè di rimanere ancorati al massimo del bene che c’è nella vita terrena. Ma se il massimo del bene nella vita terrena è il banchettare con i propri cari, allora vuol dire che non esiste nulla per cui valga davvero la pena sacrificarsi, nessun ideale di bene superiore, che sia sociale, religioso, umanitario o nazionale. Nessuna spinta al combattimento e alla guerra dunque, che non sia la stretta difesa dei propri territori.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto il ruolo egalitario dato alla donna nella civiltà etrusca, rispetto a quella greca e romana ad esempio, è un altro sintomo di una impostazione meno militarizzata, meno guerriera, meno virile della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Il servizio militare doveva essere più che altro mercenario, mentre i capi dell’esercito dovevano essere scelti tra le famiglie aristocratiche, ma non si sa bene con quali meriti e carriere. In genere gli etruschi erano percepiti dai romani come un popolo estremamente ricco e raffinato, ma incapace di fare fronte comune ed opporsi militarmente, i soldati etruschi erano perlopiù schiavi costretti al servizio militare, mentre quelli romani erano cittadini a cui venivano promessi ricchi bottini in vista di una vittoria. La motivazione giocava quindi tutta a favore dei romani. Il punto di svolta della visione romana sugli etruschi si ebbe dal 420 a.C. quando Veio chiese aiuto alla Dodecapoli (così il nome della federazione etrusca, formata da dodici città principali) senza ottenerlo per via di lotte intestine, laddove invece i romani, nonostante avessero anche loro non pochi problemi nei rapporti interni tra patrizi e plebei riuscirono a compattarsi per la comune causa e a riportare una storica vittoria conquistando la città di Veio e più di mille iugeri di territorio (396 a.C.), tutto questo unificando il comando militare sotto la direzione di un dittatore, il generale Marco Furio Camillo. Da quel momento Roma iniziò a guardare alla civiltà etrusca come ad una civiltà in sostanziale declino e decise da ciò a spingere la propria espansione sempre più verso nord.</p>
<p style="text-align: justify;">In Etruria inoltre le carriere di potere, le magistrature (zilacati) dovevano essere strettamente legate all’ambito aristocratico e sacerdotale, e non si era formato un sistema di coinvolgimento diretto della plebe negli affari pubblici come avveniva invece a Roma. Nel corso della conquista romana questo fattore giocò molto a favore di Roma, che riusciva ad ispirare rivolte interne alle città etrusche per via della sua legislazione più liberale nei riguardi dei diritti dei plebei. Le classi dirigenti etrusche dunque non riuscirono a rinnovarsi di fronte alla novità del sistema militare e sociale romano, vedendo crearsi via via al proprio interno dei partiti filoromani, costituiti soprattutto dalle classi inferiori della popolazione; segno di un ambito culturale estremamente rigido e conservatore, immobile persino di fronte all’incedere di pericoli esistenziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Laddove quindi i romani si vedevano come discendenti diretti di una stirpe fondata da Marte e Venere, ed avevano attuato un sistema sociale interclassista calibrato su di un sistema militare espansionistico unico ed autoreferenziale, Roma cioè non faceva affidamento per il proprio benessere che sulla forza delle proprie armi, gli etruschi si vedevano invece come una civiltà dal tempo a scadenza, divisa rigidamente in classi e con a base dell’economia sociale il latifondo ed il commercio via mare, intermediato e protetto quest’ultimo da alleanze variabili con greci e punici.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i greci nei tempi arcaici(IX-VI secolo a.C.) era nota l’assertività marinaresca dei “pirati Tirreni” sul mare eponimo, da cui scaturirono una serie di miti, di cui gli etruschi si fecero fieri diffusori tra la propria popolazione, inserendosi così almeno dal punto di vista ideologico, nel contesto della civiltà greca, considerata a ragione una civiltà superiore. Se tuttavia tra l’VIII e il VI secolo l’Etruria estenderà il suo dominio su Roma (dinastie reali di Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo) e sulle colonie campane da Capua a Pontecagnano, l’incontro con le più grandi civiltà greche (Magna Grecia) e fenicia (colonie puniche in Sardegna e Sicilia) creeranno una sorta di equilibrio statico della civiltà etrusca, perpetuandone il dominio sul Tirreno del nord per ancora 150 anni dopo la battaglia di Aleria (540 a.C.), fino all’inizio dell’espansione romana verso il proprio entroterra (dal 420 a.C. in poi).</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro con i greci coloni di Pithecusa (Ischia) fece entrare i proto-etruschi (villanoviani) nella fase compiutamente storica attraverso l’adozione dell’alfabeto euboico intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., allo sviluppo del tornio e delle arti metallifere, all’introduzione della viticoltura e di nuove tecniche di produzione dell’olio. Appare pertanto evidente sin dai primi incontri un certo rapporto di subordinazione culturale e tecnologica con il mondo greco. Gli etruschi assorbirono conoscenze fondamentali per il proprio sviluppo dai greci, ma non viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli etruschi sembrano essere stata una collettività oltre che fatalista, anche “sazia”. Sazia di una posizione di dominio sul proprio mare di pertinenza, sazia del controllo delle risorse metallifere dell’Elba, invidiato e ambito da tutte le altre popolazioni mediterranee, sazia di essere al centro di un sistema di popoli italici che non vedrà nessuno sfidante della propria stazza tecnologica e demografica fino alla crescita di Roma. Sazia di accordi di equilibrio con i coloni greci della Magna Grecia e con i cartaginesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una collettività in cui si “stava bene”, senza ambizioni storiche di conquista, divisa in città-stato, naturalmente litigiose tra loro. Perché una collettività tendente a grandi obiettivi, si militarizza, e vede naturalmente l’accentramento dei poteri come un passaggio risolutivo alla costituzione di un esercito più forte e compatto. Tende inoltre a responsabilizzare i propri elementi dotandoli della carica di ‘cittadini’ e ridistribuendo il peso lavoro su schiavi da procacciarsi all’esterno, con la conquista di nuovi territori, come fece Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo fenomeno invece non sembra essersi attuato in Etruria, dove l’etrusco delle classi basse rimaneva sostanzialmente legato ad un padrone latifondista ed era impiegato in guerra senza la prospettiva di conquiste di terreni o schiavi per sé. Senza prospettiva quindi di scalata sociale, anche se deduciamo da evidenze archeologiche che puranco in Etruria doveva esistere il meccanismo dell’affrancamento dalla condizione di schiavitù, dove il liberto rimaneva comunque a servizio della famiglia di appartenenza ancora a lungo dopo l’ottenimento dei diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa struttura sociale di scarsa militarizzazione e quindi scarsa assertività politica della federazione etrusca nei confronti dei vicini è attestata anche dal fatto che quasi tutte le guerre combattute dagli etruschi a noi note siano guerre difensive, o di respingimento deterrente del nemico, se non addirittura guerre intestine, come quella dei fratelli Vibenna di Vulci contro i Tarquiniesi per il controllo di Roma, o quelle di Porsenna di Chiusi per respingere la lega latina nel Lazio, cioè guerre di riequilibrio e controllo interno, più che di conquista estroflessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ottica di un fattore umano etrusco “debole” è oltremodo significativo che l’amore per i piaceri della vita, l’eguaglianza uomo-donna, e la scarsa assertività in politica estera degli etruschi sia stata rivalutata in tempi recenti dalla nostra società senile e pacifista e fosse invece ampiamente criticata ed additata come decadente dai coevi greci e romani, nonché snobbata dagli studi filologici e archeologici contemporanei almeno fino al dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivisitazione contemporanea di una civiltà etrusca eticamente “migliore” di quelle greca e romana sembra invece essere volta all’esaltazione degli attuali valori decadenti della nostra società riflessi nell’antichissima civiltà etrusca, e non nel senso di una valutazione complessiva dello sviluppo storico dell’Italia preromana, cosa che ne depotenzia alla base ogni presupposto pedagogico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31482" src="https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/04/Aleria.jpg" alt="" width="600" height="433" srcset="https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/04/Aleria.jpg 600w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/04/Aleria-300x217.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Strategia e tattica etrusche</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo adesso a valutare empiricamente l’impatto del fattore umano sul dipanarsi della vicenda storica etrusca, e dobbiamo farlo introducendo altri due elementi chiave dell’analisi geopolitica: quello della <strong>strategia </strong>e della <strong>tattica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>strategia </strong>è il raggiungimento degli obiettivi profondi di una collettività. Essa non viene formulata, esiste già in potenza, va solo scoperta e riconosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>tattica </strong>è l’insieme di attività a breve o lungo termine, anche tra loro contraddittorie, che un attore, in questo caso la collettività etrusca, pone in essere per raggiungere gli obiettivi postile dalla strategia.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente una collettività che non è consapevole della propria strategia non sarà mai in grado di applicare una buona tattica.</p>
<p style="text-align: justify;">La strategia minima è la mera sopravvivenza della collettività, la massima è la formazione di un impero, ovvero l’estensione della propria egemonia su altri popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">In un contesto geografico di incisiva presenza del mare inoltre, l’elemento marittimo sarà predominante sul dominio terrestre e ad esso si rivolgeranno in buona sostanza tutti gli sforzi tattici di una collettività, perché ad esso sarà legato in massima misura l’elemento strategico.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti per gli etruschi l’elemento marittimo fu il fattore decisivo della costituzione stessa della propria civiltà. Fu dal mare che attraverso il contatto con i greci i villanoviani passarono dalla protostoria alla formazione della propria civiltà, e fu per il dominio del mare Tirreno che essi combatterono in larga parte della loro storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’affacciarsi della colonizzazione greca nel nord del Tirreno, la strategia etrusca divenne infatti subito quella di mantenere i greci e chiunque altro fuori dallo spazio di mare a Nord di Ischia fino alla Corsica, mantenendo però aperti gli sbocchi al commercio trans-mediterraneo, cioè tenendosi aperta la possibilità esportare e ricevere merci al di là della occlusione rappresentata dalla Corsica, la Sardegna e la Sicilia. Fecero questo soprattutto bilanciando la presenza greca, arricchente, ma anche disturbante, con quella fenicio-punica, questa la tattica etrusca per centrare la strategia di cui sopra, almeno fino alla già citata battaglia di Aleria.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello interno, tellurico, la strategia era quella del mantenimento dell’ordine sociale e dell’equilibrio tra i vari gruppi italici, piccoli e frammentati. Una tattica per raggiungere tale obiettivo fu certamente quella del controllo di Roma in chiave anti Lega Latina, potenza emergente tra l’Etruria propria e le colonie campane di Capua e Pontecagnano.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto dei popoli centro italici: Umbri, Falisci, Piceni, Sanniti ed altri, l’Etruria era semplicemente troppo grande e potente per essere sfidata. Da questo punto di vista la strategia etrusca nell’entroterra fu portata a compimento con relativa facilità, acquisendo un ruolo di snodo centrale nella formazione della koinè culturale e commerciale comune della parte centrosettentrionale della penisola, permettendogli di prosperare e di rivolgersi a questioni internazionali marittime di ben più elevato peso e difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia di Aleria (540 a.C.) fu il punto di rottura dell’equilibrio strategico instauratosi nel mar Tirreno sin dall’VIII secolo e fu pertanto il punto d’inizio della fase declinante della civiltà etrusca.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 565 a.C. i coloni greci di Focea che avevano fondato un porto a Massalia (Marsiglia) si stabiliscono sulla costa orientale della Corsica fondando Alalia (oggi Aleria), avamposto di passaggio per Massalia che si affacciava sulla costa etrusca e sull’isola d’Elba, violando così il principio strategico etrusco di impedire l’ingresso di potenze straniere nella porzione Nord del mar Tirreno.</p>
<p style="text-align: justify;">Con le invasioni persiane dell’Asia Minore, grandi masse di coloni greci si trasferirono verso il Mediterraneo occidentale (dal 546 a.C.), ingrandendo la comunità della piccola colonia in Corsica. La federazione etrusca reagì guidata da Cerveteri e chiamando in aiuto i punici, ne seguì quella che fu definita dai coevi la più grande battaglia navale dell’epoca arcaica, con sessanta navi greche a fronteggiare circa il doppio di navi etrusche e fenicie. La battaglia finì con una vittoria di Pirro per gli etrusco-fenici, che portò ad una lapidazione di massa dei prigionieri focei catturati durante la battaglia, lapidazione avvenuta nei pressi di Pyrgi, porto di Cerveteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il riverbero della battaglia sulle relazioni tra etruschi e magnogreci fu devastante. Di fatto segnò l’inizio di una ostilità endemica da parte dei greci stanziati nel sud Tirreno e guidati da Cuma e Siracusa contro gli etruschi, i quali, evidentemente soffocati dai nuovi blocchi commerciali impostigli a sud, con notevole ingegno e dispendio di risorse dovettero cercare uno sbocco al mare libero da ostacoli sull’altro versante della penisola, nel mare Adriatico, con la fondazione sul delta dell’Eridano (il Po) dell’avamposto portuale commerciale di Spina (ca.520 a.C.).</p>
<p style="text-align: justify;">Sul versante delle relazioni con i cartaginesi inoltre la battaglia di Aleria segnò la necessità di affidarsi, quindi sottomettersi, alla potenza punica per la difesa del proprio spazio marittimo. Gli eventi che seguirono il 540 a.C. sembrano confermare questa tesi. A Cerveteri, città a capo della spedizione della battaglia di Aleria, subito dopo gli esiti di questa deve esserci stata una forte crisi politica causata dalla rottura dei rapporti con i magnogreci. Crisi probabilmente sfociata con l’instaurazione di un lucumone (<em>zilac</em>) dai tratti tirannici nella persona di Thefarie Velianas il quale sicuramente non poteva essere inviso a Cartagine, dato che fece costruire a Pyrgi un tempio dedicato alla dea Uni (Astarte in fenicio) che doveva fungere da luogo di accoglienza privilegiato per gli ospiti fenici appena sbarcati nel porto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fenici di Cartagine che però nel 509 a.C., con la caduta di Tarquinio il Superbo e la perdita de facto di influenza diretta su Roma da parte degli etruschi, sembra aver voltato le spalle all’antico alleato firmando un trattato di non ingerenza con Roma per la spartizione delle aree di influenza sul mare rivierasco. Inserendo così Roma prepotentemente nei giochi del Tirreno centro settentrionale, ed andando così chiaramente in senso opposto all’interesse strategico etrusco.</p>
