L’ UMANESIMO NAZIONALE DI CARLO COSTAMAGNA

Presentazione del libro:

“L’ UMANESIMO NAZIONALE DI CARLO COSTAMAGNA”

 di Rodolfo Sideri – Edizioni Settimo Sigillo

intervento di Pietro Giubilo

Sono lieto di partecipare alla presentazione di questo libro, frutto delle ricerche del professor Rodolfo Sideri, un appassionato e competente studioso che riesce a far emergere, in questa come in altre biografie politiche e culturali, aspetti originali e connessioni con idee e sviluppi complessivi del quadro temporale di riferimento.  Ed è proprio in questo contesto generale e per certi versi di attualità che affronterò la concezione politica di Costamagna.

Per i temi richiamati e per gli approfondimenti ritengo che questa sera, insieme all’esame del lavoro culturale dell’Autore, si svolgerà un interessante dibattito culturale.

Ottima la scelta del titolo del libro: “Umanesimo nazionale” che il coraggioso editore Enzo Cipriano ha pubblicato nella collana dei “Saggi”, sintetizza e rivela, a mio avviso, il carattere non esclusivamente ideologico, ma assai più ampio e articolato del pensiero di Costamagna.

Mi soffermerò su due contenuti del libro: quello fondamentale della sua visione politica e un altro, accennato nella seconda parte del volume, del rapporto e della valutazione della personalità di Alcide De Gasperi.

Con riguardo al primo, esso si basa su due aspetti essenziali: lo “Stato” e la “Nazione”, argomenti oggi emarginati, non solo in Italia, ma complessivamente nel dibattito politico culturale del dopoguerra, ma che, in qualche modo, sembrano riemergere in quella che inadeguatamente viene chiamata la “rivolta sovranista” che solo poche voci interpretano nelle motivazioni più profonde.

Il tema dello “Stato”, nel senso più complessivo, appare attuale per una serie di questioni che emergono con sempre maggiore evidenza e che vanno dalla destrutturazione delle istituzioni, a quella che viene definita la “crisi della democrazia” che rivelerebbe, a mio avviso, soprattutto una crisi della statualità e di una concezione del diritto che dal concetto di jus declina verso una positivista regolamentazione priva di riferimenti originari.

Diciamo subito che a Costamagna appartiene un concetto alto di Stato. Esso si evidenzia nella critica ai postulati economicisti del liberalismo, nella visione della più alta istituzione come rappresentanza della Nazione; nella finalità di attuare una comunità politica nazionale, favorendo quella che, anche altri noti giuristi, hanno definito come “nazionalizzazione delle masse”.

Costamagna rifiuta il positivismo di Hans Kelsen per il quale lo Stato è solo la materializzazione dell’ordinamento giuridico; non lo confonde con il governo, cioè con un profilo amministrativo; né lo sostituisce con la società, poiché, altrimenti diverrebbe un elemento di sola relazione contrattuale.

Anche il tema della Nazione assume un ruolo paradigmatico. Ne individua il popolo – non la popolazione che è un dato meramente statistico – quale elemento costitutivo, morale e spirituale, divenendo soggetto dello Stato. E’ il popolo, organizzato politicamente, che risulta essere comunità nazionale e sentimento di un comune destino.  Su questi concetti si basa il suo patriottismo che risulta lontanissimo dai recenti assunti, suggeriti da una sinistra banalmente strumentale nelle sue enunciazioni, sul patriottismo della Costituzione o della Repubblica.

L’autore riporta una citazione che evidenzia il senso profondo di questo rapporto tra Stato, Nazione e Popolo: “Per vincere l’egoismo umano, fatale in ogni civiltà, occorre un vincolo complesso sostenuto da tutti i motivi della solidarietà, da tutti gli istinti della socievolezza e, quindi, dal costume, dalla religione, dalla famiglia, dal decoro personale, dalla bene intesa convenienza economica”.

Già da queste notazioni, si può dire che per Costamagna lo Stato e la Nazione non si pongono in una cieca finalità totalitaria e assolutista, in quanto alimentando l’elemento popolare e comunitario, sviluppano un fondamento solidale e partecipativo che ne limita fortemente una marcatura verticistica.

