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	<title>ECONOMIA E LAVORO Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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		<title>«L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci»: sei tesi contro l’economia delle braccia</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 15:32:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Fondazione, attraverso il personaggio di Salvor Hardin, Isaac Asimov scriveva che «la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci»: la soluzione elementare scelta da chi non possiede intelligenza, pazienza o strumenti sufficienti per governare una situazione complessa. La stessa formula potrebbe essere applicata all’immigrazione economica: non a ogni spostamento umano, né a ogni ingresso selezionato, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/29/limmigrazione-e-lultimo-rifugio-degli-incapaci-sei-tesi-contro-leconomia-delle-braccia/">«L’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci»: sei tesi contro l’economia delle braccia</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella Fondazione, attraverso il personaggio di Salvor Hardin, Isaac Asimov scriveva che «la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci»: la soluzione elementare scelta da chi non possiede intelligenza, pazienza o strumenti sufficienti per governare una situazione complessa. La stessa formula potrebbe essere applicata all’immigrazione economica: non a ogni spostamento umano, né a ogni ingresso selezionato, ma alla pretesa di risolvere qualunque problema italiano importando continuamente nuova manodopera. Quando mancano lavoratori, si aprono le quote; quando diminuiscono le nascite, si sostituisce la popolazione; quando un settore non trova personale, si cercano salariati nei Paesi più poveri. L’immigrazione diventa così l’ultimo rifugio di una classe dirigente incapace di modernizzare l’economia, aumentare la produttività, valorizzare il lavoro e affrontare la crisi demografica.</p>
<p><strong>1. L’immigrazione è il rifugio di chi non vuole aumentare i salari</strong></p>
<p>Quando un’impresa sostiene di non trovare lavoratori, la prima domanda dovrebbe essere: a quale salario, con quali orari e a quali condizioni? Nel dibattito italiano, invece, si parte dalla conclusione opposta. Se un posto rimane vacante, significa che mancano le persone; se mancano le persone, bisogna importarle. In questo modo viene rimosso il principale meccanismo attraverso il quale un mercato del lavoro dovrebbe correggersi: quando l’offerta di manodopera diminuisce, il prezzo del lavoro dovrebbe aumentare. Salari più elevati, contratti più stabili, orari sostenibili e migliori possibilità di carriera dovrebbero rendere nuovamente appetibili le occupazioni rifiutate. L’importazione permanente di lavoratori provenienti da economie molto più povere serve invece a impedire questo adeguamento.</p>
<p>Non è un caso che il decreto flussi 2026-2028 autorizzi quasi mezzo milione di ingressi per lavoro, con un peso rilevante delle occupazioni stagionali. Lo Stato non sta soltanto consentendo l’arrivo di singoli lavoratori: sta garantendo alle imprese una riserva programmata di manodopera. La formula dei «lavori che gli italiani non vogliono fare» serve allora a nascondere la realtà. Gli italiani non rifiutano per natura l’agricoltura, la logistica, il turismo, l’assistenza o l’edilizia. Rifiutano lavori pagati troppo poco rispetto al costo della vita, organizzati male e privi di prospettive. Importare persone più ricattabili significa permettere al sistema di non correggersi. È la risposta degli incapaci perché non risolve il problema del lavoro povero: gli procura nuovi lavoratori disposti a subirlo.</p>
<p><strong>2. L’immigrazione è il rifugio di chi non vuole innovare</strong></p>
<p>Un’impresa investe in automazione quando il lavoro manuale diventa scarso, costoso o inefficiente. Acquista macchinari, riorganizza la produzione, forma il personale e introduce nuove tecnologie perché non può continuare a produrre nello stesso modo. Se invece può accedere continuamente a una nuova offerta di lavoro economico, l’incentivo a innovare diminuisce. In molte attività diventa più conveniente aggiungere altre braccia che sostituire processi arretrati con capitale, ricerca e organizzazione. È così che l’immigrazione poco qualificata può trasformarsi da presunta soluzione economica a strumento di conservazione dell’arretratezza.</p>
<p>Uno studio del 2026 di Daron Acemoglu, David Autor, Keelan Beirne e Andrew Scott ha mostrato come la scarsità relativa di lavoratori giovani possa essere accompagnata dallo sviluppo di tecnologie capaci di risparmiare lavoro, da una maggiore attività brevettuale e dalla crescita di settori ad alta intensità tecnologica. Lo studio riguarda le conseguenze del calo delle nascite e non dimostra automaticamente che meno immigrazione significhi più innovazione. Dimostra però che la diminuzione della forza lavoro non comporta necessariamente il collasso annunciato dai sostenitori dei flussi: può costringere il sistema produttivo a diventare più efficiente.</p>
<p>L’incapace vede un campo senza braccianti e cerca altri braccianti. Chi governa lo sviluppo si domanda come raccogliere lo stesso prodotto con meno fatica, meno sfruttamento e più tecnologia. L’incapace osserva un magazzino che necessita di centinaia di facchini e importa manodopera. Chi possiede una visione industriale investe nella logistica, nella robotica e nella formazione. L’immigrazione diventa l’ultimo rifugio di chi ha rinunciato a trasformare la struttura produttiva e pretende di prolungarne indefinitamente i limiti.</p>
<p><strong>3. L’immigrazione è il rifugio di chi non sa valorizzare gli italiani esclusi</strong></p>
<p>L’Italia viene descritta come un Paese senza lavoratori, ma continua a essere un Paese con una partecipazione al lavoro eccezionalmente bassa. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone tra i 20 e i 64 anni era del 67,6 per cento, contro il 76,1 per cento dell’Unione europea. Il tasso femminile italiano era appena del 58 per cento e il divario occupazionale tra uomini e donne risultava il più ampio dell’Unione. Prima di proclamare la necessità di importare altra popolazione, bisognerebbe quindi domandarsi perché milioni di persone già presenti in Italia non riescano a entrare stabilmente nel mercato del lavoro.</p>
<p>Attivare questa forza lavoro interna richiede interventi costosi e politicamente impegnativi. Servono asili nido e servizi per permettere alle madri di lavorare; trasporti e abitazioni per avvicinare le persone ai luoghi produttivi; formazione per chi possiede competenze non richieste; salari sufficienti a consentire ai giovani di trasferirsi; politiche industriali nelle aree interne e nel Mezzogiorno; percorsi di reinserimento per chi ha smesso persino di cercare un’occupazione. Importare un adulto già formato e disposto ad accettare condizioni inferiori può sembrare più semplice.</p>
<p>È proprio questa semplicità a rendere l’immigrazione la soluzione degli incapaci. Non si affrontano le ragioni dell’inattività, della disoccupazione e dell’emigrazione giovanile: si aggirano. Una donna italiana esclusa dal lavoro per la mancanza di servizi costa investimenti pubblici; un lavoratore straniero senza famiglia presente in Italia appare immediatamente disponibile. Un giovane italiano qualificato che pretende uno stipendio adeguato viene lasciato partire; al suo posto si importa un altro lavoratore disposto ad accettare meno. Il Paese non mobilita le proprie energie: le sostituisce.</p>
<p><strong>4. L’immigrazione è il rifugio di chi ha rinunciato alla politica demografica</strong></p>
<p>La crisi delle nascite viene presentata come un fenomeno naturale e irreversibile, quasi meteorologico. Poiché gli italiani fanno pochi figli, ci viene spiegato, l’unica possibilità sarebbe sostituire le generazioni mancanti attraverso l’immigrazione. Anche in questo caso, però, la risposta contiene una confessione d’incapacità. Significa ammettere che lo Stato non sa più rendere possibile la formazione di una famiglia, ma sa organizzare l’ingresso di centinaia di migliaia di lavoratori; non sa ridurre la precarietà, il costo delle case e l’instabilità professionale, ma sa stabilire quote annuali per compensarne gli effetti demografici.</p>
<p>La natalità non si sostiene con qualche bonus temporaneo. Richiede salari, occupazione stabile, abitazioni accessibili, servizi per l’infanzia, fiscalità familiare, sicurezza sociale e soprattutto fiducia nel futuro. Sono politiche lente, complesse e costose, i cui risultati non coincidono con la durata di una legislatura. L’immigrazione, al contrario, offre numeri immediati: una quota può essere approvata in pochi mesi e presentata come risposta tecnica alla riduzione della popolazione attiva.</p>
<p>Ma una società non è una tabella nella quale ogni giovane che parte o non nasce può essere sostituito da una persona importata. La demografia riguarda continuità, legami, trasmissione culturale, equilibrio territoriale e possibilità di progettare il futuro. Ricorrere ai flussi senza intervenire sulle cause della denatalità significa curare contabilmente il sintomo mentre la malattia continua. L’incapace non costruisce le condizioni perché una comunità possa riprodursi: sostituisce i suoi membri e chiama questa sostituzione pragmatismo. L’immigrazione diventa così il metadone demografico di un sistema che non vuole più affrontare la propria dipendenza dal declino.</p>
<p><strong>5. L’immigrazione è il rifugio di chi confonde quantità e qualità</strong></p>
<p>Non ogni immigrato produce gli stessi effetti economici. Un ricercatore, un medico specializzato, un ingegnere o un tecnico dotato di competenze realmente mancanti non è equivalente a un flusso indistinto di lavoratori destinati ai segmenti meno produttivi del mercato. I Paesi capaci di utilizzare l’immigrazione come leva di sviluppo selezionano competenze, favoriscono l’ingresso di capitale umano qualificato e collegano gli arrivi a una strategia industriale. L’Italia, invece, sembra utilizzare prevalentemente l’immigrazione per alimentare settori caratterizzati da bassi salari, lavoro manuale e ridotta intensità tecnologica.</p>
<p>La Banca d’Italia ha rilevato che l’81 per cento degli immigrati occupati è inquadrato come operaio, contro il 49 per cento degli italiani, mentre appena il 3 per cento lavora nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Gli immigrati risultano inoltre concentrati nelle imprese e nelle occupazioni meno remunerative. Questi dati non dimostrano che i lavoratori stranieri siano incapaci o privi di valore. Dimostrano che il sistema italiano li seleziona e li utilizza soprattutto come manodopera a basso costo.</p>
<p>Il vero fallimento è quindi italiano. Importiamo persone non per colmare selettivamente vuoti tecnologici, scientifici o sanitari, ma per sostenere attività che non riescono a sopravvivere pagando salari competitivi. Confondiamo l’aumento del numero degli occupati con la crescita della produttività, il volume della produzione con lo sviluppo, la presenza di più lavoratori con la modernizzazione. L’incapace misura la forza dell’economia contando quante braccia riesce a mobilitare. Una classe dirigente capace dovrebbe domandarsi quanto valore, conoscenza e tecnologia viene prodotto da ciascun lavoratore.</p>
<p><strong>6. L’immigrazione è il rifugio di un sistema che non vuole cambiare</strong></p>
<p>Dietro la retorica degli opposti si trova una convergenza sostanziale. La destra datoriale invoca nuovi ingressi per soddisfare le richieste delle imprese, approva decreti flussi sempre più ampi e descrive l’immigrazione come necessità produttiva. La sinistra umanitaria trasforma la stessa necessità in obbligo morale, considera i flussi inevitabili e costruisce intorno all’accoglienza una rete di cooperative, associazioni, mediatori, professionisti e organizzazioni politiche. Una parte chiede la manodopera; l’altra fornisce la giustificazione culturale, gestisce l’integrazione e tenta di trasformare progressivamente la presenza economica in appartenenza politica.</p>
<p>Il punto d’incontro è la conservazione. Gli imprenditori meno innovativi non devono aumentare i salari né modificare il modello produttivo. Lo Stato non deve attivare gli inattivi, sostenere seriamente la natalità o investire nelle periferie. Le cooperative non devono rinunciare a un settore cresciuto intorno alla gestione permanente dei flussi. I partiti non devono immaginare un’economia diversa. Tutti possono continuare a occupare il proprio posto purché arrivino continuamente nuove persone da inserire, assistere, rappresentare e impiegare.</p>
<p>È per questo che l’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci: non perché gli immigrati siano incapaci, ma perché sono utilizzati come soluzione universale da chi non sa governare. Mancano lavoratori? Immigrazione. Mancano bambini? Immigrazione. Mancano contribuenti? Immigrazione. Un settore non regge? Immigrazione. Le campagne si svuotano? Immigrazione. Le imprese non innovano? Immigrazione. Ogni problema diverso riceve la stessa risposta, come se un medico prescrivesse la stessa medicina per qualsiasi malattia.</p>
<p>Una nazione capace non misura il proprio futuro dalla quantità di manodopera povera che riesce a importare. Investe in ricerca, automazione, istruzione, natalità, produttività e dignità salariale. Non domanda continuamente da dove fare arrivare nuove braccia, ma come liberare l’intelligenza, l’inventiva e le energie già presenti. L’Italia non ha bisogno di più persone da collocare nei settori arretrati. Ha bisogno di meno incapacità, più coraggio politico e molte più idee.</p>
<p><em><strong>Sergio Filacchioni</strong></em></p>
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		<title>“Ve l’avevamo detto” lo diciamo noi</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 02:39:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle ultime due settimane le menti più brillanti del mondo green europeo si stanno godendo un’opportunità unica, offerta di rimbalzo dal conflitto in Iran: poter strepitare “ve l’avevamo detto”. Alberto Alemanno, docente di Diritto dell’Unione Europea alla HEC Paris Business School, ha ad esempio stabilito che la Commissione Europea non è più credibile: esorta gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle ultime due settimane le menti più brillanti del mondo green europeo si stanno godendo un’opportunità unica, offerta di rimbalzo dal conflitto in Iran: poter strepitare “ve l’avevamo detto”.</p>
<p>Alberto Alemanno, docente di Diritto dell’Unione Europea alla HEC Paris Business School, ha ad esempio stabilito che la Commissione Europea non è più credibile: esorta gli europei a ridurre i consumi energetici dopo mesi trascorsi a mitigare le misure più che stringenti del Green Deal UE. Alemanno sostiene che ciò si traduca in uno smantellamento normativo strutturale, facendo tornare strategiche le energie rinnovabili, e tutto ciò per cosa? “Solo” per aiutare i settori in difficoltà nella competizione con cinesi e americani.</p>
<p>Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista senior nel settore energetico presso l’Istituto per l’Economia Energetica e l’Analisi Finanziaria, ricorda che all’indomani dell’invasione russa in Ucraina, gli Stati Membri UE avevano due opzioni: la prima era ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili in generale, quindi non solo quelli provenienti dalla Russia; la seconda invece consisteva nel cambiare le fonti di approvvigionamento di gas, mollando Mosca e aumentare le importazioni da altri luoghi, in particolare dagli USA. I governi europei hanno ignorato la prima opzione in favore della seconda, e ora con questi prezzi… D’altra parte, rincara l’analista, “all&#8217;Europa va costantemente ricordato il rischio legato all&#8217;importazione di gas ed energia” – non imparano mai questi europei nemici dell’ambiente.</p>
<p>Conferma scuotendo la testa Neil Makaroff, direttore del think tank sul clima Strategic Perspectives: “Era già chiaro nel 2022 che essere più resilienti significava ridurre le importazioni di petrolio e gas&#8230; ma dopo la crisi siamo ripartiti come prima” anche grazie al fatto che si sono fermati i contributi governativi ad auto elettriche e pompe di calore.</p>
<p>Insomma: ce l’avevano detto, la soluzione era lì, ad un passo ma noi abbiamo voluto fare di testa nostra.</p>
<p>Peccato che questa narrazione, secondo la quale se l’Europa avesse accelerato sulla transizione green, oggi sarebbe più sicura, più autonoma e meno esposta agli shock geopolitici, soffra di alcuni piccoli problemi.</p>
<p>È vero che la dipendenza, energetica o altra che sia, è un problema strutturale, ma è altrettanto vero che la transizione del Green Deal UE è stata costruita su un presupposto fragile: sostituire un sistema prima di avere davvero pronto quello nuovo.</p>
<p>Le tecnologie rinnovabili esistono, certo, ma non sono ancora in grado di sostenere da sole un sistema industriale avanzato. Mancano accumuli su larga scala, reti adeguate, capacità di backup, e manca soprattutto una base infrastrutturale che renda politici degli obiettivi che fino ad ora sono solo ideologici e miopi – nella migliore delle ipotesi, per non pensare male.</p>
<p>A fronte di ciò, nel frattempo l’UE ha ghermito l’Europa in una morsa fatta di compressione normativa, messe al bando tecniche e continui esborsi fuori scala, col risultato che i paesi europei membri dell’UE non sono più solo dipendenti dai combustibili fossili, ma adesso sono anche impoveriti laddove non siano già stati registrati fallimenti su fallimenti, e tutto ciò prima di avere alternative valide e autonome – ed è subito deindustrializzazione.</p>
<p>Quando Alemanno parla di “settori in difficoltà”, si scorda che anche se si è evitato di parlare di deindustrializzazione, ora siamo già nella fase in cui tentiamo di reindustrializzare &#8211; ciò annaspiamo per salvare il salvabile. Chiunque vorrebbe decarbonizzare, ma tocca constatare che per ora l’industria si sta decarbonizzando fermandosi – in effetti comunque la fabbrica più ecologica in assoluto è quella spenta.</p>
<p>Quindi chi dice “ve l’avevamo detto” a chi? Cari <em>green</em>, vi è stato detto ogni minuto che senza una transizione graduale, industrialmente ed economicamente sostenibile e, soprattutto, tecnologicamente matura, il rischio concretissimo a breve termine era la deindustrializzazione.</p>
<p>Negli ultimi anni l’UE ha visto crescere i costi energetici, orami totalmente sottoposti a speculazione, perdere capacità produttiva, aumentare la dipendenza da fornitori esterni. È come minimo poco sincero accusare le crisi geopolitiche o la Commissione Europea o chiunque altri all’infuori di voi, perché se non ci fosse stato imposto un modello di transizione totalmente scollegato nei tempi e nei modi rispetto al realtà, forse oggi avremmo ancora qualche riserva sia economica che di autonomia produttiva. Invece avete diviso il mondo fra i buoni, ovviamente voi, e il male assoluto – tutti gli altri – strepitando che chiunque si fosse opposto al Green Deal UE voleva la morte del pianeta.</p>
<p>Morte a proposito della quale consigliamo un aggiornamento, dato che Larry Fink (CEO di BlackRock) ha spiegato che l’esperimento woke in senso lato è fallito, e ora si va oltre. In effetti è dagli anni ’60 del secolo scorso che gli ambientalisti ci spiegano che abbiamo ancora dieci anni prima della fine del pianeta, e nel frattempo siamo nel 2026: inventatevene un’altra per favore, o magari lasciateci sviluppare in pace delle alternative vere, reali, possibili.</p>
<p>Perché la vera alternativa non è tra fossili e rinnovabili, ma tra ideologie distruttive e transizione strategica.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Guerra, petrolio, prezzi: BOOM CRASH BOOM</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/11/guerra-petrolio-prezzi-boom-crash-boom/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 05:08:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Contesto Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo ieri (9 Aprile &#8217;26) al Senato durante il question time, ha dichiarato che i segnali di rallentamento della crescita italiana sono in grandissima parte riconducibili a fattori esogeni: il governo si appresta a rivedere le previsioni macroeconomiche nella stessa direzione seguita dai principali organismi internazionali, ha detto, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><u>Il Contesto</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo ieri (9 Aprile &#8217;26) al Senato durante il question time, ha dichiarato che i segnali di rallentamento della crescita italiana sono in grandissima parte riconducibili a fattori esogeni: il governo si appresta a rivedere le previsioni macroeconomiche nella stessa direzione seguita dai principali organismi internazionali, ha detto, e il riferimento chiarissimo è alla guerra in Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima della nuova crisi energetica c’erano segnali di miglioramento, in larga parte tanto limitati da essere quasi irrilevanti, mentre ora è inevitabile una revisione al ribasso delle stime di PIL per il 2026 &#8211; se andrà bene, probabilmente sarà sullo 0,4-0,5%, e questo spiega già da sé cosa sia reputato &#8220;successo&#8221; in questo particolare momento storico dove è il segno meno a dominare.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione è comunque di buon senso: la guerra (non la geopolitica, non il &#8220;diritto internazionale&#8221;, ma la guerra con le speculazioni ad essa legate) sta dettando le agende, non le scelte interne del governo &#8211; quindi chi gestisce la guerra, secondo la propria agenda, gestisce di riflesso le agende e le finanze altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Il Petrolio</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La volatilità del petrolio nelle ultime 48 ore è stata da manuale di economia. Mercoledì 8 aprile l’annuncio di una tregua temporanea (due settimane, con possibile riapertura parziale dello Stretto di Hormuz) ha fatto crollare il Brent del 13-14% in poche ore, portando il prezzo sotto i 95US$. Le borse europee e Wall Street hanno temporaneamente goduto di un discreto rally: Piazza Affari +3,7%, Dow Jones oltre +1.300 punti.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, nel giro di una manciata di ore, Israele ha bersagliato Beirut, l’Iran ha di nuovo messo il lucchetto a Hormuz (ammesso che l&#8217;abbia mai tolto) <em>et voilà</em>: giovedì WTI sopra i 100US$ e Brent tornato a 99/100.</p>
<p style="text-align: justify;">Al 10 di aprile, si sono assestati sui 97-99US$.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Cosa (non) è Successo?</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto possiamo affermare che non c&#8217;è stato alcun crollo: prima della guerra il petrolio viaggiava sui 60/70US$ al barile, poi schizzati a oltre 110, mentre mercoledì 8 Aprile sono scesi a 96 per poche ore per poi tornare subito oltre i 100. Se la si volesse chiamare &#8220;altalena&#8221; sarebbe già quasi troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo non è successo ciò che hanno profetizzato alcuni complottisti social più o meno autorevoli: il crollo che non è stato un crollo partiva da prezzi altissimi, è approdato a prezzi non molto più bassi, e nel giro di poche ore è tornato al punto di partenza, e ciò riduce al minimo (vicino allo zero) l&#8217;ipotesi di speculazione con guadagni a X cifre.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, l’ipotesi è classicamente suggestiva, anche se ormai un po&#8217; scontata, tuttavia è soprattutto debole &#8211; debolissima, anzi: per comprare a poco e rivendere a tantissimo ci vuole un contesto diverso e una volatilità meno estrema, perché lo speculatore agisce sul rischio, non sull&#8217;orlo del suicidio. Qualcuno avrà pur rischiato mercoledì mattina riuscendo a incassare, e ciò è inevitabile, ma il rischio era talmente abnorme da andare oltre l&#8217;accettabilità per trader algoritmici e hedge fund &#8211; e poi una bolla speculativa è un&#8217;altra cosa, e infatti non ve ne è notizia. Quella di mercoledì è stata un&#8217;occasione di speculazione pura con posizioni rischiosissime, basata su un annuncio politico fragile e in cui nessun normodotato riponeva alcuna fiducia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si vuole cercare dove sia andato il guadagno, è facile anche se non soddisfa profeti e complottisti: gli USA stanno vendendo il 30% in più del petrolio rispetto al solito.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>&#8220;Solo il 20%&#8221;</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Asia è materialmente la più colpita, e su questo non si discute, tuttavia il petrolio è un bene omogeneo e globalmente sottoposto a indici di borsa: anche se fisicamente i barili bloccati a Hormuz sono all&#8217;80% diretti in Asia, il mercato globale si reindicizza e tutti pagano di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente esistono alternative (USA, Arabia Saudita attraverso bypass, riserve strategiche IEA) ma sono limitate e costose nel breve termine.</p>
<p style="text-align: justify;">È anche e soprattutto per questo che nel 2026 l’IEA ha già coordinato rilasci record di scorte, ossia per tentare di  mitigare lo shock.</p>
<p style="text-align: justify;">Una chiusura prolungata, e si intende con ciò un periodo superiore a qualche settimana, trasforma lo shock da prezzo a shock da disponibilità, con rischi di approvvigionamento effettivo certamente maggiori per l’Asia, ma inflazione energetica diffusa a livello planetario.</p>