<p style="text-align: justify;">Trovandosi in posizione di debolezza sul proprio mare dopo almeno due secoli di dominio incontrastato, mare Tirreno settentrionale che secondo la strategia etrusca avrebbe dovuto essere completamente libero dalla presenza di altre potenze, la Dodecapoli puntò fortemente in chiave tattica su una stretta relazione con Atene, quindi sul porto di Spina, che in questi anni si sviluppò notevolmente. Rapporto con Atene che sebbene donasse prestigio all’Etruria, Pyrgi e Spina sono le uniche due città straniere ammesse ad avere un proprio thesauròs nel santuario di Delfi, pose gli etruschi anche in questo caso in una situazione di subordinazione come avveniva nel rapporto con i cartaginesi. Ne è testimonianza la qualità degli scambi instaurati con il Pireo: gli etruschi esportano verso Atene soprattutto materie prime come cereali e legna, e importano invece materiali artigianali ad alto valore aggiunto, la famosa ceramica attica, segno di squilibrio commerciale tra la potenza dominante (oggetti ad alto valore aggiunto) ed una subordinata (materie prime) ed conformandosi perfettamente alla politica applicata da Atene a partire da Pisistrato(561-527a.C.) per sviluppare la propria potenza talassocratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel lungo periodo però aver puntato molto su Atene risultò essere una scommessa perdente. In seguito ad una ulteriore pesante sconfitta subita dagli etruschi per mano dei siracusani nelle acque di fronte a Cuma (474 a.C.), dopo la guerra del Peloponneso(431-404 a.C.) in cui Atene venne sconfitta da Sparta, la potenza ateniese retrocesse in tutto il Mediterraneo, lasciando campo libero a Siracusa di imperversare sul Tirreno e nell’Adriatico. Fu proprio nel contesto della guerra del Peloponneso che sempre Siracusa, alleata di Sparta, respinse un tentativo di blocco navale da parte di Ateniesi ed etruschi(415 o 413 a.C.) evento che simboleggia plasticamente la disfatta dell’alleanza della federazione etrusca con la soccombente Atene. Gli anni seguenti alla fine del V secolo a.C. corrisponderanno infatti per gli etruschi ad un periodo funesto che vide da una parte l’inizio dell’espansione di Roma verso nord, con la caduta della prima grande città-stato etrusca, Veio (396 a.C.), e dall’altra l’arrembaggio siracusano verso le proprie coste, fino allo smacco del saccheggio di Pyrgi (384 a.C.) da parte di Dionigi il Vecchio. Nello stesso periodo le attività del porto di Spina cominceranno a conoscere un rapido declino.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo periodo in poi la strategia etrusca non sarà improntata che ad un vano tentativo di resistenza episodico contro l’inesorabile avanzata di Roma, spesso rivolgendosi più che all’ormai perduto dominio marino, ad alleanze con i popoli italici che subivano la medesima pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come punto cronologico di fine della indipendenza etrusca, e quindi di una qualsivoglia idea di strategia autonoma da Roma, possiamo indicare il 264 a.C., anno della caduta di Volsinii (Bolsena) e del santuario federale anfizionico del <em>Fanum Voltumnae</em>, luogo in cui tutte le grandi decisioni comuni della Dodecapoli venivano prese in forma assembleare. Da quel momento in poi non è più data una politica unitaria etrusca, fino all’assimilazione definitiva all’interno del sistema regionale augusteo della Provincia Italia come Regio VII Etruria, nel 27 a.C.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’attuale visione lineare e progressiva della Storia non può darci contezza del perché la civiltà etrusca, più progredita secondo i nostri termini valoriali egualitaristi abbia potuto soccombere all’espansionismo romano. Una visione geopolitica in termini di fattore umano e strategia e tattica invece sì.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pensiamo certo aver risolto il “mistero” della scomparsa degli etruschi con questo breve ed inesaustivo articolo, ma pensando che l’inserimento di termini propri dell’analisi geopolitica possa senz’altro portare una ventata di novità allo studio di nuovo fondamentale della storia antica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che più ci interessa infatti della storia antica ed in particolare della vicenda etrusca è il fatto di essere conchiusa, presenta cioè uno sviluppo completo: nascita, crescita, decadenza e morte di una civiltà, come per quella romana esiste una nascita, crescita, conquista universale del mondo allora conosciuto, decadenza, morte e lascito eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente crediamo che una riscoperta in termini “geopolitici”, non lineare della storia antica serva a spingere ad allenare il pensiero strategico per l’oggi. Dobbiamo solo sbarazzarci dell’imbarazzante abitudine a guardare con gli occhi del presente al mondo passato, in chiave di uno sviluppo che di fatto non esiste. All’interno di infiniti cicli la Storia si ripete sempre diversa da sé stessa nella forma, ma non nella sostanza. Gli etruschi avevano profetizzato correttamente, la <u>loro</u> civiltà sarebbe terminata in dieci<em> saecula</em>, ma <u>la</u> civiltà è andata avanti testardamente e continua a farlo ogni giorno.<strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luigi Corbelli</em></strong></p>
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		<title>New Rome, Terza Roma e il Katechon &#8211; o l’Anti-Katechon?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 02:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(…ma abbiamo capito Peter Thiel?) Prolegomenon René Girard (Avignone, 25 Dicembre 1923 – Stanford, 4 Novembre 2015) fu molte cose e forse nessuna di queste: storico, filosofo, critico letterario… insomma, un “accademico” che si occupò di storia medievale, letteratura francese, politologia, antropologia, post-strutturalismo, e fu ampiamente sovvenzionato da enti dalla forte connotazione cristiana come la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/25/new-rome-terza-roma-e-il-katechon-o-lanti-katechon/">New Rome, Terza Roma e il Katechon &#8211; o l’Anti-Katechon?</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(…ma abbiamo capito <strong>Peter Thiel</strong>?)</p>
<p><strong>Prolegomenon</strong><br />
<em>René Girard</em> (Avignone, 25 Dicembre 1923 – Stanford, 4 Novembre 2015) fu molte cose e forse nessuna<br />
di queste: storico, filosofo, critico letterario… insomma, un “accademico” che si occupò di storia<br />
medievale, letteratura francese, politologia, antropologia, post-strutturalismo, e fu ampiamente<br />
sovvenzionato da enti dalla forte connotazione cristiana come la John Templeton Foundation, del<br />
banchiere e filantropo John Templeton.<br />
Fu soprattutto un cattolico, e del suo pensiero si ricorda soprattutto la teoria del desiderio mimetico,<br />
secondo la quale il desiderio umano non è spontaneo e nemmeno autonomo, ma imitativo –<br />
mimetico, appunto. Non solo il desiderio, ma tutti i processi di apprendimento e formazione degli<br />
esseri umani sono imitativi. Poiché non esiste autonomia interiore ma solo mimesi, due individui<br />
desiderano lo stesso oggetto o lo stesso modello per imitazione vicendevole, così il desiderio di<br />
appropriarsene genera conflittualità che si diffonde, portando a crisi sociali violente.<br />
Fin qui tutto sommato si può anche apprezzare l’elaborazione di Girard: quello imitativo è sicuramente<br />
uno dei processi soggettivi principali, e ha ovviamente e inevitabilmente anche una dimensione<br />
sociale. Non c’è traccia dell’Origine nel suo pensiero, cioè esso si svolge interamente in senso<br />
orizzontale e binario tralasciando tutto il resto, ma questo è un tratto essenzialmente monoteista da<br />
cui non avrebbe mai potuto prescindere e se ne prende atto come per molti altri pensatori.<br />
In valore assoluto la sua teoria mimetica ha un senso che trova riscontro nell’oggettività e ha dunque<br />
un posto nel novero dei diversi processi che caratterizzano l’esperienza umana. D’altronde i suoi<br />
meriti iniziano e finiscono qui, giacché la sua analisi prosegue un equivoco dopo l’altro: le crisi<br />
violente necessitano di una risoluzione, ed essa nell’antichità pre-cristiana era rappresentata dal<br />
capro espiatorio, ossia una vittima innocente e marginale cui viene addossata la colpa, che viene<br />
espulsa o uccisa per ristabilire improvvisamente la pace. Il Sacro risiederebbe quindi in questa<br />
vittima, insieme divina per aver ristabilito la pace e demoniaca poiché colpevole. Secondo Girard il<br />
concetto di Sacro e sacrificio nelle società precedenti Cristo risiederebbero in questo meccanismo, e<br />
in quest’ottica viene interpretato anche il Mito, ossia una menzogna fondativa che nasconde la<br />
violenza derivante dal desiderio imitativo, rivolta verso l’innocenza. Riti e sacrifici pre-cristiani<br />
sarebbero dunque la ripetizione di questa menzogna, i divieti e i tabù sarebbero precetti per evitare<br />
altre crisi, mentre il complesso delle religioni arcaiche sarebbe nient’altro che esercizio<br />
rituale/sacrificale della violenza in forma controllata.<br />
L’ebraismo attraverso la Bibbia (Levitico, 16) avrebbe indicato per primo la via con la descrizione del<br />
Yom HaKippurim, il giorno delle espiazioni dei peccati degli israeliti: sorteggiati due capri, col sangue<br />
di un capro (detto espiatorio) veniva purificato il tempio, mentre un secondo capro (detto emissario)<br />
riceveva tramite l’imposizione delle mani da parte del sacerdote tutti i peccati, veniva ornato con una<br />
striscia di tessuto o lana rossa, e infuso dei peccati veniva portato lontano da Gerusalemme nel<br />
deserto (inizialmente forse lì abbandonato, mentre in periodi più recenti veniva lanciato da una rupe)<br />
perché non si ripresentasse alla comunità.<br />
Solo gli israeliti avevano coscienza di questo meccanismo, che sarebbe comune a tutte le società<br />
arcaiche precristiane, e benché fosse esplicitato nel Levitico, esso rimaneva limitato all’ambito<br />
ebraico. A rivelare al mondo la verità (le cose nascoste fin dagli inizi del mondo, titolo dell’opera più<br />
famosa di Girard, ossia Des choses cachées depuis la fondation du monde, del 1978) sarebbe stato<br />
Cristo: la sua innocenza non è nascosta ma esplicitata, così come la colpa sociale – la corona di spine<br />
sarebbe la trasposizione della striscia di tessuto rossa apposta sul capro. Cristo quindi smaschera la<br />
menzogna di Sacro, Mito e Agire Sacro (rituali e sacrifici) di tutte le società diverse da quella ebraica,<br />
che sarebbero di natura satanica, e ne è antitesi. In quanto antitesi, Cristo combatte contro il<br />
desiderio mimetico che conduce al conflitto: è simbolo di chi si lascia rendere vittima per rivelare la<br />
menzogna, esempio smantellante il Sacro, il Mito e l’Agire Sacro che sono appunto satanici. Ciò non è<br />
servito a eliminare la violenza satanica pre-cristiana non ebraica ma a renderla esplicita. Il “problema”<br />
è che essa non scompare, perché le religioni pre-cristiane non sono state sostituite da un<br />
meccanismo imitativo universale che svolgesse la stessa funzione. La natura disvelatrice di Cristo è<br />
antagonista del satanismo pre-cristiano, ma non ha fissato e diffuso pratiche come quella dello Yom<br />
HaKippurim – che rimane riservato al giudaismo. Da qui deriva la crisi permanente, travolta dal<br />
satanismo non più arginato da riti e sacrifici.<br />
<strong>Facciamo un respiro profondo, e andiamo con ordine.</strong><br />
Girard applica le categorie binarie puramente israelite di colpa, peccato, bene/male, satanismo, ecc a<br />
mondi che nulla hanno a che vedere con essi, e utilizza il meccanismo del capro dello Yom<br />
HaKippurim come parametro universale laddove invece non c’è mai stato alcunché di simile – e non<br />
c’è mai stato perché l’uomo non era avulso dal Sacro e dal Mito ma parte integrante di esso, e questa<br />
porzione di trascendenza insita nell’uomo pre-cristiano e in generale non ebraico veniva messa in<br />
pratica con l’Agire Sacro, che era letteralmente pratica dell’Origine nel mondo materiale.<br />
Sia chiaro: Girard non inventa alcunché, perché il percorso del suo pensiero è esattamente e<br />
precisamente cristiano, e descrive l’opera essenzialmente antagonista e smantellatrice dell’altro<br />
operata dal cristianesimo in un momento di crisi delle diverse forme del Sacro diffuse in Europa.<br />
L’indeterminatezza e lo stato di crisi permanente indotto dall’incoerenza di categorie totalmente<br />
estranee rispetto a tutte le forme del Sacro pre-cristiane e non giudaiche non è frutto di una qualità<br />
“satanica” delle stesse, ma dell’abbandono dell’Origine e di tutto ciò che da essa consegue.<br />
Se da un punto puramente teologico Girard compie un esercizio perfettamente monoteista e<br />
soprattutto perfettamente giudaico-cristiano, dal punto di vista accademico c’è molto da ridire su<br />
diversi fronti: in primo luogo, lo Yom HaKippurim è deformato e adattato ai mondi non giudaici, e ciò è<br />
necessario proprio per l’incompatibilità di fondo fra le parti; in secondo luogo, descrivendo secondo<br />
questi parametri i rituali e i sacrifici pre-cristiani ignora (consapevolmente, altrimenti la narrazione non<br />
starebbe in piedi) ignora il concetto fondamentale indoeuropeo di comunione col Sacro; in ultimo,<br />
ignora che rito e sacrificio fuori dai monoteismi non hanno a che fare nell’essenza con delle crisi o con<br />
la violenza, e anzi spesso sono totalmente altro da ciò.<br />
D’altra parte bisogna notare che questi errori marchiani e queste falscificazioni/deformazioni dal<br />
punto di vista intellettuale e accademico sono inevitabili: sono puramente e totalmente attinenti ai<br />
monoteismi in generale e al cristianesimo in particolare, e dunque non hanno alcunché a che spartire<br />
con l’attività accademica.<br />
<strong>Girard e Thiel</strong><br />
Comprendere Girard significa aver capito quasi tutto di Peter Thiel.<br />
Peter Andreas Thiel (11 ottobre 1967, nato nell’ex Germania Ovest a Francoforte) è figlio di un<br />
ingegnere chimico, i cui spostamenti lo portano nell’infanzia nell’Ohio, poi in Namibia e Sud Africa,<br />
stabilendosi poi in California nel 1977.<br />
Thiel nella prima gioventù è un giocatore di scacchi di un certo successo, un appassionato di<br />
fantascienza e di Tolkien, poi un giocatore di Dungeons &amp; Dragons, uno studente eccellente &#8211; in<br />
particolare in matematica ma non solo.<br />
Negli anni ’80 frequenta Stanford dove si laurea (1989) in filosofia. Prima di ciò, nel 1987 fonda una<br />
rivista (The Stanford Review) in contrasto e protesta con le manifestazioni studentesche arcobaleno<br />
capeggiate dal ministro battista afroamericano Jesse Louis Jackson Sr. (la futura Rainbow Coalition)<br />
che avevano portato nel 1988 alla sostituzione del corso di Cultura Occidentale in favore di quello<br />
denominato Culture, Idee e Valori. In tutte le fonti biografiche questo evento è l’argomentazione<br />
principe in base alla quale Thiel viene etichettato come conservatore e “di destra”, insieme<br />
ovviamente alle accuse di essere una sorta di cripto-nazista per via dei due anni trascorsi da bambino<br />
in una scuola sudafricana per bianchi di lingua tedesca – accusa per altro mossa anche a Elon Musk,<br />
nonché a David Oliver Sacks, il quale però è ebreo…<br />
Nel 1992 Thiel si laurea anche in Giurisprudenza, sempre a Stanford, e diventa poi assistente legale di<br />
un giudice, poi avvocato a New York, poi trader di derivati al Credit Suisse – e nel frattempo scriveva<br />
pure i discorsi dell’ex segretario USA all’istruzione William Bennet. Non male, ma il boom viene dopo:<br />
tornato in California, raccoglie un milione di dollari fra parenti e amici, e fonda Thiel Capital<br />
Management, senza più fermarsi.<br />
Nel 1998 è cofondatore di PayPal, venduto nel 2002 a eBay per 1,5 miliardi di dollari: a fronte dei<br />
prestiti ricevuti, una mossa di un certo successo. Lungimiranti coloro i quali gli hanno concesso i<br />
propri soldi, ma soprattutto bravo Thiel che rende merito al concetto di “capital management”.<br />
Nel frattempo investe in Facebbok, è cofondatore di Palantir Technologies nel 2003 (compagnia che<br />
fornisce software di analisi dati e big data, soprattutto per governi e agenzie di intelligence), fonda nel<br />
2005 Founders Fund, con qui diventa uno dei più importanti Venture Capitalist della Silicon Valley, e<br />
altri fondi (Clarium Capital, Mithril Capital, Valar Ventures, Thiel Capital e molti altri). Insomma, dal<br />
1998 al 2026 Thiel sviluppa un patrimonio netto che si dice si aggiri sui 28 miliardi di dollari.<br />
Dal 2002 il mondo dei media si accorge dell’esistenza di Thiel, il quale però si era già accorto del<br />
mondo ben prima, e in particolare durante gli anni a Stanford grazie all’incontro con uno dei suoi<br />
professori, ossia René Girard. Rimarranno in rapporti stretti per tutto il resto della vita di Girard, e Thiel<br />
a più riprese spiegherà come la teoria del desiderio imitativo del professore gli abbia cambiato la vita,<br />
portandolo ad impostarla secondo il suo pensiero.<br />
Thiel scrive The Diversity Myth: &#8220;Multiculturalism&#8221; and the Politics of Intolerance at Stanford nel 1995,<br />
insieme a Sacks. Ben più significativo dell’aver fondato un giornale universitario, in questo testo Thiel e<br />
Sacks denunciano la deriva forzatamente politically correct e multiculturale di Stanford, accusandola<br />
di essere in realtà caratterizzata dall’intolleranza verso le istanze libertarie e conservatrici.<br />
Il vero best-seller è però Zero to One: Notes on Startups, or How to Build the Future del 2014, ossia la<br />
sistematizzazione degli appunti presi da Blake Masters (qui co-autore) durante le lezioni tenute da<br />
Thiel nel 2012 a Stanford. Questo testo è fondamentale, perché rappresenta l’applicazione delle teorie<br />
di Girard e dei precetti cristiani al contesto contemporaneo in cui si muove Thiel. Il concetto<br />
fondamentale risiede nel superare il desiderio imitativo creando qualcosa di radicalmente nuovo e<br />
innovativo, esattamente come Cristo in croce rispetto alla questione del “satanismo” pre-cristiano.<br />
Thiel indica ciò come l’avvio di start-up innovative, descritto quantitativamente come un moto da 0 a<br />
1, che consentono di entrare in un mercato acquisendo subito una posizione dominante e di<br />
monopolio. Ciò evita di dover competere (la competizione è per i perdenti) e bisogna fare in modo che<br />
la competizione non si verifichi, oppure che avvenga il più in là possibile – cioè il tuo prodotto non<br />
deve poter essere copiato nel breve e nemmeno nel lungo periodo. All’opposto c’è il desiderio<br />
imitativo, che quantitativamente procede da 1 a n, ed è caratterizzato da alta competizione, fette di<br />
mercato irrisorie e bassi margini di guadagno (esempio: avviare oggi una fabbrica di bulloni è una<br />
perdita su tutta la linea, perché ripeti all’infinito (a n) un prodotto già esistente (da 1) in un mercato<br />
con un numero enorme di competitor).<br />
Secondo Thiel il futuro si crea solo con l’approccio da 0 a 1, e le start-up sono il veicolo per crearlo se<br />
agiscono come descritto sopra generano grandi profitti, quindi diventano aziende felici tendenti al<br />
monopolio, e creano il futuro perché evitano la competizione che distrugge i profitti e porta a guerre<br />
inutili. La concorrenza perfetta è insomma una stagnazione rispetto al progresso, e non può sostenere<br />
la globalizzazione. Grazie alla tecnologia sempre più avanzata grazie alle innovazioni da 0 a 1, non c’è<br />
invece stagnazione e la globalizzazione può essere sostenuta a lungo – e per avere il potere a lungo,<br />
follow the money, perché il potere segue il denaro.<br />
Non è nemmeno troppo implicito, il pensiero di Thiel: da una parte l’universalismo giudaico-cristiano<br />
che svela la competizione satanica imitativa, dall’altra il satanismo imitativo che stagna e rende<br />
insostenibile l’universalismo cristiano.<br />
Thiel ha dei concetti ben chiari, anzi ha una intera visione messianica applicata alla contemporaneità<br />
e all’economia, e ha seguito la Bibbia, i Vangeli e Girard come un libretto d’istruzioni, conquistando sia<br />
i quattrini che il potere.<br />
Conquistato il potere di farsi ascoltare, Thiel pubblica scritti e ha iniziato una serie di incontri in giro<br />
per il mondo per approfondire il vero motore di tutta la sua vita: il cristianesimo.<br />