Alcune affermazioni lo mostrano ampiamente:”La religione non è un fenomeno estraneo e concorrente con l’attività statale, bensì fonte autonoma di spiritualità dalla quale lo Stato stesso attinge energia”; “lo Stato non è la regola assoluta dell’attività morale”; “lo Stato forma la Comunità e la coscienza del bene, ma per contrastare l’individualismo”; il bene comune non è la sommatoria degli individui, ma è un bene politico, morale e spirituale”.

Ed a questo proposito, risultano preziose, nello studioso savonese, le ripetute affermazioni circa la differenza tra individuo e persona, una fondamentale distinzione sulla quale si fondano le critiche dei limiti delle società liberali e del collettivismo marxista e comunista.  

Peraltro a Costamagna non può attribuirsi neppure una visione meramente nazionalista. Lo chiarisce con l’uso di un corretto linguaggio geopolitico: ”lo sviluppo dello Stato tende a disporsi secondo le linee delle grandi regioni terrestri”.  E non a caso gli anni ’30 in Italia vedono l’estendersi di questo ambito di studi. Ma si tratta di un approccio geopolitico non di carattere mercantilista, che presenta a fondamento l’idea di Impero che comprende diritto, storia, cultura, civiltà, rifiutando, poiché del tutto insignificante e perdente, un ordine politico internazionale basato su un “generico aggregato”, come svilupperanno le concezioni mondialiste che daranno vita alla Società delle Nazioni e, successivamente, all’ONU.

Ritornando ancora sulla visione dello Stato, particolarmente significativa risulta la sua definizione della società. Come sottolinea il professor Sideri “di contro alla società civile, Costamagna insiste nel concetto di associazione”. Questa descrizione non può non poggiarsi sull’elemento fondamentale della relazione che, già di per sé, scarta la visione della prigione individualistica, di antica origine nella stessa Riforma luterana, ma che, negli ultimi decenni, finisce per degenerare nella società  informe e di massa  che ha trovato la sua definizione più esatta già in un saggio del 1950 di David Riesman su “La folla solitaria”, sviluppatasi nelle società occidentali.

Per comprendere l’importanza e il significato dell’elemento relazionale, mi debbo riferire alle tesi del sociologo cattolico Pierpaolo Donati che in un libro dal titolo significativo, “L’enigma della relazione”, così scrive: ”L’esistenza umana non ha senso né in sé stessa, né nelle cose, né nelle persone che ci circondano in quanto tali, ma trova il suo significato nella relazione vitale, quella che dà senso alla vita perché lo possiede in sé stessa”. In un passaggio successivo, critico del moderno sviluppo delle relazioni sociali, il teorico della sociologia relazionale, precisa: ”E’ la società moderna che si basa sistematicamente sulla immunizzazione delle relazioni ed alimenta quelle virtuali, sostanzialmente illusorie”. Donati arriva a criticare la globalizzazione che, ponendo a base l’individualismo economicista e la logica del mercato, frammenta e divide le relazioni vitali: “L’esito della moderna pluralità spinta dalla globalizzazione è oggi fonte di problemi, mancando un vero ubi consistam”. Ne deriva che “gli assetti familiari, scolastici, educativi, lavorativi, politici, societari diventano plurali”.

 Si tratta, aggiungo, di un pluralismo senza connessioni e cioè di diritti senza lo Stato, del primato della prassi, della solitudine e dell’isolamento, della assoluta privatizzazione dei rapporti. Senza associazione, cioè senza relazione e senza partecipazione, si consolida l’individualismo che diviene l’altra faccia di uno Stato oppressore. Senza “dove appoggiarsi”, cioè senza “umanesimo nazionale”, si concretizza tutto ciò.  Donati arriva a precisare che il multiculturalismo che rappresenta la cultura dominante, crea separatezza e individualismo.

In queste considerazioni, anche riguardo al rischio odierno, trovo l’attualità del pensiero di Costamagna che lo rende meritevole di studio, come precursore di alcune delle moderne problematiche.

Nel passare al secondo aspetto, cioè del breve ma significativo rapporto con De Gasperi, mi avvarrò della mia esperienza politica nella Democrazia Cristiana per tentare di analizzarlo adeguatamente.