<p style="text-align: justify;">Dire che è coinvolto &#8220;solo il 20%” sottintendendo che ci sia una sorta di narrazione funzionalmente deformata per condizionare l&#8217;Europa è fuorviante, e può solo essere basato sull&#8217;ignoranza della materia, oppure serve dialetticamente ad altri scopi che forse sono troppo di nicchia o di bassa lega.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Asia rischia carenze fisiche dirette e pesanti, mentre l&#8217;Europa, già piagata dalle speculazioni di borsa ad Amsterdam e dai deliri green che l’hanno sprofondata nella deindustrializzazione più turpe, viene ulteriormente bombardata da prezzi fuori scala, con effetti francamente insostenibili su inflazione, crescita e bilanci &#8211; e torniamo a Giorgetti, allo shock esogeno e alle revisioni al ribasso del PIL.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>&#8230;e allora i benzinai??</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lunedì scorso, intanto, in molte zone d’Italia i benzinai hanno chiuso o esposto il cartello “tutto esaurito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una crisi nazionale di scorte, ma un effetto combinato di intensificazione degli spostamenti, paura dell’escalation e corsa al pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sui social non sono mancati i soliti luminari: non ci sarebbe alcuna emergenza, il crollo avrebbe abbassato i prezzi il giorno dopo la corsa a riempire i serbatoi, e insomma chiunque abbia fatto un giro al benzinaio è un cretino.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">&#8230;e poi c&#8217;è la realtà che arriva in faccia come un tir contromano: il crollo non era un crollo, è durato poche ore, giovedì il greggio era già di nuovo sopra i 100, e soprattutto i prezzi alla pompa non sono mai cambiati perché non seguono in tempo reale le quotazioni internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Proprio qui sta il nodo più osceno della filiera: i prezzi al distributore aumentano spesso prima che arrivi fisicamente il carburante pagato a prezzo più alto. Ciò avviene per il principio del <em>replacement cost</em>: quando il greggio sale, il carico successivo costerà di più e le società adeguano subito i listini per tutelare i margini. Di più: mentre il rialzo è quasi immediato (1-2 giorni), il ribasso ha tempi sproporzionatamente più lunghi (fino a 2-4 settimane).</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il prezzo sia sceso per qualche ora, l’effetto del calo di una sola giornata non si è minimamente trasferito al dettaglio. Fra l&#8217;altro l&#8217;eventuale ribasso sarebbe durato&#8230; quanto? 12 ore?</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è una connessione meccanica e istantanea tra materia prima e prezzo alla pompa: c’è una complessa, e in parte irrazionale, congiuntura di aspettative, gestione del rischio e soprattutto di asimmetria &#8211; e quest&#8217;ultima da anni viene denunciata senza effetti, perché la trasmissione avviene direttamente dal mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Ma che bel mondo di merda che vi siete costruiti</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo shock esogeno non è solo italiano ma globale, complica le già miserabili previsioni di crescita, rende più difficile il ritorno del deficit sotto le soglie auspicate, e costringe i governi alla prudenza di bilancio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il taglio delle accise, prorogato fino al 1 Maggio per mitigare i rincari, è solo un tentativo a tempo di controbilanciare gli effetti della dipendenza dalle rotte per Hormuz.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha fatto il pieno per precauzione lunedì non è stato imbecille: ha semplicemente cercato di proteggersi come può per un tempo limitato in un contesto di crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera lezione di queste ore è un’altra: in un’economia globale, così esposta proprio perché globale, chi riesce a imporre e gestire una crisi tiene in scacco tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Niente Illusioni, Niente Complottismi: lo Spettro del Lockdown</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/04/02/niente-illusioni-niente-complottismi-lo-spettro-del-lockdown/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 02:15:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scorte &#38; Crisi La Direttiva 2009/119/CE (attuata con DLgs.249 del 31 Dicembre 2012) impone agli Stati Membri di detenere un quantitativo minimo di scorte di petrolio e/o prodotti petroliferi, pari almeno a 90 giorni di importazioni nette medie giornaliere oppure 61 giorni di consumo interno. Fra i due deve prevalere il valore più alto, quindi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><u>Scorte &amp; Crisi</u></strong></p>
<p>La Direttiva 2009/119/CE (attuata con DLgs.249 del 31 Dicembre 2012) impone agli Stati Membri di detenere un quantitativo minimo di scorte di petrolio e/o prodotti petroliferi, pari almeno a 90 giorni di importazioni nette medie giornaliere oppure 61 giorni di consumo interno. Fra i due deve prevalere il valore più alto, quindi la Direttiva ragiona su un periodo di tempo discreto, ma secondo criteri per eccesso. In particolare, i 90 giorni sono uno standard internazionale di sicurezza nato dal coordinamento fra istituzioni locali e IEA (International Energy Agency). La Direttiva impone inoltre che le scorte siano sempre accessibili, mobilitabili nel minor tempo possibile, regolarmente monitorate e comunicate alla Commissione Europea.</p>
<p>L’Italia ha un sistema ibrido che integra settore pubblico e privato, a capo del quale c’è OCSIT, ossia l’Organismo Centrale di Stoccaggio Italiano, che è la struttura a capo della gestione delle scorte strategiche di Stato. Funziona come coordinatore delle scorte, che sono distribuite fra raffinerie, depositi costieri e logistici, i quali possono essere sia “serbatoi” pubblici che privati (compagnie petrolifere, commercianti importatori, raffinerie, tutti sottoposti all’obbligo di detenzione di scorte proporzionali ai propri volumi) che spesso si sovrappongono con le strutture che sostengono il consumo quotidiano. OCSIT detiene direttamente una parte delle riserve, e ha facoltà di acquistare, vendere e spostare le scorte. Il sostegno economico arriva sia dai contributi degli operatori, sia direttamente dai costi di filiera: nel prezzo che tutti noi paghiamo al distributore è già incluso il costo del mantenimento delle scorte.</p>
<p>Le scorte possono essere utilizzate in contesti di crisi internazionale, di interruzione fisica delle forniture, oppure ancora per decisioni coordinate a livello internazionali, ma comunque sempre in via emergenziale.</p>
<p>L’utilizzo deve passare per fasi decisionali politiche di Stato, UE e IEA, e ha la forma di un “rilascio” graduale e gestito, attraverso gli operatori di settore.</p>
<p>Dalla natura emergenziale di queste scorte deriva di per sé l’impossibilità di una sostituzione degli approvvigionamenti regolari grazie ad esse, che sono solo ed esclusivamente strategiche e transitorie, cioè possono fare al massimo da ponte in contesti di crisi. Va da sé che una crisi prolungata significherebbe rilasci sempre più frazionati.</p>
<p>Sia chiaro che attingere alle scorte significa di per sé che, nel momento in cui si prende questa decisione, la crisi è grave. Ancora: la quantità fissata non significa che ci siano 90 giorni a disposizione per vivere normalmente, ma anzi all’opposto significa che c’è un margine per gestire l’emergenza razionando.</p>
<p><strong><u>La Situazione Attuale</u></strong></p>
<p>In queste ore si stanno moltiplicando gli articoli – non ad opera di oscuri siti pseudo-complottisti, ma sulle testate più autorevoli oltre che quelle di settore – riguardanti la possibilità che le forniture regolari ulteriori rispetto alle scorte siano in esaurimento. Non solo: si inizia a profilare la possibilità di un “lockdown energetico”.</p>
<p>I prezzi sono molto alti, e il taglio delle accise non ha avuto chissà quale effetto se non nei primissimi giorni, tuttavia non sono ancora stati raggiunti prezzi tali da poter essere considerati segnali allarmanti o significativi. Tradotto: non è il prezzo al distributore a dirci oggi se ci sia o meno da preoccuparsi.</p>
<p>Ma dobbiamo preoccuparci? Ni.</p>
<p><strong><u>Lockdown Energetico: cos’è e come arriva</u></strong></p>
<p>Già due settimane fa IEA ha “sbloccato” 400 milioni di barili di riserve internazionali petrolifere, e la notizia (del 11 Marzo 2026, ripresa ad esempio da RaiNews, fra gli altri) ha tutte le caratteristiche lessicali dei contesti pre-crisi: “sbloccare”, “rilasciare”, “equilibri”, “fragilità”, sono tutti termini del vocabolario prudenziale precedente una crisi che si reputa probabile – o che magari è già iniziata.</p>
<p>Le fasi precedenti e iniziali sono solitamente gestite in modo “soft”, così da evitare o contenere la percezione negativa e il passaggio di massa alla paura o, peggio, al panico.</p>
<p>L’emergenza in quanto tale sorge prima che la popolazione la avverta nella quotidianità, e diventa di pubblico dominio quando la politica si trova a gestire la necessità di razionamento, limitazione alla circolazione, tagli alla produzione. Questa gradualità è necessaria sia per la gestione della massa, sia per spingere il più in là possibile l’esaurimento delle scorte: si guadagna tempo, si evita il collasso improvviso (immaginiamo se, obbligati ad attingere alle scorte, consumassimo come se nulla fosse: finite le scorte, nel giro di 48/72 ore si arriverebbe letteralmente ad un crollo verticale), si cercano altre fonti con nuove negoziazioni.</p>
<p>Nonostante la narrazione nelle ultime due settimane si sia polarizzata e abbia assunto i toni di “tutto a posto” oppure “il mondo sta finendo”, IEA ha pubblicato “10 Consigli” basati sui rilievi dei consumi petroliferi (ma in realtà non solo):</p>
<ol>
<li>Lavorare da remoto dove possibile</li>
<li>Abbassare i limiti di velocità in autostrada di almeno 10 km/h</li>
<li>Incentivare l’uso dei mezzi pubblici</li>
<li>Introdurre la rotazione delle targhe nelle grandi città</li>
<li>Promuovere il car sharing e la guida efficiente</li>
<li>Adottare pratiche eco-driving per i veicoli commerciali</li>
<li>Ridurre i voli dove esistono alternative</li>
<li>Spostare l’uso del GPL dai trasporti alla cucina</li>
<li>Incoraggiare soluzioni di cottura alternative al GPL</li>
<li>Ottimizzare i feedstock petrolchimici nell’industria</li>
</ol>
<p>Sono “consigli”, quindi misure possibili suggerite da IEA (e pubblicate ovunque dal 20 marzo in avanti). Ovviamente non sono state recepiti da alcuno Stato e non ci sono obblighi, ma somigliano molto ad una sorta di bozza da ampliare in caso di lockdown, e in effetti molti governi ne stanno già vagliando l’applicabilità.</p>
<p><strong><u>…e allora il COVID?</u></strong></p>
<p>Un lockdown energetico sarebbe anticipato da tutti questi segnali, e potrebbe avere caratteristiche anche molto diverse dal periodo COVID. La circolazione ad esempio sarebbe limitata non per timori sanitari ma per scarsità di rifornimenti destinata a diventare impossibilità. I prezzi sarebbero in crescita rapida, ma il rischio sarebbe rappresentato dal non poter più produrre i beni da vendere.</p>
<p>Per intenderci: durante i lockdown del periodo COVID nessuno ha mai avuto davvero paura di rimanere senza cibo, mentre in un contesto di lockdown energetico la possibilità di stop alla produzione, allo stoccaggio e alla distribuzione esiste, e ciò potrebbe avere esiti di massa drammatici.</p>
<p>Da più parti il COVID è stato definito come “uno stress-test socioeconomico”, per altro considerato come un successo. Si trattava di un’emergenza percepita come temporanea, esogena, e soprattutto risolvibile: una volta identificato il Male e avviato il lockdown, la soluzione pressoché immediata (i vaccini) da mostrare al pubblico faceva già intravedere la luce in fondo al tunnel.</p>
<p>Un lockdown energetico è completamente diverso non tanto per la quotidianità, quanto piuttosto per la profondità delle conseguenze. Una settimana in più o in meno può causare danni strutturali che, passata la crisi, possono richiedere anni per porvi rimedio. Se nel caso di una crisi sanitaria la soluzione è la cura, quando il Male individuato si chiama “guerra” è molto più difficile contenere il panico, trovare una soluzione rapida e soprattutto dare orizzonti temporali più o meno discreti.</p>
<p>La gradualità nel caso di un lockdown energetico è strettamente dipendente dalla gestione di risorse per definizione scarse, e quindi sottoposte ad esaurimento inevitabile senza regolari rifornimenti: come dicevano i nostri nonni, quando non ce n’è più…</p>
<p>La gestione della paura durante il periodo COVID era collegata ad elementi tutto sommato orientabili in un contesto nel quale non solo i media funzionano, ma diventati dominanti date le nuove condizioni di vita quotidiana: ce lo ricordiamo tutti il bombardamento mediatico quasi 24 ore su 24 del lockdown. In quelle condizioni è molto più facile governare la paura perché si possono comunicare modelli comportamentali cui conformarsi, ed è estremamente facile dividere il mondo in due parti ponendo da una parte il Male e dall’altra il buon senso personale e civico per cooperare tutti insieme e uscire dalla crisi.</p>
<p>In caso di lockdown energetico non può essere propriamente così, e fra l’altro non sussisterebbero le condizioni per limitare al proprio domicilio la circolazione. Potendo uscire liberamente dalle proprie abitazioni, i cittadini -pur in preda a diversi gradi di paura &#8211; possono venire a contatto anche se i mezzi di trasporto sono fermi. Cosa può succedere se quella paura soggettiva si trasforma in paura di gruppo? Cosa può succedere se l’eventuale panico di massa dovesse trovare nuove forme di aggregazione pronte a diversi gradi di conflitto pur di uscire da una struttura che non sta trovando soluzioni ritenute temporalmente accettabili?</p>
<p><strong><u>Niente Illusioni, Niente Complottismi</u></strong></p>
<p>La cosa peggiore che si possa fare da oggi in avanti è cedere ai vari complottismi di cui ormai abbiamo tutti le tasche piene. Anche l’esatto opposto, cioè illudersi che tutto andrà sicuramente bene e non succederà alcunché, sarebbe da evitare.</p>
<p>Il “sistema-mondo” che si credeva globalizzato non lo è mai stato: ha continuato ad essere frammentato e conflittuale, come è normale che sia, ma nonostante ciò abbiamo preteso di globalizzare produzioni e politiche che non sono migliorate, e anzi si sono stiracchiate per adattarsi al modello artificiosamente imposto, fino a logorarsi e stracciarsi.</p>
<p>I grandi think-tank che descrivono il COVID come uno stress-test superato non hanno molto da lasciare in eredità – a parte l’abuso del termine “resilienza“ sicuramente.</p>
<p>Non è dato sapere fin dove si potrà arrivare, ma è bene mettersi già in testa che l’ottimismo infondato è fratello gemello del pessimismo senza speranza. Se fosse giunto un altro di quei momenti storici in cui tutto crolla, dobbiamo ricordarci chi è destinato a rimanere in piedi sulle rovine – ed è bene che siamo noi.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Stellantis 22,2 Miliardi</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/02/09/stellantis-222-miliardi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 02:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 6 Febbraio è apparso sul Sole 24 Ore un articolo intitolato Stellantis, 22,2 miliardi di oneri per cambio strategia sull&#8217;elettrico. Gli oneri oggetto del titolo rappresentano il costo riferito al 2025 per il riposizionamento verso l&#8217;elettrico. L&#8217;articolo sintetizza a proposito che la nuova strategia ha portato, infatti, alla cancellazione di modelli e programmi che non hanno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="v1MsoNormal">Il 6 Febbraio è apparso sul Sole 24 Ore un articolo intitolato <i>Stellantis, 22,2 miliardi di oneri per cambio strategia sull&#8217;elettrico</i>.</p>
<p class="v1MsoNormal">Gli oneri oggetto del titolo rappresentano il costo riferito al 2025 per il riposizionamento verso l&#8217;elettrico. L&#8217;articolo sintetizza a proposito che <i>la nuova strategia ha portato, infatti, alla cancellazione di modelli e programmi che non hanno prospettive di redditività</i>. <i>L&#8217;obiettivo &#8211; spiega Stellantis &#8211; è soddisfare le preferenze dei clienti e sostenere una crescita profittevole. I risultati finanziari preliminari per il secondo semestre 2025 evidenziano un miglioramento dei ricavi netti e del free cash flow industriale. A causa della perdita netta 2025 non saranno distribuiti dividendi</i> [&#8230;] <i>A trainare la crescita è il Nord America, dove le consegne sono aumentate del 43%, in crescita anche Sud America, Medio Oriente e Africa, Cina e India e Asia-Pacifico</i>.</p>
<p class="v1MsoNormal">Occorre fare il punto, però: quando l&#8217;articolo parla di riposizionamento sull&#8217;elettrico, suggerisce un&#8217;immagine netta, orienta il lettore a credere che la svolta tecnologica sia compiuta. La realtà industriale è tuttavia molto diversa, perché nel territorio UE la gran parte dei modelli è mild hybrid (in alcuni segmenti full hybrid, ma il concetto rimane lo stesso) ossia auto a combustione interna con un sistema elettrico a supporto che non diventa mai trazione elettrica autonoma dal motore tradizionale.</p>
<p class="v1MsoNormal">Il vero aspetto hybrid è giuridico, non tecnico: si abbassano di poco le emissioni di ciascun modello e quindi, per somma, quelle dell&#8217;intera produzione; nel breve periodo si rispettano gli obiettivi fissati dall&#8217;Unione Europea; per il consumatore si configurano alcuni sgravi fiscali (ad esempio sul bollo) e libertà di accesso in contesti urbani (pensiamo alle aree B e C di Milano).</p>
<p class="v1MsoNormal">È fuorviante la dichiarazione circa la soddisfazione delle preferenze dei clienti, e non si intravede alcun cambio di paradigma tecnologico: le aziende del settore automobilistico con i motori ibridi hanno potuto mantenere i progetti esistenti, pur con qualche modifica, senza dover davvero cestinare una tecnologia in favore di un&#8217;altra; evitati dunque gli investimenti necessari ad un vero passaggio all&#8217;elettrico, che somiglierebbero molto ad un salto in un buco nero, hanno la possibilità di perdere meno clienti possibili nei segmenti medi, contenendo anche le perdite.</p>
<p class="v1MsoNormal">La grande richiesta non riguarda motori elettrici ma motori ibridi, che sono sostanzialmente un modo di allungare la vita dei motori a combustione interna all&#8217;interno di un quadro normativo fortemente ideologizzato e moralistico che li vorrebbe morti ben prima della nascita di un&#8217;alternativa. Sono anche in calo le vendite dirette, in favore di formule di finanziamento/noleggio su base triennale, con la possibilità di restituzione del veicolo a fine contratto: anche in questo caso si tratta di uno stratagemma per spingere un po&#8217; più in là il momento davvero critico, nella speranza di qualche colpo di coda politico nella normazione dell&#8217;Unione Europea.</p>
<p class="v1MsoNormal">Già, l&#8217;Unione Europea, che ha dichiarato guerra ideologica senza quartiere ai motori tradizionali, scontrandosi contro la realtà in meno di un lustro: senza alternative valide, uno dei settori più importanti d&#8217;Europa collassa. L&#8217;accettazione dei motori ibridi somiglia molto ad un prendere tempo sempre più funesto: l&#8217;UE accetta questa situazione di mezzo nell&#8217;attesa che vengano sviluppati motori elettrici che offrano prestazioni simili ai motori tradizionali; l&#8217;automotive aspetta che l&#8217;UE faccia i conti con la realtà, e intanto se ne va.</p>
<p class="v1MsoNormal">Già, perché l&#8217;altro punto fondamentale e altrettanto fuorviante di questo articolo – come di tutta la narrazione green, del resto – è quello economico: la grande richiesta da parte dei consumatori non esiste, la scelta è obbligata dato che ormai quasi tutti i modelli sono ibridi, e in ogni caso i mercati di riferimento si sono spostati in Nord e Sud America, Medio Oriente, Africa, Cina, India e Asia-Pacifico. Dov&#8217;è finito il mercato UE? Sta facendo la fine del settore chimico, del settore delle materie prime e di tutti gli altri aggrediti dall&#8217;alleanza dem-green, ossia in una parola: deindustrializzazione.</p>
<p class="v1MsoNormal">Termine quasi proibito, che è stato saltato a piedi pari dalla Commissione Europea: essa prima ha dato alle proprie politiche il titolo sovrano dell&#8217;efficienza; poi si è data la corona moralistica per le politiche &#8220;giuste&#8221; imponendo il dogma green; infine, di fronte agli effetti delle proprie politiche (inefficienza burocratica, ingiustizia sociale, smantellamento e deindustrializzazione di interi settori) ha preferito optare per dei &#8220;pacchetti mirati&#8221; (come quello sull&#8217;acciaio) con i quali tranquillizzare gli Stati Membri circa la volontà di reindustrializzare con incentivi sempre troppo scarsi.</p>
<p class="v1MsoNormal">Insomma bisogna reindustrializzare, ma meglio evitare di parlare della deindustrializzazione, altrimenti qualcuno dovrebbe recitare la parte del cattivo di turno – o quantomeno assumersi delle responsabilità.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="https://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&amp;linkname=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" title="Facebook" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_x" href="https://www.addtoany.com/add_to/x?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&amp;linkname=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" title="X" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="https://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&amp;linkname=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" title="WhatsApp" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_telegram" href="https://www.addtoany.com/add_to/telegram?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&amp;linkname=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" title="Telegram" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_email" href="https://www.addtoany.com/add_to/email?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&amp;linkname=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" title="Email" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_button_print" href="https://www.addtoany.com/add_to/print?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&amp;linkname=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" title="Print" rel="nofollow noopener" target="_blank"></a><a class="a2a_dd addtoany_share_save addtoany_share" href="https://www.addtoany.com/share#url=https%3A%2F%2Fwww.kulturaeuropa.eu%2F2026%2F02%2F09%2Fstellantis-222-miliardi%2F&#038;title=Stellantis%2022%2C2%20Miliardi" data-a2a-url="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/02/09/stellantis-222-miliardi/" data-a2a-title="Stellantis 22,2 Miliardi"></a></p><p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/02/09/stellantis-222-miliardi/">Stellantis 22,2 Miliardi</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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		<title>Mercosur : occasione persa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 02:58:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aprendo il dizionario, alla voce Patriota leggiamo: il termine patriota (s.m. e f., pl. -i) definisce una persona che ama profondamente la propria patria, dimostrando dedizione e disponibilità al sacrificio per il bene, la difesa o la libertà della nazione. Ma ad oggi, la politica, sta stravolgendo il significato di questo termine, se guardiamo all&#8217; operato [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Aprendo il dizionario, alla voce Patriota leggiamo: il termine <b>patriota</b> (s.m. e f., pl. -i) definisce una persona che ama profondamente la propria patria, dimostrando dedizione e disponibilità al sacrificio per il bene, la difesa o la libertà della nazione.<br />
Ma ad oggi, la politica, sta stravolgendo il significato di questo termine, se guardiamo all&#8217; operato del eurogruppo Patriots.<br />
Il Parlamento europeo ha bloccato momentaneamente l&#8217;accordo di libero scambio UE-Mercosur. <b>Per soli dieci voti, l&#8217;emiciclo di Strasburgo ha approvato</b><b> la richiesta</b><b> di rinvio</b> del testo alla Corte di Giustizia dell&#8217;UE, per verificarne la compatibilità con i trattati. Festeggiano le centinaia di agricoltori radunati da ieri fuori dal Parlamento europeo, duro colpo per <b>Ursula von der Leyen</b>, che ancora questa mattina – in un intervento in Aula – aveva assicurato di aver &#8220;ascoltato attentamente&#8221; le preoccupazioni dell&#8217;agricoltura europea.<br />
In sostanza, ora il voto di ratifica dell&#8217;accordo da parte del Parlamento europeo rimarrà bloccato fino all&#8217;opinione dei giudici di Lussemburgo. La Commissione ha in ogni caso il potere di forzare la mano e far entrare in vigore l&#8217;accordo commerciale comunque, in via temporanea, cosa che ovviamente ci auguriamo, perché questo accordo è una efficace azione di contrasto al bullismo Trumpiano, difatti non viene visto di buon occhio negli Usa, la creazione di un area di libero scambio, con un bacino di consumatori che supera i <b>700 milioni</b> e un peso che, nelle stime più citate, sfiora il <b>20% del PIL globale</b>.<br />
Ovviamente, gli Europarlamentari della Lega, hanno festeggiato come una vittoria lo stop di questo trattato, nascondendo però che il loro emendamento è stato bocciato.<br />
Le richieste di adire la Corte di Giustizia all&#8217;esame dell&#8217;Eurocamera erano due: una intavolata dal gruppo della Sinistra europea e sostenuta da 145 deputati europei appartenenti a cinque gruppi politici, l&#8217;altra dal gruppo dei Patrioti per l&#8217;Europa. La prima è stata <b>approvata con 334 si, 324 no e 11 astensioni</b>. La seconda bocciata, con 225 voti favorevoli, 402 contrari e 13 astenuti.<br />
Che strani questi &#8220;Patrioti&#8221;, cuckold politici, gioiscono per le vittorie politiche altrui, servono interessi di grandi paesi esteri e bloccano qualunque provvedimento, che possa aumentare il peso specifico Europeo e di conseguenza, dei singoli paesi membri.<br />
È bene ricordarlo che solo un Italia, inserita in modo attivo nelle dinamiche Europee e solo un Europa forte, armata e coesa ci può permettere di competere con i grandi paesi del mondo. La conferma ci è arrivata dal cambiamento della politica di Trump sulla Groenlandia, nel momento in cui l Europa ha annunciato contromisure economiche.<br />
In un mondo in cui difesa ed economia giocano un ruolo centrale, l Europa è una potenza in grado di far tremare i vari bulli politici, ma solo se essa è unita ed in questo momento, solo il Nazionalismo Europeo è la visione da attuare. Falsi patriottismi di stampo ottocentesco, sembrano invece essere gli Efialte dei nostri giorni.</p>
<p><em><strong>Matteo Cantù </strong></em></p>