Alla base delle sue lezioni sull’Anticristo troviamo la Prima lettera ai Tessalonicesi 5:3: Quando<br />
diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna<br />
incinta; e non scamperanno. Thiel descrive l&#8217;Anticristo come un sistema che promette &#8220;pace e<br />
sicurezza&#8221; in cambio di un governo mondiale totalitario, e il motore sarebbe la reazione a quelle paure<br />
esistenziali che possono prendere forma oggi, come il terrore dell’AI fuori controllo, dei disastri<br />
nucleari, dell’emergenza climatica. L’Anticristo avrebbe una natura contraria al progresso tecnologico:<br />
esso propone il controllo globale anti-libertario per &#8220;salvare&#8221; l’umanità dal rischio di catastrofi,<br />
diventando tirannia stagnante.<br />
Thiel – o meglio sarebbe dire il suo pensiero – sarebbe invece il difensore della libertà, del progresso e<br />
di Cristo contro l&#8217;Anticristo salvatore globale.<br />
Arrivati a questo punto i confini diventano molto sfumati, tanto quasi da crollare – e anche ciò è molto<br />
cristiano – perché il salvatore universale è anche Cristo. Se il katechon ha funzione contenitiva e<br />
trattiene l’apocalisse dal verificarsi, e l’anti-katechon invece la accelera, e se entrambi hanno bisogno<br />
di un potere globale e universale che non può che fondarsi sugli strumenti e le categorie contingenti e<br />
il loro sviluppo futuro, chi può dire dove finisca l’uno e dove inizi l’altro?<br />
Thiel stesso con Palantir rappresenta oggi uno dei simboli più fulgidi del controllo totale, investe nello<br />
sviluppo più estremo dell’intelligenza artificiale, della tracciabilità totale, della speculazione<br />
finanziaria. Rispetta Roma come prima sede del katechon, ma individua negli USA la sede attuale, e<br />
poi ad ogni buon conto ha preso da anni la cittadinanza neozelandese. Combatte l’agenda<br />
arcobaleno, ma è gay, sposato con un uomo, e insieme hanno un figlio. Si definisce luterano per<br />
educazione, e cristiano eterodosso per professione, crede nella resurrezione corporea di Cristo, ma<br />
l’Anticristo è una forza e non una figura individuabile, e Cristo “raddrizzerà ogni cosa” perché il tempo<br />
è lineare, orientato verso il Regno di Dio e per questo la morte è un male da combattere, sfociando<br />
però per certi versi nel transumanesimo che attribuisce all’Anticristo.<br />
C’è una buona dose di incoerenza, di contraddizione, di confini poco chiari nonostante l’imperante<br />
dualismo lineare che teoricamente dovrebbe consentire la scelta fra due termini, dei quali uno si<br />
presume sia quello giusto pena il crollo di tutto l’impianto, ma non se ne vede l’ombra.<br />
Sono molto cangianti i termini come i confini: Cristo e Anticristo, katechon e anti-katechon, libertà e<br />
controllo, violenza e vittimismo, successo e sconfitta… Sono anche molte le parti che si attribuiscono<br />
il ruolo di katechon, e spesso sono parti avverse: i cattolici si sono profusi in strepiti di indignazione<br />
sostenendo che l’avvicinamento fisico di Thiel al Vaticano per le lezioni tenute a Roma ad inizio 2026<br />
fosse un affronto, un pericolo come se avvicinando due sostanze pronte a reagire drammaticamente<br />
potesse esserci un’esplosione sulfurea, ma poi scopriamo che Thiel ha il sostegno di vari enti e<br />
associazioni fra i quali anche associazioni e università di stampo cattolico. Dall’altra parte Thiel stesso<br />
è critico verso certi dogmatismi inadatti ai tempi correnti, rei a suo dire di favorire la stagnazione e<br />
quindi l’Anticristo.<br />
<strong>Insomma, ciascuno è l’Anticristo dell’altro, dipende solo a chi lo chiedi.</strong><br />
C’è di sicuro che per Thiel, pur ammettendo e apprezzando Roma come prima sede del katechon, la<br />
sede eletta attuale sono gli USA, mentre l’Europa è la sede degli eccessi green, della resistenza<br />
nazionalista all’universalismo cristiano… insomma, l’Europa sta più con l’Anticristo che con Cristo, e<br />
gli USA fondati fin dall’inizio da cristiani puri sarebbe la nuova Roma.<br />
…abbiamo già sentito parlare di una nuova Roma, in particolare di una presunta Terza Roma…<br />
<strong>L’Altra Faccia del Katechon – o dell’Anti-Katechon? Boh.</strong><br />
Per Thiel l’Anticristo è una forza sistemica o entità collettiva che emerge alla fine dei tempi. Presume<br />
che possa manifestarsi come un governo mondiale unico (one-world government) che promette pace,<br />
sicurezza e salvezza globale, ma in realtà sopprime libertà, innovazione e diversità, e applica Girard<br />
per spiegare come la società moderna stia accelerando verso un’escalation mimetica globale (acne<br />
nei conflitti).<br />
La tecnologia, con tutte le sue conseguenze, è per lui la chiave: può generare le paure sfruttate<br />
dall’Anticristo per questo dominio globale, ma può essere usata per resistere a questo dominio se in<br />
mano al Katechon, il quale è localizzato negli USA e forse proprio nella Silicon Valley. Il dominio<br />
globale porterebbe alla stagnazione, e questa stagnazione sarebbe l’Apocalisse.<br />
Le conferenze di Thiel si occupano sì di teologia ed escatologia, ma somigliano di più alla definizione<br />
di un quadro strategico per creare un futuro ritenuto in linea con Cristo e avverso all’Anticristo.<br />
Le indiscrezioni riguardanti le sue lezioni dicono che in quella tenuta a San Francisco il 6 Ottobre 2025,<br />
intitolata The New Rome, dopo aver citato la Seconda Lettera ai Tessalonicesi, 2 per spiegare<br />
katechon e anti-katechon, Thiel avrebbe spiegato che solo gli USA oggi sono la sede naturale del<br />
katechon, perché rappresenterebbe il ground zero dello Stato Unico Mondiale, il ground zero della<br />
resistenza allo Stato unico mondiale. Insomma, l’America ha preso il posto dell’Impero Romano come<br />
forza che trattiene l’Apocalisse, e in questo contesto si inserisce il movimento MAGA.<br />
Certo, c’è anche la possibilità che il Katechon si trasformi nell’Anti-Katechon: There’s always a risk<br />
that the katechon becomes the Antichrist. Com’è possibile? Se l’America impone la sua egemonia<br />
unipolare come salvezza globale, diventa ciò che dovrebbe trattenere. Quindi serve il multipolarismo<br />
cristiano, e gli USA dei MAGA devono fare in modo di rimanere katechon senza rendere terreno il freno<br />
divino.<br />
Da una parte la Nuova Roma sarebbe negli USA e, in particolare, nella Silicon Valley. Dall’altra parte<br />
però c’è un’altra Roma, questa sì vera sede del katechon, ed è la Terza Roma, cioè Mosca.<br />
Chi ha pensato Dugin alzi la mano, ma in realtà la questione di Mosca come Terza Roma dopo Roma e<br />
poi Costantinopoli è vecchia di qualche secolo: è opera di un monaco russo chiamato Philotheus di<br />
Pskov (1465-1542 circa) il quale sentenziò che cadute le altre due, la Terza Roma sarebbe stata per<br />
volontà divina Mosca, e non ce ne sarebbe stata una quarta.<br />
Oggi è Dugin a sostenere la medesima cosa, ma in versione aggiornata: Mosca è la Terza Roma, la<br />
Russia è la sede del katechon dei giorni nostri, e la sua funzione divina è quella di bloccare il caos<br />
finale dell&#8217;Anticristo che si manifesta come modernità liberale, globalismo, unipolarismo occidentale,<br />
secolarismo, transumanesimo – quasi esattamente ciò che dice Thiel, ma rivolto in direzione opposta<br />
perché al centro, come sempre fin dalle guerre contro Cartagine, c’è la malvagia Europa – e la guerra<br />
contro l’Ucraina sarebbe una guerra di spiriti, katechon contro l’oppositore anticristiano nazifascista.<br />
Solo così è possibile resistere all&#8217;Anticristo globale, preservando la multipolarità.<br />
<strong>La Costante fra Katechon USA e Katechon Russia</strong><br />
Dal 1999, Putin ha scelto Berel Lazar come rabbino capo ufficiale della Russia. Lazar è uno dei rabbini<br />
principali di Chabad-Lubavitch, e la gran parte degli oligarchi russi (primi fra tutti nell’era post-URSS<br />
Roman Abramovich e Lev Leviev) sostiene anche economicamente Chabad. Attraverso questi legami,<br />
Putin ha promosso pubblicamente e a più riprese relazioni molto strette fra Russia e Israele, il quale<br />
attraverso Chabad ha beneficiato enormemente di questo contesto: assistiamo ad un vero revival<br />
ebraico post-sovietico, con proliferazione di sinagoghe e scuole, e il Cremlino è notoriamente un<br />
alleato tattico.<br />
Il mondo USA in generale ha sempre avuto un rapporto preferenziale con Israele, e nell’era MAGA sia<br />
Trump che Kushner (famiglia in origine di ebrei polacchi, è il genero del Presidente USA avendo<br />
sposato Ivanka Trump) hanno rapporti strettissimi con Chabad: la famiglia Kushner ha finanziato<br />
direttamente, e Jared Kushner è cresciuto in quell’ambiente; a Ivanka Trump è stato addirittura<br />
concessa la conversione all’ebraismo ortodosso, uno dei pochi casi; Trump durante le presidenziali ha<br />
avuto tutto il sostegno possibile dai diversi settori dell’ortodossia ebraica, e in particolare Jared<br />
Kushner è considerato l’architetto della sua campagna presidenziale.<br />
Thiel non ha rapporti diretti con Chabad, ma si muove nello stesso ecosistema MAGA, lo sostiene, e<br />
svolge funzioni economiche molto vicine e talvolta complementari rispetto a quelle della famiglia<br />
Kushner.<br />
Questa trasversalità di Chabad rispetto a USA e Russia rientra perfettamente nella sua natura ultra<br />
messianica globale, soprattutto all’interno di questo contesto di scontro escatologico.<br />
Di fatto, per dirla con Girard, in quest’epoca da molti considerata vicina alla fine dei tempi, Israele<br />
approdo messianico finale dei monoteismi è l’arena mimetica perfetta: sia USA che Russia<br />
combattono per avere il ruolo di ultimo impero del Dio di Israele, il quale appare assiso al centro,<br />
intangibile e in attesa.<br />
Il triangolo escatologico messianico costituito da Dugin-Thiel-Chabad su un piano simbolico<br />
dottrinale, e da USA-Russia-Israele su quello globale è la descrizione più precisa dell’epoca che<br />
stiamo vivendo, segnata dalla lotta mimetica girardiana per essere perno della redenzione finale nel<br />
dramma apocalittico.<br />
<strong>…e l’Europa?</strong><br />
…e l’Europa sta in mezzo, un po’ schiacciata, un po’ carcassa agonizzante che si rifiuta di morire, un<br />
po’ spettatore impotente che si frega nelle tasche in cerca degli ultimi spiccioli. Sicuramente dal<br />
punto di vista del katechon ( o dell’anti-katechon, chi lo sa) è una sorta di capro espiatorio, ma che<br />
continua a tornare dal deserto mai morto, neanche quando lo buttano giù dalla rupe.<br />
A sua volta l’Europa è arena mimetica minore, con i suoi scontri fra beghine cattoliche col cappello di<br />
stagnola e il crocefisso stretto in mano, e spregiudicati affaristi protestanti che raccolgono gli spiccioli<br />
caduti dai grandi finanzieri globali.<br />
Chabad insegna che il Messia è vicinissimo, che il Rebbe ne è il candidato principale, e che ogni<br />
persona può affrettarne l’arrivo con azioni concrete. Non è fatalismo ma attivismo messianico, tanto<br />
pragmatico quanto globale – ed ecco perché Chabad è il ponte perfetto tra USA e Russia: il Tikkun<br />
Olam è messianesimo pratico universale che attrae entrambi i poli, a caccia mimetica del favore del<br />
Dio d’Israele.<br />
Tuttavia ancora oggi l’Europa c’è, e la linfa dell’Origine per quanto possa essere finita sotterrata<br />
continua a scorrere, con continue emergenze in superficie, sempre pronta ad essere ricordata nelle<br />
sue forme sempre diverse ma sempre coerenti con il retaggio europeo, indoeuropeo e romano.<br />
La memoria dell’Origine è continua, sempre pronta a riattualizzare il Sacro in un nuovo Mito, facendo<br />
crollare la complicata ma fragile struttura fatta di specchi e scatole cinesi su cui si regge l’anti-Sacro<br />
per eccellenza.<br />
Di Roma, intanto, continua ad essercene una sola, da sempre e al di là delle allucinazioni altrui.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>REMIGRAZIONE IN TUTTE LE EDICOLE D’ITALIA</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/19/remigrazione-in-tutte-le-edicole-ditalia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 02:39:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo lieti di annunciare che, dal 25 marzo, «Remigrazione» di Martin Sellner sarà in tutte le edicole d’Italia con La Verità e panorama_it. Questo libro &#8211; oggi ritenuto il più provocatorio e discusso d&#8217;Europa &#8211; è stato tradotto e pubblicato da Passaggio al Bosco Edizioni, dando il via ad un dibattito che sta animando da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/03/19/remigrazione-in-tutte-le-edicole-ditalia/">REMIGRAZIONE IN TUTTE LE EDICOLE D’ITALIA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Siamo lieti di annunciare che, dal 25 marzo, «<strong>Remigrazione</strong>» di <strong>Martin Sellner</strong> sarà in tutte le edicole d’Italia con La Verità e panorama_it.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro &#8211; oggi ritenuto il più provocatorio e discusso d&#8217;Europa &#8211; è stato tradotto e pubblicato da <strong>Passaggio al Bosco Edizioni</strong>, dando il via ad un dibattito che sta animando da mesi il contesto politico nazionale. Nelle sue pagine, l&#8217;autore descrive la remigrazione come il riconoscimento del diritto fondamentale di ogni individuo a vivere nella propria patria: un progetto che non prevede deportazioni violente, come spesso viene detto dalla narrazione progressista, ma aiuti concreti per il ritorno volontario alle terre di origine. Questa proposta, spesso vittima di pregiudizi e censure mediatiche, invita a una riflessione teorica serena e alla lettura diretta dei testi per superare i luoghi comuni e valutarla con spirito critico.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, grazie alla curatela di Francesco Borgonovo e al lavoro di Signs Publishing, il muro di gomma del “pensiero unico” viene abbattuto da questa incursione coraggiosa e controcorrente, che merita di essere sostenuta in ogni modo possibile.</p>
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		<title>DA PARIGI AD HOLLYWOOD</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/02/06/da-parigi-ad-hollywood/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 10:52:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>RECENSIONE DEL LIBRO : “ DA PARIGI AD HOLLYWOOD “ di SERGIO SARACENI E’ raro che due celebri intellettuali siano protagonisti di un romanzo, e, ancor di più, se sono maledetti e messi all’indice dalla cultura del mainstream. Accade nell’opera di esordio di Sergio Saraceni “ Da Parigi ad Hollywood “ edito da CSRC Cittadella [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>RECENSIONE DEL LIBRO : “ <strong>DA PARIGI AD HOLLYWOOD</strong> “ di SERGIO SARACENI</p>
<p>E’ raro che due celebri intellettuali siano protagonisti di un romanzo, e, ancor di più, se sono maledetti e messi all’indice dalla cultura del mainstream. Accade nell’opera di esordio di Sergio Saraceni “ Da Parigi ad Hollywood “ edito da CSRC Cittadella dove Drieu La Rochelle e Robert Brasillach sono protagonisti delle vicende degli ultimi anni della loro avventurosa esistenza nel cuore degli anni Trenta e nel corso degli accadimenti della seconda guerra mondiale. Due intellettuali profondamente diversi sia nel carattere che negli interessi culturali. Drieu dandy, agnostico, disincantato e donnaiolo, Brasillasch fervente cattolico, introverso e raffinato critico teatrale e letterario. Una amicizia profonda e sincera nella vita reale come pure nel romanzo ma che avrà esiti e svolgimenti completamente diversi nel racconto di Saraceni. E soprattutto lontani dalla cruda realtà dell’epilogo esistenziale dei due amici, l’uno suicida e l’altro davanti ad un plotone di esecuzione. Colpiscono le atmosfere ben ricostruite dei fumosi, tumultuosi ed incerti anni Trenta quando l’amicizia dei due protagonisti si salda e dà luogo ad un sodalizio culturale che sfocia nell’impegno politico e successivamente nel collaborazionismo con la Germania di Hitler durante l’occupazione del suolo francese. Una intesa pervasa dalla passione per l’Europa, dai miti di un continente fucina di civiltà, dal pensare l’avventura dei fascismi come il tentativo di ricreare l’Imperium dei popoli del vecchio continente. Uno slancio rivolto soprattutto alle giovani generazioni, il futuro dell’Europa in cui Drieu e Brasillach ripongono speranze e aneliti di grandi progetti di civiltà comunitaria. La loro partecipazione, già famosi scrittori e pensatori, alla grande adunata nella foresta di Brandeburgo sulla Havel, dove giovani provenienti da ogni parte d’Europa festeggiano il solstizio d’inverno, li riempie di entusiasmo e tornano in Francia certi della rinascita europea e del ritorno alle antiche glorie. Non mi soffermo sulle ultime pagine del romanzo per lasciare al lettore il gusto di scoprire la imprevedibile conclusione esistenziale dei due amici, che li vede protagonisti di una rocambolesca fuga dopo sofferenze e pericoli d’ogni genere. Quello che colpisce nel romanzo è anche l’estrema coerenza di Drieu e Brasillach che sino alla fine difendono le loro scelte, la giustezza delle loro battaglie, la verità delle decisioni, spesso drammatiche, il lascito del testimone ai giovani, a chi è portatore della fiaccola dei valori in cui loro hanno creduto e per cui, sino alla fine, hanno strenuamente combattuto.</p>
<p>Un romanzo che possiamo definire di formazione su uno sfondo politico e storico drammatico dove le grandi battaglie culturali ed ideologiche del Novecento si intrecciano con le vicende belliche, chiamando ciascuno a scelte definitive e dolorose e dove i vinti hanno ancora lo spazio e la speranza di dire molto sul futuro della civiltà europea. Un racconto che non ha paura di parlare di vicende scomode, né di affrontare argomenti aspri e spinosi che fanno parte del nostro recente passato ma che ci riguardano da vicino molto più di quello che immaginiamo. E che nell’immaginario dell’Autore porta un Presidente degli Stati Uniti a dire “ &#8211; con tono teso ma misurato &#8211; che ci fu onore anche dalla parte del nemico “. Un libro da leggere senza pregiudizi, con la voglia di andare per mari aperti sapendo che, come diceva Pulcinella, non ci sono taverne. Una lettura che consiglio a chi non ha paura di mettere/ mettersi in discussione le certezze storiografiche, le scelte acclarate, le strade già battute. A tutti buona lettura.</p>
