Analisi geopolitica e storia etrusca

Tra i tanti “misteri” e punti irrisolti della storia della civiltà etrusca vi è sicuramente quello del come abbia fatto ad essere assimilata dalla espansione romana, visto che gli etruschi erano in origine la civiltà più sofisticata, ricca e diffusa territorialmente della penisola italiana. Tra i tanti fattori che hanno causato la scomparsa della civiltà etrusca, uno potrebbe essere a nostro avviso decisivo, si tratta di un elemento desunto dalla analisi geopolitica, il cosìddetto fattore umano.

Il fattore umano è la percezione di sé che possiede una collettività unita alla maniera in cui questa percezione vuole essere espressa materialmente nella vita e nel percorso storico della collettività stessa.

Si divide nell’ambito demografico, ovvero il numero e l’età mediana di una collettività; e la sua ‘cultura’, ovvero la sua storia, mitologia, religiosità, letteratura, filosofia eccetera. Due aspetti che informano la percezione di sé di una collettività, l’uno(demografia) in senso antropologico materiale, l’altro(cultura) in senso psicologico e spirituale.

Ad esempio: una popolazione con una età mediana bassa(giovani) e molto numerosa tenderà all’espansione territoriale, quindi per giustificare (si) questa espansione tenderà a produrre una mitologia espansionistica, giovanilistica ed eroica. Una popolazione di età mediana alta e numericamente in fase di restringimento tenderà invece al pacifismo, con tutto ciò che ne consegue a livello di produzione culturale.

Da quello che sappiamo della cultura etrusca, rispetto ai romani si trattava di una collettività, un popolo, territorialmente meno propenso all’espansione, con un forte accento religioso sulla divinazione, e quindi sull’accento psicologico del fatalismo, ovvero sull’idea che il destino sia segnato a priori dalla divinità e sia pressoché immodificabile. Noto è infatti che uno dei principali miti fondativi etruschi è quello della “profezia di Vegoia (Lasa Vecu)” che preannunciava la fine del popolo etrusco nell’arco di dieci saecula (secoli o ere). Perché dunque affannarsi a conquistare il mondo se tanto, al tempo dovuto gli dei ti faranno scomparire? Questo poteva essere parte del sottofondo psicologico della civiltà etrusca, e quindi della loro mentalità sociale.

Un risvolto culturale di questo sottofondo psicologico può vedersi nella cultura etrusca del banchetto. Cultura del banchetto assorbita dai greci ma che vedrà in Etruria uno sviluppo eccezionale, fino a diventare elemento centrale non solo della cultura dei vivi, ma anche di quella funeraria. Nella civiltà etrusca emerge un connotato di idealizzazione del banchetto come vero e proprio acme della vita sociale, in una più vasta tendenza al lusso, risolvendosi anche nel fasto funerario. Gli etruschi desideravano che i morti potessero continuare a partecipare alle gioie terrene banchettando anche nell’aldilà, e da qui l’utilizzo di necropoli costruite come vere e proprie città dei vivi, ma per i morti. Il massimo che si potesse auspicare ad un defunto era quindi proprio di continuare a vivere, e vivere banchettando, cioè di rimanere ancorati al massimo del bene che c’è nella vita terrena. Ma se il massimo del bene nella vita terrena è il banchettare con i propri cari, allora vuol dire che non esiste nulla per cui valga davvero la pena sacrificarsi, nessun ideale di bene superiore, che sia sociale, religioso, umanitario o nazionale. Nessuna spinta al combattimento e alla guerra dunque, che non sia la stretta difesa dei propri territori.

In questo contesto il ruolo egalitario dato alla donna nella civiltà etrusca, rispetto a quella greca e romana ad esempio, è un altro sintomo di una impostazione meno militarizzata, meno guerriera, meno virile della società.

Il servizio militare doveva essere più che altro mercenario, mentre i capi dell’esercito dovevano essere scelti tra le famiglie aristocratiche, ma non si sa bene con quali meriti e carriere. In genere gli etruschi erano percepiti dai romani come un popolo estremamente ricco e raffinato, ma incapace di fare fronte comune ed opporsi militarmente, i soldati etruschi erano perlopiù schiavi costretti al servizio militare, mentre quelli romani erano cittadini a cui venivano promessi ricchi bottini in vista di una vittoria. La motivazione giocava quindi tutta a favore dei romani. Il punto di svolta della visione romana sugli etruschi si ebbe dal 420 a.C. quando Veio chiese aiuto alla Dodecapoli(così il nome della federazione etrusca, formata da dodici città principali) senza ottenerlo per via di lotte intestine, laddove invece i romani, nonostante avessero anche loro non pochi problemi nei rapporti interni tra patrizi e plebei riuscirono a compattarsi per la comune causa e a riportare una storica vittoria conquistando la città di Veio e più di mille iugeri di territorio(396 a.C.), tutto questo unificando il comando militare sotto la direzione di un dittatore, il generale Marco Furio Camillo. Da quel momento Roma iniziò a guardare alla civiltà etrusca come ad una civiltà in sostanziale declino e decise da ciò a spingere la propria espansione sempre più verso nord.