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		<title>I referendum della CGIL . Il perché di 4 SI e un NO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 01:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Giugno si andrà a votare per cinque Referendum proposti dalla CGIL.. Uno di questi riguarda la cittadinanza italiana, con la richiesta di dimezzare, da 10 a 5 anni, i tempi di permanenza legale e continuativa in Italia, per la concessione della cittadinanza per se stessi e per i figli minori. Ora, fermo restando che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/05/15/i-referendum-della-cgil-il-perche-di-4-si-e-un-no/">I referendum della CGIL . Il perché di 4 SI e un NO</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A Giugno si andrà a votare per cinque Referendum proposti dalla CGIL.. Uno di questi riguarda la cittadinanza italiana, con la richiesta di dimezzare, da 10 a 5 anni, i tempi di permanenza legale e continuativa in Italia, per la concessione della cittadinanza per se stessi e per i figli minori. Ora, fermo restando che su questo particolare quesito referendario, personalmente darei un giudizio oggettivamente negativo per tutta una serie di motivi che non andremo in questa occasione ad esaminare, gli altri quattro riguardano il mondo del lavoro e meritano che venga fatta chiarezza ed un necessario approfondimento. Inoltre le tematiche relative ai referendum ad oggi non hanno avuto una grande risonanza su mainstream, programmi televisivi, mass media etc. Purtroppo anche i lavoratori e il mondo del lavoro in genere oggi devono affrontare tutta una serie di problematiche, quali la questione salariale che spinge di più, la totale assenza, in buona parte delle aziende del Centro Sud, di una contrattazione di secondo livello che possa mirare ad aumentare le retribuzioni da CCNL, il continuo stillicidio di delocalizzazioni che impattano su diversi settori, la flessibilità, tutte questioni che oggettivamente scottano.<br />
<em><strong>1 Cancellare il JOB ACT</strong></em><br />
Quesito n. 1 / Abrogazione delle norme che impediscono il reintegro al lavoro in caso di licenziamenti illegittimi<br />
Il primo referendum riguarda l&#8217;abrogazione delle norme che impediscono il reintegro dei lavoratori operanti in unità produttive con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti illegittimi, si richiede quindi l&#8217;abrogazione della disciplina sui licenziamenti prevista dal contratto a tutele crescenti. Infatti il decreto legislativo n. 23 del 2015 (facente parte del c.d. Jobs Act) ha tolto l&#8217;obbligo di reintegro previsto dall’art. 18 della legge n. 300 del 20 maggio 1970. meglio conosciuta come Statuto dei lavoratori, agli assunti a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015, licenziati in modo illegittimo. Infatti nel 2015 la maggioranza di centrosinistra e il suo Presidente del Consiglio Matteo Renzi introdussero, con il Jobs Act, una norma che prevedeva la modifica di quell&#8217;istituto, che la dottrina giurisprudenziale aveva definito Tutela reale, prevedendo che se un lavoratore o una lavoratrice fossero stati licenziati in maniera illegittima, la sanzione era il reintegro nel posto di lavoro e ovviamente, insieme a questo, il pagamento di tutti gli stipendi e di tutte le competenze accumulate dal giorno del licenziamento al giorno dell&#8217;effettivo reintegro, il che è stato un formidabile deterrente rispetto all&#8217;utilizzo improprio dello strumento del licenziamento stesso. Va quindi ribadito che non stiamo parlando di licenziamenti economici o di licenziamenti per infedeltà o comunque per giusta causa o giustificato motivo. . La nostra posizione non può essere che quella di condivisione del quesito dal punto di vista del merito, perché crediamo che effettivamente quell&#8217;istituto rappresentasse un strumento appunto di Tutela reale. Va inevitabilmente fatta però anche una considerazione più politica, perché, lo affermiamo in maniera chiara, lineare e diretta, come abbiamo già indicato, il Jobs Act è stato introdotto nel 2015, dal Governo Renzi, ora stranamente a 10 anni di distanza, la CGIL si è ricordata nuovamente che queste norme sono inaccettabili al punto di farci una campagna referendaria sopra e che se ne sia ricordata nel 2024, altrettanto stranamente, con il Governo Meloni, è in tutta franchezza, cosa difficile da raccontare e da credere anche per gli stessi iscritti della CGIL. Inoltre va anche considerato che questa norma è stata attenuata nel corso degli anni, in assenza di una campagna referendaria, da alcuni provvedimenti della magistratura che hanno, almeno in parte, limitato l&#8217;iniziale portata potenziale della legge, la quale tuttavia rimane un generale indebolimento della possibilità di tutelare il lavoratore, perché un&#8217;azienda può licenziare illegittimamente, sapendo che dovrà pagare un costo, ma quel costo sarà meramente un costo economico ed è certamente inferiore al costo relativo alla conservazione del posto di lavoro. Quanto sopra produce due effetti uno è il reale indebolimento della potere contrattuale del lavoratore e l&#8217;altro è la possibilità dell&#8217;azienda di fare una valutazione, se correre il rischio di sborsare qualche soldo in più può valere l&#8217;espulsione dell&#8217;ormai sgradito dipendente. Quindi dal punto di vista del merito, questo quesito referendario è largamente condivisibile, fermo restando la strumentalità di questa partita in termini politici.<br />
Ribadiamo quindi come sia più che condivisibile sotto l&#8217;aspetto ideale il quesito in merito al reintegro, un po&#8217; meno sotto l&#8217;aspetto politico e non è facile capire quale sia il vero obiettivo della CGIL, se cercare di essere effettivamente costruttiva e portare a casa un un risultato che potrebbe essere di tutti i lavoratori, oppure puntare a guidare una nuova protesta contro il Governo Meloni, cosa che da alcune esternazioni sembra apparire in maniera esplicita, tra queste il reiterato utilizzo, da parte della CGIL, dell&#8217;ormai inusuale termine “rivolta”, che palesemente richiama tempi ormai lontani in cui questa Confederazione svolgeva egregiamente la funzione di “cinghia di trasmissione del Partito”, dimentica del suo ruolo di “lotta” quando quel “partito” è al Governo.<br />
<em><strong>2 Cancellare il tetto di indennizzo</strong></em><br />
Quesito n. 2 / Abrogazione delle norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese<br />
Il secondo quesito riguarda l&#8217;abrogazione delle norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese. In questo caso la cancellazione sarebbe quella del tetto dell&#8217;indennità di licenziamento. Obiettivo è infatti quello di innalzare le tutele per chi lavora in aziende con meno di 16 dipendenti cancellando quel limite massimo di sei mensilità all&#8217;indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato.<br />
Si tratta quindi di un altro aspetto del tema della reintegra dei licenziamenti illegittimi. mentre il primo riguardava le aziende sopra i 15 dipendenti, questo è relativo alle aziende con meno di 16 dipendenti. In questo caso, con il Jobs Act, è stato introdotto un tetto al numero di mensilità massime risarcibili per i licenziamenti illegittimi stabilendo che questo debba essere sanzionato da un minimo di 2,5 mensilità ad un massimo di 6, che poi diventano 10 se hai più di 10 anni di anzianità e diventano 14 se ne hai più di 20 .<br />
Questa norma merita di essere modificata, oltre a tutte le ragioni relative alla capacità di dissuasione e di deterrenza che una sanzione più forte ovviamente avrebbe, perché i motivi che ne hanno determinato l&#8217;introduzione, legati alla dimensione aziendale e alla capacità economica della stessa, hanno perso in gran parte di significato . All&#8217;epoca proprio questi<br />
erano stati posti a giustificazione della norma da parte del Governo Renzi , che sottolineava come la condanna al risarcimento di 25 mensilità ad un lavoratore, licenziato illegittimamente, potesse determinare il fallimento o comunque spezzare l&#8217;equilibrio economico di una piccola attività, con uno o due dipendenti. Tuttavia la risposta al problema autentico dovrebbe essere far durare il relativo processo molto meno di 25 mesi . Certamente, se una piccola azienda ha fatto un licenziamento illegittimo, la sanzione non può essere il fallimento, ma il problema è quello di garantire un iter più spedito nel processo che attualmente troppo spesso si trascina per mesi se non per anni. Infine c&#8217;è un&#8217;altra considerazione da sottolineare, oggi, in tempi di grandi tecnologie, un&#8217;azienda con meno di 15 dipendenti può avere fatturati incredibili e una solvibilità e solidità economica inimmaginabile, potendo pagare tranquillamente per un licenziamento, che lo ribadiamo è stato considerato illegittimo dal giudice, il quale, forse in questo caso, dovrebbe disporre di un qualche criterio di proporzionalità rispetto all&#8217;evento che si è verificato. La stessa Corte Costituzionale, del resto, seppur con riferimento ad un’altra norma, ha riconosciuto, con la sentenza n. 183 del 2022, che “il numero dei dipendenti …non rispecchia di per sé l’effettiva forza economica del datore di lavoro”, criticando l’esistenza di un “limite uniforme ed invalicabile di sei mensilità”, applicabile a datori di lavoro, che possono rappresentare realtà molto diverse tra loro.<br />
<em><strong>3 Cancellare l&#8217;abuso del contratto a termine</strong></em><br />
Quesito n. 3 / Abrogazione delle norme che hanno liberalizzato l’utilizzo del lavoro a termine<br />
Il terzo quesito riguarda l&#8217;abrogazione delle norme che hanno liberalizzato l&#8217;utilizzo del lavoro a termine e quindi l&#8217;eliminazione di alcune norme sull&#8217;utilizzo dei famosi contratti a termine che hanno favorito e ulteriormente ampliato la platea dei lavoratori con una tutela ridotta rispetto ad altri. Dobbiamo in questo caso evidenziare una anomalia prettamente italiana, negli ultimi anni, il cosiddetto “lavoro povero” non è stato al centro del dibattito politico, ma tutti si concentrano sulla questione dei “contratti pirata”, del dumping contrattuale. In realtà il dumping contrattuale, che è un fenomeno terribilmente odioso e da contrastare in tutte le maniere, riguarda al massimo 300.000 lavoratori in tutta Italia, su 14 milioni di lavoratori del privato, mentre, come risulta chiaramente da un&#8217;analisi di recente fatta dal CNEL e dai tanti dati pubblicati dall&#8217;ISTAT, un lavoratore con un contratto full time a tempo indeterminato riceve, a parità di ore, una retribuzione del 30% maggiore rispetto ad un lavoratore part-time o con un contratto a termine o comunque un lavoratore con alcune garanzie in meno. Questo, ovviamente, non perché abbiano una paga oraria più bassa o un diverso CCNL, ma perché hanno inquadramenti più bassi, non hanno elementi accessori della retribuzione, hanno un orario di lavoro ridotto, fruendo il datore di lavoro di tutte le possibili flessibilità previste dal contratto in ambito di lavoro part-time involontario. La liberalizzazione dei contratti a tempo determinato ha creato, purtroppo, una massa di lavoratori con minori tutele, maggiori timori di non vedersi rinnovato il contratto stesso nel caso esigessero il rispetto delle normative, il pagamento degli straordinari, la fruizione di ferie e permessi, il corretto inquadramento etc. e tutto ciò in una realtà occupazionale mutata, in cui addirittura le aziende hanno problemi a coprire le carenze strutturali di organico. L&#8217;Italia oggi ha bisogno di fare il processo inverso a<br />
quello che si è concretizzato negli ultimi 30 anni. Infatti, negli ultimi 30 anni si è dequalificato il lavoro, si è svilito il lavoro, si è abbassato il costo del lavoro, considerandolo inutilmente l&#8217;unico elemento che poteva alzare la produttività delle nostre aziende. Oggi abbiamo bisogno di professionalizzare il lavoratore, di fidelizzarlo, oggi le aziende non hanno l&#8217;esigenza di ridurre il numero di dipendenti, ma chiedono addirittura di poter mettere una penale se un lavoratore, sul quale hanno investito decine di migliaia di euro per costi di formazione, professionalizzazione e qualificazione, una volta concluso il ciclo esperienziale, decidesse di dimettersi per passare ad altra azienda . Abbiamo quindi bisogno di uscire dalla ubriacatura della precarizzazione del lavoro e lasciare alla contrattazione collettiva la definizione delle causali sulle quali si può fare contratti a tempo determinato complessivamente superiori ai 12 mesi .<br />
<em><strong>4 Cancellare la deresponsabilizzazione delle aziende</strong></em><br />
Quesito n. 4 / Abrogazione delle norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante Il quarto quesito è relativo all&#8217;abrogazione delle norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all&#8217;impresa appaltante Questo è un argomento molto importante perché riguarda l&#8217;esclusione della responsabilità solidale del committente rispetto all&#8217;appaltante o al subappaltante riguardo gli infortuni sul lavoro. Noi crediamo che questo sia paradossalmente più importante degli altri. Infatti, nella fattispecie, è stata fatta un&#8217;operazione veramente incredibile. Attualmente nella normativa vigente, permane una responsabilità solidale del committente rispetto al mancato pagamento degli stipendi e degli oneri contributivi, ma è stata eliminata, detta responsabilità, in ordine agli infortuni negli appalti e subappalti. E&#8217; francamente inaccettabile e il referendum mira a ristabilire lo status quo ante dell&#8217;articolo 26 del Testo Unico sulla Sicurezza. Questo perché, innanzitutto, la gran parte degli incidenti avviene, per l&#8217;appunto, nelle aziende subappaltatrici. Citando ad esempio episodi purtroppo recenti, questo è il caso dei dipendenti di una azienda appaltatrice di RFI travolti da un treno sopraggiunto su un binario ove stavano lavorando. Situazioni simili si sono verificate anche nel settore della logistica Le stesse statistiche evidenziano che il grosso degli incidenti accadono nella aziende appaltatrici e subappaltatrici. È ovvio che se c&#8217;è un incidente sul lavoro, un infortunio, il lavoratore viene risarcito dall&#8217;INAIL, ma, ove ne ravvisi la responsabilità, il giudice può liquidare un ulteriore indennizzo, indennizzo superiore e questo indennizzo superiore deve essere a carico dell&#8217;azienda. A fronte della responsabilità solidale del committente, questi era considerato responsabile in solido in mancanza di disponibilità economica della ditta appaltatrice, che solitamente è patrimonialmente fragile, meno strutturata, meno capitalizzata. Diventa quindi evidente la necessità di reintrodurre la norma ex ante, altrimenti può facilmente accadere che il lavoratore infortunato venga pro quota liquidato dall&#8217;INAIL, mentre il differenziale stabilito dal giudice e richiesto all&#8217;azienda appaltatrice, che, non sussistendo le condizioni economiche tali da poter assolvere all&#8217;impegno, fallisce e quindi, non essendoci la responsabilità solidale del committente, si produce un&#8217;ingiustizia oggettiva. Infatti quello stesso lavoratore, ove fosse stato dipendente del committente, avrebbe ricevuto l&#8217;indennizzo completo, mentre se fosse stato dipendente della cooperativa o dell&#8217;azienda subappaltatrice non lo andrebbe a ricevere. Inoltre, esiste un aspetto di ordine culturale, ancor più pericoloso, perché la norma attuale deresponsabilizza l&#8217;azienda committente relativamente alla selezione dei subappaltatori e al rispetto delle norme sulla sicurezza degli stessi. Su questo argomento in realtà ci sarebbe anche l&#8217;esigenza prioritaria di avere il DVR, cioè il Documento di Valutazione dei Rischi, relativo ad un cantiere, coerente e uniforme, a prescindere dalle varie realtà aziendali che ivi vi operano, e non rilevare che spesso l&#8217;azienda committente, gli appaltatori, i subappaltatori e talvolta i sub subappaltatori abbiano ciascuno giudizi differenti sul grado e la tipologia di rischio, perché questo è proprio uno dei fattori che può produrre incidenti. Quindi rimettere la responsabilità anche economica in capo al committente non vuol dire soltanto garantire l&#8217;indennizzo completo al lavoratore o purtroppo al suo eredi, ma, ed è cosa, se possibile, ancor più importante, in questo modo è ipotizzabile una riduzione degli incidenti sul lavoro e la responsabilizzazione dell&#8217;azienda committente rispetto alla necessità di utilizzare appaltatori e subappaltatori che siano particolarmente attenti in questo ambito e che integrino costantemente i piani di sicurezza. Le aziende committenti devono quindi assumersi la responsabilità sotto l&#8217;aspetto della sicurezza, innanzitutto perché la vita è molto più importante del salario, ma sopratutto perché l&#8217;azienda committente si è già deresponsabilizzata sotto l&#8217;aspetto salariale. Infatti i subappalti e le esternalizzazioni di processi che prima erano in seno a grandi gruppi industriali, hanno un unico obiettivo: mantenere quel servizio, pagandolo molto di meno, perché vengono pagati dei lavoratori con salari molto più bassi da aziende che adottano contratti collettivi con garanzie e retribuzioni inferiori, quindi già di per sé la committente ha sostanzialmente avuto un margine di guadagno, ottenendo un servizio senza pagare le persone come avrebbe fatto qualora fossero state assunte direttamente. Concludendo, sotto l&#8217;aspetto della sicurezza esiste un problema a monte, che è determinato proprio dalle esternalizzazioni che negli ultimi 30 anni sono state effettuate dalle grandi aziende anche pubbliche nel nostro paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Questi i “perché” di quattro SI e&#8230;.un NO … importanti .</strong></em></p>
<p><strong>Redazione Kulturaeuropa</strong></p>
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		<title>La “Partecipazione al Lavoro” porterà a una completa applicazione dell’articolo 46?</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Feb 2025 01:57:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/economia/la-partecipazione-al-lavoro-portera-a-una-completa-applicazione-dellarticolo-46-285100/ Se nel 2009 si arrivò vicini alla attuazione del dettato costituzionale sulla “Partecipazione” per poi partorire il “topolino” dell’articolo 4 comma 62 della, per altro vituperata,&#160;legge Fornero&#160;– che ne doveva lanciare una sperimentazione, poi mai finanziata – la&#160;combinazione astrale tra Governo di destra-centro&#160;e gli aspetti inclusivi del tema che coinvolgono non solo l’area [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fonte:</strong> <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/economia/la-partecipazione-al-lavoro-portera-a-una-completa-applicazione-dellarticolo-46-285100/">https://www.ilprimatonazionale.it/economia/la-partecipazione-al-lavoro-portera-a-una-completa-applicazione-dellarticolo-46-285100/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se nel 2009 si arrivò vicini alla attuazione del dettato costituzionale sulla “<strong>Partecipazione</strong>” per poi partorire il “topolino” dell’articolo 4 comma 62 della, per altro vituperata,&nbsp;<strong>legge Fornero</strong>&nbsp;– che ne doveva lanciare una sperimentazione, poi mai finanziata – la<a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/atreju-la-via-italiana-sara-partecipazione-o-milei-284418/">&nbsp;combinazione astrale tra Governo di destra-centro</a>&nbsp;e gli aspetti inclusivi del tema che coinvolgono non solo l’area identitaria, ma anche il mondo cattolico, il liberalismo, il riformismo fabiano socialista e l’ecologismo comunitarista, potrebbero fare il miracolo. Infatti la&nbsp;<strong>CISL</strong>, recuperando una sua vocazione storica, che la vedeva dalla sua fondazione favorevole a forme di partecipazione alla gestione dell’impresa, retaggio della dottrina sociale della&nbsp;<strong>Chiesa</strong>, ha presentato una sua proposta di&nbsp;<strong>legge di Iniziativa Popolare</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>UGL&nbsp;</strong>in collaborazione con l’<strong>Istituto Stato e Partecipazione</strong>, ne ha proposta un’altra. Mentre in Parlamento, in questa legislatura, risultavano presentate svariate proposte di legge da singoli deputati o gruppi politici. Due da parte di&nbsp;<strong>Fratelli d’Italia</strong>, una da parte della&nbsp;<strong>Lega</strong>. Un’altra dai capogruppo di FdI,&nbsp;<strong>Forza Italia&nbsp;</strong>e Moderati, una da parte di&nbsp;<strong>Italia Viva</strong>. Quest’ultima prevedeva, tra l’altro, un interessante limite alla sproporzionata crescita della remunerazione dei CEO e del Top Management aziendale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo stato dell’arte nelle Commissioni</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Vediamo ora lo stato dell’arte del lavoro nelle Commissioni coinvolte proprio nell’esame della Proposta di Legge di Iniziativa Popolare presentata dalla&nbsp;<strong>CISL</strong>, finalizzata a dare attuazione all’articolo 46 della Costituzione, allargando e consolidando i processi di democrazia economica e di sostenibilità delle imprese. Nello specifico, l’<strong>articolo 2&nbsp;</strong>indica le definizioni, ai sensi della presente proposta di legge, di&nbsp;<strong>partecipazione gestionale</strong>, di&nbsp;<strong>partecipazione economico finanziaria</strong>, di&nbsp;<strong>partecipazione organizzativa</strong>, di&nbsp;<strong>partecipazione consultiva</strong>, di&nbsp;<strong>contratti collettiv</strong>i.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il&nbsp;<strong>capo II&nbsp;</strong>è relativo alla&nbsp;<strong>partecipazione gestionale dei lavoratori</strong>. Nelle società cui previsto il&nbsp;<strong>sistema duale</strong>, i&nbsp;<strong>contratti collettivi&nbsp;</strong>possono prevedere la partecipazione di rappresentanti dei lavoratori dipendenti nei&nbsp;<strong>Consigli di Sorveglianza&nbsp;</strong>(non meno di un quinto). L’individuazione delle modalità di indicazione è rimessa ai contratti collettivi. Mentre sono stati abrogati i previsti meccanismi premiali per le società che incentivano la partecipazione nei Consigli di Sorveglianza. E l’estensione dell’applicazione dell’articolo alle Cooperative di Consumo .</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle società che non adottano il sistema duale, la partecipazione dei lavoratori è all’interno del&nbsp;<strong>Consiglio di amministrazione</strong>. La procedura per l’individuazione è la medesima, mentre è stato soppresso il comma che prevedeva permessi retribuiti per gli Amministratori dipendenti dalle Società coinvolte.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Società a partecipazione pubblica e distribuzione degli utili</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>articolo 5</strong>, indicava l’obbligo per le&nbsp;<strong>società a partecipazione pubblica&nbsp;</strong>di integrare nel&nbsp;<strong>CdA&nbsp;</strong>almeno un amministratore nominato con le stesse procedure previste per il settore privato. Purtroppo quella che pareva essere la punta di diamante di una proposta di legge importante, ma non certo coraggiosa, si infrange nell’emendamento abrogativo presentato dall’onorevole&nbsp;<strong>Bagnai&nbsp;</strong>della&nbsp;<strong>Lega</strong>, facente parte della maggioranza. Questo inficia ulteriormente le speranze di una completa applicazione dell’articolo 46 della Costituzione. Vista l’evidente volontà di escludere dalla platea delle possibili imprese, che attuano forme di Partecipazione alla Gestione, proprio le società a presenza pubblica nel capitale azionario. Escludendo quindi l’interessante opportunità di farne invece un laboratorio per procedere all’attuazione del progetto partecipativo. Aggirando così le sempre presenti perplessità datoriali che certo influenzeranno la sua applicazione nel settore privato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il&nbsp;<strong>capo III&nbsp;</strong>definisce le modalità con le quali attuare la “<strong>Partecipazione economica e finanziaria dei lavoratori”.</strong>&nbsp;L’<strong>articolo 6&nbsp;</strong>fa riferimento alla distribuzione degli utili. Ne prevede una aliquota sostitutiva del 5% fino a 5mila euro nell’ambito di accordi collettivi. La quota di utili redistribuiti deve essere di almeno il 10% del totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Risulta poi fortemente ridimensionata la portata dell’<strong>articolo 7&nbsp;</strong>che prevedeva&nbsp;<strong>piani di partecipazione&nbsp;</strong>per l’accesso dei lavoratori a forme di azionariato diffuso. Risulta inoltre soppresso anche l’<strong>articolo 8.</strong>&nbsp;Prevedeva di dare la possibilità ai lavoratori dipendenti e ai piccoli azionisti persone fisiche di stipulare un&nbsp;<strong>accordo di affidamento fiduciario&nbsp;</strong>per la gestione collettiva dei diritti derivanti dalla partecipazione finanziaria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Uno strumento partecipativo depotenziato</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Emblematica è anche la riscrittura dell’<strong>articolo 10</strong>, ora 7, del&nbsp;<strong>capitolo IV</strong>, relativo alla “<strong>Partecipazione organizzativa dei Lavoratori</strong>” che vede la facoltà di promuovere&nbsp;<strong>Commissioni Paritetiche</strong>, relative ai piani di miglioramento e di innovazione dei prodotti, dei processi produttivi, dei servizi e dell’organizzazione del lavoro in capo alle aziende. E non come precedentemente previsto a fronte della contrattazione collettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il&nbsp;<strong>capo V&nbsp;</strong>è relativo alla “<strong>Partecipazione consultiva dei lavoratori</strong>” e anche in questo caso si appalesa un depotenziamento dello strumento partecipativo. Infatti, tolta l’<strong>obbligatorietà</strong>, rimane la “<strong>possibilità</strong>” che le&nbsp;<strong>rappresentanze sindacali unitarie&nbsp;</strong>o le&nbsp;<strong>rappresentanze sindacali aziendali&nbsp;</strong>o, in mancanza, i&nbsp;<strong>rappresentanti dei lavoratori e le strutture territoriali degli enti bilaterali&nbsp;</strong>siano preventivamente consultati in merito a, non più specificate, scelte aziendali. Mentre viene “ovviamente” soppresso l’<strong>articolo 13&nbsp;</strong>che prevedeva l’applicazione della norma anche nelle&nbsp;<strong>pubbliche amministrazioni</strong>. Soppresso anche l’<strong>articolo 15&nbsp;</strong>relativo alla&nbsp;<strong>consultazione preventiva e obbligatoria negli istituti di credito, nelle banche e nelle imprese erogatrici di servizi pubblici essenziali</strong>. Come risulta soppresso l’intero&nbsp;<strong>capo VII&nbsp;</strong>che avrebbe dovuto introdurre una serie di meccanismi premiali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Partecipazione, il caso del CNEL</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il&nbsp;<strong>Titolo VIII&nbsp;</strong>istituisce la&nbsp;<strong>Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori&nbsp;</strong>presso il&nbsp;<strong>CNEL</strong>, che si pronuncia con&nbsp;<strong>parere non vincolante&nbsp;</strong>su eventuali controversie interpretative insorgenti in ordine alle modalità di svolgimento delle procedure previste nelle imprese dei diversi settori. Risulta composta da&nbsp;<strong>quindici componenti</strong>, un rappresentante del&nbsp;<strong>CNEL</strong>, un rappresentante del&nbsp;<strong>Ministero del lavoro e delle politiche sociali</strong>. Tre esperti di diritto del lavoro e relazioni industriali o di gestione e organizzazione aziendale, scelti congiuntamente dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro presenti presso il&nbsp;<strong>CNEL. Dodici&nbsp;</strong>sono designati dalle organizzazioni sindacali dai lavoratori e dei datori di lavoro presenti nel&nbsp;<strong>CNEL.