Si tratta di una breve relazione fiduciaria, apparentemente del tutto inspiegabile. Aiuta a chiarirne il senso, l’affermazione, riferita da Sideri, secondo la quale, per il docente di filosofia, il politico trentino appariva “appoggiato a una grande tradizione di civiltà”, precisando che “caduti fascismo e monarchia il cattolicesimo costituisce l’ultimo baluardo ideologico di Costamagna con il quale operare una sintesi nazionale”. Arrivò, infatti, a dichiarare, rivolgendoglisi: ”siete il solo, assistito da una dottrina piena di sapienza eterna”.

Cerchiamo di spiegarci. Evidentemente Costamagna non poteva non conoscere   alcuni aspetti fondamentali del cattolicesimo sociale e politico: le encicliche sociali, a cominciare dalla Rerum Novarum  di Leone XIII con la critica al socialismo e al liberalismo, per l’indicazione di una “terza via”; la stessa opera dei sociologi cattolici e la visione di una democrazia organica, basate su una concezione corporativa,  sui cui contenuti  non posso non citare lo studio di Gianfranco Legittimo ( “Sociologi cattolici italiani”), a suo tempo pubblicato da Giovanni Volpe; magari aveva avuto modo di apprezzare un interessante libro di Romolo Murri – fondatore di una Lega Democratica Nazionale, anticipatrice della stessa D.C. –  dal significativo titolo “L’idea universale di Roma”, uscito a metà degli anni ’30.

Per quanto riguarda, in particolare, lo statista trentino, Costamagna, forse, avrà considerato l’iniziale collaborazione con il primo governo Mussolini, ma anche le posizioni giovanili con la mitizzazione del Medioevo cristiano dove, secondo De Gasperi, “regnava vero benessere” e l’apprezzamento del pensiero cattolico tradizionale, quando scriveva circa “le nostre superbe cattedrali, i nostri santuari, le croci splendenti sulle torri delle città, le croci enormi sulle cime delle nostre Alpi, non semplici testimonianze del passato, ma profezie per l’avvenire”;  l’avversione a liberalismo e socialismo con ”la imperitura  memoria del vecchio Leone e l’ideale fattoci brillare nelle sue encicliche che non si spegnerà”; il “fascino” esercitato dalla complessa e discussa personalità del  borgomastro di Vienna Karl Lueger, con la sua  avversione per il “capitale finanziario” e l’influenza sulla società europea. Di questi aspetti della personalità del segretario democristiano e più volte capo del governo, nei primi due decenni del ‘900, ne ha scritto Stefano Trinchese in un volume (“L’altro De Gasperi”) scarsamente conosciuto. Anche gli articoli su L’Illustrazione Vaticana, tra il 1933 e il 1938, pubblicati con lo pseudonimo di Spectator, privi di critica all’esperienza fascista, potrebbero aver indotto Costamagna a ipotizzare un De Gasperi che, secondo Sideri “avrebbe costituito l’unica speranza a cui guardare”.

Ma il De Gasperi del dopo seconda guerra mondiale non è lo stesso di quegli anni ed il quadro storico politico, dopo la sconfitta del fascismo, è davvero mutato in profondità. Costamagna motiva la sua “delusione” e la conseguente rottura con De Gasperi, per l’approvazione nel testo della nuova Costituzione, a fine 1947, delle norme sul divieto di ricostituzione del Partito fascista e per l’approvazione dell’istituto regionale, del resto passaggi obbligati dopo le vicende belliche e, considerando alcuni aspetti della vocazione del pensiero cristiano democratico per le autonomie locali.

Certo, il capo dei democratici cristiani, dopo il ’47 fa cadere il governo sostanzialmente ciellenista, si svincola dal condizionamento della sinistra e la sconfigge nelle elezioni del 18 aprile del 1948. Sviluppa una formula centrista, tenta di difenderla dal lento scivolamento a sinistra con la proposta di legge maggioritaria del 1953 che, tuttavia, non trova conferma nelle urne. Messo in discussione all’interno del suo stesso partito, soprattutto dalla sinistra di Giuseppe Dossetti, abbandona partito e governo, con la preoccupazione – la “spina” – di vedere il suo più importante progetto, quello di una Comunità Europea di Difesa, per il quale si era battuto più di tutti, ritenendolo il solo disegno sul quale costruire un’Europa politica, che si va spegnendo nelle aule parlamentari di Parigi. Va da sé che, non per caso, l’Italia vivrà per decenni una instabilità politico-istituzionale, al di là dalla rigidità del suo “bipolarismo imperfetto” e l’Europa non ritroverà la strada di una vera unità politica.