<p><em><strong>Vincenzo Cancelli </strong></em></p>
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		<title>Tu chiamala se vuoi Rivoluzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 02:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro di Gabriele Adinolfi, edito dalle Edizioni Soccorso Sociale e&#8217; un volume che bisogna necessariamente leggere e soprattutto comprendere. Sottolineo il necessariamente per due motivi : il primo e&#8217; che Gabriele pone sul tavolo tutti i temi piu&#8217; importanti sui quali un&#8217; area culturale e politica, matura, responsabile e coerente con i suoi postulati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/12/18/tu-chiamala-se-vuoi-rivoluzione/">Tu chiamala se vuoi Rivoluzione</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il libro di <em><strong>Gabriele Adinolfi</strong></em>, edito dalle <strong>Edizioni Soccorso Sociale</strong> e&#8217; un volume che bisogna necessariamente leggere e soprattutto comprendere. Sottolineo il necessariamente per due motivi : il primo e&#8217; che Gabriele pone sul tavolo tutti i temi piu&#8217; importanti sui quali un&#8217; area culturale e politica, matura, responsabile e coerente con i suoi postulati rivoluzionari, dovrebbe avere le idee chiare per affrontare con successo il futuro. Il secondo motivo e&#8217; che infonde una sorta di &#8221; ottimismo realista&#8221; che non guasta affatto, perche&#8217; l&#8217;intero volume che scorre con estrema fluidita&#8217; ,e&#8217; pervaso da quella leggerezza e da quello spirito di Amore che dovrebbe contraddistinguere chi si riconosce in certi Principi. Il richiamo a ritrovare Noi stessi e la centratura esistenziale sono un altro leit- motiv del libro che lo rendono un necessario vademecum da portare nello zaino di chi ama marciare e non marcire. Non amo dilungarmi, ergo lascio volentieri la parola alla lettura ed alla meditazione del libro.</p>
<p><em><strong>Giancarlo Ferrara</strong></em></p>
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		<title>Arriva in libreria «Ardimento e Poesia». Un itinerario di motti, idee e parole dedicato a Gabriele D’Annunzio</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2025/09/27/arriva-in-libreria-ardimento-e-poesia-un-itinerario-di-motti-idee-e-parole-dedicato-a-gabriele-dannunzio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2025 00:40:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esteta e mistico, soldato e rivoluzionario, poeta e letterato, artista e cultore del bello. Sono questi i tratti peculiari che caratterizzano la leggendaria figura di Gabriele D’Annunzio nel nuovo testo edito da Passaggio al Bosco. Un omaggio al Vate d’Italia con il quale l’autore, Francesco Marrara, ne ripercorre intuizioni, passioni e avventure. Il pamphlet, agile [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Esteta e mistico, soldato e rivoluzionario, poeta e letterato, artista e cultore del bello. Sono questi i tratti peculiari che caratterizzano la leggendaria figura di Gabriele D’Annunzio nel nuovo testo edito da Passaggio al Bosco. Un omaggio al Vate d’Italia con il quale l’autore, Francesco Marrara, ne ripercorre intuizioni, passioni e avventure.</h1>
<p>Il pamphlet, agile e facilmente accessibile anche ai neofiti della materia, prevede un saggio introduttivo che permette al lettore di approcciarsi al D’Annunzio quale personaggio poliedrico e non ascrivibile a stereotipi ed etichette preconfezionate.</p>
<p>Nella fattispecie, viene dato risalto al D’Annunzio Rivoluzionario che incendia le piazze, compie imprese ardite nella Grande Guerra, marcia su Fiume assieme ai propri legionari, redige &#8211; insieme al sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris &#8211; la Costituzione più bella del mondo, la Costituzione della Reggenza Italiana del Carnaro. Quest’ultima presente in appendice e riproposta nella versione primordiale predisposta da Alceste De Ambris e in quella definitiva chiosata dal Poeta.</p>
<h1>Il nucleo centrale del libro, invece, prevede una raccolta di motti, idee e parole d’ordine in stile dannunziano. Un vero e proprio itinerario rivoluzionario con il quale  combattere con coraggio il pensiero unico e il fatalismo perdente dei nostri tempi. Un monito, di vita e di speranza, attraverso il quale si invita il lettore a compiere quotidianamente il proprio dovere senza mai perdere di vista la propria essenza umana e spirituale.</h1>
<p><strong>Info &amp; Ordini:</strong></p>
<p><em>«</em><em>Ardimento e poesia. I motti, le idee e le parole di Gabriele D&#8217;Annunzio: un itinerario rivoluzionario come sfida al pensiero unico</em><em>»</em>,  Passaggio al Bosco, 2025.</p>
<p><a href="https://www.passaggioalbosco.it/ardimento-e-poesia/">https://www.passaggioalbosco.it/ardimento-e-poesia/</a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’Autore: Francesco Marrara</strong></p>
<p>Nato a Reggio Calabria il 24 marzo 1995. Laureato in Giurisprudenza e Management, abilitato all’esercizio della professione di Consulente del lavoro, lavora nell’ambito della formazione professionale. È autore dei libri <em>“La Sfida Partecipativa. Dalle origini del sindacato al dominio della tecnica”</em> (Passaggio al Bosco, 2022, Firenze), <em>“Economia civile e terza via partecipativa”</em> (Edizioni Sindacali, 2024, Roma) e <em>“Itinerari del Presidenzialismo. Guida politica e partecipazione. Riforme costituzionali in Italia dall’Ottocento al premierato”</em> (Eclettica, 2025, Massa). Collabora con l’Istituto “Stato e Partecipazione” e scrive per la Rivista “Partecipazione”.</p>
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		<title>I VALORI DEL PENSIERO CONTRO IL VUOTO DELLA RAGIONE</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2025/09/24/i-valori-del-pensiero-contro-il-vuoto-della-ragione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 00:40:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita dell&#8217;essere umano è inesorabilmente legata all&#8217;atto del pensare. Il Pensiero può assumere varie accezioni. Per l&#8217;antica tradizione buddhista il pensiero ha un&#8217;accezione etico-valoriale volta alla trascendenza; all&#8217;abbandono della contingenza. Per far ciò è necessario controllare il pensiero. &#8220;Gli elementi che compongono il dhamma sono composti di mente, hanno come essenza la mente, ed [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La vita dell&#8217;essere umano è inesorabilmente legata all&#8217;atto del pensare. Il Pensiero può assumere varie accezioni. Per l&#8217;antica tradizione buddhista il pensiero ha un&#8217;accezione etico-valoriale volta alla trascendenza; all&#8217;abbandono della contingenza. Per far ciò è necessario controllare il pensiero. &#8220;Gli elementi che compongono il dhamma sono composti di mente, hanno come essenza la mente, ed hanno come principio la mente.&#8221; Così si apre il Canone Pali buddhista.<br />
Passando invece alla tradizione del pensiero greco, in particolare in Parmenide il pensiero è configurato come &#8220;essere&#8221;, dunque un piano puramente trascendente separato dal mondo del divenire. Lo stesso è sia &#8221; pensare che essere&#8221;, così sostiene Parmenide.<br />
Due pensatori moderni, Giovanni Gentile e Martin Heidegger, trattarono diffusamente il Pensiero in maniere diverse, ma che possono essere messe in dialogo nella loro comune critica alla modernità. L&#8217;attualismo gentiliano si fonda sul principio per cui la realtà è l&#8217;atto puro del pensiero pensante; per l&#8217;appunto tutto è pensiero, pensiero in atto. Dunque sì una concezione immanentistica, ma non materialista. Possiamo dire che qui l&#8217;immanente è trascendente, ed il trascendente è immanente. Dunque il Pensiero in questione è dinamico, costantemente in evoluzione.<br />
Per Martin Heidegger l&#8217;uomo moderno è &#8220;in fuga davanti al pensiero&#8221;. Il pensiero e la comprensione dell&#8217;Essere sono strettamente in relazione tra di loro. Perché nella modernità invece si parla di &#8220;Razionalismo&#8221;, &#8220;Dea Ragione&#8221;, &#8220;razionalità&#8221;, e non di Pensiero nel senso tradizionale? Citando Martin Heidegger, potremmo parlare di &#8220;pensiero meditante&#8221; e &#8220;pensiero calcolante; con quest&#8217;ultimo vittorioso nella storia del pensiero occidentale. La morte di Dio, il venir meno di qualsivoglia orizzonte spirituale è per larga parte frutto della riduzione del<br />
Pensiero da meditante a calcolante, e questo passaggio è stato in gran parte voluto dal secolo dei &#8220;lumi&#8221;. Poco è bastato per dare fuoco e distruggere l&#8217;imponente struttura valoriale, spirituale ed ontologica costruita durante millenni dal Pensiero europeo. Il razionalismo ed in seguito l&#8217;illuminismo prepararono il terreno propizio per l&#8217;emergere del liberalismo, e dell&#8217;inevitabile individualismo atomistico liberale-borghese. La ragione astratta di marca individualistica ed atomistica ha sconfitto il Pensiero. Questa evenienza deve farci emergere una domanda, ossia:<br />
come si pensa? Aiutiamoci con Gentile.<br />
Il Pensiero è l&#8217;essenza del reale, tutto è pensiero, tutto è uno, e l&#8217;uno è tutto. Parliamo dunque di &#8220;Ordine ed Unità&#8221; che possono richiamare l&#8217;antico concetto di Kosmos. I legami che intercorrono tra le singole individualità costituiscono un unico fascio in cui cade qualsiasi differenza &#8211; anzi, contrapposizione- tra soggetto ed oggetto. Soggetto ed oggetto sono uniti in un unica realtà, in un&#8217;unica essenza: il Pensiero. Si può quindi dire che il Pensiero e l&#8217;Unità siano inscindibili. Come si può replicare questa unità a livello sociale? Tramite un&#8217;intensa attività pedagogica, come insegna Gentile. Così si tornerà a pensare, così si tornerà ad avere quella indissolubile unità tra maestri ed allievi, questi riuniti nello Spirito. Il Pensiero, dunque, è comunitario. Si pensa insieme, l&#8217;insieme è il pensiero stesso.<br />
Facendo una sintesi tra Gentile ed Heidegger potremmo dire che &#8220;l&#8217;abbuiamento dell&#8217;Essere&#8221; sarà superato grazie all&#8217;attività pensante comunitaria, dunque si raggiungerà quel piano dell&#8217;essenza tanto ricercato dalle antiche tradizioni filosofiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Lorenzo</em></strong></p>
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		<title>L&#8217;ATLETA COMBATTENTE</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jun 2025 01:08:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un mondo schiavo del consumismo, dove regnano principi di falsa uguaglianza, alibi e facilitazioni come il doping,  superare i propri limiti è sempre più considerato come una forma di fanatismo tossico. L'&#8221;atleta combattente&#8221; ci insegna, invece, come lo sport non sia unicamente un modo per tenersi in forma o addirittura per divertirsi, bensì uno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">In un mondo schiavo del consumismo, dove regnano principi di falsa uguaglianza, alibi e facilitazioni come il doping,  superare i propri limiti è sempre più considerato come una forma di fanatismo tossico.</p>
<p dir="ltr">L'&#8221;atleta combattente&#8221; ci insegna, invece, come lo sport non sia unicamente un modo per tenersi in forma o addirittura per divertirsi, bensì uno strumento che, basato su disciplina, coraggio e impegno, aiuta a scoprire se stessi imparando a conoscere i propri limiti e trovando il modo di superarli. Matteo Colnago, autore del libro, offre innumerevoli consigli su come affrontare le discipline sportive, insegnandoci l&#8217;importanza dell&#8217;automotivazione volta a sviluppare un proprio &#8220;io&#8221; e quindi a non far dipendere la propria motivazione dagli altri. Inoltre spiega l&#8217;importanza nel superare i propri limiti ma al contempo di accettare la rinuncia quando questa è inevitabile; l&#8217;importanza degli allenamenti, della costanza e molto altro.</p>
<p dir="ltr">Insomma, l&#8217;atleta combattente è un vero e proprio manuale, che mostra una reale, anche se dura, alternativa allo stile di vita proposto dalla rivoluzione del &#8217;68. Dove l&#8217;uomo d&#8217;oggi trova scuse, l&#8217;atleta differenziato (così definito nel libro) trova la motivazione, una sfida che va oltre quella unicamente sportiva, perché diventa una vera e propria sfida con sé stessi.</p>
<p dir="ltr">Questo libro è sicuramente validissimo per tutti, credo però che sarebbe importante, se non essenziale, riuscire a portare libri come questo, o persone come Matteo Colnago in ambienti frequentati dai giovani, ad esempio nelle scuole. La disciplina della debolezza e dell&#8217;arrendevolezza, e i pessimi esempi trattati nelle scuole, portano le persone ad essere schiave del pensiero deleterio che lo sport sia fine a se stesso.</p>
<p dir="ltr">La soluzione?</p>
<p dir="ltr">Dare ai giovani d&#8217;oggi una linea di pensiero diversa che incentivi lo sport come virtù e come un viaggio alla scoperta di se stessi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p dir="ltr"><em><strong><span style="font-family: georgia, palatino, serif;">Nicholas Sancinito</span></strong></em></p>
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		<title>Gli Indoeuropei di Henri Levavasseur</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2025/06/02/gli-indoeuropei-di-henri-levavasseur/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jun 2025 04:03:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La spina dorsale della riflessione riguardante l’identità europea è centrata sul problema della radice comune e delle componenti culturali che possono in qualche misura fornire una serie di principi accomunanti e unitari del mondo europeo. Questa problematica viene efficacemente arricchita e approfondita da quella disciplina in primo luogo linguistica che considera i dati forniti dalla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La spina dorsale della riflessione riguardante l’identità europea è centrata sul problema della radice comune e delle componenti culturali che possono in qualche misura fornire una serie di principi accomunanti e unitari del mondo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa problematica viene efficacemente arricchita e approfondita da quella disciplina in primo luogo linguistica che considera i dati forniti dalla filologia, dall’archeologia, dalla storia e dalla paleogenetica, come un insieme di informazioni concordanti in merito all’esistenza di una popolazione, i cui antenati fanno la loro comparsa nel Neolitico, parlante una lingua che è stata chiamata <em>indoeuropea</em>. Il popolo che la parlava, il <em>locutore</em>, è stato di conseguenza denominato Indoeuropeo.</p>
<p style="text-align: justify;">È precisamente a questa popolazione che è dedicato il volume di Levavasseur <strong><em>Gli Indoeuropei</em></strong>, pubblicato recentemente da Passaggio al Bosco in collaborazione con l’Istituto Iliade. Il testo è una sintesi molto efficace e molto completa pur nell’estrema stringatezza e fornisce degli elementi guida riguardanti appunto quella che è effettivamente l’eredità più significativa a livello culturale e linguistico, storicamente riscontrata dei popoli appartenenti alla civiltà europea.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione indoeuropea è importante perché costituisce uno dei retroterra più importanti e diffusi da cui poi si sono originati i vari popoli storici d’Europa. Latini, greci, celti, germani, slavi e così via non apparterrebbero alla stessa famiglia culturale se non discendessero direttamente dai loro antenati fondatori Indoeuropei.</p>
<p style="text-align: justify;">È possibile determinare l’influenza di questo “popolo in armi” attraverso un percorso interdisciplinare che ormai è largamente affermato in molte realtà accademiche europee e mondiali in generale, in cui i dati forniti dalla paleontologia linguistica vengono combinati con quelli dell’archeologia e della storia per dimostrare che intorno al IV millennio a.C. esisteva una popolazione unitaria parlante una lingua dalle caratteristiche peculiari e distinta da quella degli altri popoli. Questi erano appunto gli Indoeuropei.</p>
<p style="text-align: justify;">È interessante riscontrare che questo gruppo di cacciatori-raccoglitori si è disperso nel continente eurasiatico a partire dal quarto millennio a.C. soprattutto nell’area dell’attuale Europa occidentale e Anatolia, fino a raggiungere estreme propaggini nella Cina settentrionale, attuale Xinjang, e in Iran e India settentrionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è ancora stato possibile determinare con precisione l’<strong><em>Urheimat</em></strong> di questo popolo, ma alcune teorie concordano nell’individuare l’ultimo <em>habitat</em> unitario in cui era stanziato fino al IV millennio a.C. Le conoscenze in merito a flora e fauna, raccolte nel vocabolario ricostruito della protolingua, indicano chiaramente che l’ultimo <em>habitat</em> comune doveva trovarsi in una zona climatica temperata tra steppe e foreste. Le ipotesi più accreditate lo collocano nell’area baltica o nelle steppe pontiche. In entrambi i casi appare chiaro che determinante fosse la presenza di fiumi e mari (Mar Baltico se si segue la prima tesi, Mar Nero nella seconda), che come sempre accade sono la risorsa vitale per ogni società stanziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa popolazione si è poi dispersa e diffusa su tutto il continente europeo, dando vita a una varietà di popolazioni parlanti quelli che la linguistica definisce <em>dialetti</em>, cioè variazioni della lingua madre nate dal contatto con le popolazioni autoctone. Queste si originavano dall’epoca neolitica e non conoscevano alcune delle tecnologie che determinarono il successo degli Indoeuropei, un popolo armato guidato da un’aristocrazia guerriera. Alcune delle conoscenze tecniche più rilevanti erano per esempio il carro da guerra, l’addomesticamento del cavallo, l’uso della ruota, la filatura della lana, la ceramica cordata, la sepoltura a tumuli e individuale. Gli Indoeuropei hanno portato con sé conoscenze tecniche ben precise e un’organizzazione della società peculiare, e si sono ben presto imposti sulle popolazioni preesistenti nel continente, dando origine a evoluzioni divergenti nei popoli di lingua anatolica, indoiranica, tocaria, greca, latina, germanica, celtica, baltica e slava. Sono tutte popolazioni discendenti dalla stessa matrice indoeuropea, riconoscibile da comuni forme grammaticali e radici sintattiche riscontrate dalla linguistica comparata.</p>