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella fattispecie sarebbe utile definire meglio la composizione della Commissione. Stante il ruolo della stessa, è fondamentale garantire la massima presenza di tutti i soggetti sindacali e datoriali presenti nel&nbsp;<strong>Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro</strong>. Infine si evidenzia la soppressione dell’articolo relativo alla istituzione del “<strong>Garante alla sostenibilità sociale delle imprese</strong>”</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una proposta di legge organica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In base a quanto sopra descritto, possiamo, in prima istanza, affermare che si tratta di una proposta di legge organica. Copre le diverse forme di partecipazione che si possono realizzare all’interno delle imprese, in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione. Tuttavia è necessario ribadire che l’articolato rimette alle parti la scelta se aderire o meno a forme di partecipazione. Infatti, non esiste un obbligo di introdurre uno strumento partecipativo, rimettendo tutte le decisioni alla contrattazione collettiva. Ciò potrebbe rappresentare un limite, anche se poi molto dipende dalla capacità delle parti, soprattutto del sindacato, di sostenere l’introduzione di strumenti partecipativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ruolo importante lo potrebbe giocare il&nbsp;<strong>Governo</strong>. Come? Prevedendo dei meccanismi di sostegno al contrattazione collettiva più consistenti rispetto al presente, soprattutto se l’obiettivo è anche quello di sostenere la previdenza e la sanità integrative, ma questo potrebbe scontrarsi con la reale volontà del&nbsp;<strong>Governo&nbsp;</strong>stesso e con gli equilibri che attualmente lo sostengono e che hanno già depotenziato la proposta di legge di interessanti contenuti.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.ilprimatonazionale.it/wp-content/uploads/2025/02/partecipazione-1024x551.jpg" alt="" class="wp-image-285101"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito a livello nazionale è caratterizzato poi da una sinistra divisa sull’argomento. Ma che lamenta con&nbsp;<strong>Cecilia Guerra</strong>, responsabile del lavoro del&nbsp;<strong>Pd</strong>, come il testo sia uscito “amputato del suo nucleo centrale, e cioè il ruolo della contrattazione”. Mentre il&nbsp;<strong>Capogruppo&nbsp;</strong>in&nbsp;<strong>Commissione Lavoro Scotto&nbsp;</strong>rivendica al suo partito il merito che la Proposta di Legge di iniziativa popolare, promossa dalla&nbsp;<strong>Cisl,&nbsp;</strong>diventasse il testo base da cui partire in Commissione, ma accusa&nbsp;il&nbsp;<strong>Governo&nbsp;</strong>di aver svilito “il protagonismo dei lavoratori nei processi di&nbsp;<strong>partecipazione</strong>”, lasciando il tutto alla benevolenza di qualche impresa ‘illuminata’ senza codificare il ruolo dei&nbsp;<strong>sindacati</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, se da un lato rappresenta la realtà dei fatti, dall’altro dimentica che fine della “<strong>partecipazione</strong>”. E dello stesso articolo 46 della Costituzione: privilegiare gli elementi di “<strong>collaborazione</strong>”. E la sovrapposizione di interessi tra&nbsp;<strong>Capitale&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>Lavoro&nbsp;</strong>rispetto agli elementi di “<strong>conflitto</strong>”. Ponendo il&nbsp;<strong>Lavoro&nbsp;</strong>e i lavoratori a&nbsp;<strong>soggetto dell’Economia&nbsp;</strong>e non costo della produzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La posizione di Confindustria</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Confindustria</strong>,&nbsp;d’altro canto,&nbsp;mantiene una posizione attendista. Sottolineando che “implementare il coinvolgimento della forza lavoro nella gestione, a vari livelli, della vita delle imprese costituisce una strategia apprezzabile per dotare le stesse di sistemi che consentano di affrontare le transizioni in modo non traumatico, attraverso un’azione sinergica e collaborativa tra tutte le parti coinvolte, con condivisione di obiettivi e responsabilità. D’altronde,&nbsp;<a href="https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-iii/articolo-46">l’<strong>articolo 46 della Costituzione</strong></a>, nel sancire il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, ai fini dell’elevazione economica e sociale, prevede espressamente che ciò debba avvenire “in armonia con le esigenze della produzione”. Tuttavia “rimane convinta che, il pur auspicabile, ampliamento degli spazi di collaborazione dei lavoratori con l’impresa non possa derivare tanto da ulteriori e specifici interventi di legge. Ma debba essere il frutto di una crescita consapevole delle relazioni all’interno delle imprese”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A votare contro saranno certamente&nbsp;<strong>AVS&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>Movimento 5 Stelle</strong>. “Spiace che chi ha firmato quella proposta sia stato tradito da una maggioranza e da un&nbsp;<strong>Governo&nbsp;</strong>che l’hanno usata a proprio uso e consumo”. Queste le parole della capogruppo&nbsp;<strong>M5S Valentina Barzotti.&nbsp;</strong>“La presenza di un rappresentante dei lavoratori anche nelle società a partecipazione pubblica, prevista nella versione iniziale del testo, è stata cancellata dalla maggioranza”, evidenzia la deputata manifestando “il fondato timore di trovarci davanti a un antipasto del piano di svendita delle quote delle nostre partecipate senza che i lavoratori possano proferire parola”. E anche&nbsp;<strong>Landini Segretario della CGIL&nbsp;</strong>tuona: “il testo limita la partecipazione dei lavoratori alla semplice presenza nei consigli di amministrazione, indicando una generica partecipazione agli utili e cancellando il rapporto tra salario e reale prestazione lavorativa”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Destra e Partecipazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A&nbsp;<strong>Destra&nbsp;</strong>invece si ricorda “la serie delle proposte di legge che dal 1955 il&nbsp;<strong>Movimento Sociale Italiano</strong>, spesso in collaborazione con la&nbsp;<strong>CISNaL</strong>, ha presentato in&nbsp;<strong>Parlamento</strong>, di legislatura dopo legislatura, per realizzare la partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati economici delle imprese. Facendo sempre appello, appunto, alla necessità di attuare il dettato costituzionale, mai poi tradotto in norme di legge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine è importante, comunque evidenziare, come la&nbsp;<strong>partecipazione&nbsp;</strong>non può essere limitata all’ambito aziendale. Ma deve prevedere livelli di presenza istituzionale e responsabile dei&nbsp;<strong>Corpi intermedi</strong>. Anche nei processi che riguardano le scelte di politica economica.&nbsp;È evidente che per poter svolgere questa funzione partecipativa è condizione necessaria che il&nbsp;<strong>Movimento Sindacale&nbsp;</strong>sia in grado di comprendere le dinamiche economiche in atto. E le connessioni che le legano agli interessi dei lavoratori che intende tutelare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto tra&nbsp;<strong>Capitale e Lavoro</strong>, nel contesto delle attuali trasformazioni del sistema economico mondiale, va ripensato per andare anche oltre il modello di “<strong>partecipazione</strong>” dei lavoratori ai profitti o comunque al risultato economico dell’impresa, o peggio come semplice infiltrazione dei quadri sindacali nei consigli di amministrazione degli enti pubblici. Esso va allargato nell’ottica di una&nbsp;<strong>partecipazione&nbsp;</strong>dei lavoratori. Attraverso le loro rappresentanze, alla costruzione di una strategia comune per la gestione collaborativa delle relazioni di produzione coerente con gli obiettivi di sviluppo condivisi. In questa ottica, la crisi dei partiti, del sistema di&nbsp;<strong>Democrazia Parlamentare</strong>, gli obiettivi limiti e contraddizioni del liberalismo e del liberismo economico, aprono ampi spazi ad un&nbsp;<strong>Sindacato Partecipativo</strong>. E ritorna opzionabile una ipotesi&nbsp;<strong>Corporativa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Ettore Rivabella</em></strong></p>
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		<title>Non balleremo su una mattonella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2025 00:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una proposta di legge sulla Socializzazione (o forse sarebbe meglio dire sulla partecipazione) non significa che sarà accolta o che passerà. D’altronde senza una&#160;rivoluzione corporativa&#160;– che è la sola alternativa reale ed efficace al capitalismo – non avrebbe neppure molto senso. Però siamo in presenza di un&#160;cambio di paradigma. Così come l’anti woke, la reazione [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una proposta di legge sulla Socializzazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><br>(o forse sarebbe meglio dire sulla partecipazione) non significa che sarà accolta o che passerà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde senza una<strong>&nbsp;rivoluzione corporativa</strong>&nbsp;– che è la sola alternativa reale ed efficace al capitalismo – non avrebbe neppure molto senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però siamo in presenza di un&nbsp;<strong>cambio di paradigma</strong>. Così come l’anti woke, la reazione alle religioni oscurantiste del progressismo, le prime messe in discussione dei dogmi lessicali e ideologici provenienti dall’ogm della Scuola di Francoforte, lo storico catalizzatore di ogni sincretismo sovversivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E stiamo sottovalutando la reazione, dopo decenni, all’impunità repressiva di stampo sovietico, eredità togliattiana in Magistratura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Assistiamo anche ad un fattore nuovo:</h2>



<p class="wp-block-paragraph">il recipiente populista deve superare la sua demagogia superficiale e incapacitante per poter intervenire in una società che le dirigenze sovversive non sono più in grado di controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un dato assolutamente positivo è l’abbandono, ormai quasi assoluto, del primitivismo sovranista e l’avvento di un’armonia tra nazione e identità di Europa in prospettiva di potenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tutto questo non basta</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ma passare il nostro tempo a dirci quanto impreciso, insufficiente, pretestuoso, sia quanto accade di positivo; ripeterci fino alla nausea che non c’è quello che sogneremmo, non è solo stupido: è criminale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio delle masse indifferenziate attendere manne dal cielo e passare il loro tempo a lamentarsi perché i cibi miracolosi non piovono mai.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non solo delle avanguardie, ma degli uomini eretti</h2>



<p class="wp-block-paragraph">è compito di mettere tutto quello che è nelle loro facoltà per influire sugli eventi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si sono mai avute avanguardie, e men che meno uomini in piedi, che si siano persi nel disgusto preconcetto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fare quadrato sui fondamentali e sull’essenza, sì, ma ha senso per incidere, non per dedicarsi a ballare in una mattonella.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Gabriele Adinolfi</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>LEONARDO SpA, SPACE ECONOMY E STRISCIA DI GAZA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 01:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leonardo S.p.A. è una delle più grandi aziende europee nel settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza. Fondata nel 1948 come Finmeccanica, l’azienda ha assunto il nome attuale nel 2016 per rappresentare il genio di Leonardo da Vinci, simbolo di innovazione e visione. Con una presenza globale, Leonardo è il fulcro dell’industria tecnologica italiana e uno dei [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2025/02/03/leonardo-spa-space-economy-e-striscia-di-gaza/">LEONARDO SpA, SPACE ECONOMY E STRISCIA DI GAZA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Leonardo S.p.A.</em></strong> è una delle più grandi aziende europee nel settore dell’aerospazio, difesa e sicurezza. Fondata nel 1948 come Finmeccanica, l’azienda ha assunto il nome attuale nel 2016 per rappresentare il genio di Leonardo da Vinci, simbolo di innovazione e visione. Con una presenza globale, Leonardo è il fulcro dell’industria tecnologica italiana e uno dei principali attori nel rafforzamento della sovranità tecnologica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LEADER IN TRE SETTORI</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Leonardo opera in tre aree fondamentali che rappresentano i pilastri della sua attività: il settore cibernetico, militare e spaziale. Ognuno di questi ambiti non solo rafforza la sicurezza e le capacità tecnologiche dell’Europa, ma la posiziona come leader globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È coinvolta in progetti chiave dell&#8217;ESA e dell&#8217;UE, tra cui Galileo e Copernicus. La sua filiale Telespazio, una joint venture con la società francese Thales, è uno dei principali attori mondiali nel campo delle telecomunicazioni satellitari, gestione dei dati spaziali e sistemi di terra. Un’altra filiale, Thales Alenia Space, è leader nella progettazione e produzione di satelliti e moduli spaziali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;azienda contribuisce allo sviluppo di tecnologie avanzate per missioni di esplorazione, telecomunicazioni e osservazione della Terra. Tra i progetti più significativi trovano posto:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Progetto Galileo: fornisce i sensori stellari, strumenti essenziali per garantire l&#8217;orientamento preciso dei satelliti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Progetto Copernicus: l&#8217;azienda è coinvolta nella costruzione di strumenti ottici ad alta precisione per i satelliti Sentinel, utilizzati per monitorare il clima e le risorse naturali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Progetto Artemis: attraverso Thales Alenia Space, la SpA contribuisce alla costruzione dei moduli abitativi e di servizio per la capsula Orion, destinata alle missioni lunari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>INNOVAZIONI TECNOLOGICHE</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le innovazioni avanguardistiche dell&#8217;azienda spiccano:</p>



<p class="wp-block-paragraph">1) Sensori avanzati: Leonardo è uno dei leader nella produzione di sensori ottici e infrarossi per l&#8217;osservazione terrestre e la navigazione spaziale. Questi strumenti sono utilizzati in numerosi satelliti europei, garantendo prestazioni elevate in condizioni estreme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">2) Robotica spaziale: l&#8217;azienda sta sviluppando soluzioni robotiche per missioni di esplorazione. Ad esempio, Leonardo è coinvolta nel progetto di manipolatori robotici per la missione Mars Sample Return, che riporterà sulla Terra campioni di suolo marziano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">3) Mini-satelliti e costellazioni: Leonardo è parte di iniziative per la produzione di satelliti più piccoli e flessibili, destinati a costellazioni in orbita bassa (LEO). Questi sistemi sono fondamentali per garantire una connettività globale e raccogliere dati in tempo reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>IMPATTO ECONOMICO E SOSTENIBILITÀ</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Leonardo è uno dei principali motori dell&#8217;industria spaziale italiana, con una significativa ricaduta economica e occupazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre si impegna a promuovere l’uso sostenibile dello spazio, sviluppando tecnologie per ridurre i detriti spaziali e garantire che le attività spaziali siano rispettose dell&#8217;ambiente. L’azienda sta anche investendo in nuove piattaforme digitali e nell’intelligenza artificiale per migliorare la gestione dei dati satellitari e l’efficienza delle missioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>RIFORNIMENTI AD ISRAELE</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;88% dei clienti di Leonardo, rientrano negli enti governativi,<br>lo stato israeliano negli ultimi anni, ha visto l&#8217;acquisizione da parte della filiale americana Leonardo DRS (che resta a dirigenza interamente statunitense) dell&#8217;azienda israeliana RADA Electronic Industries, specializzata in radar militari avanzati e sistemi di difesa, perciò il Gruppo italiano, non ha potere decisionale diretto sulle politiche RADA e DRS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le critiche spinte dalla sinistra verso la holding, che accusano il gruppo di favoreggiamento bellico ad Israele, in realtà entrano in contrasto col nulla, Leonardo SpA quale azienda europea, non ha potere decisionale diretto per quanto riguarda le acquisizioni israeliane, dato che ad occuparsene è l&#8217;americana DRS, gestita interamente da vertici USA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui alcuni esempi delle vendite di armi italiane e di sistemi sviluppati dalla filiale USA tramite la DRS americana ad Israele:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cannoni navali 76/62 Super Rapido: prodotti negli stabilimenti OTO Melara di La Spezia, questi cannoni, capaci di sparare fino a 120 colpi al minuto, sono stati installati sulle corvette classe &#8220;Sa&#8217;ar 6&#8221; della Marina Militare israeliana. Secondo alcune fonti, tali unità navali sono state impiegate in operazioni contro la Striscia di Gaza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Carrelli per il trasporto di mezzi pesanti: la DRS Sustainment Systems Inc., fornisce alle forze armate israeliane speciali carrelli capaci di trasportare carichi fino a 77 tonnellate, utilizzati per veicoli come i carri armati Merkava e i bulldozer corazzati &#8220;Doobi&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riparazioni e ricambi per la flotta di velivoli addestratori M-346 in dotazione all&#8217;Aeronautica Militare israeliana, anche durante periodi di conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Radar tattici e sistemi di protezione: DRS RADA Technologies, ha partecipato allo sviluppo di &#8220;Iron Fist&#8221;, un sistema di protezione attiva montato sui nuovi veicoli corazzati &#8220;Eitan&#8221; delle Forze di Difesa Israeliane. Questi veicoli sono stati utilizzati nelle operazioni militari a Gaza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Gabriele Sciarratta</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Necessitiamo di un’unica borsa Europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 00:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sviluppo e integrazione del mercato dei capitali di rischio per investire e finanziare le aziende europee Da sempre l&#8217;apparato finanziario europeo si basa sul sistema bancario come principale, per non dire unico, pilastro del mercato dei capitali. Infatti, il metodo più classico per finanziarsi, che si tratti di un mutuo per la casa o di [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Sviluppo e integrazione del mercato dei capitali di rischio per investire e finanziare le aziende europee</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Da sempre l&#8217;apparato finanziario europeo si basa sul sistema bancario come principale, per non dire unico, pilastro del mercato dei capitali. Infatti, il metodo più classico per finanziarsi, che si tratti di un mutuo per la casa o di nuovi investimenti, passa quasi sempre da una filiale di banca. Del resto, per una serie di svariate ragioni, il sistema bancario negli anni si è evoluto sempre di più divenendo la spina dorsale dell&#8217;economia europea. L&#8217;ovvia conclusione di tale sviluppo è un sistema economico di Piccole e Medie Imprese (PMI) alimentate dal debito, con una conseguente fortissima dipendenza della finanza bancaria sull&#8217;economia cosiddetta &#8220;reale&#8221;. Si stabilisce così <em>de facto</em> la propensione degli istituti finanziari e la lobby così composta a ritagliarsi una posizione di potere in grado di spostare, oltre a quanto sinora descritto, gli stessi equilibri politici europei. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A valle di questa considerazione, rispetto a quello che qualcuno potrebbe chiamare con facili slogan lo &#8220;strapotere delle banche&#8221;, una società evoluta necessita senza dubbio di un sistema bancario solido, sviluppato, liquido e accessibile a tutti i cittadini e a tutte le imprese. Questo non va in alcun modo messo in discussione. Basti pensare a tutti i paesi in cui vi è un&#8217;alta percentuale di cittadini <em>unbanked</em> (ovvero senza la possibilità di avere accesso ai servizi bancari) che sono sostanzialmente i paesi più arretrati e poveri del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È comunque doveroso precisare che basare un intero sistema su una gamba sola non è né efficiente, né tantomeno prudente. Abbiamo potuto recentemente osservare gli effetti di quanto successo in Europa tra il 2008 e il 2012, con l&#8217;inizio di una crisi del debito che ha messo in ginocchio l&#8217;intero sistema bancario europeo per svariati anni e da cui ci siamo pienamente ripresi solo ultimamente pagando un prezzo salatissimo. È rilevante notare che l’innesco di tale crisi è arrivato da oltre oceano, ciò nonostante, nel paese di origine gli impatti sono stati molto più contenuti che in Europa questo è in parte dovuto ad un sistema finanziario molto più dinamico, sviluppato e non basato quasi esclusivamente sul sistema bancario mentre negli Stati Uniti abbiamo assistito a qualche piccola battuta d’arresto per poi riprendere una forte crescita economica, in Europa ci si è dovuti barcamenare per scongiurare il crollo totale dell’intero sistema Euro. Sono stati necessari numerosi <em>bailout</em> che hanno messo a nudo la fragilità dell’intero sistema così costituito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi se lo stesse chiedendo, il <em>bailout</em> non è altro che il salvataggio di banche private con soldi pubblici. Si va così a porre rimedio agli errori dei manager, dei revisori e dei consiglieri di amministrazione negligenti con i soldi dei contribuenti o con nuovo debito emesso dallo stato. Ripercorrendo gli anni della crisi, sono numerose le banche, in Italia e in Europa, che sono state salvate con soldi pubblici, fallite oppure sono state inglobate forzatamente da altre banche che hanno dovuto ripianare le perdite. Ricordiamo quante risorse i vari stati hanno dovuto erogare per salvare dal fallimento numerosi istituti bancari, proprio come uno dei primi esempi che viene alla mente, il caso di banca Monte dei Paschi di Siena, un tempo nota anche come la &#8220;banca dei comunisti&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto a quanto sinora considerato, oltre ai problemi già citati, quali elevata dipendenza dal sistema bancario, rischio sistemico concentrato su un&#8217;unica fonte di finanziamento, salvataggi con soldi pubblici talvolta obbligati per evitare il collasso finanziario: esiste un ulteriore problema. La finanza bancaria, infatti, non è adatta per finanziare tutte le necessità che un’azienda può avere nel corso del suo sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli istituti bancari, notoriamente infatti, specialmente a valle della già citata crisi, erogano finanziamenti solamente a coloro ne ha effettivamente meno bisogno. Questo è il principale paradosso delle banche. Il cliente perfetto della banca è la grande <em>corporation</em> già consolidata, robusta e affidabile a cui poter erogare un prestito già ben collateralizzato e garantito dal facoltoso contraente. Questo perché ciò è insito nel meccanismo del debito stesso e perché le banche hanno imparato a loro spese cosa significhi farsi prendere smodatamente dall&#8217;avidità aumentando eccessivamente il proprio appetito per il rischio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, molte imprese, specialmente quelle più coraggiose e innovative, le <em>startup</em>, necessitano di risorse e finanziamenti per sviluppare grandi progetti e ricercare nuovi prodotti e servizi da lanciare sul mercato. Nelle fasi iniziali di sviluppo di un&#8217;impresa di questo tipo il debito risulta praticamente quasi sempre inaccessibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È a questo punto che devono entrare in gioco differenti attori nel mercato dei capitali, coloro che operano con cosiddetto capitale di rischio. Per le <em>startup</em> saranno necessari operatori di <em>Venture Capital</em>, per aziende più mature investitori di <em>Private Equity</em> o <em>Private Debt</em>, per operazioni in <em>Project Financing</em> e per investimenti infrastrutturali servono Fondi d&#8217;Investimento mobiliari alternativi e immobiliari etc. Ed è proprio su questo punto che il sistema finanziario Europeo è debole. A differenza di quanto avviene negli Stati Uniti ed in altri paesi del mondo, il mercato del capitale di rischio in Europa è ancora troppo poco sviluppato, illiquido ed inefficiente, oltreché frammentato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, le grandi aziende spesso necessitano di quotarsi in borsa per dare agilmente spazio a nuovi investitori, poter raccogliere risorse, avere più elasticità e semplicità nel finanziarsi con capitale di rischio e poter meglio competere a livello globale. Tutte necessità che non possono essere soddisfatte con il tradizionale sistema bancario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Europa sono infatti pochissime le aziende che scelgono di intraprendere il percorso per diventare pubbliche, ovvero quotate sul listino di una borsa europea. Inoltre, spesso l&#8217;azienda europea che decide di quotarsi tenta di farlo anche