In Etruria inoltre le carriere di potere, le magistrature (zilacati) dovevano essere strettamente legate all’ambito aristocratico e sacerdotale, e non si era formato un sistema di coinvolgimento diretto della plebe negli affari pubblici come avveniva invece a Roma. Nel corso della conquista romana questo fattore giocò molto a favore di Roma, che riusciva ad ispirare rivolte interne alle città etrusche per via della sua legislazione più liberale nei riguardi dei diritti dei plebei. Le classi dirigenti etrusche dunque non riuscirono a rinnovarsi di fronte alla novità del sistema militare e sociale romano, vedendo crearsi via via al proprio interno dei partiti filoromani, costituiti soprattutto dalle classi inferiori della popolazione; segno di un ambito culturale estremamente rigido e conservatore, immobile persino di fronte all’incedere di pericoli esistenziali.

Laddove quindi i romani si vedevano come discendenti diretti di una stirpe fondata da Marte e Venere, ed avevano attuato un sistema sociale interclassista calibrato su di un sistema militare espansionistico unico ed autoreferenziale, Roma cioè non faceva affidamento per il proprio benessere che sulla forza delle proprie armi, gli etruschi si vedevano invece come una civiltà dal tempo a scadenza, divisa rigidamente in classi e con a base dell’economia sociale il latifondo ed il commercio via mare, intermediato e protetto quest’ultimo da alleanze variabili con greci e punici.

Tra i greci nei tempi arcaici(IX-VI secolo a.C.) era nota l’assertività marinaresca dei “pirati Tirreni” sul mare eponimo, da cui scaturirono una serie di miti, di cui gli etruschi si fecero fieri diffusori tra la propria popolazione, inserendosi così almeno dal punto di vista ideologico, nel contesto della civiltà greca, considerata a ragione una civiltà superiore. Se tuttavia tra l’VIII e il VI secolo l’Etruria estenderà il suo dominio su Roma(dinastie reali di Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo) e sulle colonie campane da Capua a Pontecagnano, l’incontro con le più grandi civiltà greche(Magna Grecia) e fenicia(colonie puniche in Sardegna e Sicilia) creeranno una sorta di equilibrio statico della civiltà etrusca, perpetuandone il dominio sul Tirreno del nord per ancora 150 anni dopo la battaglia di Aleria (540 a.C.), fino all’inizio dell’espansione romana verso il proprio entroterra(dal 420 a.C. in poi).

L’incontro con i greci coloni di Pithecusa (Ischia) fece entrare i proto-etruschi (villanoviani) nella fase compiutamente storica attraverso l’adozione dell’alfabeto euboico intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., allo sviluppo del tornio e delle arti metallifere, all’introduzione della viticoltura e di nuove tecniche di produzione dell’olio. Appare pertanto evidente sin dai primi incontri un certo rapporto di subordinazione culturale e tecnologica con il mondo greco. Gli etruschi assorbirono conoscenze fondamentali per il proprio sviluppo dai greci, ma non viceversa.

Gli etruschi sembrano essere stata una collettività oltre che fatalista, anche “sazia”. Sazia di una posizione di dominio sul proprio mare di pertinenza, sazia del controllo delle risorse metallifere dell’Elba, invidiato e ambito da tutte le altre popolazioni mediterranee, sazia di essere al centro di un sistema di popoli italici che non vedrà nessuno sfidante della propria stazza tecnologica e demografica fino alla crescita di Roma. Sazia di accordi di equilibrio con i coloni greci della Magna Grecia e con i cartaginesi.

Era una collettività in cui si “stava bene”, senza ambizioni storiche di conquista, divisa in città-stato, naturalmente litigiose tra loro. Perché una collettività tendente a grandi obiettivi, si militarizza, e vede naturalmente l’accentramento dei poteri come un passaggio risolutivo alla costituzione di un esercito più forte e compatto. Tende inoltre a responsabilizzare i propri elementi dotandoli della carica di ‘cittadini’ e ridistribuendo il peso lavoro su schiavi da procacciarsi all’esterno, con la conquista di nuovi territori, come fece Roma.

