“Si è più fedeli a uno stile che a delle idee” scriveva La Rochelle. Citazione che potrebbe riassumere limpidamente il significato del breve ma alquanto originale libello di Armin Mohler: “Lo stile fascista”(Settimo Sigillo 1987). Già segretario di Ernst Jünger negli anni del dopoguerra e corrispondente di Evola, Mohler, è conosciuto soprattutto per la posizione che ricoprì all’interno della Nouvelle Droite e per i suoi studi sulla Rivoluzione Conservatrice Tedesca. Il libello in questione (in cui è limpida una profonda influenza jüngeriana), breve ma denso nella sua essenzialità, è improntato ad analizzare la forma attitudinale dell’uomo fascista (concetto alquanto problematico assunto nella sua generalità) partendo non già da considerazioni politico-ideologiche, storico-sociali, o economiche, ma attraverso un approccio diremmo “antropologico” e pre-dottrinale; ovvero, seguendo un termine centrale nel discorso mohleriano, definendo uno “Stile”. Questo approccio il Mohler lo chiama “fisionomico”
“La nostra inchiesta fisionomica non partirà dallo studio di fenomeni politici isolati, terreni che debbono rimanere riservati ad una analisi più vasta. Cercheremo piuttosto di cogliere il sentimento dello stile proprio al fascismo”.
Ma ciò, a nostro parere, non tanto per una semplice ragione metodologico-formale, scelta in maniera arbitraria dall’autore. Ma bensì per il riconoscimento che il Mohler stesso, attraverso quest’operetta mostra di aver colto, di un’intima connessione tra lo studio dell’uomo del fascismo quale modello o prototipo “ideale”, e la questione dello Stile; il cui significato andrà più chiaramente definito. Per dirla più brevemente: ci pare che un approccio di studio volto a concentrarsi innanzitutto ad un’attitudine, ad un’interna disposizione, subordinando ad esso tutto ciò che è dottrina teorica o contingenza storica, sia una necessità richiesta dall’oggetto stesso esaminato: ovvero dall’uomo fascista. È infatti lo stesso autore ad affermare
Diciamo, per riassumere, che i fascisti non hanno davvero alcun problema ad adattarsi alle incoerenze della teoria, e ciò perché essi si intendono tra di loro per una via più diretta: quella dello “stile” .
Ciò che qui ci pare essenziale, andando più da vicino a chiarire un termine ambiguo e sfuggente come quello di “Stile”, è che qui esso va a caratterizzare la “via” stessa del prototipo “fascista”; Non vi è fascismo senza Stile, essendo i due termini inscindibili. Non essendo quindi, lo Stile, un “universale”, sotto cui subordinare vari “stili” particolari. No, a nostro parere l’intento del Mohler è quello di evidenziare come sia proprio lo Stile, l’attributo specifico, ciò che differenzia l’uomo del fascismo. È quindi esso una caratteristica propria dell’uomo fascista e non uno stile tra i tanti. Con ciò il termine perde il suo significato generale e indeterminato e va ad assumere un significato ben definito e indirizzato: l’uomo del fascismo vive e sente il mondo e le sue esperienza con “Stile”. Si dirà subito che con ciò non si ha nessun riferimento ad un ché di esteriore, superficiale, dandistico, e cioè nel senso moderno del termine, di tendenza o moda estetica; Qui lo Stile significa vivere un rapporto diretto, concreto, immediato (e cioè non-mediato) con le forze sopraindividuali ma interne all’individuo, che conformano l’esperienza dell’uomo. Il fascista non si rapporta al mondo, al camerata, agli eventi, astraendo e de-individualizzando, e cioè concettualizzando; Non si vive e non si esprime secondo un rapporto di pallida e vuota mediazione, falsamente virile, ma in realtà tanto lunare quanto tirannica, impotente. Esso è nel centro, nel nucleo, nella radice archetipica da cui scaturisce il formarsi della realtà.