sui listini americani dal momento che i mercati europei sono spesso troppo piccoli, illiquidi ed inadeguati ad aziende con serie ambizioni di crescita globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio in questo senso che, per andare nella direzione di una grande potenza europea, bisogna cercare di efficientare, incentivare, sviluppare e integrare ulteriormente il mercato dei capitali di rischio europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo come sarebbe poter contare su un&#8217;unica grande borsa Europea sulla quale le aziende possono ambire a quotarsi per raggiungere obbiettivi e traguardi sempre più ambiziosi e poter così competere con le aziende d&#8217;oltreoceano. Quanto può essere più efficiente, liquida e conveniente (sia per le aziende che per gli investitori stessi) avere un&#8217;unica borsa europea invece di 27 piccole borse nazionali spesso dimenticate dal mondo e ricordate a fatica dalle nazioni stesse? Quanti più capitali e investimenti si riuscirebbero a concentrare ed attirare in un listino di questo tipo? Un&#8217;unica borsa Europea potrebbe essere un primo passo per potenziare in maniera decisiva il sistema finanziario del nostro continente, oltreché un possibile traguardo per divenire seriamente competitivi con i listini americani e cinesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va detto che in Europa c&#8217;è qualcuno che già da tempo si muove in tal senso, Euronext infatti è il primo listino che è riuscito ad integrare le aziende quotate in 7 dei 27 mercati europei. Euronext, infatti, è riuscita nell&#8217;intento di integrare con vari indici le borse di: Paesi Bassi, Belgio, Francia, Italia, Irlanda, Portogallo e addirittura Norvegia. Ecco che l&#8217;augurio è che si proceda velocemente verso un&#8217;integrazione totale di questo tipo. Che poi alla fine del processo il nome sia “Euronext” o qualcos&#8217;altro poco importa, purché venga fatto, e alla svelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tale motivo sarebbe opportuno formare un comitato che riunisca i principali rappresentanti di tutte le borse europee per arrivare ad una completa integrazione con tempistiche definite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andrebbe poi rivisto, snellito e armonizzato l&#8217;intero framework giuridico europeo riguardante gli investimenti. Con particolare attenzione a lasciare ampi spazi di manovra a fondi di <em>Venture Capital</em> e <em>Private Equity</em>, con conseguente aumento del volume e della liquidità degli investimenti più innovativi e coraggiosi di PMI e <em>startup</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A conti fatti, facendo il paragone con gli Stati Uniti, un mercato dei capitali di rischio ancora così frammentato e, contrariamente a quello che molti pensano, ancora lontano dall&#8217;essere ben integrato rappresenta una delle principali vulnerabilità per lo sviluppo economico del continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre negli Stati Uniti abbiamo visto fiorire startup tecnologiche di ogni tipo nella famosa S<em>ilicon Valley</em>, grazie ad ingenti investimenti di fondi di <em>Venture Capital</em> permettendo agli americani di dominare completamente prima la rivoluzione di internet e del digitale e ora quella dell’Intelligenza Artificiale, in Europa, nonostante lo spirito imprenditoriale e le idee geniali, non si è riusciti a decollare perdendo così terreno con tutti i nostri principali <em>competitors</em>. Questo si spiega con l&#8217;impossibilità di finanziarsi, oltreché per il contesto normativo che tende a soffocare sul nascere qualsiasi nuova iniziativa o sogno imprenditoriale. Ciò, inoltre, porta molti dei principali talenti europei a sviluppare progetti e raccogliere investimenti su suolo statunitense, terreno di gioco con molti meno ostacoli e che accoglie a braccia aperte tutte le migliori menti ed idee europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tale motivo è fondamentale rendere più semplice fare impresa in Europa e garantire un sistema finanziario completo, integrato, trasparente e maggiormente sviluppato rispetto a quello attuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo rimane un elemento fondamentale per poter tornare a competere a livello globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Marco Massarini</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Ipercapitalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2024 00:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo.” Infatti, ha sempre meno bisogno di una classe politica, se non come catalizzatrice psicopolitica [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo.” Infatti, ha sempre meno bisogno di una classe politica, se non come catalizzatrice psicopolitica di un consenso che serve a parare qualsiasi accusa di chiusura totalitaria (un certo moralismo sussiste sempre, anche nella più lineare ricerca del profitto). Accuse colte sul piano morale, come dimostrano i pronunciamenti dell’Unione Europea che decretano l’identica natura (e intrinseca “malvagità”) di fascismo e comunismo facendo risaltare la desiderabilità dell’involucro politico liberal-democratico. Detto in termini grezzi (e soltanto per fare soltanto un esempio): Elon Musk è il mandante e Trump è il mandatario. Va ricordato, però, che il capitalista singolo è (anche) un gestore degli interessi degli azionisti, della ‘massa’ degli azionisti e degli investitori secondo la metodologia sostanziale delle Società Per Azioni e dei relativi Consigli di Amministrazione. In questo quadro, il politico è il retore che deve convincere le ‘masse’ in merito a determinate strategie di accrescimento dei profitti che hanno, notoriamente, ricadute sulla gestione della politica estera. La realtà si divide in gestori del profitto e in retori al servizio delle diverse opzioni di gestione che si fronteggiano sul palcoscenico politico. La tendenza si è manifestata un poco ovunque in Occidente negli ultimi trent’anni (ognuno può mettere i nomi di mandanti e mandatari succedutisi nel tempo), al punto che possiamo dire che essa costituisce la metamorfosi più significativa delle oligarchie economiche del nostro tempo (per le quali vale la definizione paretiana di “plutocrazie demagogiche”, dato il bisogno che continuano a manifestare di attori politici che recitino la parte degli ‘eletti dal popolo’, che recitino dalle tribune e dalle poltrone dei talk show).<br>I dati sulla redistribuzione della ricchezza mondiali sono eloquenti già per il 2021: il 10% globale possiede il 76% di tutta la ricchezza prodotta e si impadronisce del 52% del reddito totale. Il 50% inferiore a livello globale possiede il 2% della ricchezza (a pari potere d’acquisto) e guadagna l’8,5% del reddito totale (sempre a pari potere d’acquisto). A livello globale, i produttori di base della ricchezza si trovano al livello inferiore; i gestori della produzione della ricchezza si trovano al livello superiore. Sembra che mai come ora Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels sia stato attuale e che mai come ora le politiche economiche ispirate da John Maynard Keynes quale rimedio a forti fenomeni di destabilizzazione sociale (in Occidente; Russia e Cina sono, evidentemente, altra cosa) siano opportune fonti di ripensamento, dopo trent’anni di neoliberismo. Ma le riforme non nascono senza una opportuna pressione dal basso effettiva o vissuta come una minaccia reale. In passato il “basso” si è organizzato in “Consigli di fabbrica” (Italia, 1919-1920, con “L’Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, Germania, 1919-1922/23, con gli scritti sulla socializzazione di Otto Neurath), in Russia con il potere dei Soviet (1917-1923); non vanno trascurati, naturalmente, i tentativi nazionalisti legati all’”impresa di Fiume”. Per ora è l’ipercapitalismo a organizzarsi sinergicamente in Occidente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>FRANCESCO INGRAVALLE</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Quale futuro per la Transizione energetica Europea?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Nov 2024 00:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nucleare come potente strumento per il raggiungimento di una sovranità energetica europea Energia. Fin dall&#8217;alba dell&#8217;uomo le civiltà che sono riuscite a prosperare sulla terra sono state quelle che sono state in grado di usufruire di un maggior quantitativo di energia. Dal padroneggiare il fuoco per potersi scaldare, alla scoperta dell&#8217;agricoltura e dell&#8217;allevamento per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Il nucleare come potente strumento per il raggiungimento di una sovranità energetica europea</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Energia. Fin dall&#8217;alba dell&#8217;uomo le civiltà che sono riuscite a prosperare sulla terra sono state quelle che sono state in grado di usufruire di un maggior quantitativo di energia. Dal padroneggiare il fuoco per potersi scaldare, alla scoperta dell&#8217;agricoltura e dell&#8217;allevamento per poter disporre di maggior quantità di cibo, all&#8217;utilizzo degli schiavi per adoperare maggior energia nello svolgere compiti più complessi, passando ai mulini che con l&#8217;utilizzo dei corsi fluviali permettevano di macinare agevolmente il grano arrivando finalmente alla prima rivoluzione industriale con la macchina a vapore e la scoperta dell&#8217;energia elettrica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che ha sempre contraddistinto lo sviluppo della civiltà su questo pianeta è stato un crescente ed esponenziale consumo di energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe superfluo citare il ruolo prometeico che i popoli europei hanno ricoperto fin dall&#8217;alba dei tempi per lo sviluppo, la comprensione dell&#8217;utilizzo dell&#8217;energia e il preziosissimo sfruttamento di essa per il raggiungimento di obiettivi grandiosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Arriviamo così ad una delle scoperte più dirompenti e rivoluzionarie della storia in ambito energetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era il 1934 quando un certo Enrico Fermi aiutato dalla sua squadra, li chiamavano &#8220;i ragazzi di via Panisperna&#8221;, riesce ad ottenere la fissione nucleare bombardando l&#8217;uranio con neutroni rallentati. Nel 1938 arriva poi il contributo dalla Germania grazie ai chimici Otto Han e Fritz Strassmann che riuscirono ad affinare e comprendere al meglio il processo di fissione nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1942 infine, lo stesso Fermi dirige la realizzazione del primo reattore nucleare, il Chicago Pile-1.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo quindi affermare, senza alcun timore di essere smentiti, che l&#8217;energia nucleare nasce dalla mente geniale di scienziati europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una tecnologia dirompente che permette di sfruttare l&#8217;enorme energia contenuta nella più piccola parte della materia, l&#8217;atomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un enorme quantitativo di energia estratto da un qualcosa di piccolissimo e infinitesimale. Questa è la forza e la genialità che si cela dietro questa rivoluzionaria scoperta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come già detto, l&#8217;Italia e l&#8217;Europa sono la culla dello sviluppo di questa tecnologia ad uso civile, (al contrario di altre nazioni ad ovest e ad est del mondo dove tale tecnologia è stata/viene utilizzata anche con scopi bellici) e, nonostante ciò, questa viene utilizzata solo in minima parte per l&#8217;approvvigionamento energetico nel vecchio continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, in un continente relativamente povero di combustibili fossili, il nucleare si rivelerebbe essere la tecnologia perfetta per un sovranismo energetico europeo. Il principale combustibile dalla fissione nucleare è infatti l&#8217;uranio che, a differenza del petrolio, è una <em>commodity </em>meno soggetta alle speculazioni del &#8220;petrodollaro&#8221; o dei cartelli che si sono andati a formare intorno all&#8217;oro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I principali giacimenti di uranio si trovano, per ordine di quantità, in: Australia, Canada, Kazakistan, Russia e Namibia. Solo le prime tre di questa lista totalizzano oltre la metà di tutte le riserve sinora conosciute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Europa sono presenti alcuni piccoli giacimenti in Polonia, Repubblica Ceca e Francia che, pur essendo minori, potrebbero rivelarsi cruciali per l&#8217;approvvigionamento del continente. Inoltre, va considerato che lo sviluppo della tecnologia nucleare potrebbe dare il giusto incentivo alla ricerca di nuovi giacimenti in suolo europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, bisogna ragionare sul fatto che un&#8217;Europa Unita potrebbe presentarsi sul mercato in maniera molto competitiva, garantendosi importanti accordi per l&#8217;approvvigionamento della materia prima con Australia e Canada, nazioni con le quali l&#8217;Europa ha già consolidati e fiorenti rapporti commerciali. Inoltre, i reattori a fissione di quarta generazione permetterebbero di utilizzare l&#8217;uranio in maniera molto più efficiente e con produzione di minori scorie radioattive. Il quantitativo di Uranio necessario a produrre l&#8217;energia sarebbe quasi dimezzato e lo stesso si può dire delle scorie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche riguardo ai recenti sviluppi sui reattori di quarta generazione, Italia e Europa sono all&#8217;avanguardia. Ansaldo Energia già da anni sta portando avanti sperimentazioni per nuovi reattori raffreddati a piombo, anziché ad acqua, che si rivelerebbero essere dirompenti e &#8220;game changer&#8221; per l&#8217;intero settore. Il progetto è noto come ALFRED.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza entrare in dettagli troppo tecnici, i principali vantaggi che porterebbero questo tipo di reattori ALFRED di quarta generazione sono:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Maggior efficienza nell&#8217;utilizzo dell&#8217;uranio, come già detto in precedenza</li>



<li>Minor produzione di scorie radioattive</li>



<li>Maggiore sicurezza &#8220;by design&#8221; che permette di annullare il rischio di eventuali futuri incidenti come quello sismico e terroristico</li>



<li>Minor proliferazione nucleare</li>



<li>Costi e dimensioni inferiori, con la possibilità di realizzare una rete decentralizzata di tanti piccoli reattori in giro per l&#8217;Europa</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Si prevede che tale tecnologia diverrà disponibile e realizzabile tra il 2029 e il 2030</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ben sappiamo, in Italia la questione è stata sempre strumentalizzata, specialmente da una determinata parte politica. I due referendum che vi sono stati nel 1987 e nel 2011 hanno cavalcato l&#8217;onda emotiva e il mal di pancia generato dai due sfortunati incidenti di Chernobyl e Fukushima. La solita retorica ambientalista di terrore verso la tecnologia dell&#8217;atomo ha infine diretto il voto verso la scelta più semplice e rassicurante per il cittadino medio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche nel resto d&#8217;Europa, o quasi, si è assistito nel corso degli anni ad una graduale riduzione dello sviluppo del nucleare per favorire unicamente eolico e fotovoltaico o preferendo, con scelte che si sono rivelate a dir poco miopi, di acquistare gas naturale in quantità smodate da un unico fornitore invece che perseguire una strada di diversificazione di fornitori e di fonti energetiche potenziando il comparto nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente in Europa abbiamo anche esempi virtuosi, che da decenni padroneggiano la tecnologia per produrre energia a basso prezzo per loro stessi e vendendo quella in eccesso ai paesi vicini, tra questi anche l&#8217;Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si parla della Francia, la cui produzione di energia deriva al 70% da centrali nucleari, e che gode dei prezzi dell&#8217;energia tra i più bassi d&#8217;Europa con conseguente vantaggio per i cittadini e per le industrie francesi. Lo sfruttamento dell&#8217;energia nucleare ha inoltre messo al riparo la Francia dell&#8217;impennata dei prezzi a cui abbiamo assistito durante la recente crisi energetica del 2022.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La principale obiezione che viene mossa verso lo sfruttamento dell&#8217;energia nucleare riguarda la gestione delle scorie radioattive. Queste, tuttavia, sono relativamente facili da trattare e, con le dovute misure di sicurezza, le radiazioni vengono schermate completamente. Inoltre, le scorie prodotte saranno ben presto pressoché dimezzate dai reattori di nuova generazione e potranno essere stoccate in spazi sempre più limitati e circoscritti. Inoltre, il rischio delle scorie radioattive è già da anni del tutto mitigato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invero, coloro che muovono questa critica sono spesso gli stessi che si riempiono la bocca con <em>buzzword</em> e slogan come &#8220;<em>Green Deal</em>&#8220;, &#8220;<em>Climate Change</em>&#8221; &#8220;<em>ESG</em>&#8221; etc. senza però capire che l&#8217;energia nucleare è una delle fonti energetiche con minor impatto sull&#8217;ambiente al mondo. Non che a chi sta scrivendo freghi gran ché, ma una centrale nucleare non emette CO<sub>2</sub>, non emette particolato, né tanto meno emette radiazioni nell&#8217;aria. Il fumo che esce dalle torri di raffreddamento è solamente vapore acqueo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma procediamo a smontare ulteriormente le critiche dei &#8220;<em>green</em>&#8221; al nucleare. Riprendendo l&#8217;esempio virtuoso della Francia, si propone un grafico che mette a confronto nel tempo il PIL pro capite e l&#8217;emissione di CO<sub>2</sub> pro capite dei cittadini francesi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="939" src="https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2024/11/123-1024x939.png" alt="" class="wp-image-28684" srcset="https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2024/11/123-1024x939.png 1024w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2024/11/123-300x275.png 300w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2024/11/123-768x704.png 768w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2024/11/123.png 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Indovinate cosa è avvenuto in Francia tra gli anni &#8217;60 e &#8217;70? Proprio così, abbiamo assistito agli effetti del piano nucleare francese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco che questo grafico spazza via qualsiasi retorica ambientalista, è infatti possibile produrre tanta energia, creare ricchezza, fare industria, e allo stesso tempo non inquinare. Tutto questo senza per forza rincorrere ad una delirante &#8220;decrescita felice&#8221; o rinunciando allo stile di vita europeo, ma anzi l&#8217;esatto contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nucleare, quindi, sembrerebbe essere un &#8220;trait d&#8217;union&#8221; tra chi si auspica una sovranità energetica europea con un crescente consumo di energia per il prosperare della civiltà, e tra chi è particolarmente sensibile alle tematiche ambientali e all&#8217;emissione di CO2.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno in Italia e in Europa sembra essersene accorto, e il nucleare sta timidamente tornando nei dibattiti riguardanti l&#8217;energia anche se ancora in secondo piano rispetto a fotovoltaico ed eolico, ma è pur sempre un segnale positivo. Il terrore e la cattiva fama di un tempo sembra che stia lentamente svanendo. Chissà che la crisi energetica non abbia aperto gli occhi ad un po&#8217; di politici e burocrati, oltreché all&#8217;opinione pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordiamo a chi legge che c&#8217;è chi da anni porta avanti battaglie a favore del nucleare, molti dei concetti di questo articolo erano già in parte presenti in un articolo de &#8220;L&#8217;Inferocito&#8221; dell&#8217;ormai lontanissimo 2008. Del resto, la lungimiranza è sempre stato un nostro punto di forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci auguriamo che venga intrapresa in maniera decisa la strada per implementare un ricco e serio piano nucleare in tutta Europa, cercando di accelerare il perfezionamento dei reattori di quarta generazione e avviandone la costruzione in tutte le regioni del continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andrebbe perseguita una strategia comune per l&#8217;approvvigionamento della materia prime e per il trattamento delle scorie risultanti dal processo di fissione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente i tempi per vedere realizzato tutto questo non sono immediati, ma è giusto darsi ampi orizzonti temporali. Certo, se qualcuno avesse letto &#8220;L&#8217;Inferocito&#8221; nel 2008, probabilmente ora staremmo già raccogliendo i frutti di quanto seminato all&#8217;epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo miglior momento per investire e costruire centrali nucleari era 70 anni fa, il secondo miglior momento è oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Marco Massarini</strong></p>
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		<title>L’autunno dell’automotive in Italia, non solo per l’elettroshock. Perché il suo rilancio è una questione nazionale</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2024/10/11/lautunno-dellautomotive-in-italia-non-solo-per-lelettroshock-perche-il-suo-rilancio-e-una-questione-nazionale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Oct 2024 00:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>FONTE: https://www.secoloditalia.it/2024/09/lautunno-dellautomotive-in-italia-non-solo-per-lelettroshock-perche-il-suo-rilancio-e-una-questione-nazionale/#google_vignette La  questione industriale è certamente determinante per la soluzione del problema ambientale ed economico ma la direzione strategica non può che dipendere da una scelta forte di politica industriale, per una rinascita economica italiana ed europea ed un posizionamento indipendente nello scenario industriale mondiale. Questo assunto logico sembra entrato finalmente, e con grave ritardo, anche nella [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>FONTE: <a href="https://www.secoloditalia.it/2024/09/lautunno-dellautomotive-in-italia-non-solo-per-lelettroshock-perche-il-suo-rilancio-e-una-questione-nazionale/#google_vignette">https://www.secoloditalia.it/2024/09/lautunno-dellautomotive-in-italia-non-solo-per-lelettroshock-perche-il-suo-rilancio-e-una-questione-nazionale/#google_vignette</a></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La  questione industriale è certamente determinante per la soluzione del problema ambientale ed economico ma la direzione strategica non può che dipendere da una scelta forte di politica industriale, per una rinascita economica italiana ed europea ed un posizionamento indipendente nello scenario industriale mondiale. Questo assunto logico sembra entrato finalmente, e con grave ritardo, anche nella dialettica europea, come si evidenzia dall’entusiastica accoglienza del cosiddetto mainstream al recente rapporto Draghi sulla competitività del continente. In uno scenario di acerrima concorrenza per la conquista del dominio industriale globale <em>“carbon free”</em>, l’Unione Europea del <em>Green Deal </em>ha sviluppato grandi capacità di microregolazione normativa e senza dubbio ottenuto il primato dello standard ambientale più articolato e rigido del mondo: dal <em>plastic-free</em> al suicida bando delle automobili a combustione, sino alla casa <em>green</em>. Ma <strong>mentre a Bruxelles si discuteva delle tonalità del verde, nel mondo, e soprattutto in Cina, si conquistavano risultati industriali impressionanti</strong> e dominanti tanto per le energie rinnovabili quanto per la mobilità elettrica. Mentre in Europa si passava da un tavolo tecnico a un altro, sempre alla ricerca del compromesso tra interessi divergenti, negli Stati Uniti si adottava con rapidità l’IRA (Inflaction reduction act), una legge a forti tinte protezionistiche, per tutelare l’industria e il lavoro nazionale; a investire nella conquista di miniere di terre rare e cobalto, nella riconquista industriale e nella protezione della <em>supply chain</em> nazionale,  e nella costante produzione di eco-innovazioni.<strong> L’Europa del sogno Green Deal si trova quindi tra l’incudine americana dell’Ira e il martello cinese del Made in China</strong>, soprattutto, a mio parere, per il progressivo declino dello spirito industriale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il brusco risveglio</h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La crisi dell’auto elettrica</strong>, vera e proprio icona della transizione ecologica,&nbsp;<strong>è il brusco risveglio dal sogno green europeo e il ritorno ad&nbsp;&nbsp;una concreta e amara realtà</strong>, rispetto all’entusiastico e molto ottimista eccesso di aspettative.&nbsp;Il&nbsp;&nbsp;mercato dell’auto elettrica cresce un po’ ma non decolla come ci si aspettava, stretto dai vincoli dei prezzi alti e della scarsità delle colonnine di ricarica, e molte case automobilistiche sembrano pronte a una parziale marcia indietro. Volvo, ad esempio, ha deciso di modificare le sue ambizioni in materia di elettrificazione in considerazione delle mutevoli condizioni di mercato e delle richieste dei clienti e ha rinunciato, per la netta decrescita della domanda,&nbsp;all’obiettivo di vendere solo modelli di ultima generazione entro il 2030. Anche&nbsp;&nbsp;Porsche e Mercedes hanno sostanzialmente ridimensionato i loro piani per l’elettrico.&nbsp;<strong>In Italia&nbsp;Stellantis ha congelato il progetto sulla gigafactory di Termoli, mentre in Germania è stato sospeso quello di&nbsp;Kaiserslautern</strong>.