Ad agosto del 1954,  quando muore  –   lo noterà Giovanni Tassani nel 1988 (“La terza generazione da Dossetti a De Gasperi, tra Stato e rivoluzione”) – sulla  scrivania di De Gasperi viene trovato  l’assegno con il quale, periodicamente, sosteneva l’impegno editoriale di alcuni promettenti giovani cattolici che avevano fondato una rivista – Terza Generazione – nel cui primo numero,  un anno prima, l’editore Baldo Scassellati  aveva scritto un editoriale nel quale si leggeva una sintesi del fine di questo esperimento culturale e politico: “Per costruire una coscienza nazionale non possiamo rifiutare nulla della storia d’Italia, né del Risorgimento, né del più antico passato, né dell’età giolittiana, né del l’interventismo, né del primo dopoguerra, né del fascismo, della guerra, dell’immediato ieri”.

Questa interessante “redazione” comprendeva giovani intellettuali che, in seguito, si affermeranno in vari campi: oltre a Scassellati che negli anni ’70 divenne direttore della Fondazione Agnelli ma che continuò a guardare ad uno sviluppo economico legato al territorio, anche il giornalista, scrittore e parlamentare Bartolo Ciccardini che guiderà i “gollisti” di Europa ‘70, lo storico e latinista Claudio Leonardi, il giurista Giorgio Ceriani Sebregondi, il filosofo e politologo Gianni Baget Bozzo, il sindacalista Gino Giugni ed altri.

Questo nucleo di robuste intelligenze contrarie allo sviluppo della politica italiana verso la sinistra e al mantenimento degli “storici steccati”, quale l’ancora odierno    fascismo/antifascismo, riceveva l’attenzione e il sostegno di quello che potrebbe definirsi l’ultimo, poco conosciuto, De Gasperi.  Venne soffocato dall’incombente sviluppo verso la politica di centrosinistra. Tuttavia aprì spiragli interpretativi interessanti.

La Democrazia Cristiana, nel corso della sua lunga fase politica e di governo dell’Italia, non porterà avanti i temi che venivano suggeriti dai suoi più attenti e non conformisti gruppi giovanili: cioè dello Stato e della questione nazionale. Si indirizzò in senso contrario rispetto a quelle tesi che suggerivano e  affermavano di  “conservare lo Stato per la rivoluzione” o che indicavano nell’impegno di De Gasperi l’idea di “restaurare lo Stato”.

Il più importante sforzo intellettuale di queste esperienze lo espresse Gianni Baget Bozzo che, sei anni dopo Terza Generazione, fondò una rivista che aveva lo stesso titolo di quella di Costamagna, cioè “Lo Stato”. In essa chiamò a collaborare giovani intellettuali appartenenti a quella che veniva, riduttivamente, definita l’area neofascista: Primo Siena, Piero Vassallo, Fausto Gianfranceschi, Maurizio Giraldi, Giano Accame, Fausto Belfiori, Silvio Vitale ed altri. In quelle pagine si iniziò a scrivere sulla riforma presidenzialista. Il progetto di un secondo partito cattolico che ne sostanziava l’impegno, determinò una presa di posizione della Santa Sede che, in breve portò alla chiusura di quella interessante esperienza. I suggerimenti presidenzialisti ripresero con altre iniziative nella DC alla fine degli anni ’60, ma questa è un’altra storia.

Per concludere, queste riflessioni scaturite dalla lettura della biografia culturale di un pensatore come Costamagna, non incasellabile in ristretti ambiti ideologici, mi ha portato a descrivere alcuni aspetti poco noti dell’esperienza degasperiana. Con l’ obbiettivo di dimostrare la necessità di una riflessione ampia sulle culture politiche italiane, superando schemi inadeguati e volutamente provocati dalla cultura della sinistra che nel riproporre un otto settembre permanente ed una proposta politica frontista, fondata sull’antifascismo,  intende  impedire la costruzione di una coscienza nazionale unitaria, forse quell’ ”umanesimo nazionale”, quale condizione indispensabile che sappia guardare avanti e costruire un futuro per quelle generazioni che dovranno  risanare  una Italia devastata.

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