<p style="text-align: justify;">Per poter ricostruire in modo attendibile la concezione religiosa, la mitologia, le istituzioni e la visione del mondo dei parlanti l’indoeuropeo è tuttavia necessario fare ricorso alle fonti scritte, che non compaiono prima del II millennio a.C. Attraverso opere quali l’<em>Odissea</em>, l’<em>Iliade</em>, il <em>RgVeda</em>, il <em>Mahabharata</em> è infatti possibile individuare delle <em>strutture comuni</em>, che sono sopravvissute e si sono sovrapposte a quelle esistenti nelle popolazioni locali investite dalla conquista o colonizzazione indoeuropea. È stata per esempio identificata una <em>ideologia tripartita</em> della società, che veniva organizzata gerarchicamente nelle funzioni sovrana magico-giuridica, guerriera e produttiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Complessivamente emerge anche una religione cosmica arcaica, che può essere definita come <em>religione della verità</em>, fondata sul principio che “dire è fare”. Non casualmente il greco <em>ethos</em>, etica, usanza, è strettamente correlato al termine <em>ethnos</em>, famiglia, nazione. Dalle ricostruzioni fatte su testi mitologici è stato poi possibile capire con buona approssimazione che l’organizzazione politica e sociale della società indoeuropea originaria si strutturava in quattro cerchi posti ciascuno sotto l’autorità di un capo: famiglia, clan, tribù e confederazione tribale.</p>
<p style="text-align: justify;">È importante conoscere e confermare queste ricostruzioni storico-linguistiche, perché su questa base può determinarsi una presa di coscienza anche politica. Nel momento in cui si cerca il fondamento e il senso dell’unità europea &#8211; che è certamente problematica per una serie di motivazioni storiche e politiche, ma ciononostante assolutamente urgente &#8211; questa oggi non può che trarre forza da conoscenze che confermano il fatto che i popoli d’Europa provengono da una stessa radice, e anzi dimostrano che tra loro condividono una comune visione del mondo e del cosmo, una stessa comprensione della natura, del divino e dell’etica, e questo è fondamentale per donare forza attrattiva a una esigenza ormai epocale.</p>
<p><em><strong>Francesco Boco</strong></em></p>
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		<title>NOVITÀ IN LIBRERIA</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/31/novita-in-libreria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 May 2025 01:52:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>⚠️ NOVITÀ IN LIBRERIA ⚠️ Centro Studi Kulturaeuropa POTENZAEUROPA Linee costituenti per costruire l&#8217;Europa Roma, 22 febbraio 2025 &#8211; Atti del Convegno Guerre commerciali, conflitti in atto e mutamenti globali: il mondo cambia, obbligando l’Europa ad una presa di posizione. In questo momento storico di forte dinamismo, dove rischi e opportunità si profilano all’orizzonte, è [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">⚠️ NOVITÀ IN LIBRERIA ⚠️</p>
<p style="text-align: justify;">Centro Studi Kulturaeuropa<br />
<strong>POTENZAEUROPA</strong><br />
Linee costituenti per costruire l&#8217;Europa</p>
<p style="text-align: justify;">Roma, 22 febbraio 2025 &#8211; Atti del Convegno</p>
<p style="text-align: justify;">Guerre commerciali, conflitti in atto e mutamenti globali: il mondo cambia, obbligando l’Europa ad una presa di posizione. In questo momento storico di forte dinamismo, dove rischi e opportunità si profilano all’orizzonte, è quanto mai necessario tornare a parlare di unità continentale, di scelte politiche, di radici profonde e di potenza in divenire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Centro Studi KulturaEuropa – avvalendosi di ottimi relatori e di contributi di alto profilo – ha affrontato questi temi nel proprio convegno annuale: dall’Europa quale Idea Forza alla crisi della rappresentanza, passando per i ceti sociali di riferimento, per il Welfare e la redistribuzione del reddito, per la tecnologia e il mondo digitale, per la geopolitica e la Difesa, per l’economia e la cultura, per il progetto di una nuova Costituente Europea e per un diverso approccio all’Energia, ai mercati finanziari e al Green Deal.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei tanti interventi che si sono susseguiti – qui raccolti sotto forma di Atti – si è delineato il profilo di un nuovo soggetto politico europeo. Perché dinanzi alle metamorfosi di un presente in ebollizione – che ha eclissato la coperta di Linus di un atlantismo che ha sempre garantito il lassismo delle nostre classi dirigenti – non possiamo più fuggire alle nostre responsabilità: l’Europa – oggi più che mai – ha il dovere di tornare nella storia, ripensandosi Civiltà e ritrovando la propria centralità. Lo deve a se stessa, ma anche ai suoi figli.</p>
<p style="text-align: justify;">INFO &amp; ORDINI:<br />
<strong>www.passaggioalbosco.it</strong></p>
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		<title>L’ UMANESIMO NAZIONALE DI CARLO COSTAMAGNA</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/27/l-umanesimo-nazionale-di-carlo-costamagna/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 01:45:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presentazione del libro: “L’ UMANESIMO NAZIONALE DI CARLO COSTAMAGNA”  di Rodolfo Sideri &#8211; Edizioni Settimo Sigillo intervento di Pietro Giubilo Sono lieto di partecipare alla presentazione di questo libro, frutto delle ricerche del professor Rodolfo Sideri, un appassionato e competente studioso che riesce a far emergere, in questa come in altre biografie politiche e culturali, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/27/l-umanesimo-nazionale-di-carlo-costamagna/">L’ UMANESIMO NAZIONALE DI CARLO COSTAMAGNA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Presentazione del libro:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“L’ UMANESIMO NAZIONALE DI CARLO COSTAMAGNA”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"> di <em><strong>Rodolfo Sideri</strong></em> &#8211; Edizioni Settimo Sigillo</p>
<p style="text-align: justify;">intervento di <em><strong>Pietro Giubilo</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Sono lieto di partecipare alla presentazione di questo libro, frutto delle ricerche del professor Rodolfo Sideri, un appassionato e competente studioso che riesce a far emergere, in questa come in altre biografie politiche e culturali, aspetti originali e connessioni con idee e sviluppi complessivi del quadro temporale di riferimento.  Ed è proprio in questo contesto generale e per certi versi di attualità che affronterò la concezione politica di Costamagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i temi richiamati e per gli approfondimenti ritengo che questa sera, insieme all’esame del lavoro culturale dell’Autore, si svolgerà un interessante dibattito culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ottima la scelta del titolo del libro: “<em>Umanesimo nazionale</em>” che il coraggioso editore Enzo Cipriano ha pubblicato nella collana dei “Saggi”, sintetizza e rivela, a mio avviso, il carattere non esclusivamente ideologico, ma assai più ampio e articolato del pensiero di Costamagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi soffermerò su due contenuti del libro: quello fondamentale della sua visione politica e un altro, accennato nella seconda parte del volume, del rapporto e della valutazione della personalità di Alcide De Gasperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con riguardo al primo, esso si basa su due aspetti essenziali: lo “<em>Stato</em>” e la “<em>Nazione</em>”, argomenti oggi emarginati, non solo in Italia, ma complessivamente nel dibattito politico culturale del dopoguerra, ma che, in qualche modo, sembrano riemergere in quella che inadeguatamente viene chiamata la “<em>rivolta sovranista</em>” che solo poche voci interpretano nelle motivazioni più profonde.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema dello “Stato”, nel senso più complessivo, appare attuale per una serie di questioni che emergono con sempre maggiore evidenza e che vanno dalla destrutturazione delle istituzioni, a quella che viene definita la “crisi della democrazia” che rivelerebbe, a mio avviso, soprattutto una crisi della statualità e di una concezione del diritto che dal concetto di <em>jus</em> declina verso una positivista regolamentazione priva di riferimenti originari.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo subito che a Costamagna appartiene un concetto alto di Stato. Esso si evidenzia nella critica ai postulati economicisti del liberalismo, nella visione della più alta istituzione come rappresentanza della Nazione; nella finalità di attuare una comunità politica nazionale, favorendo quella che, anche altri noti giuristi, hanno definito come “<em>nazionalizzazione delle masse</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Costamagna rifiuta il positivismo di Hans Kelsen per il quale lo Stato è solo la materializzazione dell’ordinamento giuridico; non lo confonde con il governo, cioè con un profilo amministrativo; né lo sostituisce con la società, poiché, altrimenti diverrebbe un elemento di sola relazione contrattuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il tema della Nazione assume un ruolo paradigmatico. Ne individua il popolo – non la popolazione che è un dato meramente statistico &#8211; quale elemento costitutivo, morale e spirituale, divenendo soggetto dello Stato. E’ il popolo, organizzato politicamente, che risulta essere comunità nazionale e sentimento di un comune destino.  Su questi concetti si basa il suo patriottismo che risulta lontanissimo dai recenti assunti, suggeriti da una sinistra banalmente strumentale nelle sue enunciazioni, sul patriottismo della Costituzione o della Repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore riporta una citazione che evidenzia il senso profondo di questo rapporto tra Stato, Nazione e Popolo: “<em>Per vincere l’egoismo umano, fatale in ogni civiltà, occorre un vincolo complesso sostenuto da tutti i motivi della solidarietà, da tutti gli istinti della socievolezza e, quindi, dal costume, dalla religione, dalla famiglia, dal decoro personale, dalla bene intesa convenienza economica</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Già da queste notazioni, si può dire che per Costamagna lo Stato e la Nazione non si pongono in una cieca finalità totalitaria e assolutista, in quanto alimentando l’elemento popolare e comunitario, sviluppano un fondamento solidale e partecipativo che ne limita fortemente una marcatura verticistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcune affermazioni lo mostrano ampiamente:”<em>La religione non è un fenomeno estraneo e concorrente con l’attività statale, bensì fonte autonoma di spiritualità dalla quale lo Stato stesso attinge energia</em>”; “<em>lo Stato non è la regola assoluta dell’attività morale”; “lo Stato forma la Comunità e la coscienza del bene, ma per contrastare l’individualismo”; il bene comune non è la sommatoria degli individui, ma è un bene politico, morale e spirituale”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ed a questo proposito, risultano preziose, nello studioso savonese, le ripetute affermazioni circa la differenza tra individuo e persona, una fondamentale distinzione sulla quale si fondano le critiche dei limiti delle società liberali e del collettivismo marxista e comunista. <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro a Costamagna non può attribuirsi neppure una visione meramente nazionalista. Lo chiarisce con l’uso di un corretto linguaggio geopolitico: ”<em>lo sviluppo dello Stato tende a disporsi secondo le linee delle grandi regioni terrestri</em>”.  E non a caso gli anni ’30 in Italia vedono l’estendersi di questo ambito di studi. Ma si tratta di un approccio geopolitico non di carattere mercantilista, che presenta a fondamento l’idea di Impero che comprende diritto, storia, cultura, civiltà, rifiutando, poiché del tutto insignificante e perdente, un ordine politico internazionale basato su un “<em>generico aggregato</em>”, come svilupperanno le concezioni mondialiste che daranno vita alla Società delle Nazioni e, successivamente, all’ONU.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornando ancora sulla visione dello Stato, particolarmente significativa risulta la sua definizione della società. Come sottolinea il professor Sideri “<em>di contro alla società civile, Costamagna insiste nel concetto di associazione</em>”. Questa descrizione non può non poggiarsi sull’elemento fondamentale della relazione che, già di per sé, scarta la visione della prigione individualistica, di antica origine nella stessa Riforma luterana, ma che, negli ultimi decenni, finisce per degenerare nella società  informe e di massa  che ha trovato la sua definizione più esatta già in un saggio del 1950 di David Riesman su “La folla solitaria”, sviluppatasi nelle società occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere l’importanza e il significato dell’elemento relazionale, mi debbo riferire alle tesi del sociologo cattolico Pierpaolo Donati che in un libro dal titolo significativo, “<em>L’enigma della relazione</em>”, così scrive: ”<em>L’esistenza umana non ha senso né in sé stessa, né nelle cose, né nelle persone che ci circondano in quanto tali, ma trova il suo significato nella relazione vitale, quella che dà senso alla vita perché lo possiede in sé stessa</em>”. In un passaggio successivo, critico del moderno sviluppo delle relazioni sociali, il teorico della sociologia relazionale, precisa: ”<em>E’ la società moderna che si basa sistematicamente sulla immunizzazione</em> <em>delle relazioni ed alimenta quelle virtuali, sostanzialmente illusorie</em>”. Donati arriva a criticare la globalizzazione che, ponendo a base l’individualismo economicista e la logica del mercato, frammenta e divide le relazioni vitali: “<em>L’esito della moderna pluralità spinta dalla globalizzazione è oggi fonte di problemi, mancando un vero ubi consistam</em>”. Ne deriva che “<em>gli assetti familiari, scolastici, educativi, lavorativi, politici, societari diventano plurali</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"> Si tratta, aggiungo, di un pluralismo senza connessioni e cioè di diritti senza lo Stato, del primato della prassi, della solitudine e dell’isolamento, della assoluta privatizzazione dei rapporti. Senza associazione, cioè senza relazione e senza partecipazione, si consolida l’individualismo che diviene l’altra faccia di uno Stato oppressore. Senza “<em>dove appoggiarsi</em>”, cioè senza “<em>umanesimo nazionale</em>”, si concretizza tutto ciò.  Donati arriva a precisare che il multiculturalismo che rappresenta la cultura dominante, crea separatezza e individualismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste considerazioni, anche riguardo al rischio odierno, trovo l’attualità del pensiero di Costamagna che lo rende meritevole di studio, come precursore di alcune delle moderne problematiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel passare al secondo aspetto, cioè del breve ma significativo rapporto con De Gasperi, mi avvarrò della mia esperienza politica nella Democrazia Cristiana per tentare di analizzarlo adeguatamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una breve relazione fiduciaria, apparentemente del tutto inspiegabile. Aiuta a chiarirne il senso, l’affermazione, riferita da Sideri, secondo la quale, per il docente di filosofia, il politico trentino appariva “<em>appoggiato a una grande tradizione di civiltà</em>”, precisando che “<em>caduti fascismo e monarchia il cattolicesimo costituisce l’ultimo baluardo ideologico di Costamagna con il quale operare una sintesi nazionale</em>”. Arrivò, infatti, a dichiarare, rivolgendoglisi: ”s<em>iete il solo, assistito da una dottrina piena di sapienza eterna</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Cerchiamo di spiegarci. Evidentemente Costamagna non poteva non conoscere   alcuni aspetti fondamentali del cattolicesimo sociale e politico: le encicliche sociali, a cominciare dalla Rerum Novarum  di Leone XIII con la critica al socialismo e al liberalismo, per l’indicazione di una “<em>terza via</em>”; la stessa opera dei sociologi cattolici e la visione di una democrazia organica, basate su una concezione corporativa,  sui cui contenuti  non posso non citare lo studio di Gianfranco Legittimo ( “<em>Sociologi cattolici italiani</em>”), a suo tempo pubblicato da Giovanni Volpe; magari aveva avuto modo di apprezzare un interessante libro di Romolo Murri – fondatore di una Lega Democratica Nazionale, anticipatrice della stessa D.C. &#8211;  dal significativo titolo “<em>L’idea universale di Roma</em>”, uscito a metà degli anni ’30.