Questo fenomeno invece non sembra essersi attuato in Etruria, dove l’etrusco delle classi basse rimaneva sostanzialmente legato ad un padrone latifondista ed era impiegato in guerra senza la prospettiva di conquiste di terreni o schiavi per sé. Senza prospettiva quindi di scalata sociale, anche se deduciamo da evidenze archeologiche che puranco in Etruria doveva esistere il meccanismo dell’affrancamento dalla condizione di schiavitù, dove il liberto rimaneva comunque a servizio della famiglia di appartenenza ancora a lungo dopo l’ottenimento dei diritti.

Questa struttura sociale di scarsa militarizzazione e quindi scarsa assertività politica della federazione etrusca nei confronti dei vicini è attestata anche dal fatto che quasi tutte le guerre combattute dagli etruschi a noi note siano guerre difensive, o di respingimento deterrente del nemico, se non addirittura guerre intestine, come quella dei fratelli Vibenna di Vulci contro i Tarquiniesi per il controllo di Roma, o quelle di Porsenna di Chiusi per respingere la lega latina nel Lazio, cioè guerre di riequilibrio e controllo interno, più che di conquista estroflessa.

Nell’ottica di un fattore umano etrusco “debole” è oltremodo significativo che l’amore per i piaceri della vita, l’eguaglianza uomo-donna, e la scarsa assertività in politica estera degli etruschi sia stata rivalutata in tempi recenti dalla nostra società senile e pacifista e fosse invece ampiamente criticata ed additata come decadente dai coevi greci e romani, nonché snobbata dagli studi filologici e archeologici contemporanei almeno fino al dopoguerra.

La rivisitazione contemporanea di una civiltà etrusca eticamente “migliore” di quelle greca e romana sembra invece essere volta all’esaltazione degli attuali valori decadenti della nostra società riflessi nell’antichissima civiltà etrusca, e non nel senso di una valutazione complessiva dello sviluppo storico dell’Italia preromana, cosa che ne depotenzia alla base ogni presupposto pedagogico.

Strategia e tattica etrusche

Torniamo adesso a valutare empiricamente l’impatto del fattore umano sul dipanarsi della vicenda storica etrusca, e dobbiamo farlo introducendo altri due elementi chiave dell’analisi geopolitica: quello della strategia e della tattica.

La strategia è il raggiungimento degli obiettivi profondi di una collettività. Essa non viene formulata, esiste già in potenza, va solo scoperta e riconosciuta.

La tattica è l’insieme di attività a breve o lungo termine, anche tra loro contraddittorie, che un attore, in questo caso la collettività etrusca, pone in essere per raggiungere gli obiettivi postile dalla strategia.

Naturalmente una collettività che non è consapevole della propria strategia non sarà mai in grado di applicare una buona tattica.

La strategia minima è la mera sopravvivenza della collettività, la massima è la formazione di un impero, ovvero l’estensione della propria egemonia su altri popoli.

In un contesto geografico di incisiva presenza del mare inoltre, l’elemento marittimo sarà predominante sul dominio terrestre e ad esso si rivolgeranno in buona sostanza tutti gli sforzi tattici di una collettività, perché ad esso sarà legato in massima misura l’elemento strategico.

Infatti per gli etruschi l’elemento marittimo fu il fattore decisivo della costituzione stessa della propria civiltà. Fu dal mare che attraverso il contatto con i greci i villanoviani passarono dalla protostoria alla formazione della propria civiltà, e fu per il dominio del mare Tirreno che essi combatterono in larga parte della loro storia.

Con l’affacciarsi della colonizzazione greca nel nord del Tirreno, la strategia etrusca divenne infatti subito quella di mantenere i greci e chiunque altro fuori dallo spazio di mare a Nord di Ischia fino alla Corsica, mantenendo però aperti gli sbocchi al commercio trans-mediterraneo, cioè tenendosi aperta la possibilità esportare e ricevere merci al di là della occlusione rappresentata dalla Corsica, la Sardegna e la Sicilia. Fecero questo soprattutto bilanciando la presenza greca, arricchente, ma anche disturbante, con quella fenicio-punica, questa la tattica etrusca per centrare la strategia di cui sopra, almeno fino alla già citata battaglia di Aleria.

A livello interno, tellurico, la strategia era quella del mantenimento dell’ordine sociale e dell’equilibrio tra i vari gruppi italici, piccoli e frammentati. Una tattica per raggiungere tale obiettivo fu certamente quella del controllo di Roma in chiave anti Lega Latina, potenza emergente tra l’Etruria propria e le colonie campane di Capua e Pontecagnano.