&nbsp;In Italia, la quota di auto elettriche, pur essendo in crescita, rappresenta ancora una piccola minoranza rispetto al totale delle auto circolanti. Secondo i dati aggiornati al 2023, circa il 4% delle auto nuove immatricolate in Italia è elettrico. Tuttavia, in termini di veicoli elettrici effettivamente circolanti, la percentuale è ovviamente inferiore, attestandosi intorno al 2% del parco auto totale. A livello europeo, la quota di auto elettriche è più alta, ma<strong>&nbsp;il mercato dell’auto elettrica stenta a decollare un po’ ovunque</strong>. La Germania è il più grande mercato per le auto elettriche in termini assoluti, con una quota di mercato che supera il 15% delle nuove immatricolazioni, e una quota circolante di circa il 3-4%. La Francia e&nbsp;&nbsp;il Regno Unito seguono, con una quota di auto elettriche nuove intorno al 13-14%, e una quota circolante più bassa, ma in crescita costante. A livello complessivo dell’Unione Europea, le auto elettriche hanno superato il 10% delle nuove immatricolazioni, ma rappresentano circa il 2-3% del parco auto totale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Obiettivi irrealistici e dannosi</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dati questi numeri si può osservare che l’auto elettrica non sta incidendo in maniera significativa alla decarbonizzazione dei trasporti, e che il mercato delle auto elettriche pur in ascesa è ancora in una prima&nbsp;&nbsp;fase di sviluppo del ciclo di vita, sia dal punto di vista tecnologico che da quello commerciale. E si può, osservando che la crescita per una serie di ragioni è molto più lenta del previsto, affermare che&nbsp;<strong>la sostituzione della produzione di auto termiche entro il 2035 è irrealistica</strong>, oltre che&nbsp;&nbsp;dannosa per l’industria europea, considerato che gran parte della filiera è controllata da competitor cinesi. E si può&nbsp;&nbsp;infine realisticamente pensare all’auto elettrica&nbsp;per quello che è: ovvero semplicemente un segmento della più ampia e diversificata gamma dell’offerta automobilistica&nbsp;&nbsp;europea.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il caso italiano: un declino “solitario”</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia il caso della crisi dell’industria automobilistica italiana&nbsp;<strong>non dipende dai mancati risultati del mercato dell’auto elettrica</strong>. Infatti l’industria&nbsp;automobilistica italiana ha visto un declino significativo nella produzione di autovetture dagli anni ’90 ad oggi. Da quasi 2 milioni di unità prodotte nel 1990, la produzione è scesa a poco più&nbsp;&nbsp;di 500mila&nbsp;unità nel 2023. Questo&nbsp;<strong>calo riflette una serie di fattori, tra cui la globalizzazione, la crisi economica, la ristrutturazione industriale e anche, ma evidentemente non solo,&nbsp;&nbsp;le sfide associate alla transizione</strong>&nbsp;verso la mobilità elettrica. Nel&nbsp;&nbsp;1990, l’Italia era ancora uno dei principali produttori di automobili in Europa. La produzione annuale di autovetture in Italia in quell’anno è stata di circa 1,9 milioni di unità, un’epoca di grande produttività per le fabbriche italiane, con la Fiat che dominava il mercato italiano. Nel 2000, la produzione di autovetture in Italia inizia&nbsp;&nbsp;a diminuire, riflettendo i cambiamenti nel mercato automobilistico globale e la crescente concorrenza internazionale. La produzione italiana si attesta a circa 1,74 milioni di&nbsp;&nbsp;unità. Nel 2010, l’industria automobilistica italiana subisce un ulteriore calo, principalmente a causa della crisi economica globale e della ristrutturazione interna di Fiat, e la&nbsp;&nbsp;produzione si riduce&nbsp;&nbsp;a circa 573 mila&nbsp;&nbsp;unità.&nbsp;<strong>Nel 2023, Stellantis ha prodotto in Italia 752 mila&nbsp;&nbsp;veicoli, di cui 521mila autovetture</strong>. Nel 1990 in Italia sono state vendute 2,2 milioni di autovetture, a fronte di una produzione di 1,9 milioni; in Francia le auto vendute sono state 2,3 milioni e ne sono state prodotte 3,3 milioni; in Germania nello stesso anno sono state vendute 3,5 milioni di autovetture e ne sono state prodotte 4,6 milioni. Più di 30 anni dopo, nel 2023, in Italia sono state vendute 1,6 milioni di autovetture e ne sono state prodotte poco più di 500 mila; in Francia sono state vendute 1,8 milioni e prodotte 1,4 milioni; in Germania sono state vendute 3,5 milioni di auto e ne sono state prodotte 4,8 milioni. Nel 1990 Fiat dominava il mercato italiano con una quota di&nbsp;&nbsp;circa il 40% ; nel 2020 è scesa a circa il 15% del mercato e nel&nbsp;&nbsp;2023 , con 175.000 unità vendute, Stellantis detiene una quota pari all’11,1%. Quindi in questi decenni mentre l’industria automobilistica francese e soprattutto quella tedesca hanno sostanzialmente tenuto botta alla concorrenza globale,&nbsp;<strong>il declino della produzione&nbsp;è&nbsp;stato un fenomeno italiano</strong>: in Italia nel 1990 si producevano 1,9 milioni di autovetture, nel 2023 poco più&nbsp;&nbsp;di 500 mila; in Germania nel 1990 sono state prodotte 4,6 milioni di auto, nel 2023 4,8 milioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Che cosa rappresentava Fiat</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Numeri freddi e impietosi che rappresentano come, in nome della mano invisibile del mercato globale e non solo, sia avvenuto, e&nbsp;&nbsp;neanche troppo lentamente, il chiaro declino dell’industria automobilistica italiana, solo parzialmente accentuato negli ultimissimi anni dal mancato atteso sviluppo commerciale&nbsp;&nbsp;delle auto elettriche.&nbsp;<strong>Fiat non era solo un’azienda automobilistica, ma anche un pilastro sociale in Italia</strong>. Negli anni ’60 e ’70, Fiat impiegava decine di migliaia di lavoratori, con un imponente indotto, contribuendo significativamente alla stabilità economica e allo sviluppo della cultura industriale nazionale. Il ruolo di Fiat nello sviluppo del mercato automobilistico italiano e della cultura industriale è stato cruciale.&nbsp;<strong>Ha trasformato l’Italia in uno dei principali produttori automobilistici in Europa</strong>&nbsp;e ha avuto un impatto duraturo sull’economia, la società e la cultura del Paese. Dall’accessibilità delle automobili alla leadership nell’innovazione, Fiat ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’automobile in Italia e dell’industria nazionale. Ma tutto questo è storia economica.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Con Stellantis solo una frazione…</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivata Stellantis, oggi uno dei principali gruppi automobilistici a livello globale, nato nel 2021 dalla fusione tra il gruppo italo-americano Fiat Chrysler Automobiles&nbsp;e il gruppo francese PSA Peugeot-Citroën. Una multinazionale automobilistica con un portafoglio di 14 marchi automobilistici tra cui Fiat, Jeep, Peugeot, Citroën, Maserati, Alfa Romeo, Lancia, Chrysler, e Opel.&nbsp;<strong>La produzione di Stellantis in Italia rappresenta oggi solo una frazione della produzione globale del gruppo</strong>, tra il 10 e il 15%, concentrata su alcuni modelli strategici, soprattutto per i marchi Fiat, Alfa Romeo, Jeep e Maserati, nelle fabbriche principali di Mirafiori, Melfi, Cassino, Pomigliano d’Arco, e Modena.&nbsp;Stellantis&nbsp;&nbsp;ha numerosi impianti in Francia, Spagna, Germania, Polonia, Serbia, che contribuiscono a circa il 30-35% della produzione globale del gruppo, con la Francia e la Spagna come principali centri produttivi. Gli Stati Uniti, il Canada e il Messico sono centrali per Stellantis, specialmente per la produzione dei marchi Jeep, RAM e Chrysler. Il Nord America rappresenta circa il 35-40% della produzione globale del gruppo, con un focus su SUV, pick-up, e veicoli di grandi dimensioni. L’America Latina, con il Brasile e l’Argentina come principali centri di produzione, contribuisce a circa il 10% della produzione globale. Stellantis è un leader di mercato in questi paesi, con una forte presenza dei marchi Fiat e Peugeot. Sebbene Stellantis stia espandendo la sua presenza in Asia, in particolare in Cina e India, e abbia operazioni in Africa, questi mercati rappresentano una quota più ridotta della produzione totale, stimata intorno al 5-10%.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Fotografia attuale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere il declino della produzione automobilistica italiana, alla sua nascita nel 2021 Stellantis contava in Italia 51.300 addetti, diminuiti oggi a 42.700. Nel bilancio consolidato di Fca nel 2004 (anno dell’esordio da ceo di Marchionne) gli addetti a livello globale erano&nbsp;160.549,&nbsp;&nbsp;di cui 71.329 in Italia. Dal 2004 ad oggi gli occupati nel settore automobilistico in Italia, dipendenti dal gruppo Fiat-Stellantis,&nbsp;<strong>sono diminuiti di oltre 28.000 unità</strong>.&nbsp;D’altra parte si potrebbe pensare che oggi il futuro della produzione di automobili sia una questione di scelte aziendali e&nbsp;&nbsp;di opportunità di mercato, tanto per la&nbsp;produzione quanto per gli&nbsp;&nbsp;sbocchi commerciali: mentre Fiat come detto era Italia, Stellantis è una multinazionale con sede legale ad Amsterdam, e con sede operativa e finanziaria a Londra. Stellantis è una società per azioni quotata in borsa con azionariato diffuso.&nbsp;Le azioni di Stellantis sono quotate sulle borse di Milano, Parigi e New York. Stellantis è controllata da un mix di entità pubbliche e private, con Exor della famiglia Agnelli che detiene la quota più significativa, il 14,4%, seguita dalla famiglia Peugeot, che detiene circa il 7,2%, da BPIFrance,&nbsp;&nbsp;una banca di investimento pubblica francese che possiede il 6,2%, e dalla&nbsp;&nbsp;casa automobilistica cinese Dongfeng, che aveva una partecipazione in PSA, e che detiene circa il 4,5% .</p>



<h3 class="wp-block-heading">Questione nazionale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se il destino di Stellantis lo decidono la proprietà e&nbsp;&nbsp;il management di Stellantis,&nbsp;<strong>il destino dell’industria automobilistica italiana è però una questione di interesse nazionale</strong>.&nbsp;Può la seconda manifattura d’Europa, la patria di Fiat, Ferrari, Maserati, Alfa Romeo, Lancia, Bugatti, Lamborghini, può l’Italia,&nbsp;&nbsp;con un patrimonio unico di cultura industriale, rinunciare ad avere un ruolo da protagonista per la produzione di automobili, siano queste&nbsp;&nbsp;termiche, elettriche, ibride, a biocombustili, a idrogeno?&nbsp;La domanda è ovviamente retorica.&nbsp;&nbsp;La risposta&nbsp;&nbsp;è facile: non può e non deve.&nbsp;<strong>L’obiettivo è chiaro: aumentare la produzione italiana di autovetture, riportare la fabbrica al centro dell’immaginario collettivo, tornare allo spirito industriale</strong>.&nbsp;La soluzione sembra complessa, ma in Italia non mancano coraggio e capacità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GIAN PIERO JOIME</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Un nuovo orizzonte per l&#8217;Europa.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Sep 2024 00:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luci ed ombre del discusso report redatto da Mario Draghi. Di Marco Massarini Recentemente Mario Draghi, per alcuni un genio contemporaneo della macroeconomia per altri un &#8220;vile affarista&#8221;, ha presentato un report atteso da molti.Circa un anno fa, infatti, Draghi era stato incaricato dall’Unione Europea di redigere un report sulla competitività europea con l’obiettivo di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2024/09/26/un-nuovo-orizzonte-per-leuropa/">Un nuovo orizzonte per l&#8217;Europa.</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Luci ed ombre del discusso report redatto da Mario Draghi.</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Marco Massarini</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Recentemente Mario Draghi, per alcuni un genio contemporaneo della macroeconomia per altri un &#8220;vile affarista&#8221;, ha presentato un report atteso da molti.<br>Circa un anno fa, infatti, Draghi era stato incaricato dall’Unione Europea di redigere un report sulla competitività europea con l’obiettivo di identificare e proporre soluzioni per le sfide economiche e strutturali che l’Europa dovrà affrontare.<br>Il rapporto è di circa 400 pagine e analizza in maniera piuttosto approfondita varie tematiche in ottica europea. Uno sguardo attento va al piano energetico, dall&#8217;approvvigionamento alla transizione ad energie rinnovabili. Si passa poi al tema dell&#8217;innovazione e della digitalizzazione, alla difesa unica europea, all&#8217;industria spaziale, all&#8217;automotive, al farmaceutico e tanti altri ancora.<br>La parte analitica del rapporto è basata su dati solidi e incontrovertibili, delineando un quadro<br>piuttosto preoccupante e per certi versi sconfortante.<br>L&#8217;Europa non cresce, non corre, l&#8217;Europa dorme. Tutto il mondo intorno invece si sviluppa a grande velocità mettendosi alle spalle il Vecchio Continente.<br>Come può infatti un grande ed elefantiaco apparato burocratico che deve continuamente mettere in accordo 27 Paesi, fronteggiare due colossi come Cina e Stati Uniti? Il primo sovvenziona con fiumi di denaro le proprie aziende, appositamente per fare dumping sui mercati e schiacciare qualsiasi forma di concorrenza. Il secondo ha fatto dell&#8217;innovazione e della tecnologia il suo core business attirando le migliori menti e i capitali di tutto il mondo.<br>Se paragonassimo l&#8217;economia globale ad una partita di pallone, potremmo immaginare Cina e USA come due grandi goleador, mentre l&#8217;UE come arbitro in mezzo a questi due fuoriclasse. Gli altri segnano, corrono, dribblano L&#8217;UE legifera, regola, scrive e applica istruzioni per qualsiasi cosa rimanendo a guardare gli altri giocare e vincere.<br>Nel delineare il quadro c&#8217;è poco da dire. Draghi ha descritto una situazione che sapevamo già e che da lungo tempo descriviamo in mille maniere.<br>Arriviamo dunque alla parte più critica del rapporto, la pars costruens. Cosa propone il pluri<br>salvatore dell&#8217;Italia, dell&#8217;Europa e del mondo per metterci al sicuro anche questa volta?<br>(Evidentemente gli scorsi salvataggi non hanno funzionato così bene).<br>La ricetta può essere riassunta in due macro-punti:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Centralizzazione e rafforzamento della Governance Europea</li>



<li>Investimenti per 800 miliardi di euro all&#8217;anno<br>Il primo punto penso sia condiviso da tutti quelli che si ritengono Nazionalisti Europei e si auspicano un forte Europa Unita ed efficace nel prendere le corrette decisioni strategiche per governare il continente. Draghi spinge verso una struttura federale con un forte governo centrale in grado di coordinare al meglio gli stati federati per quanto riguarda le politiche fiscali, industriali, estere, aerospaziali e un sistema di difesa comune.<br>Su questo punto prendiamo atto che Draghi si è avvicinato alle stesse posizioni che noi da tempo portiamo avanti.<br>Il secondo punto che viene proposto è invece il più critico dei due.<br>O meglio, qualcuno più volgare di chi scrive potrebbe benissimo commentare questo punto con un vivace &#8220;E grazie al ca***!&#8221;, ma non si utilizzeranno tali termini.<br>Dopo tutto, da un neokeynesiano non ci si poteva aspettare niente di meno.<br>Forse non tutti i lettori hanno colto di che quantità di denaro stiamo parlando, facciamo un altro paragone per renderne più semplice la comprensione.<br>Sospendendo per un momento il giudizio politico che si può avere sul Piano Marshall e<br>considerandolo meramente da un punto di vista economico, questo era stato concepito per la ricostruzione dell&#8217;Europa distrutta dai bombardamenti (la maggior parte dei quali provenienti dagli aerei degli stessi finanziatori del piano) della Seconda guerra mondiale. Il piano prevedeva l&#8217;erogazione di risorse pari a poco meno del 2% del PIL europeo all&#8217;anno.<br>Ora, nel 2024, 800 miliardi all&#8217;anno equivalgono a poco meno del 5% del PIL Europeo. Il Piano Draghi sarebbe pari a quasi tre Piani Marshall messi insieme.<br>A chi non piacerebbe poter investire risorse infinite nell&#8217;economia e realizzare opere avveniristiche e mirabolanti?<br>Il problema è sempre uno e uno soltanto, da dove dovrebbero arrivare queste infinite risorse?<br>Quello che Draghi fa intendere ma non dice, è di tornare ad accendere la stampante e sfornare nuovo denaro per gli investimenti.<br>Il vero problema è che non esistono pasti gratis: qualcuno spieghi a Draghi l&#8217;equazione + Denaro = + Inflazione.<br>Abbiamo appena finito di scontare gli effetti inflazionistici del piano &#8220;Next Generation EU&#8221; che ha moltiplicato la massa monetaria con nuovi 750 miliardi di euro portando l&#8217;inflazione del continente a due cifre come non si era mai visto dall&#8217;avvento della moneta unica.<br>Non penso sia necessario che vi ricordi e vi rammenti quanto l&#8217;inflazione così generata abbia creato enormi disagi specialmente ai cittadini con redditi medio/bassi. L&#8217;inflazione in fin dei conti è una tassa indiretta su tutti i cittadini ma che colpisce principalmente i meno abbienti.<br>Ora, il &#8220;Next Generation EU&#8221; è un piano che nasce da una situazione straordinaria e da condizioni molto complicate quindi chi scrive non si sente di considerarlo in maniera completamente negativa.<br>Mettiamo per un momento sulla bilancia i due piani &#8220;Next Generation EU&#8221; e il &#8220;Piano Draghi&#8221;. Il primo ha stanziato 750 miliardi distribuiti su sei anni e ne abbiamo potuto ben osservare gli effetti nefasti sull&#8217;inflazione, Il secondo prevede un quantitativo paragonabile ma ogni anno! Praticamente un intero Next Generation EU ogni anno, per svariati anni consecutivi.<br>Quindi siamo spacciati? Cosa fare?<br>È innegabile che l&#8217;Europa abbia bisogno di investimenti, la soluzione tuttavia non può essere la stampa di nuova valuta.<br>Potremmo cominciare dall&#8217;allocare le risorse che già abbiamo in maniera efficiente, questo sarebbe già un enorme passo avanti.<br>Un secondo spunto potrebbe essere istituire un grande fondo sovrano europeo per investire nelle grandi infrastrutture e nelle catene di approvvigionamento energetico (chissà che un domani l&#8217;Europa non possa diventare finalmente energeticamente sovrana senza dipendere da terzi e abbassare così il prezzo dell&#8217;energia per le proprie industrie), un fondo costituito dai capitali derivanti dagli avanzi di bilancio degli enti pubblici e dai grandi capitali privati che vorranno investire in infrastrutture redditizie (sì, usiamo per una volta il capitale privato per fare gli interessi europei). Si passerebbe così dal paradigma del debito infinito che si espande sempre più inflazionando il denaro, alla concezione del risparmio che viene valorizzato e frutta valore per tutta la società europea.<br>Il Partenariato tra Pubblico e Privato (il famoso PPP) è un ottimo strumento per utilizzare il knowhow e l&#8217;expertise dei privati per scopi pubblici, allocando in maniera efficiente i rischi e le competenze tra i due soggetti e lasciando la possibilità di coinvestire nei progetti.<br>Ci sono tante opportunità per raccogliere risorse che non siano solamente accendere la stampante e fare triliardi di debiti con conseguente inflazione a due cifre, o strozzare le imprese con tasse insensate. Difficile far capire questo concetto ad un banchiere centrale neokeynesiano.<br>Termino la mia disamina facendo notare che il Draghi pare che ora sostenga la necessità di mutualizzare il debito con l&#8217;emissione di bond europei, andando a superare la frammentazione dei debiti statali e condividendo il merito creditizio degli stati europei. Tale idea, fino a poco fa, era sempre stata fortemente respinta dall&#8217;ex banchiere centrale che ultimamente sembra essersi ricreduto.<br>Benvenuto sulle nostre posizioni mister Draghi, sarebbe interessante capire questo insolito cambio di casacca.<br>Se dobbiamo proprio fare debito, si spera poco, almeno facciamolo uniti come europei per avere condizioni migliori sul mercato.<br>In conclusione, il report di Mario Draghi propone alcuni spunti interessanti e condivisibili ma sicuramente la strategia risolutiva va modificata e affinata. Su una cosa non c&#8217;è alcun dubbio, l&#8217;Europa è ad un punto di svolta epocale. Ora o mai più è il momento di agire uniti e compatti, altrimenti rimarremo per sempre a rincorrere da lontano le altre potenze fino a diventare completamente irrilevanti.<br>Noi siamo nazionalisti, nazionalisti europei.<br><strong>Marco Massarini</strong></li>
</ul>



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		<title>Considerazioni estive sull’economia. Più luci che ombre per Italia in un’Europa asfittica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Aug 2024 00:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>FONTE: https://www.secoloditalia.it/2024/08/considerazioni-estive-sulleconomia-piu-luci-che-ombre-per-italia-in-uneuropa-asfittica/ Eurostat riporta che l’economia della zona euro è cresciuta nell’ultimo trimestre dello 0.3% in media. Il risultato è migliore rispetto al corrispondente periodo del 2023 ma mostra un rallentamento congiunturale in atto e nasconde ampie differenze fra i vari Paesi.&#160;L’Italia registra una crescita del PIL dello 0.2% nel trimestre, ed è il quarto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2024/08/04/considerazioni-estive-sulleconomia-piu-luci-che-ombre-per-italia-in-uneuropa-asfittica/">Considerazioni estive sull’economia. Più luci che ombre per Italia in un’Europa asfittica</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">FONTE: <a href="https://www.secoloditalia.it/2024/08/considerazioni-estive-sulleconomia-piu-luci-che-ombre-per-italia-in-uneuropa-asfittica/">https://www.secoloditalia.it/2024/08/considerazioni-estive-sulleconomia-piu-luci-che-ombre-per-italia-in-uneuropa-asfittica/</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Eurostat riporta che l’economia della zona euro è cresciuta nell’ultimo trimestre dello 0.3% in media. Il risultato è migliore rispetto al corrispondente periodo del 2023 ma mostra un rallentamento congiunturale in atto e nasconde ampie differenze fra i vari Paesi.&nbsp;<strong>L’Italia registra una crescita del PIL dello 0.2% nel trimestre</strong>, ed è il quarto consecutivo con tale tasso; ciò implica un tasso cumulato dello 0.7% e un tendenziale per l’intero 2024 dello 0.9%. Questa previsione è confermata anche dall’ultima elaborazione ISTAT di giugno 2024, che evidenzia come il&nbsp;<strong>PIL italiano sia in crescita tendenziale per il 2024 del 1%</strong>, esattamente come previsto dal governo nella Nadef.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La Germania registra ancora un tasso trimestrale negativo dello -0.1%</strong>. L’autorevole istituto economico tedesco IFO non prevede alcun miglioramento nel terzo trimestre, ed anzi si aspetta una situazione in peggioramento dopo un 2023 già negativo, a causa del basso sentiment sulle aspettative delle imprese e del forte rallentamento delle esportazioni. Naturalmente il fatto che la maggiore economia della zona euro è in recessione non è una buona notizia per l’intera eurozona e in particolare per la nostra economia che, con quella tedesca è notevolmente integrata. Anche la Francia cresce dello 0.3% nel trimestre pre-Olimpiadi, anche se il dato potrebbe essere principalmente dovuto ad export importanti di natura militare. Il Paese con crescita maggiore è la Spagna, che continua a far meglio di tutti con tasso dello 0.8%, come il trimestre precedente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’intera zona l’indice Pmi dei direttori degli acquisti rimane a 45.8 a luglio come a giugno, ristagnando da due anni sotto la soglia di 50 che delimita l’espansione dalla recessione; la manifattura mostra debolezza con l’indice di produzione sceso a 45.6 a luglio da 46.1 di giugno, ed il numero di ordini è in riduzione con l’indice da 44.4 a 44.1 a luglio. La zona euro mostra, quindi, evidenti segnali di rallentamento della crescita, già di per sé molto bassa per il trimestre in corso, e l’aspettativa è per un consuntivo di fine anno di 0.7%.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Perché l’Italia cresce</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Confermato dunque che, in questa congiuntura economica europea complessivamente deludente,&nbsp;<strong>l’Italia si muove ad un tasso di crescita migliore</strong>, analizziamone le componenti; finora hanno risposto bene sia i consumi privati che la domanda estera, +0.7% entrambe, mentre negativa la dinamica delle scorte. Anche la previsione governativa di una crescita all’1% per il 2025 trova dunque al momento conferma nei dati statistici disponibili. Non male. Noto che gli investimenti fissi lordi purtroppo si prevedono in decelerazione dal 4,7% del 2023 al 1.5% ed 1.2% rispettivamente per il 2024 ed il 2025; ciò per il venir meno degli incentivi fiscali all’edilizia, compensato solo in parte dalle misure del PNRR. Incidentalmente, chi segue le mie idee sa che guardo a questo dato con la massima attenzione visto che è la spesa in capitale fisso, tangibile e intangibile, a costituire l’unico precursore della potenziale creazione di valore aggiunto futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passando all’occupazione, in termini unità di lavoro la previsione già parzialmente avverata è di crescita identica a quella del PIL a 0.9%; dopo il dato Istat di maggio che ha registrato un 6.8%, la disoccupazione complessiva dovrebbe effettivamente attestarsi al 7.1% nel 2024 e 7% nel 2025. Il tasso di occupazione si attesta al 62.2 %. Ove questi dati fossero confermati,&nbsp;<strong>si tratterebbe del miglior dato che ricordi da decenni</strong>. Rimane come punto di estrema debolezza il tasso di disoccupazione giovanile che è riportato al 20.5%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, l’inflazione nella zona euro è rilevata al 2.6% medio; il dato nasconde una grande varianza. Ad esempio, abbiamo un 5.5% in Belgio, 2.6% in Francia e Germania, 2.9% in Spagna, 0.9% in Finlandia. Secondo Eurostat il tasso di inflazione in Italia è del 1.9%; da rilevare che per l’ISTAT l’inflazione italiana è ancor più bassa, addirittura al 1.3%.&nbsp;&nbsp;Questa grande varianza rende difficile il compito della BCE che deve manovrare un tasso unico per un’area economica a dinamiche non omogenee. Questi i fatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiudo con alcune opinioni: mi aspetto comunque una riduzione dei tassi sia a settembre che possibilmente di nuovo prima di fine anno, vista la bassa crescita comunitaria. La situazione in Germania e la necessità di sostenere la domanda a fronte di un potere d’acquisto dei cittadini in erosione dovrebbe prevalere sul rigore formale del raggiungere il target prefissato del 2%. Mi sembra che stiamo assistendo al diffondersi degli effetti dell’onda lunga dell’inflazione, dove i salari crescono meno del tasso di svalutazione monetaria (l’opposto della situazione statunitense), dove solo alcune imprese hanno<em>&nbsp;pricing power</em>&nbsp;e possono traslare i maggiori costi sui prezzi, e dove quindi la propensione ai consumi non necessari sia soggetta ad una stretta sempre più accentuata da parte delle famiglie e delle imprese; dal che deriva una ovvia riduzione del reddito di interi settori (turismo, distribuzione, formazione, ecc). I tassi comunque alti, dovrebbero da un lato favorire la formazione del risparmio, ma dall’altra il fenomeno del crowding out pubblico derivante dalla continua crescita dei disavanzi pubblici genera dis-allocazione di risorse verso progetti non necessariamente a valore aggiunto per la collettività. Aggiungo che il fortissimo sviluppo tecnologico negli Usa (molto meno da noi) ha a mio parere una intrinseca forte componente deflazionistica strutturale globale: l’importanza di questo fenomeno di esportazione deflazionistica credo sia costantemente sottostimato dagli economisti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">L’ingrediente speciale: le riforme</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Conclusione estiva: la nostra Italia sta facendo meglio degli altri Paesi in una economia comunitaria sostanzialmente asfittica soffocata dalla burocrazia, da politiche economiche&nbsp;<em>green</em>&nbsp;suicide, dalla mancanza di coraggio imprenditoriale e soprattutto da una produttività multifattoriale (cioè, di sistema) negativa dove il tema della redistribuzione della ricchezza è sempre prevalente rispetto alla sua creazione e crescita. A parere di chi scrive il vero impatto positivo sull’economia nazionale, bloccata da troppi decenni in questo paradigma di assistenzialismo crescente e “prenditori” privati che spiazza gli imprenditori dinamici, come le PMI e le tante nostre micro eccellenze, verrà dalla realizzazione non tanto delle spese del PNRR, che presenta una quota altissima di debito da ripagare comunque, ma&nbsp;<strong>dalle realizzazione concreta di riforme strutturali cui il Governo ha messo mano</strong>: mi riferisco alla riforma fiscale, quella della P.A., quella della concorrenza, quella della semplificazione amministrativa. Occorre che i nostri figli ben capiscano queste dinamiche visto che il conto lo pagheranno loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>*Professore di Economia e Finanza, Consulente presso il Servizio del Bilancio del Senato della Repubblica, Membro del Nucleo Tecnico per il Coordinamento della Politica Economica</em></strong></p>