<< Si rinuncia alla spiegazione universale del mondo[…] si rinuncia alla morale pass-partout; ciò che diventa “morale” è l’impegno del singolo (…) il rifiuto, quindi, di affrontare la realtà a partire dalle astrazioni o da un sistema >>
Si potrebbe obbiettare, al Mohler, che al pari del fascista potrebbero considerarsi “stili” quello del militante o uomo marxista, o di quello borghese, che anch’essi potrebbero esser considerate “forme” o precipitati di quell’interiorità di forze. E certamente essi lo sono. Ma tale obiezione sembra far trasparire il non aver compreso che ciò che il Mohler intende evidenziare quando parla di “Stile fascista”, non si riferisce ad un particolare stile o modello “idealtipico” tra i tanti. Ma a quello Stile che si volge attivamente e direttamente verso il tronco originario di forze interne all’individuo, che in esso tragicamente consiste, e non vi si allontana perifericamente. Perciò lo Stile di cui si parla è intimo e diretto contatto individuale, non mediazione della realtà attraverso leggi storiche, sociali, pratiche o economiche. Non vi è prima la formulazione teorico-ideologica davanti a cui solo si rispecchia e forma l’individuale, ma al contrario, prima l’individuale immediata palingenesi, e solo dopo e in maniera subordinata, l’astratta formulazione razional-teorica. La crisi delle ideologie positivistiche di fine secolo, il nascere di contraddizioni e crisi sociali, guerre e mutamenti radicali, in nome di accelerazioni economico-industriali e ristrutturazioni di potere, fanno conflagrare quel patinoso mondo borghese su cui il terzo stato aveva costruito il suo dominio; aprendo il varco a tensioni e forze, in cui e rispetto a cui era necessario, per non soccombere, purificarsi e rilanciare – oltre la soglia – attivamente e “realisticamente”; per dar vita ad uno Stile “severo” e “freddo”, ma perciò originario ed esistenzialmente fecondo.
“Ciò che stiamo tentando di circoscrivere con il nome di “fascismo” è per l’appunto un modo molto particolare di ripiegarsi sull’esistenza a seguito della rovina delle idee generali e dei sistemi”.
Questo è lo stile di cui parla il Mohler, uno stile radicale, che si muove cioè, verso la radice, in senso centripeto. Solo tale connotazione spiega il fatto che al fascismo «mancò un sistema bello e confezionato a priori, poiché non si partì col manuale del bravo rivoluzionario in mano, scritto con la pretesa “scientifica” di spiegare tutto in maniera dogmatica e libresca». Anzi, invece, ciò che qualifica in primis tale figura è prima di tutto una “forma interna”. E che anche quando tale figura non può, per necessità storiche, non incontrarsi con tutto quello che è propriamente sistema e teoria sociale, tutto ciò non può comunque esplicitare integralmente l’esperienza di una tale figura.
Ma che Il Mohler consideri la figura del fascista e del suo Stile con una specifica e particolare caratterizzazione ce lo mostra l’ulteriore distinzione che viene posta tra la figura da noi considerata del fascista, il “nazionalsocialista” da una parte e lo “statalista” dall’altra (anche qui generalizzazioni alquanto problematiche nella loro fissità). Nonostante storicamente i tre “tipi” si siano potuti contaminare e integrare, infatti, per il Mohler, nel nazionalsocialista, l’accento cade maggiormente sul “popolo”, sulla volksgemeinschaft e sulla ribellione sociale, nel secondo l’ammirazione per ciò che funziona, per ciò che non è arbitrario, per ciò che è ben integrato nelle maglie di una ossatura statale, a volte asfissiante, non gli permette di vivere tutto il “tragico” che è proprio del fascista. Perciò, secondo l’autore, nei due “prototipi” qui considerati, si avrebbe, una tendenza a venir meno di quella profondità esperienziale, individualmente vissuta, propria del “fascista”; nel primo caso tendendo ad un collettivismo sub-individuale, nell’altro per una atrofizzazione burocratico-statale che occulta il senso autentico della missione che si incarna. Ciò rafforzando un senso specifico e caratteristico del termine “fascista” (potendo dirsi benissimo, infatti, uno “statalista” fascista (assunto qui in senso generale). Ma appunto quello che il Mohler vuole sottolineare è che l’esser fascista del fascista è anticipato da un bisogno di persuasione esistenziale, dalla << nostalgia per una vita più densa e più reale>> che se attivamente affrontata permette di tornare alla radice profonda dell’Io e della vita ed affermare in essa, attraverso una volontà che vi guarda e vi consiste, la tragicità dell’esistenza stessa. Una vita che in quanto si volge al suo nucleo elementare, sa reintrodursi nell’archè panico e cosmico, riconnettersi in tal modo all’Unità totale di vita e morte. Proprio per ciò Il fascista non ha alcun rapporto con quelle generalità sulla base delle quali si divide il reale in bianco e nero. Stile che è opera catartica, quindi, liberatrice e rinnovatrice rispetto a ogni concezione fondata sul possesso, sulla “ratio” e i suoi aridi dualismi.
Matteo