Per il resto dei popoli centro italici: Umbri, Falisci, Piceni, Sanniti ed altri, l’Etruria era semplicemente troppo grande e potente per essere sfidata. Da questo punto di vista la strategia etrusca nell’entroterra fu portata a compimento con relativa facilità, acquisendo un ruolo di snodo centrale nella formazione della koinè culturale e commerciale comune della parte centrosettentrionale della penisola, permettendogli di prosperare e di rivolgersi a questioni internazionali marittime di ben più elevato peso e difficoltà.

La battaglia di Aleria (540 a.C.) fu il punto di rottura dell’equilibrio strategico instauratosi nel mar Tirreno sin dall’VIII secolo e fu pertanto il punto d’inizio della fase declinante della civiltà etrusca.

A partire dal 565 a.C. i coloni greci di Focea che avevano fondato un porto a Massalia(Marsiglia) si stabiliscono sulla costa orientale della Corsica fondando Aleria (oggi Aleria), avamposto di passaggio per Massalia che si affacciava sulla costa etrusca e sull’isola d’Elba, violando così il principio strategico etrusco di impedire l’ingresso di potenze straniere nella porzione Nord del mar Tirreno.

Con le invasioni persiane dell’Asia Minore, grandi masse di coloni greci si trasferirono verso il Mediterraneo occidentale (dal 546 a.C.), ingrandendo la comunità della piccola colonia in Corsica. La federazione etrusca reagì guidata da Cerveteri e chiamando in aiuto i punici, ne seguì quella che fu definita dai coevi la più grande battaglia navale dell’epoca arcaica, con sessanta navi greche a fronteggiare circa il doppio di navi etrusche e fenicie. La battaglia finì con una vittoria di Pirro per gli etrusco-fenici, che portò ad una lapidazione di massa dei prigionieri focei catturati durante la battaglia, lapidazione avvenuta nei pressi di Pyrgi, porto di Cerveteri.

Il riverbero della battaglia sulle relazioni tra etruschi e magnogreci fu devastante. Di fatto segnò l’inizio di una ostilità endemica da parte dei greci stanziati nel sud Tirreno e guidati da Cuma e Siracusa contro gli etruschi, i quali, evidentemente soffocati dai nuovi blocchi commerciali impostigli a sud, con notevole ingegno e dispendio di risorse dovettero cercare uno sbocco al mare libero da ostacoli sull’altro versante della penisola, nel mare Adriatico, con la fondazione sul delta dell’Eridano(il Po) dell’avamposto portuale commerciale di Spina(ca.520 a.C.).

Sul versante delle relazioni con i cartaginesi inoltre la battaglia di Aleria segnò la necessità di affidarsi, quindi sottomettersi, alla potenza punica per la difesa del proprio spazio marittimo. Gli eventi che seguirono il 540 a.C. sembrano confermare questa tesi. A Cerveteri, città a capo della spedizione della battaglia di Aleria, subito dopo gli esiti di questa deve esserci stata una forte crisi politica causata dalla rottura dei rapporti con i magnogreci. Crisi probabilmente sfociata con l’instaurazione di un lucumone (zilac) dai tratti tirannici nella persona di Thefarie Velianas il quale sicuramente non poteva essere inviso a Cartagine, dato che fece costruire a Pyrgi un tempio dedicato alla dea Uni(Astarte in fenicio) che doveva fungere da luogo di accoglienza privilegiato per gli ospiti fenici appena sbarcati nel porto.

Fenici di Cartagine che però nel 509 a.C., con la caduta di Tarquinio il Superbo e la perdita de facto di influenza diretta su Roma da parte degli etruschi, sembra aver voltato le spalle all’antico alleato firmando un trattato di non ingerenza con Roma per la spartizione delle aree di influenza sul mare rivierasco. Inserendo così Roma prepotentemente nei giochi del Tirreno centro settentrionale, ed andando così chiaramente in senso opposto all’interesse strategico etrusco.