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		<title>Dossier energia. Transizione ecologica? Sì, grazie. Ma sociale, fondata sul lavoro e senza eco-follie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 04:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>FONTE: https://www.secoloditalia.it/2024/05/dossier-energia-transizione-ecologica-si-ma-sociale-e-fondata-sul-lavoro/ La&#160;grande transizione ecologica, che sta rapidamente trasformando le dinamiche competitive dei sistemi economici globali, pone al&#160;centro del dibattito politico la questione sociale. Il passaggio a un nuovo paradigma energetico basato sulle fonti rinnovabili e sulla&#160;sostenibilità ambientale gioca un ruolo portante della transizione ecologica dell’economia.&#160;E occorre&#160;&#160;prendere atto che la&#160;transizione verso un’economia verde, pur essendo [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>FONTE: https://www.secoloditalia.it/2024/05/dossier-energia-transizione-ecologica-si-ma-sociale-e-fondata-sul-lavoro/</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La&nbsp;grande transizione ecologica, che sta rapidamente trasformando le dinamiche competitive dei sistemi economici globali, pone al&nbsp;<strong>centro del dibattito politico la questione sociale</strong>. Il passaggio a un nuovo paradigma energetico basato sulle fonti rinnovabili e sulla&nbsp;sostenibilità ambientale gioca un ruolo portante della transizione ecologica dell’economia.&nbsp;E occorre&nbsp;&nbsp;prendere atto che la&nbsp;transizione verso un’economia verde, pur essendo fondamentale per affrontare la crisi climatica, se non gestita in modo equilibrato può comportare rischi sociali significativi.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La transizione ecologica e le ricadute sociali</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La transizione ecologica con lo sviluppo delle fonti rinnovabili, della mobilità elettrica&nbsp;&nbsp;e il miglioramento dell’efficienza energetica, oltre a favorire la creazione di nuove imprese&nbsp;<em>green</em>&nbsp;comporta il rischio della perdita di posti di lavoro nei settori dipendenti dalla produzione di energia da combustibili fossili.&nbsp;L’accelerazione del processo di de-carbonizzazione dell’economia necessaria al raggiungimento dei target posti al 2050&nbsp;<strong>per rendere l’Europa il primo continente climaticamente neutrale</strong>,&nbsp;&nbsp;pone una serie di complessità sistemiche in tutti gli aspetti della società degli Stati membri dell’Unione Europea. In particolare per il sistema industriale italiano, basato soprattutto su reti e distretti di piccole imprese di origine artigianale, fondate sul&nbsp;&nbsp;prodotto&nbsp;&nbsp;tipico e locale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La neutralità climatica e la sfida energetica</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti l’obiettivo della neutralità climatica richiede una revisione radicale del modello di crescita basata sui combustibili fossili, con profonde conseguenze economiche e sociali per la competitività dei sistemi industriali, per l’occupazione, per le competenze delle imprese e dei lavoratori,&nbsp;&nbsp;e per la definizione di un modello di&nbsp;&nbsp;sviluppo “sostenibile” di ampi territori basati su processi e prodotti tradizionali.&nbsp;Il controllo dei modelli e delle tecnologie sostenibili – dai sistemi per la produzione di energia rinnovabile&nbsp;&nbsp;alle auto elettriche – diviene sempre più un fattore di grande importanza strategica per&nbsp;<strong>la ricerca dell’equilibrio tra la transizione ecologica&nbsp;&nbsp;e la tutela nazionale delle catene del valore</strong>,&nbsp;&nbsp;per non assistere passivamente alla&nbsp;possibile sostituzione dalla dipendenza per le fonti fossili, e dai paesi che ne detengono i giacimenti,&nbsp;&nbsp;alla dipendenza dei sistemi e delle componenti per le rinnovabili, e dai paesi che ne detengono le tecnologie e le materie prime. Quelle imprese e quelle aree/paesi che oggi non riusciranno&nbsp;&nbsp;a tenere il passo con l’innovazione si troveranno&nbsp;&nbsp;presto a fronteggiare un gap organizzativo e tecnologico difficile da superare, rischiando di uscire dal sistema competitivo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La transizione ecologica tra rischi e opportunità</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda l’opportunità di sviluppo di nuove imprese italiane ed europee nei mercati della transizione ecologica, occorre prendere atto che&nbsp;in&nbsp;questo scenario di vera e propria guerra economica per la conquista del potere industriale delle catene del valore delle eco-innovazioni,&nbsp;oggi la&nbsp;&nbsp;leadership industriale&nbsp;è&nbsp;soprattutto cinese: dal fotovoltaico alle auto elettriche. Mentre a Bruxelles si discuteva delle tonalità del verde, nel mondo,&nbsp;<strong>e soprattutto in Cina, si conquistavano risultati industriali impressionanti</strong>, tanto per le energie rinnovabili, nel 2022 la Cina ha installato quasi la metà dei pannelli a livello planetario, diventando di gran lunga il principale produttore di elettricità dal sole, con quasi il 40 per cento della capacità mondiale, quanto per la mobilità elettrica, le automobili elettriche prodotte nella Repubblica Popolare Cinese rappresentano circa il 53% della produzione mondiale. Mentre in Europa si passava da un tavolo tecnico a un altro, sempre&nbsp;alla ricerca del compromesso&nbsp;tra interessi divergenti,&nbsp;<strong>negli Stati Uniti si adottava con rapidità una legge, l’Ira</strong>,&nbsp;a forti tinte protezionistiche, per tutelare l’industria e il lavoro nazionale dalle importazioni di prodotti asiatici.&nbsp;E&nbsp;l’Europa, che ha sviluppato negli anni una leadership significativa soprattutto nello sviluppo di un’articolata strategia legislativa contro il cambiamento climatico, con&nbsp;grandi&nbsp;capacità di micro-regolazione normativa (dal plastic-free al bando delle automobili a combustione, dal<em>&nbsp;farm to fork</em>&nbsp;sino alla casa green) rischia di&nbsp;&nbsp;posizionarsi come un ricco mercato di sbocco dei proprietari delle materie prime e delle tecnologie&nbsp;&nbsp;– batterie, pale eoliche, panelli fotovoltaici, inverter, auto elettriche – della transizione ecologica.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Europa, il rischio dell’aumento di diseguaglianze sociali</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre molte&nbsp;delle politiche climatiche oggi codificate in Europa possono avere effetti distributivi regressivi ed aumentare le diseguaglianze sociali. Si pensi, ad esempio, ai diversi strumenti con cui garantire il principio&nbsp;“chi inquina paga” e come questo meccanismo possa innalzare i prezzi di beni e servizi considerati essenziali o obbligati: l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili mediante tassazione o&nbsp;<em>Carbon pricing</em>, considerato uno degli strumenti più efficaci per limitarne l’utilizzo e per incentivare gli investimenti in efficienza energetica e tecnologie a basse o zero emissioni, può impattare negativamente su alcuni soggetti più vulnerabili. Coloro che, infatti, devolvono una parte considerevole del proprio reddito per consumi non comprimibili come l’energia e i trasporti, potrebbero essere colpiti in maniera sproporzionata dall’aumento dei prezzi e cadere in condizioni di povertà energetica e dei trasporti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gestire la transizione per combattere gli squilibri</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La transizione ecologica&nbsp;&nbsp;è poi particolarmente impegnativa per le imprese e le regioni dove la catena del valore del petrolio contribuisce ancora alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico e genera un notevole valore economico interno e occupazionale. E dove nella transizione verso l’energia verde si prevede che la maggior parte dei posti di lavoro e delle attività dirette e indirette dipendenti dai combustibili fossili rischiano,&nbsp;nel medio che nel lungo termine, di scomparire.&nbsp;Appare qui ancor più evidente il rischio di una transizione squilibrata, se non guidata e gestita in modo socialmente equo ed equilibrato per garantire che i diritti dei lavoratori e delle comunità, che dipendono dall’economia dei combustibili fossili,&nbsp;&nbsp;siano tutelati attraverso interventi a sostegno dell’occupazione, della partecipazione delle comunità&nbsp;&nbsp;ai processi decisionali, della riqualificazione dei lavoratori colpiti dalla transizione occupazionale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Per una transizione ecologica, sociale e fondata sul lavoro</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre quindi prendere coscienza politica sia della necessità di una rapida risposta industriale europea, sia della urgente necessità di equilibrare i costi sociali della transizione ecologica, rispetto all’evidente rischio del declino economico&nbsp;&nbsp;di interi settori e&nbsp;territori produttivi.&nbsp;Se sino ad ora l’ambiente è&nbsp;&nbsp;stato centro del dibattito sulla sostenibilità, oggi appare altrettanto evidente la urgente necessità di porre il lavoro e l’equilibrio sociale al centro delle politiche per una transizione ecologica giusta. E per guidare questa transizione&nbsp;è essenziale integrare i principi di giustizia sociale ed economici&nbsp;&nbsp;nel nucleo delle politiche e delle pratiche ambientali, assicurando non solo la spinta politica e finanziaria per la riduzione delle emissioni di carbonio e la promozione di tecnologie sostenibili, ma anche l’ impegno a favore dell’equità economica e sociale; e del lavoro.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il Green Deal europeo e il nodo delle pari opportunità</h3>



<p class="wp-block-paragraph">D’altra parte in Europa le norme per realizzare una transizione giusta e sociale esistono da tempo. L’equità e la solidarietà sono principi fondanti dell’Unione Europea, e la necessità di governare dei processi di trasformazione strutturale, salvaguardando la coesione sociale e territoriale, è parte integrante della storia delle istituzioni europee; e una «transizione socialmente giusta» è, in particolare, uno degli elementi integranti del Green Deal europeo per garantire pari opportunità e che nessuno sia lasciato indietro nell’adattamento alla trasformazione economica verde e digitale dell’Europa, attraverso il&nbsp;<em>«Just Transition Mechanism».</em></p>



<h3 class="wp-block-heading">Gli obiettivi del Fondo Cecar del 1952</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo passo verso una politica sociale e regionale europea è infatti rappresentato dall’istituzione nel 1952 del Fondo Cecar. (Fondo per la Riconversione e il Reinsediamento dei Lavoratori della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) il cui obiettivo era quello di agevolare la ricollocazione dei lavoratori del settore del carbone e dell’acciaio, resi superflui dai processi di automazione e meccanizzazione dell’epoca.&nbsp;E gli&nbsp;&nbsp;obiettivi del Fondo Cecar sono sorprendentemente simili a quelli del&nbsp;<em>Meccanismo</em>&nbsp;e del&nbsp;<em>Fondo</em>&nbsp;per la&nbsp;<em>Just Transition</em>, nati per affrontare le sfide nella transizione verso la neutralità climatica nell’Unione Europea nei primi anni ’20 di questo secolo.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading">Le linee guida per un transizione equa</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle “<em>Linee guida per una transizione equa</em>” pubblicate nel 2015 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) sono delineati i principi che dovrebbero guidare la transizione verso economie e società sostenibili: un forte consenso sociale sugli obiettivi e i percorsi verso la sostenibilità; un quadro politico completo, che garantisca coerenza tra le dimensioni economica, ambientale, sociale, educativa/formativa e del lavoro; un dialogo sociale, efficace e rilevante, durante l’intero processo e a tutti i livelli di governance.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Ue, rafforzare e attuare gli strumenti legislativi</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Rafforzare la centralità della&nbsp;&nbsp;<em>just transition&nbsp;</em>nell’ambito delle politiche europee<em>,&nbsp;</em>significa affrontare la dimensione sociale della transizione verde.&nbsp;<strong>Gli strumenti legislativi europei esistono, vanno rafforzati e soprattutto attuati</strong>: il&nbsp;<em>Just Transition Mechanism,&nbsp;</em>di cui è parte l’istituzione del&nbsp;<em>Just Transition Fund;</em>&nbsp;Il&nbsp;<em>Social Climate Fund</em>; le raccomandazioni del Consiglio europeo agli Stati membri sulla fair transition, che invita gli Stati membri ad adottare “<em>Pacchetti strategici per una transizione verde equa…un insieme completo e coerente di misure politiche che integra le politiche in materia di occupazione, competenze e aspetti sociali con le politiche in materia di clima, energia, trasporti, ambiente e altre politiche relative alla transizione verde, attraverso un approccio ben coordinato basato su una o più strategie e/o piani d’azione nazionali.</em>”. Il tema della&nbsp;<em>Just Transition è&nbsp;</em>relativamente nuovo,&nbsp;&nbsp;<strong>ma in larga parte sovrapponibile a quello delle politiche di coesione</strong>, vale dire quelle misure volte a ridurre le disparità economiche e sociali tra diverse regioni o territori, e alle politiche attive del lavoro, che si concentrano sulla sfera occupazionale e sono progettate per migliorare le opportunità di impiego e ridurre la disoccupazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Mettere in sicurezza imprese, lavoratori e comunità</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dare un peso centrale all’equità nella transizione ecologica significa garantire che le politiche ambientali siano progettate per ridurre le disuguaglianze esistenti,&nbsp;<strong>garantendo che nessuno venga escluso dal processo di cambiamento</strong>, con politiche e misure che proteggano le imprese, i lavoratori e le comunità colpite dalla trasformazione strutturale. Non si tratta di negare o mettere in discussione la transizione ecologica, ma di focalizzare le modalità operative nel solco della originaria dottrina dello sviluppo sostenibile (<strong>“</strong><em>Affinché lo sviluppo sia sostenibile…. deve bilanciare con successo gli obiettivi economici con quelli sociali ed ambientali</em><strong>”&nbsp;</strong>World Commission on Environment and Development, 1987). E&nbsp;quindi di realizzarla trovando il giusto equilibrio tra le esigenze ambientali (che in Europa, in questi recenti anni, sono state fortemente predominanti) e quelle economiche e sociali, affinché tale azione sia equa, inclusiva e sostenibile nel lungo termine, per un futuro realmente sostenibile per tutti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La necessità di un cambiamento politico e culturale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">È dunque necessario un profondo cambiamento politico-culturale che metta a sistema le interazioni complesse tra innovazione tecnologica, lotta al cambianti climatici e trasformazione sociale. Un processo che non coinvolga solo il tema dei cambiamenti normativi e tecnologici per contrastare il cambiamento climatico, ma anche i mutamenti nelle pratiche sociali e negli assetti produttivi industriali. In tal senso, affrontare una transizione ecologica e sociale – nell’integrazione tra fattori ambientali, economici e sociali –&nbsp;<strong>richiede una trasformazione radicale dei principi attuativi e delle modalità operative</strong>, la cui base culturale e politica sia fondata sulla tutela&nbsp;&nbsp;delle capacità&nbsp;&nbsp;produttive dei territori e sullo sviluppo del lavoro dei diversi contesti locali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dare un peso centrale all’equità nella&nbsp;transizione ecologica<strong>&nbsp;significa definire una rotta politica e strategica</strong>&nbsp;&nbsp;per realizzare un modello di sviluppo sostenibile, innanzitutto equilibrato e compatibile per&nbsp;&nbsp;il benessere sociale ed economico degli italiani e degli europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>GIAN PIERO JOIME</strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><em><strong>Docente di Economia dell’ambiente e del territorio, Università Guglielmo Marconi;<br>Membro del comitato scientifico del Pomos-Università La Sapienza<br>Socio e membro del comitato scientifico della Fondazione Sviluppo Sostenibile<br>Membro del comitato scientifico dell’Istituto Stato e Partecipazione</strong></em></p>
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		<title>FOCUS SUL LAVORO: PARTECIPAZIONE-SICUREZZA-SALARI</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2024/05/22/focus-sul-lavoro-partecipazione-sicurezza-salari/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2024 22:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traendo spunto da una&#160; Indagine sui lavoratori a cura Istituto Piepoli per UGL Ricerca su popolazione e lavoratori, a cura dell’Istituto Piepoli per il Sindacato UGL, sul tema della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sull’adeguatezza della retribuzione. Articolo 46 della Costituzione italiana: conoscenza e interesse Dopo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Traendo spunto da una&nbsp; Indagine sui lavoratori a cura Istituto Piepoli per UGL</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ricerca su popolazione e lavoratori, a cura dell’Istituto Piepoli per il Sindacato UGL,</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>sul tema della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sull’adeguatezza della retribuzione.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><a></a><a><strong>Articolo 46 della Costituzione italiana: conoscenza e interesse</strong></a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo molti anni di vane speranze e di oblio indotto, si può pensare, che un certo ottimismo, nel dare attuazione all&#8217;articolo 46 della Carta Costituzionale, possa essere finalmente ben riposto. Se nel 2009 si arrivò vicini alla attuazione del dettato costituzionale sulla “<strong>Partecipazione</strong>” per poi partorire il “topolino” dell&#8217;articolo 4 comma 62 della, per altro vituperata, l<strong>egge Fornero</strong>, che ne doveva lanciare una sperimentazione, poi mai finanziata, la positiva combinazione astrale tra Governo di destra centro e&nbsp; gli aspetti inclusivi del tema, che coinvolgono non solo l&#8217;area identitaria, ma anche&nbsp; il mondo cattolico, il liberalismo, il riformismo fabiano socialista e l&#8217;ecologismo comunitarista, potrebbero fare il miracolo. Le Confederazioni sindacali di fronte a questo nuovo scenario si presentano in ordine sparso. La <strong>CISL</strong>, recuperando una sua vocazione storica, che la vedeva dalla sua fondazione favorevole a forme di partecipazione alla gestione dell&#8217;impresa, retaggio della dottrina sociale della <strong>Chiesa</strong>, ha presentato una sua proposta di <strong>legge di Iniziativa Popolare</strong>, la <strong>UGL</strong> in collaborazione con l&#8217;<strong>Istituto Stato e Partecipazione</strong>, ne ha proposta un&#8217;altra, mentre in Parlamento, in questa legislatura, risultavano presentate svariate proposte di legge da singoli deputati o gruppi politici, due da parte di <strong>Fratelli d&#8217;Italia</strong>, una da parte della <strong>Lega</strong>, un&#8217;altra dai capogruppo di FdI, <strong>Forza Italia</strong> e Moderati, una da parte di <strong>Italia Viva</strong>, quest&#8217;ultima prevede, tra l&#8217;altro, un interessante limite alla sproporzionata crescita della remunerazione dei CEO e del Top Management aziendale. . La <strong>UIL</strong> ha mantenuto invece una posizione maggiormente defilata e la <strong>CGIL</strong>, dopo le aperture di alcuni anni fa da parte di figure apicali della Confederazione, quali l&#8217;ex Segretario Generale <strong>Susanna Camusso</strong>, ha assunto un ruolo attendista e velatamente critico ai progetti proposti, essendo più propensa ad aspetti partecipativi&nbsp; finalizzatati alla mera informazione e alla consultazione delle organizzazioni sindacali, ma ideologicamente contraria a qualsia forma di corresponsabilizzazione e&nbsp;&nbsp; codeterminazione dei lavoratori nella gestione dell&#8217;impresa. Invece la controparte datoriale preferirebbe forme di partecipazione su base contrattuale, che, seppur nel tempo presenti in taluni contratti collettivi di lavoro, non hanno mai trovato una utile e concreta attuazione.&nbsp; Storicamente il fronte partecipativo rimane alla ricerca di una formula, la più condivisa possibile, utile ad un superamento degli aspetti conflittuali, che, dal ritrovato pluralismo sindacale, caratterizzano le relazioni negoziali dei rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, in buona fine,&nbsp; la presentazione di proposte di legge in applicazione dell&#8217;articolo 46 della Costituzione sono da considerarsi un punto di svolta o solo una ulteriore fase interlocutoria ? Vediamo cosa appare dall&#8217;indagine svolta sul tema in termini di conoscenza ed interesse</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">È quanto recita il dettato costituzionale all’articolo 46 e così è stato presentato agli individui coinvolti nella ricerca per sondarne il livello di conoscenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo articolo risulta molto poco conosciuto dalla popolazione <strong>&#8211; il 76% della popolazione italiana non lo ha mai sentito nominare &#8211;</strong> e anche dagli stessi lavoratori – <strong>il 38% di chi lavora lo conosce, il 62% no. Inoltre emblematicamente il livello di conoscenza si alza presso le categorie più formate&nbsp;&nbsp; imprenditori, dirigenti, giornalisti (57%) e si abbassa presso gli operai (20%)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, una volta spiegato, l’articolo risveglia l’interesse presso molti, lavoratori e non: <strong>il 75% della popolazione e il 77% dei lavoratori lo trova importante. I</strong>noltre tra i lavoratori la componente che lo ritiene molto interessante sale dal 21 al 33% ,&nbsp; relativamente a chi già conosce l&#8217;articolo, mentre nella popolazione si passa dal 22 al 38% nella fascia d&#8217;età 18-34 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è di fatto raccontato che questo articolo stabilisce il diritto dei lavoratori alla partecipazione alla gestione delle imprese. Partecipare allo scambio di informazioni aziendali, alla <em>governance</em> con una parte dei rappresentanti dei lavoratori, agli utili dell’impresa, al possesso di azioni delle aziende quotate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, nonostante ciò, i lavoratori fanno fatica a realizzarne la piena applicabilità nel posto di lavoro: <strong>il 21% dei lavoratori sarebbe molto favorevole all’attuazione dell’articolo, </strong>il 27% contrario.Si prefigura poi una partenza in ‘punta di piedi’, iniziando dalla partecipazione a livello informativo (39%), poi da quella economica (25%), da organizzativa (20%) e, da ultimo, dalla partecipazione finanziaria (16%).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’articolo è dunque un concetto da spiegare bene, ma soprattutto da valorizzare nella sua portata pratica e da declinare nei suoi vantaggi concreti per il lavoratore: la percentuale dei favorevoli alla sua applicabilità passa, infatti, dal 21% del totale lavoratori al 35% tra chi lo conosce già, mentre quella dei riluttanti scende dal 27% all’8% tra i conoscitori.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto sopra evidenzia l&#8217;impatto che nel corso dei decenni ha avuto un movimento sindacale gestito, monopolizzato e controllato dai fautori del conflitto di classe e delle dirette conseguenze di ciò, che ad oggi vedono l&#8217;incapacità ad adottare nuove strategie a fronte del fallimento delle soluzioni a Socialismo reale. In realtà, considerando le tante le forme di Partecipazione, Codeterminazione, Cogestione presenti in Europa, non si può negare che queste non risultino essere&nbsp; strumenti idonei a strutturare la&nbsp; Rappresentanza degli interessi nel Mondo del Lavoro e valutarne l&#8217;estensibilità anche al lavoro autonomo, alle professioni, alle Arti, al Terzo Settore, che hanno identiche esigenze. In un periodo di “Società liquida”, che vede la crisi forse irreversibile di certo associazionismo, come di certa partitocrazia,&nbsp; dove appare in tutta la sua drammaticità la capacità non solo di pressione, ma anche di controllo ed indirizzo&nbsp;&nbsp; delle istituzioni, da parte&nbsp; di <em>lobby</em> poco trasparenti, espressione non democratica di interessi particolari,&nbsp; forse sarebbe opportuno cominciare a rivalutare scelte corporative, nella loro accezione più corretta, democratica ed organica. Forse sarebbe&nbsp;&nbsp; necessario rivedere desuete istituzioni ottocentesche collegate ad una asfittica democrazia parlamentare, che risente della ormai palese incapacità dei partiti di canalizzare corrette e reali forme di partecipazione popolare, ridando al cittadino quella capacità di sentirsi realmente rappresentato, di poter incidere sulle scelte della sua rappresentanza, di poter realmente “partecipare” sia alla gestione dell&#8217;azienda, che a quella della Nazione</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a></a><a></a><a><strong>La sicurezza sul lavoro</strong></a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Passiamo ora ad un altro tema indagato dalla ricerca, anche in questo caso in ottica di coinvolgimento e partecipazione, si tratta della sicurezza nei luoghi di lavoro. Tema drammaticamente portato all&#8217;attenzione generale da una terribile recrudescenza di morti e gravi infortuni sul lavoro</p>