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda, in particolare, lo statista trentino, Costamagna, forse, avrà considerato l’iniziale collaborazione con il primo governo Mussolini, ma anche le posizioni giovanili con la mitizzazione del Medioevo cristiano dove, secondo De Gasperi, “<em>regnava vero benessere</em>” e l’apprezzamento del pensiero cattolico tradizionale, quando scriveva circa “<em>le nostre superbe cattedrali, i nostri santuari, le croci splendenti sulle torri delle città, le croci enormi sulle cime delle nostre Alpi, non semplici testimonianze del passato, ma profezie per l’avvenire</em>”;  l’avversione a liberalismo e socialismo con ”<em>la imperitura  memoria del vecchio Leone e l’ideale fattoci brillare nelle sue encicliche che non si spegnerà</em>”; il “<em>fascino</em>” esercitato dalla complessa e discussa personalità del  borgomastro di Vienna Karl Lueger, con la sua  avversione per il “<em>capitale finanziario</em>” e l’influenza sulla società europea. Di questi aspetti della personalità del segretario democristiano e più volte capo del governo, nei primi due decenni del ‘900, ne ha scritto Stefano Trinchese in un volume (“<em>L’altro De Gasperi</em>”) scarsamente conosciuto. Anche gli articoli su L’Illustrazione Vaticana, tra il 1933 e il 1938, pubblicati con lo pseudonimo di <em>Spectator</em>, privi di critica all’esperienza fascista, potrebbero aver indotto Costamagna a ipotizzare un De Gasperi che, secondo Sideri “<em>avrebbe costituito l’unica speranza a cui guardare</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il De Gasperi del dopo seconda guerra mondiale non è lo stesso di quegli anni ed il quadro storico politico, dopo la sconfitta del fascismo, è davvero mutato in profondità. Costamagna motiva la sua “<em>delusione</em>” e la conseguente rottura con De Gasperi, per l’approvazione nel testo della nuova Costituzione, a fine 1947, delle norme sul divieto di ricostituzione del Partito fascista e per l’approvazione dell’istituto regionale, del resto passaggi obbligati dopo le vicende belliche e, considerando alcuni aspetti della vocazione del pensiero cristiano democratico per le autonomie locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, il capo dei democratici cristiani, dopo il ’47 fa cadere il governo sostanzialmente ciellenista, si svincola dal condizionamento della sinistra e la sconfigge nelle elezioni del 18 aprile del 1948. Sviluppa una formula centrista, tenta di difenderla dal lento scivolamento a sinistra con la proposta di legge maggioritaria del 1953 che, tuttavia, non trova conferma nelle urne. Messo in discussione all’interno del suo stesso partito, soprattutto dalla sinistra di Giuseppe Dossetti, abbandona partito e governo, con la preoccupazione &#8211; la “<em>spina</em>” &#8211; di vedere il suo più importante progetto, quello di una Comunità Europea di Difesa, per il quale si era battuto più di tutti, ritenendolo il solo disegno sul quale costruire un’Europa politica, che si va spegnendo nelle aule parlamentari di Parigi. Va da sé che, non per caso, l’Italia vivrà per decenni una instabilità politico-istituzionale, al di là dalla rigidità del suo “<em>bipolarismo imperfetto</em>” e l’Europa non ritroverà la strada di una vera unità politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad agosto del 1954,  quando muore  &#8211;   lo noterà Giovanni Tassani nel 1988 (“<em>La terza generazione da Dossetti a De Gasperi, tra Stato e rivoluzione</em>”) &#8211; sulla  scrivania di De Gasperi viene trovato  l’assegno con il quale, periodicamente, sosteneva l’impegno editoriale di alcuni promettenti giovani cattolici che avevano fondato una rivista &#8211; <em>Terza Generazione – </em>nel cui primo numero,  un anno prima, l’editore Baldo Scassellati  aveva scritto un editoriale nel quale si leggeva una sintesi del fine di questo esperimento culturale e politico: “<em>Per costruire una coscienza nazionale non possiamo rifiutare nulla della storia d’Italia, né del Risorgimento, né del più antico passato, né dell’età giolittiana, né del l’interventismo, né del primo dopoguerra, né del fascismo, della guerra, dell’immediato ieri</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa interessante “redazione” comprendeva giovani intellettuali che, in seguito, si affermeranno in vari campi: oltre a Scassellati che negli anni ’70 divenne direttore della Fondazione Agnelli ma che continuò a guardare ad uno sviluppo economico legato al territorio, anche il giornalista, scrittore e parlamentare Bartolo Ciccardini che guiderà i “gollisti” di Europa ‘70, lo storico e latinista Claudio Leonardi, il giurista Giorgio Ceriani Sebregondi, il filosofo e politologo Gianni Baget Bozzo, il sindacalista Gino Giugni ed altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo nucleo di robuste intelligenze contrarie allo sviluppo della politica italiana verso la sinistra e al mantenimento degli “<em>storici steccati</em>”, quale l’ancora odierno    fascismo/antifascismo, riceveva l’attenzione e il sostegno di quello che potrebbe definirsi l’ultimo, poco conosciuto, De Gasperi.  Venne soffocato dall’incombente sviluppo verso la politica di centrosinistra. Tuttavia aprì spiragli interpretativi interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Democrazia Cristiana, nel corso della sua lunga fase politica e di governo dell’Italia, non porterà avanti i temi che venivano suggeriti dai suoi più attenti e non conformisti gruppi giovanili: cioè dello Stato e della questione nazionale. Si indirizzò in senso contrario rispetto a quelle tesi che suggerivano e  affermavano di  “<em>conservare lo Stato per la rivoluzione</em>” o che indicavano nell’impegno di De Gasperi l’idea di “<em>restaurare lo Stato</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più importante sforzo intellettuale di queste esperienze lo espresse Gianni Baget Bozzo che, sei anni dopo <em>Terza Generazione</em>, fondò una rivista che aveva lo stesso titolo di quella di Costamagna, cioè “<em>Lo Stato</em>”. In essa chiamò a collaborare giovani intellettuali appartenenti a quella che veniva, riduttivamente, definita l’area neofascista: Primo Siena, Piero Vassallo, Fausto Gianfranceschi, Maurizio Giraldi, Giano Accame, Fausto Belfiori, Silvio Vitale ed altri. In quelle pagine si iniziò a scrivere sulla riforma presidenzialista. Il progetto di un secondo partito cattolico che ne sostanziava l’impegno, determinò una presa di posizione della Santa Sede che, in breve portò alla chiusura di quella interessante esperienza. I suggerimenti presidenzialisti ripresero con altre iniziative nella DC alla fine degli anni ’60, ma questa è un’altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, queste riflessioni scaturite dalla lettura della biografia culturale di un pensatore come Costamagna, non incasellabile in ristretti ambiti ideologici, mi ha portato a descrivere alcuni aspetti poco noti dell’esperienza degasperiana. Con l’ obbiettivo di dimostrare la necessità di una riflessione ampia sulle culture politiche italiane, superando schemi inadeguati e volutamente provocati dalla cultura della sinistra che nel riproporre un otto settembre permanente ed una proposta politica frontista, fondata sull’antifascismo,  intende  impedire la costruzione di una coscienza nazionale unitaria, forse quell’ ”<em>umanesimo nazionale</em>”, quale condizione indispensabile che sappia guardare avanti e costruire un futuro per quelle generazioni che dovranno  risanare  una Italia devastata.</p>
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		<title>Logos e Tradizione</title>
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		<pubDate>Sat, 17 May 2025 01:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“In questo senso sotterraneo, la Tradizione è sempre esistita, esiste anche oggi e non certo per una qualsiasi contingenza dei destini degli uomini essa andrà perduta” Rivolta contro il mondo moderno (1934). Così Evola ricorda che nessun evento, per quanto catastrofico, può giustificare colui che abbandona il principio di vita secondo Tradizione: non è mai [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“In questo senso sotterraneo, la Tradizione è sempre esistita, esiste anche oggi e non certo per una qualsiasi contingenza dei destini degli uomini essa andrà perduta” Rivolta contro il mondo moderno (1934). Così Evola ricorda che nessun evento, per quanto catastrofico, può giustificare colui che abbandona il principio di vita secondo Tradizione: non è mai tardi per farsene vessilliferi, per ricongiungersi al principio di Ar, per tornare a curarsi del giudizio degli Antenati…Il mito sovraumanista vola più in alto delle bassezze della materia!<br />
Ma come possiamo essere autentici tradizionalisti al giorno d’oggi? Che cosa pone il Superuomo al di sopra dell’uomo-bestia, schiavo dei suoi istinti? Non è di certo il corpo a distinguerli, in quanto entrambi ne dispongono, ed è da considerarsi fuori discussione che la differenza tra essi sia imputabile alla sola ragione: sono entrambi capaci di ragionare, di svolgere un calcolo che li porti al raggiungimento di un obiettivo. Il materialista si fermerebbe qua, concludendo che un Superuomo ed un uomo-bestia sono in realtà uguali, che di conseguenza queste definizioni non hanno motivo di esistere, che esiste solamente la categoria umanità e che questa possa essere vedersi suddivisa in sottoinsiemi esclusivamente in virtù di un interesse comune (vedi proletari e borghesi). Il tradizionalista è di un altro avviso, il suo punto di vista è sovraumanista: egli rifiuta la bassezza del materialismo per volgere il suo sguardo al di sopra, squarcia il velo di Maya per vedere che la Volontà di Potenza è il discriminante tra esseri umani. In questo senso, la Tradizione rappresenta la direzione verso cui tende la volontà. Essa è il principio fondante, un retaggio verticale custodito da pochi, un ordine superiore ed immutabile, che in quanto tale non risente delle contingenze. Per esercitare la Volontà di Potenza è necessario riappropriarci del significato originale di lògos. Esso nasce nella pragmaticità, come espressione che indica l’azione di “raccogliere e distinguere”. Dunque, se lògos è la facoltà di individuare il principio al quale consacrare la propria vita e la causa per cui immolarsi, esso è il contrario della ratio (=ragionamento, pensiero calcolatore) ed è la soluzione ai problemi della modernità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Giovanni Bonafe&#8217;</strong></em></p>
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		<title>🌲 𝗗𝗔𝗟 𝗕𝗢𝗦𝗖𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 ✨</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2025 01:35:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>🌲 𝗗𝗔𝗟 𝗕𝗢𝗦𝗖𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 ✨ 𝘾𝙖𝙢𝙥𝙖𝙜𝙣𝙖 𝙙𝙞 𝙙𝙤𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙥𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙍𝙞𝙘𝙤𝙣𝙦𝙪𝙞𝙨𝙩𝙖 𝙘𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙖𝙡𝙚 L’Ente del Terzo Settore di Passaggio al Bosco &#8211; nato per promuovere la cultura identitaria e le idee “non conformi” &#8211; è oggi un punto di riferimento italiano ed europeo: un progetto libero, serio e radicato, il cui scopo è quello di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/16/%f0%9f%8c%b2-%f0%9d%97%97%f0%9d%97%94%f0%9d%97%9f-%f0%9d%97%95%f0%9d%97%a2%f0%9d%97%a6%f0%9d%97%96%f0%9d%97%a2-%f0%9d%97%94%f0%9d%97%9f%f0%9d%97%9f%f0%9d%97%98-%f0%9d%97%a6%f0%9d%97%a7%f0%9d%97%98/">🌲 𝗗𝗔𝗟 𝗕𝗢𝗦𝗖𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 ✨</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">🌲 𝗗𝗔𝗟 𝗕𝗢𝗦𝗖𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 ✨<br />
𝘾𝙖𝙢𝙥𝙖𝙜𝙣𝙖 𝙙𝙞 𝙙𝙤𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙥𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙍𝙞𝙘𝙤𝙣𝙦𝙪𝙞𝙨𝙩𝙖 𝙘𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙖𝙡𝙚</p>
<p style="text-align: justify;">L’Ente del Terzo Settore di Passaggio al Bosco &#8211; nato per promuovere la cultura identitaria e le idee “non conformi” &#8211; è oggi un punto di riferimento italiano ed europeo: un progetto libero, serio e radicato, il cui scopo è quello di costruire un circuito di associazioni locali e liberi pensatori che sia capace di incidere nella “battaglia delle idee”. Affinché ciò sia possibile, occorre il sostegno di tutti…</p>
<p style="text-align: justify;">𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗦𝗢𝗦𝗧𝗘𝗡𝗘𝗥𝗖𝗜:</p>
<p style="text-align: justify;">▶ Con una 𝗱𝗼𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮, dell’importo che preferisci, supporti la nostra azione nei vari ambiti.</p>
<p style="text-align: justify;">▶ Con 𝟱𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼 puoi contribuire alla copertura degli oneri amministrativi dell&#8217;Associazione, dotandoci di tutti gli strumenti richiesti dalla normativa di settore per operare a pieno regime.</p>
<p style="text-align: justify;">▶ Con 𝟭𝟬𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼 puoi aiutarci a sostenere il programma “𝗔𝗩𝗔𝗠𝗣𝗢𝗦𝗧𝗜 𝗗𝗜𝗚𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜”: perché nel tempo degli algoritmi e dei social network, la battaglia culturale deve rendersi multimediale. Per cavalcare questi strumenti, occorre un know-how specifico, che sappia produrre contenuti di alto<br />
livello e contaminare il grande pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">▶ Con 𝟮𝟬𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼, puoi aiutarci a realizzare “𝗔𝗖𝗖𝗔𝗗𝗘𝗠𝗜𝗔”: una scuola di formazione organizzata in una sessione giovanile (età 18-28 anni) e in una serie di appuntamenti itineranti, che costruirà i quadri e gli animatori dell&#8217;associazionismo metapolitico del domani. Un&#8217;opera di qualificazione totale, teorica e pratica, coadiuvata da un&#8217;equipe dedicata e accompagnata da un contesto di solidarietà comunitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">𝗗𝗢𝗩𝗘 𝗗𝗢𝗡𝗔𝗥𝗘:<br />
* 𝐿𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑙𝑒𝑔𝑖𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑑𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑑𝑒𝑑𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑓𝑖𝑠𝑐𝑎𝑙𝑖</p>
<p style="text-align: justify;">🏦 Con un 𝗯𝗼𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗼 𝗯𝗮𝗻𝗰𝗮𝗿𝗶𝗼 sul nostro c/c:<br />
IT66D0760102800001071300725</p>
<p style="text-align: justify;">💸 Con una 𝐫𝐢𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐏𝐚𝐲𝐏𝐚𝐥 al link:<br />
paypal.me/pabets</p>
<p style="text-align: justify;">𝗣𝗘𝗥 𝗜𝗡𝗙𝗢:<br />
𝐰𝐰𝐰.𝐩𝐚𝐛𝐭𝐞𝐫𝐳𝐨𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞.𝐢𝐭</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2025%2F05%2F16%2F%25f0%259f%258c%25b2-%25f0%259d%2597%2597%25f0%259d%2597%2594%25f0%259d%2597%259f-%25f0%259d%2597%2595%25f0%259d%2597%25a2%25f0%259d%2597%25a6%25f0%259d%2597%2596%25f0%259d%2597%25a2-%25f0%259d%2597%2594%25f0%259d%2597%259f%25f0%259d%2597%259f%25f0%259d%2597%2598-%25f0%259d%2597%25a6%25f0%259d%2597%25a7%25f0%259d%2597%2598%2F&amp;linkname=%F0%9F%8C%B2%20%F0%9D%97%97%F0%9D%97%94%F0%9D%97%9F%20%F0%9D%97%95%F0%9D%97%A2%F0%9D%97%A6%F0%9D%97%96%F0%9D%97%A2%20%F0%9D%97%94%F0%9D%97%9F%F0%9D%97%9F%F0%9D%97%98%20%F0%9D%97%A6%F0%9D%97%A7%F0%9D%97%98%F0%9D%97%9F%F0%9D%97%9F%F0%9D%97%98%20%E2%9C%A8" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" 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✨"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/16/%f0%9f%8c%b2-%f0%9d%97%97%f0%9d%97%94%f0%9d%97%9f-%f0%9d%97%95%f0%9d%97%a2%f0%9d%97%a6%f0%9d%97%96%f0%9d%97%a2-%f0%9d%97%94%f0%9d%97%9f%f0%9d%97%9f%f0%9d%97%98-%f0%9d%97%a6%f0%9d%97%a7%f0%9d%97%98/">🌲 𝗗𝗔𝗟 𝗕𝗢𝗦𝗖𝗢 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 ✨</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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		<title>Idee per una tecnodestra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 01:51:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[polemos editrice]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;&#8230;non rivendichiamo il passato, ma la fonte metastorica della nostra identita&#8217;. La volonta&#8217; di potenza non e&#8217; relegata in un tempo statico ma passato , presente e futuro si fondono in un&#8217; unica sfera per coloro che osano rivendicarla.&#8221; Alberto Brandi </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/03/idee-per-una-tecnodestra/">Idee per una tecnodestra</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;&#8230;non rivendichiamo il passato, ma la fonte metastorica della nostra identita&#8217;. </strong></p>
<p><strong>La volonta&#8217; di potenza non e&#8217; relegata in un tempo statico ma passato , </strong></p>
<p><strong>presente e futuro si fondono in un&#8217; unica sfera per coloro che osano rivendicarla.&#8221;</strong></p>
<p><em><strong>Alberto Brandi </strong></em></p>