Trovandosi in posizione di debolezza sul proprio mare dopo almeno due secoli di dominio incontrastato, mare Tirreno settentrionale che secondo la strategia etrusca avrebbe dovuto essere completamente libero dalla presenza di altre potenze, la Dodecapoli puntò fortemente in chiave tattica su una stretta relazione con Atene, quindi sul porto di Spina, che in questi anni si sviluppò notevolmente. Rapporto con Atene che sebbene donasse prestigio all’Etruria, Pyrgi e Spina sono le uniche due città straniere ammesse ad avere un proprio thesauròs nel santuario di Delfi, pose gli etruschi anche in questo caso in una situazione di subordinazione come avveniva nel rapporto con i cartaginesi. Ne è testimonianza la qualità degli scambi instaurati con il Pireo: gli etruschi esportano verso Atene soprattutto materie prime come cereali e legna, e importano invece materiali artigianali ad alto valore aggiunto, la famosa ceramica attica, segno di squilibrio commerciale tra la potenza dominante(oggetti ad alto valore aggiunto) ed una subordinata(materie prime) ed conformandosi perfettamente alla politica applicata da Atene a partire da Pisistrato(561-527a.C.) per sviluppare la propria potenza talassocratica.

Nel lungo periodo però aver puntato molto su Atene risultò essere una scommessa perdente. In seguito ad una ulteriore pesante sconfitta subita dagli etruschi per mano dei siracusani nelle acque di fronte a Cuma (474 a.C.), dopo la guerra del Peloponneso(431-404 a.C.) in cui Atene venne sconfitta da Sparta, la potenza ateniese retrocesse in tutto il Mediterraneo, lasciando campo libero a Siracusa di imperversare sul Tirreno e nell’Adriatico. Fu proprio nel contesto della guerra del Peloponneso che sempre Siracusa, alleata di Sparta, respinse un tentativo di blocco navale da parte di Ateniesi ed etruschi(415 o 413 a.C.) evento che simboleggia plasticamente la disfatta dell’alleanza della federazione etrusca con la soccombente Atene. Gli anni seguenti alla fine del V secolo a.C. corrisponderanno infatti per gli etruschi ad un periodo funesto che vide da una parte l’inizio dell’espansione di Roma verso nord, con la caduta della prima grande città-stato etrusca, Veio (396 a.C.), e dall’altra l’arrembaggio siracusano verso le proprie coste, fino allo smacco del saccheggio di Pyrgi (384 a.C.) da parte di Dionigi il Vecchio. Nello stesso periodo le attività del porto di Spina cominceranno a conoscere un rapido declino.

Da questo periodo in poi la strategia etrusca non sarà improntata che ad un vano tentativo di resistenza episodico contro l’inesorabile avanzata di Roma, spesso rivolgendosi più che all’ormai perduto dominio marino, ad alleanze con i popoli italici che subivano la medesima pressione.

Come punto cronologico di fine della indipendenza etrusca, e quindi di una qualsivoglia idea di strategia autonoma da Roma, possiamo indicare il 264 a.C., anno della caduta di Volsinii(Bolsena) e del santuario federale anfizionico del Fanum Voltumnae, luogo in cui tutte le grandi decisioni comuni della Dodecapoli venivano prese in forma assembleare. Da quel momento in poi non è più data una politica unitaria etrusca, fino all’assimilazione definitiva all’interno del sistema regionale augusteo della Provincia Italia come Regio VII Etruria, nel 27 a.C.

Conclusioni 

L’attuale visione lineare e progressiva della Storia non può darci contezza del perché la civiltà etrusca, più progredita secondo i nostri termini valoriali egualitaristi abbia potuto soccombere all’espansionismo romano. Una visione geopolitica in termini di fattore umano e strategia e tattica invece sì.

Non pensiamo certo aver risolto il “mistero” della scomparsa degli etruschi con questo breve ed inesaustivo articolo, ma pensando che l’inserimento di termini propri dell’analisi geopolitica possa senz’altro portare una ventata di novità allo studio di nuovo fondamentale della storia antica.

Ciò che più ci interessa infatti della storia antica ed in particolare della vicenda etrusca è il fatto di essere conchiusa, presenta cioè uno sviluppo completo: nascita, crescita, decadenza e morte di una civiltà, come per quella romana esiste una nascita, crescita, conquista universale del mondo allora conosciuto, decadenza, morte e lascito eterno.

Certamente crediamo che una riscoperta in termini “geopolitici”, non lineare della storia antica serva a spingere ad allenare il pensiero strategico per l’oggi. Dobbiamo solo sbarazzarci dell’imbarazzante abitudine a guardare con gli occhi del presente al mondo passato, in chiave di uno sviluppo che di fatto non esiste. All’interno di infiniti cicli la Storia si ripete sempre diversa da sé stessa nella forma, ma non nella sostanza. Gli etruschi avevano profetizzato correttamente, la loro civiltà sarebbe terminata in dieci saecula, ma la civiltà è andata avanti testardamente e continua a farlo ogni giorno. 

Luigi Corbelli

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