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		<title>15 APRILE 1944</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 01:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi ricorre l’anniversario dell’assassinio (15 aprile 1944) del filosofo, e presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile. Fu uno dei maggiori pensatori del Novecento: il suo Attualismo rappresentò un fondamentale punto di riferimento a livello europeo, non soltanto nazionale. Grazie alla sua opera di amplissimo respiro, in campo culturale e scolastico, l’Italia seppe uscire dagli angusti confini [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Oggi ricorre l’anniversario dell’assassinio (15 aprile 1944) del filosofo, e presidente dell’Accademia d’Italia, <strong><em>Giovanni Gentile</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fu uno dei maggiori pensatori del Novecento: il suo Attualismo rappresentò un fondamentale punto di riferimento a livello europeo, non soltanto nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie alla sua opera di amplissimo respiro, in campo culturale e scolastico, l’Italia seppe uscire dagli angusti confini per assumere una portata universale. Gentile seppe volare alto: nei drammatici momenti dell’estate del 1943 chiamò l’intera nazione italiana all’unità d’intenti contro le forze del tradimento e del disonore, proponendo una lotta comune, al di là di ogni visione di parte, nel nome della storia patria, della dignità e della tutela delle migliori tradizioni di un popolo che stava per uscire dalla Storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esitò, dopo l’8 settembre a schierarsi con la Repubblica Sociale che, in condizioni proibitive, dato lo strapotere materiale del nemico e dei suoi complici, tentò di rifondare l’Italia intorno ad un’idea forza che guardava, nonostante tutto, al futuro, e di difendere quel che rimaneva della sovranità nazionale, dalla barbara aggressione dei nemici d’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gentile venne vigliaccamente ucciso a Firenze da una banda di gappisti, bassa manovalanza al soldo del servizio segreto britannico. E fu tradito, insieme alla sua memoria, da “intellettuali” e “accademici”, che a lui tutto dovevano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci piace ricordarlo pensando alla sua opera per la Scuola e l’Educazione nazionale. Opera che mirava alla formazione interiore dell’allievo, unito al docente nell’atto educativo, atto spirituale per eccellenza, non meccanica e asettica trasmissione di nozioni o di astratti contenuti. Il filosofo così si rivolgeva agli insegnanti di Trieste, nel 1919:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Educare significa agire sull’animo altrui, e però non abbandonarlo a sé stesso: destarvi un interesse che da sé non sentirebbe, volgerlo ad una mèta, di cui con le sole sue forze non scorgerebbe tutto il valore; spingerlo per una via che da solo non avrebbe lena a percorrere, e insomma dargli un po’ di noi, farne un carattere, una mente, una volontà, che sia pure la nostra creatura. E l’anima dell’educatore ondeggia fra il desiderio e lo zelo di curare e guidare lo svolgimento diritto rapido e sicuro dell’educando, e il timore di soffocare germi fecondi, di contristare con la sua opera presuntuosa la vita spontanea dello spirito nel suo slancio personale, di imporre all’individuo una veste non sua, una cappa plumbea, mortifera.» </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Giuseppe Scalici</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Kineuropa</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Apr 2025 01:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nove autori, sei nazioni, un solo obbiettivo: interrogarsi, esplorare, capire la Settima Arte come espressione tipica dell&#8217;identità europea, e strumento privilegiato a disposizione dell&#8217;uomo europeo. Si tratta di &#8216;Kineuropa&#8216;, pubblicato da Inquadrature Perfette in collaborazione con le più prestigiose realtà identitarie europee (dall&#8217;Institut Iliade francese all&#8217;Instituto Carlos V spagnolo), oltre che con il Centro Studi Kulturaeuropa, per conto del [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nove autori, sei nazioni, un solo obbiettivo: interrogarsi, esplorare, capire la Settima Arte come espressione tipica dell&#8217;identità europea, e strumento privilegiato a disposizione dell&#8217;uomo europeo. Si tratta di &#8216;<strong><em>Kineuropa</em></strong>&#8216;, pubblicato da Inquadrature Perfette in collaborazione con le più prestigiose realtà identitarie europee (dall&#8217;Institut Iliade francese all&#8217;Instituto Carlos V spagnolo), oltre che con il Centro Studi Kulturaeuropa, per conto del quale la raccolta si apre con l&#8217;intervento di Ferdinando Viola. Un volume collettaneo denso ma agevole, arricchito dalla prefazione di Marco Scatarzi, che intende porsi come punta di diamante e testa d&#8217;ariete dell&#8217;intero progetto cinematografico e culturale di Inquadrature Perfette: irrompere laddove i soliti noti credono di aver stabilito feudi intellettuali inattaccabili, e celebrare &#8216;l&#8217;Europa eterna, madre bellissima, patria immortale&#8217;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Redazione Kulturaeuropa</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Armin Mohler &#8220;Lo stile fascista&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 01:35:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Si è più fedeli a uno stile che a delle idee&#8221; scriveva La Rochelle. Citazione che potrebbe riassumere limpidamente il significato del breve ma alquanto originale libello di Armin Mohler: “Lo stile fascista”(Settimo Sigillo 1987). Già segretario di Ernst Jünger negli anni del dopoguerra e corrispondente di Evola, Mohler, è conosciuto soprattutto per la posizione [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">“Si è più fedeli a uno stile che a delle idee&#8221; scriveva La Rochelle. Citazione che potrebbe riassumere limpidamente il significato del breve ma alquanto originale libello di <strong><em>Armin Mohler: “Lo stile fascista”(Settimo Sigillo 1987)</em></strong>. Già segretario di Ernst Jünger negli anni del dopoguerra e corrispondente di Evola, Mohler, è conosciuto soprattutto per la posizione che ricoprì all’interno della Nouvelle Droite e per i suoi studi sulla Rivoluzione Conservatrice Tedesca. Il libello in questione (in cui è limpida una profonda influenza jüngeriana), breve ma denso nella sua essenzialità, è improntato ad analizzare la forma attitudinale dell’uomo fascista (concetto alquanto problematico assunto nella sua generalità) partendo non già da considerazioni politico-ideologiche, storico-sociali, o economiche, ma attraverso un approccio diremmo “antropologico” e pre-dottrinale; ovvero, seguendo un termine centrale nel discorso mohleriano, definendo uno “Stile”. Questo approccio il Mohler lo chiama “fisionomico”<br>“La nostra inchiesta fisionomica non partirà dallo studio di fenomeni politici isolati, terreni che debbono rimanere riservati ad una analisi più vasta. Cercheremo piuttosto di cogliere il sentimento dello stile proprio al fascismo”.<br>Ma ciò, a nostro parere, non tanto per una semplice ragione metodologico-formale, scelta in maniera arbitraria dall’autore. Ma bensì per il riconoscimento che il Mohler stesso, attraverso quest’operetta mostra di aver colto, di un’intima connessione tra lo studio dell’uomo del fascismo quale modello o prototipo “ideale”, e la questione dello Stile; il cui significato andrà più chiaramente definito. Per dirla più brevemente: ci pare che un approccio di studio volto a concentrarsi innanzitutto ad un’attitudine, ad un’interna disposizione, subordinando ad esso tutto ciò che è dottrina teorica o contingenza storica, sia una necessità richiesta dall’oggetto stesso esaminato: ovvero dall’uomo fascista. È infatti lo stesso autore ad affermare<br>Diciamo, per riassumere, che i fascisti non hanno davvero alcun problema ad adattarsi alle incoerenze della teoria, e ciò perché essi si intendono tra di loro per una via più diretta: quella dello “stile” .<br>Ciò che qui ci pare essenziale, andando più da vicino a chiarire un termine ambiguo e sfuggente come quello di “Stile”, è che qui esso va a caratterizzare la “via” stessa del prototipo “fascista”; Non vi è fascismo senza Stile, essendo i due termini inscindibili. Non essendo quindi, lo Stile, un “universale”, sotto cui subordinare vari “stili” particolari. No, a nostro parere l’intento del Mohler è quello di evidenziare come sia proprio lo Stile, l’attributo specifico, ciò che differenzia l’uomo del fascismo. È quindi esso una caratteristica propria dell’uomo fascista e non uno stile tra i tanti. Con ciò il termine perde il suo significato generale e indeterminato e va ad assumere un significato ben definito e indirizzato: l’uomo del fascismo vive e sente il mondo e le sue esperienza con “Stile”. Si dirà subito che con ciò non si ha nessun riferimento ad un ché di esteriore, superficiale, dandistico, e cioè nel senso moderno del termine, di tendenza o moda estetica; Qui lo Stile significa vivere un rapporto diretto, concreto, immediato (e cioè non-mediato) con le forze sopraindividuali ma interne all’individuo, che conformano l’esperienza dell’uomo. Il fascista non si rapporta al mondo, al camerata, agli eventi, astraendo e de-individualizzando, e cioè concettualizzando; Non si vive e non si esprime secondo un rapporto di pallida e vuota mediazione, falsamente virile, ma in realtà tanto lunare quanto tirannica, impotente. Esso è nel centro, nel nucleo, nella radice archetipica da cui scaturisce il formarsi della realtà.<br>&lt;&lt; Si rinuncia alla spiegazione universale del mondo[…] si rinuncia alla morale pass-partout; ciò che diventa “morale” è l’impegno del singolo (…) il rifiuto, quindi, di affrontare la realtà a partire dalle astrazioni o da un sistema &gt;&gt;<br>Si potrebbe obbiettare, al Mohler, che al pari del fascista potrebbero considerarsi “stili” quello del militante o uomo marxista, o di quello borghese, che anch’essi potrebbero esser considerate “forme” o precipitati di quell’interiorità di forze. E certamente essi lo sono. Ma tale obiezione sembra far trasparire il non aver compreso che ciò che il Mohler intende evidenziare quando parla di “Stile fascista”, non si riferisce ad un particolare stile o modello “idealtipico” tra i tanti. Ma a quello Stile che si volge attivamente e direttamente verso il tronco originario di forze interne all’individuo, che in esso tragicamente consiste, e non vi si allontana perifericamente. Perciò lo Stile di cui si parla è intimo e diretto contatto individuale, non mediazione della realtà attraverso leggi storiche, sociali, pratiche o economiche. Non vi è prima la formulazione teorico-ideologica davanti a cui solo si rispecchia e forma l’individuale, ma al contrario, prima l’individuale immediata palingenesi, e solo dopo e in maniera subordinata, l’astratta formulazione razional-teorica. La crisi delle ideologie positivistiche di fine secolo, il nascere di contraddizioni e crisi sociali, guerre e mutamenti radicali, in nome di accelerazioni economico-industriali e ristrutturazioni di potere, fanno conflagrare quel patinoso mondo borghese su cui il terzo stato aveva costruito il suo dominio; aprendo il varco a tensioni e forze, in cui e rispetto a cui era necessario, per non soccombere, purificarsi e rilanciare &#8211; oltre la soglia – attivamente e “realisticamente”; per dar vita ad uno Stile “severo” e “freddo”, ma perciò originario ed esistenzialmente fecondo.<br>“Ciò che stiamo tentando di circoscrivere con il nome di “fascismo” è per l’appunto un modo molto particolare di ripiegarsi sull’esistenza a seguito della rovina delle idee generali e dei sistemi”.<br>Questo è lo stile di cui parla il Mohler, uno stile radicale, che si muove cioè, verso la radice, in senso centripeto. Solo tale connotazione spiega il fatto che al fascismo «mancò un sistema bello e confezionato a priori, poiché non si partì col manuale del bravo rivoluzionario in mano, scritto con la pretesa “scientifica” di spiegare tutto in maniera dogmatica e libresca». Anzi, invece, ciò che qualifica in primis tale figura è prima di tutto una “forma interna”. E che anche quando tale figura non può, per necessità storiche, non incontrarsi con tutto quello che è propriamente sistema e teoria sociale, tutto ciò non può comunque esplicitare integralmente l’esperienza di una tale figura.<br>Ma che Il Mohler consideri la figura del fascista e del suo Stile con una specifica e particolare caratterizzazione ce lo mostra l’ulteriore distinzione che viene posta tra la figura da noi considerata del fascista, il &#8220;nazionalsocialista&#8221; da una parte e lo &#8220;statalista&#8221; dall’altra (anche qui generalizzazioni alquanto problematiche nella loro fissità). Nonostante storicamente i tre “tipi” si siano potuti contaminare e integrare, infatti, per il Mohler, nel nazionalsocialista, l’accento cade maggiormente sul “popolo”, sulla volksgemeinschaft e sulla ribellione sociale, nel secondo l’ammirazione per ciò che funziona, per ciò che non è arbitrario, per ciò che è ben integrato nelle maglie di una ossatura statale, a volte asfissiante, non gli permette di vivere tutto il “tragico” che è proprio del fascista. Perciò, secondo l’autore, nei due “prototipi” qui considerati, si avrebbe, una tendenza a venir meno di quella profondità esperienziale, individualmente vissuta, propria del “fascista”; nel primo caso tendendo ad un collettivismo sub-individuale, nell’altro per una atrofizzazione burocratico-statale che occulta il senso autentico della missione che si incarna. Ciò rafforzando un senso specifico e caratteristico del termine “fascista” (potendo dirsi benissimo, infatti, uno “statalista” fascista (assunto qui in senso generale). Ma appunto quello che il Mohler vuole sottolineare è che l’esser fascista del fascista è anticipato da un bisogno di persuasione esistenziale, dalla &lt;&lt; nostalgia per una vita più densa e più reale&gt;&gt; che se attivamente affrontata permette di tornare alla radice profonda dell’Io e della vita ed affermare in essa, attraverso una volontà che vi guarda e vi consiste, la tragicità dell’esistenza stessa. Una vita che in quanto si volge al suo nucleo elementare, sa reintrodursi nell’archè panico e cosmico, riconnettersi in tal modo all’Unità totale di vita e morte. Proprio per ciò Il fascista non ha alcun rapporto con quelle generalità sulla base delle quali si divide il reale in bianco e nero. Stile che è opera catartica, quindi, liberatrice e rinnovatrice rispetto a ogni concezione fondata sul possesso, sulla “ratio” e i suoi aridi dualismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Matteo</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>L&#8217;ESAME DI MATURITÀ IN UNA SCUOLA LIBERA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 01:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[KULTURA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno, puntuale come la Dichiarazione dei Redditi e l&#8217;aumento delle tasse, uno spettro si aggira per l&#8217;Italia: l&#8217;esame di maturità. La televisione e i social, da Pasqua in poi, non parlano d&#8217;altro: interviste ad allievi, professori, sociologi e psicologi, i soliti auguri di rito del Ministro, che arringa gli studenti a guisa di Napoleone [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ogni anno, puntuale come la Dichiarazione dei Redditi e l&#8217;aumento delle tasse, uno spettro si aggira per l&#8217;Italia: l&#8217;esame di maturità. La televisione e i social, da Pasqua in poi, non parlano d&#8217;altro: interviste ad allievi, professori, sociologi e psicologi, i soliti auguri di rito del Ministro, che arringa gli studenti a guisa di Napoleone in procinto di valicare le Alpi. Tutta questa messa in scena per una prova ormai ridicola, con il 98% di promossi a prescindere, quasi un reddito di cittadinanza intellettuale, diploma che vale meno della carta su cui è scritto. Ё quindi opportuno chiedersi se, rebus sic stantibus, sia ancora opportuno tenere in vita una istituzione che ha perduto qualsiasi autentico significato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tentare una risposta, bisogna ripercorrere la storia di questo eterno spauracchio giovanile, in vista delle modifiche radicali che da tempo s&#8217;impongono. Prima di addentrarci nello specifico, occorre domandarsi quale sia la funzione della scuola in una società moderna e come essa evolva in parallelo al cambiamento dei modelli sociali. Scrive il famoso antropologo Carlo Tullio Altan (1):</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>L&#8217;insieme del sistema sociale e culturale è fatto dagli uomini per loro stessi, in quanto uomini, o almeno lo dovrebbe essere. Per cui tutte le strutture socio-culturali cessano in blocco di essere funzionali in senso storico е umano quando si propongono, implicitamente o esplicitamente, di ridurre gli uomini a una sola dimensione. Prendiamo quindi in esame le strutture del condizionamento culturale. La loro destinazione strettamente funzionale è costringere l&#8217;uomo a muoversi, di buon grado o meno, rigorosamente entro i limiti del sistema. A questo fine sono predisposti i sistemi simbolici (costume, morale, diritto), le strutture educative e quelle di difesa sociale sul piano psicologico. Una rigida divisione del lavoro porterebbe a una separazione netta di questo mondo del conformismo istituzionalizzato dal mondo della cultura e della politica creative. Prendiamo il caso della scuola. Essa assume il carattere esclusivo di una fabbrica di sudditi nelle società tradizionali e dittatoriali. Ma una società aperta ha bisogno di qualcos&#8217; altro che non dei sudditi, bensì di cittadini dotati d&#8217;iniziativa, di capacità critica e creativa. In tal modo una scuola di tipo nozionistico limitato e autoritario si presta ad assolvere una funzione positiva solo in una società chiusa e autoritaria. In una società aperta, o che aspira ad essere tale, la scuola deve assolvere auna funzione più vasta, e cioè quella di formare, sì, dei cittadini coscienti dei loro doveri e dei loro diritti, ma anche delle personalità che possano sviluppare al massimo le loro capacità creative&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il brano riportato offre abbondante materiale su cui riflettere. Tornando per esempio al mio esame di maturità, nell&#8217;ormai preistorico 1966, ricordo che a Firenze, in uno dei più qualificati Istituti cittadini, universalmente ritenuto d&#8217;élite, su una classe di 30 allievi soltanto 4 furono promossi a luglio, 6 rimandati a settembre e 20 respinti. Simili percentuali non rappresentavano allora l&#8217;eccezione, ma la regola: sul totale della popolazione studentesca, і bocciati superavano in media il 60%. Ora, se è vero che un modello così duramente selettivo poneva la minoranza dei licenziati in una posizione di grande privilegio rispetto alla massa, è pur vero che questa forma di selezione era non solo umanamente ingiusta, ma anche decisamente controproducente per la società intera. Infatti, non tutti gli studenti respinti potevano qualificarsi stupidi, svogliati o asociali. Fra costoro si davano casi di esaminandi rinviati a settembre in una sola materia (per esempio matematica, che fra l&#8217;altro nell&#8217;indirizzo umanistico veniva considerata del tutto secondaria) e poi nuovamente bocciati all&#8217;esame di riparazione, qualcuno addirittura con la media complessiva dell&#8217;8, unicamente per qualche impuntatura del commissario di quella disciplina, evento divenuto più tardi giuridicamente impossibile a seguito della riforma del 1969, che prevedeva un voto cumulativo fra tutte le materie.&nbsp; In quale stato d&#8217;animo doveva sentirsi quel disgraziato discepolo, che pur avendo dimostrato il proprio indiscutibile valore nei principali insegnamenti dell&#8217;indirizzo prescelto, subiva quella che dalla mentalità dell&#8217;epoca era ritenuta una vera e propria condanna senza appello, che comportava l&#8217;impossibilità di proseguire gli studi, di accedere al mondo del lavoro, oltre alla disistima di conoscenti, familiari e colleghi? Riusciamo a calcolare il numero di vite spezzate a causa di queste assurde e superficiali valutazioni? Tutto ciò, senza tener conto dei danni subiti dalla società nel suo complesso. Molti dei bocciati, un po&#8217; per rabbia, un po&#8217; per necessità, si sono dati alla rivolta, alimentando fenomeni estremamente negativi come il Sessantotto, i cui effetti stiamo ancora pagando; altri sono dovuti ricorrere alle cure di medici e psicologi, altri ancora, semplicemente, sono diventati cittadini di serie B, C o D, mentre con le loro capacità ingiustamente negate dalla scuola, avrebbero potuto contribuire in modo non irrilevante allo sviluppo e al progresso delle attività umane. Dietro ogni bocciatura non vi è soltanto il fallimento di un individuo, ma una deprecabilissima distruzione di preziose energie, che se bene utilizzate avrebbero rappresentato un guadagno per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Sessantotto, malgrado i danni provocati, ha avuto comunque il merito di fare emergere le contraddizioni del sistema scolastico di allora. I rimedi, però, si sono spesso rivelati peggiori del male. Se infatti un modello educativo autoritario e anacronistico, incompatibile con una società democratica e partecipativa, doveva essere profondamente rivisto, non era scivolando nell&#8217;anarchia e nella totale mancanza di rispetto per i docenti, che lo si sarebbe dovuto fare. Una scuola, come quella di oggi, in cui molti di questi hanno paura ad affrontare il bullismo imperante, non è certo quella che può preparare una migliore classe dirigente per il domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora una volta, se prendiamo come segno distintivo l&#8217;esame di maturità, ci accorgiamo dei numerosi errori pedagogici e antropologici commessi dai suoi riformatori. Le continue revisioni dello stesso mostrano come non si sia mai individuato un punto d&#8217;equilibrio, grazie al quale la duplice esigenza di rispetto per la personalità del candidato e per l&#8217;istituzione scolastica fosse garantita. Si è voluto conservare ad ogni costo un simulacro del vecchio esame, come rito d&#8217;iniziazione dei giovani nel transito dalla pubertà all&#8217;età adulta, ma non potendo mantenere il modello di un tempo, oggi totalmente obsoleto, lo si è svuotato dall&#8217;interno, rinunciando a qualsiasi principio di selezione, con gli effetti che tutti vediamo, quali studenti universitari che non padroneggiano la lingua, pubblici impiegati e funzionari, anche di alto livello, incapaci di redigere una relazione in italiano corretto, nella frequente ignoranza delle coniugazioni verbali, della grammatica e della sintassi. Esistono però modelli di scuola e di maturità alternativi, in grado di contemperare il rispetto per la persona e il libero sviluppo intellettuale dell&#8217;allievo, con l&#8217;esigenza collettiva di disporre di personale adeguatamente preparato?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle proposte più stimolanti, che sarebbe opportuno diffondere e approfondire, mi sembra quella avanzata dalla Fondazione Sociocratica di Rotterdam, importane centro di ricerca sociologica a livello mondiale, specializzato nello studio delle più moderne tecniche partecipative e di autogestione per organizzazioni pubbliche e private. In riferimento alla scuola, leggiamo il parere del suo Presidente, Prof. Gerard Endenburg(2):</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Per esempio, il materiale didattico potrebbe essere suddiviso in piccole sezioni e lo studente potrebbe sostenere un esame per ciascuna di esse. Se promosso, può accedere alla sezione successiva; se bocciato, potrà ripetere la prova in breve tempo. In ogni caso, il piano di studi dovrebbe formarsi sulla base dei suoi desideri e/o delle raccomandazioni del corpo insegnante. Lo studente medesimo determinerebbe perciò in larga misura il proprio ritmo di lavoro, aiutato ove necessario dai docenti. Per questi motivi, sarebbe indispensabile dividere le materie di studio in sezioni, ciascuna sottoposta a un proprio specifico esame. Resta comunque assodato che un certo numero di materie sarà in ogni caso obbligatorio, e che una minima conoscenza standard verrà richiesta in ciascuna di esse. Poiché ogni studente si avvicina all&#8217;insieme delle conoscenze che deve acquisire con uno spirito di libera ricerca, sarà da lui creato, in collaborazione con gli insegnanti, un programma o schema individuale di studio, da modificare mano a mano che egli crescerà nel sapere&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La libertà degli studi non esclude pertanto l&#8217;obbligo di una istruzione di base comune a tutti, ma questo si stempera, fino a scomparire, una volta raggiunto tale obiettivo. Poi si passa alla fase dell&#8217;istruzione autogestita, mediante l&#8217;elaborazione di un piano d&#8217;apprendimento concordato fra lo studente e i docenti, ritagliato sulle sue preferenze, predisposizioni naturali e velocità di assimilazione delle materie prescelte. Il fattore tempo è infatti strettamente individuale, e la pretesa che un insieme di alunni diversissimi fra loro, possa raggiungere il medesimo livello di conoscenza nello stesso identico periodo, è di per sé umanamente assurda, motivo di stress, ribellione contro le regole scolastiche e, nei casi più difficili, di nevrosi, disadattamento sociale o comportamenti devianti. Prosegue Endenburg(3):</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Il tempo individuale d&#8217;apprendimento è perciò contemplato dal piano di studio, in base agli specifici bisogni dell&#8217;allievo. In tal modo, a ogni studente è riconosciuta la facoltà di prendersi il tempo necessario per assimilare, sulla base della suddivisione in sezioni delle singole discipline, le conoscenze relative. Grazie a tale curriculum flessibile, egli può in ogni momento presentarsi all&#8217;esame di sezione quando si sente pronto: in tal modo viene eliminata la necessità di ripetere l&#8217;intera classe, per insufficienza in una o due materie&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò riguarda il passaggio da un anno scolastico al successivo, ma cosa avviene al termine del ciclo di studi? A tale livello si prospettano diverse soluzioni. Qualora l&#8217;allievo non ambisca a un diploma universale, che lo abiliti in tutte le discipline dell&#8217;indirizzo frequentato, potrebbe contentarsi degli attestati sezionali ciascuna di esse, accettando ovviamente le conseguenze di simile scelta. Per esempio, in un Liceo classico potrebbe aver terminato con successo la preparazione in italiano, latino e filosofia, ma non in matematica e fisica. Se egli volesse concludere qui il suo iter scolastico, riceverebbe una licenza valida esclusivamente per le materie citate, la quale gli garantirebbe l&#8217;accesso alle Facoltà universitarie umanistiche, ma non a quelle scientifiche; così pure verrebbe ammesso ai pubblici concorsi che richiedessero conoscenze nello stesso settore, essendogli invece preclusi quelli su base scientifica o tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se al contrario le sue mire riguardassero carriere o studi superiori di quest&#8217;ultimo tipo, egli dovrebbe presentarsi a una prova conclusiva esclusivamente nelle materie per le quali non avesse terminato il piano di studi. Se promosso, otterrebbe l&#8217;ambìto diploma universale; se respinto, pur ricevendo in ogni caso l&#8217;attestato parziale relativo alle sezioni concłuse con successo, dovrebbe ripresentarsi alla sessione successiva d&#8217;esame, non necessariamente con cadenza annuale, ma per esempio semestrale o quadrimestrale. Comunque, quest&#8217;ultima prova riguarderebbe soltanto le materie in cui si fosse mostrato insufficiente. La pretesa che un allievo, bocciato in una o due discipline mentre nelle altre è stato promosso, venga chiamato a ripeterle tutte, è assolutamente illogica sia sul piano didattico-scientifico, sia su quello economico. Sul primo, in quanto colmare le carenze in una o due materie consentirebbe un approfondimento delle medesime ben maggiore che se dovesse ripeterle tutte; sul secondo, perché gli esami rappresentano un costo per la società intera, che dovrebbe essere invece limitato il più possibile, specie in epoca di spending review !</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al termine di questo excursus sulla scuola e sull&#8217;esame di maturità, mi rendo conto di aver presentato ipotesi rivoluzionarie, che in prima battuta possono suscitare perplessità e interrogativi, come del resto tutto ciò che è nuovo. Cercherò allora di chiarire i dubbi più frequenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Innanzitutto, l&#8217;attuale esame di maturità è davvero definibile una fabbrica d&#8217;asini: la promozione al 98% dei candidati rappresenta l&#8217;oppоsto di qualsiasi criterio selettivo. Questo, proprio quando il declino socio-economico in atto richiederebbe personale ben preparato e fortemente motivato, ossia il contrario di quello che licenzia la nostra Buona Scuola. Il curriculum di studi sia pur sommariamente illustrato, e che deriva da ricerche condotte dalla Fondazione Sociocratica, è basato su un concetto d&#8217;istruzione del tutto liberale, che riconosce l&#8217;individuo e ne valorizza al meglio le potenzialità. Esso, poi, è compatibile con una democrazia partecipativa la quale, a mio parere, è destinata in tempi più o meno prevedibili, a correggere l&#8217;attuale sistema burocratico, una fra le principali cause della stagnazione che stiamo vivendo. Inoltre, poiché la libertà è un bene di cui nessuno può godere, se dissociato dal principio di responsabilità, è giusto che l&#8217;educazione a questi due valori inizi fin dalla scuola, e che lo studente maturi la convinzione che la riuscita negli studi dipende principalmente dalle proprie scelte libere, dal proprio impegno e dalla propria intelligenza, piuttosto che dalle ipocritamente benevole pacche sulla spalla, elargite a piene mani da un Re Buono, il quale promuove tutti per la sua incapacità di riconoscere il merito, la creatività, lo spirito d&#8217;iniziativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo studente imprenditore di se stesso, potrebbe essere il motto conclusivo del mio intervento. La libertà fa miracoli, e quando essa è autenticamente vissuta si rivela capace di evocare quelle energie oggi represse, di cui avremmo invece assoluto bisogno per riprendere la via del progresso e dello sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>NOTE</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Carlo Tullio Altan, Manuale di antropologia culturale, Bompiani ed., Milano 1971, р.473.</li>



<li>Gerard Endenburg, Sociocracy, Sociocratisch Stichting, Rotterdam 1998, p. 148.</li>



<li>Gerard Endenburg, cit., p. 155.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CARLO VIVALDI-FORTI</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Leggi trascendenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2025 01:54:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono leggi trascendenti sempre valide, esse si attualizzano in una infinità di applicazioni secondarie a seconda del ciclo storico di riferimento, del contesto spaziale e della prospettiva dell&#8217;osservatore. Le stesse leggi che agivano nell&#8217;età dell&#8217;oro continuano quindi ad agire nel kali yuga, la differenza esiste solo negli effetti provocati delle stesse, sono questi effetti [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono leggi trascendenti sempre valide, esse si attualizzano in una infinità di applicazioni secondarie a seconda del ciclo storico di riferimento, del contesto spaziale e della prospettiva dell&#8217;osservatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le stesse leggi che agivano nell&#8217;età dell&#8217;oro continuano quindi ad agire nel kali yuga, la differenza esiste solo negli effetti provocati delle stesse, sono questi effetti che distorcono la comprensione dell&#8217;osservatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosí come le stesse leggi metafisiche provocano effetti differenti a seconda del tessuto spazio-temporale su cui operano, allo stesso modo contesti spazio-temporali differenti richiedono azioni differenti per poter generare gli stessi effetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così sul piano spirituale la tecnica ascetica scelta non può prescindere dal contesto spazio-temporale in cui concretamente si opera, lungi dall&#8217;applicare pedissequamente vecchie discipline obsolete, praticate ed efficaci in contesti completamente diversi e ormai estinti, si deve scegliere una disciplina adatta al contesto in cui si opera ed alle forze concretamente operanti nell&#8217;attualità storica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;età oscura della macchina e delle scogliere d&#8217;acciao l&#8217;unica via praticabile resta così il distacco attivo: ascesi eroica della sovranità interiore nell&#8217;azione esteriore disinteressata, presenza ieratica tra movimenti inconscenti di automi umani massificati, volontà di collegarsi al trascendente con la forza, perché i numi siano dell&#8217;operatore, perché “Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lungi dall&#8217;inazione, ogni azione andrà portata alle sue estreme conseguenze, ogni fenomeno dovrà essere portato al parossismo per esaurirne il potenziale di attaccamento, ogni desiderio andrà esaudito fino al disgusto generando il distacco dell&#8217;indigestione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni debolezza e preclusa, la vanità andrà distrutta con la ricerca del disprezzo sociale quale via alla distruzione della persona &#8216;(dal greco maschera), la ricerca del profitto e del denaro con l&#8217; appropriazione violenta di quanto si vuole comprare con quel profitto. Il desiderio per il femminile con un parossismo sessuale antiborghese e amorale fino a sentirne la futilità nella consapevolezza della sua radice biologica e della sua inutilità quale sostituto parodistico del bisogno di integrazione spirituale del femminino sacro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inutile il ritiro su monti e templi in cui non agisce nessuna influenza trascendente, dove luci, rumori e preoccupazioni metropolitane non sono piu così lontane. La battaglia va portata ora al centro del regno. Il mistico oggi medita nel &#8220;non luogo&#8221;. Stazioni e centri commerciali sono le nostre moschee laddove il contrasto tra presenza interiore a alienazione esteriore provoca la rottura di livello immortalante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano politico, lungi da qualunque conservatorismo e tradizionalismo di maniera, è l&#8217;accelerazionismo la via: ogni fenomeno va esaurito, ogni tendenza portata alle sue estreme conseguenze, laddove l&#8217;estremo si tramuta nel suo esatto opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accelerando il kali yuga, nel suo esautimento parossistico si renderà manifesta la nascita della nuova età dell&#8217;oro. La guerra resta grande strumento catartico e ascetico quale risveglio del divino, la privatizzazione forzata dell&#8217;economia si tramuta nella pubblicizzazione della proprietà privata nel suo opposto, la morte di dio nella riscoperta del Dio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le scogliere d&#8217;acciaio, tra macchine senzienti e uomini incoscenti l&#8217;ultimo uomo si staglia, la distruzione delle rovine elettromagnetiche il suo compito, cavalcare le tigri perché si sbranino tra loro la sua mistica, l&#8217;età dell&#8217;oro la sua meta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Orazio Rosato</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>CRIMINI DIMENTICATI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2025 01:09:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>FONTE: https://www.progettonazionaleverona.it/crimini-dimenticati/ Le atrocità Alleate e sovietiche contro la popolazione tedesca Serata di approfondimento storico sulle atrocità agghiaccianti subite dai militari e dalla popolazione tedesca durante e anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la puntuale e documentata relazione del saggista nonché editore Andrea Lombardi, davanti ad una platea attenta. Il tema dell’ennesimo [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>FONTE: <a href="https://www.progettonazionaleverona.it/crimini-dimenticati/">https://www.progettonazionaleverona.it/crimini-dimenticati/</a></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Le atrocità Alleate e sovietiche contro la popolazione tedesca</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Serata di approfondimento storico sulle atrocità agghiaccianti subite dai militari e dalla popolazione tedesca durante e anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la puntuale e documentata relazione del saggista nonché editore Andrea Lombardi, davanti ad una platea attenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema dell’ennesimo appuntamento nello spazio culturale della Domus Scaligera nel suo quindicesimo anno di attività è stato affrontato da Lombardi avvalendosi, oltre che dei due testi presentati per l’occasione,&nbsp;<strong>UN RACCOLTO DI SANGUE</strong>&nbsp;scritto dall’americano Ralph Franklin Keeling e 1945&nbsp;<strong>GERMANIA ANNO ZERO</strong>&nbsp;di Massimo Lucioli, anche da citazioni di altri testi come, ad esempio, GLI ALTRI LAGER di James Bacque o libri in lingua inglese (come WAR WITHOUT MERCY di John W. Dover e DEAD CITIES di Mike Davis).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esposizione è stata accompagnata dalla proiezione di una ampia carrellata di immagini raccapriccianti (alcune inedite), testimonianze dirette e documenti di atrocità perpetrate soprattutto da americani e sovietici, con modalità e finalità (terroristiche, psicologiche, vendicative, etc.) talvolta differenti nel loro efferato compimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In coda all’intervento di Lombardi c’è stato spazio anche per domande e considerazioni del pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Due libri, quelli presentati in questa conferenza, utilissimi per approfondire quello che per decenni ha rappresentato un tabù, un dramma di cui non si può o è meglio non parlare per non disturbare una narrazione a senso unico ossequiosa della legge del vae victis, affrontato in passato anche da altri testi coraggiosi quali MALEDIRANNO L’ORA IN CUI PARTORIRONO di Marco Picone Chiodo, HO VISTO MORIRE KÖNIGSBERG di Hans Deichelmann, LA GRANDE FUGA di Jürgen Thorwald, I VINTI DELLA LIBERAZIONE di Paul Sérant, solo per citarne alcuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lombardi conferma d’essere uno studioso puntiglioso, obbiettivo, con uno sguardo di ampio respiro, “sine ira et studio” come direbbe Tacito, pronto a mettere sul tavolo anche il rovescio della medaglia della ricerca storica, dove se vuoi avvicinarti alla “verità” devi essere pronto ad accettare anche quello che ti potrebbe risultare sgradito.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Luca Zampini</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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