<p class="wp-block-paragraph">Agli intervistati sono stati presentati dati ufficiali, pubblici e molto diretti sul tema della sicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“In Italia la media degli infortuni sul lavoro è questa: un ferito al minuto, un morto ogni otto ore, in media, quindi, 3 morti al giorno sul luogo del lavoro”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora pochi sono pienamente consapevoli dei dati reali e della rilevanza drammatica degli infortuni sul lavoro, anche tra gli stessi lavoratori: <strong>il 61% della popolazione e il 49% dei lavoratori non era a conoscenza di questi dati.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A ben vedere, la potenza di questo fenomeno si scarica tutta sul livello di preoccupazione</strong>. Sensibilizzati sulla tematica, praticamente <strong>tutti dichiarano la propria apprensione sul tema: fortissima per più di un lavoratore su due (57%),</strong> forte per tutti gli altri. Un tema che, se compreso nella sua portata, coinvolge quindi in modo massivo e massiccio tutti gli individui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggioranza dei lavoratori si sente, tuttavia, abbastanza confidente rispetto all’attenzione ai temi della sicurezza prestata nel luogo dove lavora: il 26% la ritiene positiva, il 57% abbastanza soddisfacente. Tuttavia, <strong>il 17% dei lavoratori esprime la propria sfiducia su questo aspetto e questa situazione raggiunge picchi molto più alti presso le categorie più coinvolte: il 55% degli operai, di fatto, valuta negativamente l’attenzione prestata dalla propria azienda ai temi della sicurezza sul lavoro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è talmente rilevante che la <strong>volontà di contribuire in modo positivo e attivo al miglioramento dello stato attuale delle condizioni della sicurezza sul lavoro è molto alta</strong>: <strong>un lavoratore su due (49%) dichiara che potrebbe certamente fare qualcosa in più/qualcosa di diverso per aumentare/migliorare lo status quo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa presa di posizione orientata a un coinvolgimento personale risulta dunque un terreno fertile per favorire l’adozione di pratiche più sicure, investire sulla formazione e sull’addestramento dei lavoratori, valorizzare le <em>best practice</em>, incrementare la comunicazione sul tema. Non bisogna infine dimenticare che forse sarebbe opportuno che oltre al Rappresentante dei lavoratori per la Sicurezza, le stesse organizzazioni sindacali assumessero un ruolo partecipativo e nel contempo strategicamente influente&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Retribuzione</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le dinamiche salariali sono state ferme per oltre vent&#8217;anni e solo una forte impennata inflattiva ne&nbsp; ha permesso una ripresa con&nbsp; seppur parziale recupero salariale. Negli ultimi trent&#8217;anni le retribuzioni sono scese in termini di potere di acquisto e siamo il fanalino di coda dell&#8217;Europa. Inoltre a fronte di questo palese fallimento delle strategie sindacali, fin troppo lige al rispetto di una linea strategica volta al mantenimento di bassi livelli salariali e alla accettazione che la produttività fosse solo incrementabile attraverso la moderazione o l&#8217;assenza di aumenti retributivi, la remunerazione del Top Management ha visto incrementi spropositati e neanche motivati da una qualche “rischio d&#8217;impresa” Tra <em>fringe benefit</em> , <em>bonus</em>, <em>stock grant</em>, versamenti in conto previdenza, incentivi vari, compensi per le numerose e sovrapponibili cariche in società collegate e consigli di amministrazione di controllate, i Manager privati e pubblici hanno racimolato cifre da capogiro che, seppur non raggiungano gli ormai famosi 26 milioni del defunto ex amministratore <strong>FIAT</strong> <strong>Sergio Marchionne</strong>, che il caso <strong>Stellantis</strong> ha riportato agli onori della cronaca, sono sempre a sei cifre&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per più di un lavoratore su due (il 58%) la retribuzione attuale è percepita inadeguata alla propria mansione / anzianità di servizio</strong>. La percezione negativa sale ulteriormente presso i lavoratori dipendenti: tocca il 65% degli impiegati, per arrivare al 75% tra gli operai.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ancora più critica la percezione sull’andamento del potere d’acquisto degli ultimi anni</strong>: in questo caso, quasi il 70% degli individui accusa una perdita del proprio potere d’acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La criticità si conferma presso i lavoratori dipendenti (76%) e soprattutto tra gli operai (87%), interessante il dato del 73% per la fascia d&#8217;età dai 35 ai 54 anni, che maggiormente hanno risentito nella loro vita lavorativa della stagnazione delle retribuzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione pone <strong>i cittadini di fronte a delle rinunce</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di tutto si cominciano a sacrificare le spese accessorie, ancorché legittime: rinunciare a fare una vacanza è la prima scelta di chi accusa una riduzione del suo potere d’acquisto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi si passa a rinunciare a comprare un’auto e, messi alle strette, anche a investire per i figli, e questo vuol dire potenzialmente sacrificare il futuro delle nuove generazioni, comperare una casa, bene primario per il ceto medio, ricordiamo che oltre l&#8217;80% degli italiani è proprietario direttamente o indirettamente dell&#8217;immobile ove abita,&nbsp; fino ad arrivare alla rinuncia di cose fondamentali come il diritto alla salute: <strong>il 15% rinuncia alle spese per visite mediche/cure sanitarie, dato che sale al 40% tra i pensionati andando ad intaccare una delle categorie di persone teoricamente più bisognosa di queste attività.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una difficoltà che va dunque ad aggiungersi ad altre difficoltà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A cura di <strong>Ettore Rivabella</strong></p>
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		<title>RICOSTRUIRE UN PENSIERO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 22:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che fine ha fatto la critica al Capitale ed al modello economico-sociale capitalista? E’ diventata demode’ o semplicemente inutile? E non parliamo solo della critica di sponda marxista , divenuta oramai residuale, ma anche di quella che si soleva ricondurre all’ambiente di “destra” nella sua piu’ generica accezione.Sembra ormai che il modello sia ormai dato [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong>Che fine ha fatto la critica al Capitale ed al modello economico-sociale capitalista? E’ diventata demode’ o semplicemente inutile? E non parliamo solo della critica di sponda marxista , divenuta oramai residuale, ma anche di quella che si soleva ricondurre all’ambiente di “destra” nella sua piu’ generica accezione.<br>Sembra ormai che il modello sia ormai dato per acquisito e inscalfibile, aldila’ delle solite critiche “ a la page” di qualche intellettuale annoiato dalla vita o di qualche strepito “anticapitalista” gridato da qualche gruppo di adolescenti in cerca di selfie di piazza.<br>Ma la questione resta sullo sfondo e rimane il macigno storico con il quale confrontarsi anche e forse soprattutto oggi: anche perche’ tutte le tematiche con cui ci si confronta oggi dipendono proprio dal modello capitalista non piu’ riducibile esclusivamente a fenomeno meramente economico .<br>A poco valgono le classiche critiche al “globalismo” odierno, visto che il Capitale ha sempre avuto per vocazione, uno spirito “animale” che trascende Stati, confini , appartenenze etc, soprattutto quando questi considerati da alcuni come fattori “ostativi” allo sviluppo delle forze produttive, sono ridotti da tempo a simulacri di se’ stessi.<br>Ancor meno la classica invocazione di un maggior controllo e gestione da parte dello Stato del capitalismo, che si è rivelato del tutto aleatorio, in assenza di una concezione statuale alternativa a quella liberale, che , invece aiuta e favorisce l’espansione del Capitale ed al massimo nel secolo scorso, aiutava le aziende nazionali ad emergere nella competizione sui mercati internazionali.<br>Sono palliativi che nascondono la debolezza di fondo e l’assenza di analisi che ci raccontano una realta’ diversa: e cioe’ che gli Stati liberali servono al capitalismo e viceversa in un’ interscambio di ruoli teso a mantenere un minimo di coesione sociale in un panorama di cambiamenti profondi, in cui, irrompe prepotentemente l’AI e il “Panopticon” della societa’ digitale con tutti i suoi annessi.<br>Ancora una volta , il Capitalismo e le sue rivoluzioni/ristrutturazioni.<br>Quindi posto che non esiste da parte nostra , nessun rimpianto di quando il capitalismo aveva una vocazione” nazionale”, il che è gia’ un ossimoro, appare evidente che oggi crogiolarsi in questa visione “bucolica” sia veramente imperdonabile e che il caleidoscopio ci presenta un’altra realta’ in cui non solo Il capitale è completamente interconnesso, ma che lo sono mentalmente miliardi di persone sul pianeta.<br>Quando diciamo “mentalmente” parliamo di quell’immaginario desiderante che costituisce il substrato di ambizioni, desideri, aspirazioni e proiezioni che oggi in tutto il mondo accomunano milioni di persone che , in una dimensione di spazio, si situano in paesi e Continenti diversi, ma in senso “temporale” hanno lo stesso “immaginario desiderante”.<br>Anche il panorama di coloro che si definiscono “identitari” non è immune da questo immaginario, perche’ comunque lo vive e lo respira e non potrebbe essere altrimenti, ma soprattutto perche’ è su quale identita’ si vuole assumere che si gioca la partita vera.<br>E la partita vera, non puo’ prescindere dal presentare una visione alternativa dell’Uomo, dello Stato e del modello economico sociale , pena non solo non capire chi e che cosa si difende, ma soprattutto fungere da parziale correttore delle presunte “storture” di un sistema che in realtà funziona benissimo per “crisi” e “storture”.<br>Neppure il richiamo al passato più glorioso ed archetipico, in realtà ,puo’ fungere da ancora di salvataggio, se non rettamente inteso come punto di partenza per la rimodulazione attuale di un modo di pensare altro rispetto all’immaginario prodotto dal Capitale ( oggi è questo il suo piu’ grande plusvalore), anzi può pericolosamente assecondare fughe ed isolamenti dalla realta’,in guisa dell’utilizzo, non proprio utile, di Tolkien e delle sue saghe in vari momenti storici.<br>E’ ora , invece, di smetterla di usare termini che provocano equivoci come “globalismo”,<br>“mondialismo” e simili amenità linguistiche per riprendere una severa e rigorosa critica al Capitale ed capitalismo, alle sue fasi di accumulo, sviluppo e al modo di produzione che oltre a provocare le crisi che possiamo vedere sullo scacchiere internazionale, è anche la struttura portante che provoca l’immigrazione massiccia dal Terzo e Quarto Mondo , l’emergenza climatica e lo sfruttamento intensivo di ogni risorsa disponibile sul pianeta.<br>In questo abbiamo degli illustri predecessori quali Giovanni Gentile ed Ugo Spirito che con raro rigore scientifico e senza scomodare maghi, maghetti ed elfi o i tempi andati, hanno costruito pensieri alternativi reali e realistici da porre in campo. Se il capitalismo è “realista “ come spiega brillantemente Mark Fischer nel suo libro “Realismo Capitalista” la sua alternativa non puo’ sembrare “irreale” e non praticabile, con formule confuse ed astratte : parimenti se il capitalismo costruisce “desideri “ e “sogni” che abbracciano il globo, non si puo’ pensare di contrapporre ad esso una sterile rivendicazione di “identita’” che nella loro essenza non esistono piu’ , ma bisogna saper contrapporre una solida visione del mondo che parta da una controcultura reale ed esistente.<br>Dobbiamo, quindi, rappresentare un momento di rottura con la filosofia, con l’economia ed anche con il pensiero corrente : in qualche modo, dobbiamo ricostruire un Pensiero.<br>&#8220;Questa è forse la maggiore profondità di Nietzsche, la misura della sua rottura con la filosofia: aver fatto del pensiero una potenza nomade. E anche se il viaggio è immobile, da fermo, impercettibile, imprevisto, sotterraneo, dobbiamo chiederci quali sono oggi i nostri nomadi, chi sono veramente i nostri nietzschiani.&#8221; </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>(Dall&#8217;intervento di Deleuze al convegno di Cerisy-La-Salle</strong>)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>LA RIVOLTA DEGLI AGRICOLTORI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 22:43:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA E LAVORO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La rivolta degli agricoltori sembrava riguardare solo il nord Europa, poi si è estesa velocemente a macchia d&#8217;olio a Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Lituania e Lettonia, colpite dall’eccedenza di prodotti agricoli dovuta dalle importazioni ucraine esenti da dazi, quindi alle altre nazioni dell&#8217;Unione, Germania, dove a innescare la miccia è stato lo stop al [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>La rivolta degli agricoltori sembrava riguardare solo il nord Europa, poi si è estesa velocemente a</strong> <strong>macchia d&#8217;olio a Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Lituania e Lettonia, colpite</strong> <strong>dall’eccedenza di prodotti agricoli dovuta dalle importazioni ucraine esenti da dazi, quindi alle altre</strong> <strong>nazioni dell&#8217;Unione, Germania, dove a innescare la miccia è stato lo stop al «diesel calmierato» per</strong> <strong>i trattori, Francia, Belgio, dove i contadini valloni chiedono l’adeguamento all’inflazione e la</strong> <strong>compensazione economica per tutti i vincoli, Spagna, Portogallo, Olanda, dove il malcontento è</strong> <strong>iniziato già nel 2022, quando il governo Rutte decise un piano di abbattimento dei capi di allevamento</strong> <strong>del 30% per ridurre le emissioni ed infine, nonostante le assicurazioni di Coldiretti, che affermava</strong> <strong>l&#8217;Italia scevra dalle problematiche che l&#8217;avevano ingenerata , ha coinvolto lo stivale, dal settentrione</strong> <strong>al meridione, isole comprese. Il mondo agricolo ha puntato, in prima istanza, il dito contro gli stati</strong> <strong>nazionali che a loro volta, come spesso accade scaricano sull&#8217;Europa tutte le colpe, ma possiamo</strong> <strong>sempre e solo incolpare l&#8217;Europa o anche i governi inetti ed incapaci dei singoli stati risultano</strong> <strong>fortemente coinvolti? E&#8217; ormai chiaro che male e cura si identificano nelle stesse istituzioni, in un</strong> <strong>triste rimpallo di responsabilità, che caratterizza una classe politica a tutti i livelli incapace. Quindi,</strong> <strong>anche se alcuni aspetti contestati dagli agricoltori parrebbero essere pertinenti con le normative</strong> <strong>europee, non si può non rilevare quanto, ancor oggi, l&#8217;Europa sia poco più un Ente Metafisico e</strong> <strong>quanto di conseguenza le responsabilità ricadano sostanzialmente sulla classe politica dei singoli stati.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali le principali ragioni del contendere? Aldilà di peculiari situazioni di singole realtà, sul banco</strong> <strong>degli accusati troviamo innanzitutto la Politica Agricola Comune PAC, che da decenni fornisce un</strong> <strong>sostegno al settore, affrontando non solo gli aspetti economici, ma anche ambientali e sociali.</strong> <strong>Troviamo poi il <em>Green Deal</em> europeo, cornice programmatica predisposta dall’attuale Commissione</strong> <strong>con il fine di accompagnare l’Europa in un processo di decarbonizzazione e neutralità climatica entro</strong> <strong>l’anno 2050. PAC e <em>Green Deal</em> hanno scoperchiato il vaso di Pandora, evidenziando che il reddito</strong> <strong>equo per i lavoratori in agricoltura risulta inferiore anche del 40% rispetto ad altri settori strategici e</strong> <strong>la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare per l&#8217;aumento dei costi relativi all&#8217;energia e per il</strong> <strong>prospettata accordo di libero mercato con il Mercosur, organizzazione internazionale di cui fanno</strong> <strong>parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, che potrebbe determinare un forte incremento</strong> <strong>dell&#8217;importazione di prodotti agricoli da questi paesi sul mercato europeo. Altro fronte al calor bianco</strong> <strong>è quella che prevedeva una ulteriore stretta su fitofarmaci e pesticidi, sempre collegata alle scelte</strong> <strong>relative il <em>Green Deal</em>, in quest&#8217;ambito tuttavia i Coltivatori hanno trovato maggiore disponibilità e il</strong> <strong>ritiro della relativa normativa, provocando una allarmata contestazione da parte</strong> <strong>dell&#8217;Europarlamentare del PD Alessandra Moretti, che paventa un atteggiamento eccessivamente</strong> <strong>remissivo da parte di Ursula von der Leyen. Inoltre il previsto obbligo di lasciare il 4% del proprio</strong> <strong>terreno coltivabile incolto è stato rinviato al gennaio 2025. In effetti le dichiarazioni della Moretti</strong> <strong>evidenziano una spaccatura tra la Sinistra al Parlamento Europeo, che punta ad una rapida</strong> <strong>attuazione del piano di transizione ecologica e la Destra che vorrebbe frenarlo, mentre i Popolari</strong> <strong>hanno invece un approccio più <em>soft </em>del problema, allungando i tempi della completa realizzazione e</strong> <strong>dando una valutazione sostanzialmente negativa alla proposta di legge europea sul “ripristino della</strong> <strong>natura” considerata invece dalla sinistra un concreto aiuto al settore agricolo. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Posizioni simili</strong> <strong>vengono espresse dall&#8217;area ambientalista che, pur evidenziando alcuni aspetti a giustificazione dello</strong> <strong>stato di crisi del comparto, quali aumento dei costi di gasolio, fertilizzanti e pesticidi, a causa della</strong> <strong>guerra in Ucraina, non compensati da aumenti dei prezzi di vendita per i coltivatori, impennata</strong> <strong>dell&#8217;inflazione che ha ridotto il loro potere d&#8217;acquisto, ma non quello di intermediari, trasformatori e</strong> <strong>grande distribuzione, vedono tuttavia nel cambiamento climatico e nelle dinamiche del mercato, le</strong> <strong>cause principali della crisi dell&#8217;Agricoltura, negando quindi le ragioni della lotta addotte dagli stessi</strong> <strong>Coltivatori, strumentalizzati, in chiave elettorale, da una Destra onnipresente. Agricoltura e</strong> <strong>allevamento vengono anzi stigmatizzati quali causa rilevante delle emissioni di gas serra, mentre</strong> <strong>l&#8217;agricoltura intensiva risulta essere la principale responsabile delle cattive condizioni del suolo e siprevede che senza una rapida applicazione del <em>Green Deal </em>e adeguate misura di tutela ambientale e</strong> <strong>riconversione agroecologica, sarà sempre più difficile produrre cibo .</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In Italia i temi sollevati, oltre quelli a cui si è già accennato, sono stati principalmente riconducibili</strong> <strong>ad un adeguamento dei prezzi alla produzione, irrilevanti rispetto a quelli al consumo, alla tutela del</strong> <strong><em>Made in Italy</em>, all&#8217;introduzione di tutte le misure necessarie al contenimento della fauna selvatica, che</strong> <strong>danneggia le coltivazioni, al contrasto della diffusione sul mercato di cibi sintetici e al rinnovo</strong> <strong>dell&#8217;esenzione dell&#8217;IRPEF, quest&#8217;ultima richiesta è stata già accettata. In realtà la situazione reddituale</strong> <strong>in Italia dell&#8217;agricoltura non è comunque rosea. Il reddito medio è di 36.000 euro a fronte degli oltre</strong> <strong>61.000 europei, inoltre, mentre le regioni del Nord si superano comunque i 40.000 euro, nel meridione</strong> <strong>e nelle isole i redditi risultano ancor più risicati.</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come si è accennato in Italia la protesta si è propagata in ritardo e, contrariamente alle altre nazioni</strong> <strong>dell&#8217;Unione Europea, non è stata organizzata dalle grandi Confederazioni agricole, anzi a lungo</strong> <strong>Coldiretti ha smorzato i toni, affermando la specificità in positivo dell&#8217;agricoltura italica, mentre la</strong> <strong>CIA manteneva un basso profilo. Ad organizzare la protesta sono sigle di recente costituzione :</strong> <strong>Riscatto Agricolo, Comitato degli agricoltori traditi, Ancora Italia, Coordinamento Rurale</strong> <strong>Europeo e altri ancora. La forma è stata spesso quella dell&#8217;autoconvocazione ed entrambi gli aspetti</strong> <strong>rendono il “movimento” molto “liquido” con derive ed obiettivi diversi, evidenziando spesso</strong> <strong>contraddizioni e contrasti tra le varie componenti, dove l&#8217;unico fattore comune sembra a volte essere</strong> <strong>l&#8217;accesa contestazione dell&#8217;operato delle organizzazioni storiche di categoria, specie la più forte e</strong> <strong>rappresentativa, la Coldiretti. Durante le manifestazioni si bruciano le sue bandiere e sembrano</strong> <strong>messi sul banco degli imputati gli organi di rappresentanza della categoria, che appaiono in affanno</strong> <strong>ed incapaci a svolgere il loro ruolo. Non partecipano alle azioni di protesta, ma condividono parte</strong> <strong>delle richieste della “base”e questo le rende ancor più invise alla stessa. Anche l&#8217;opinione pubblica</strong> <strong>appare divisa, mentre la Stampa ipotizza possibili infiltrazioni da parte dell&#8217;estrema destra tra i</strong> <strong>manifestanti o addirittura il controllo diretto eo indiretto dell&#8217;intera protesta da parte di elementi</strong> <strong>ovviamente “neofascisti” legati a una fantomatica “internazionale nera” che coinvolge<em> Vox</em> in Spagna,</strong> <strong>gli Spartani in Grecia, quali discendenti diretti di Alba Dorata. l&#8217;estrema destra Finlandese e</strong> <strong>Svedese, il <em>Freiheitliche Partei</em> in Austria, l&#8217;AfD in Germania e ovviamente Fratelli d&#8217;Italia.</strong> <strong>Partendo da queste affermazioni sembra facile al Centro Studi Sereno Regis e a Social Europe poter</strong> <strong>affermare “Le proteste che hanno portato scompiglio nel cuore della democrazia dell’UE presentano</strong> <strong>inquietanti parallelismi con l’assalto al Campidoglio di Washington DC, avvenuto nel gennaio 2021,</strong> <strong>da parte dei sostenitori dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, irritati dalla sua</strong> <strong>disinformazione secondo cui le elezioni che aveva perso contro Joe Biden erano state truccate”.</strong> <strong>Certamente le formazioni identitarie, “non conformi”, nazionalrivoluzionarie,, sono solidali con gli</strong> <strong>agricoltori e questo a prescindere della loro concreta o meno partecipazione alle manifestazioni.</strong> <strong>“Agricoltura elemento di identità da difendere” tuona Casapound e aggiunge “Ci troviamo di fronte</strong> <strong>non a un tentativo di riportare l’agricoltura italiana ed europea a una concezione di produzione non</strong> <strong>intensiva ma, al contrario, al tentativo di distruggere alla base un settore fondamentale. Investire</strong> <strong>realmente nell’agricoltura, nella terra, vuol dire salvaguardare il legame che un popolo ha con la</strong> <strong>propria terra. I produttori agricoli sono uno dei punti di forza della nostra Europa, non possiamo</strong> <strong>permettere a una banda di burocrati di sacrificarli nel nome di malate logiche di mercato”. Che poi</strong> <strong>closa “le nuove misure UE non fanno che colpire un settore già fortemente provato”&#8230;”dietro la scusa</strong> <strong>di una agricoltura più <em>green</em>. si rischia di andare a penalizzare ulteriormente il comparto agricolo</strong> <strong>europeo che, in questo momento, deve far fronte a norme sempre più stringenti, che lo rendono</strong> <strong>sempre meno competitivo e produttivo”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Inoltre la Stampa nazionale spesso di punta il dito contro l&#8217;Unione Europea, che ha certamente le</strong> <strong>sue colpe, ma raramente evidenzia l&#8217;azione prevaricatrice della distribuzione, della Grande</strong> <strong>Distribuzione sul mondo agricolo, azione che non è certo da ricondurre a scelte di Brussels e le</strong> <strong>responsabilità ultradecennali dei vari governi che si sono succeduti sono chiare e lampanti, come</strong> <strong>chiaro e lampante è il tentativo di risolvere problemi complessi, anche questa volta, con qualche</strong> <strong>“pannicello caldo” . Infatti è palese che, nella realtà della filiera agroalimentare, la parte del leone</strong> <strong>viene fatta dalla Grande Distribuzione organizzata, tra le prime cause della continua contrazione delnumero di aziende agricole e della riduzione della superficie agricola utilizzabile. Questa contrazione</strong> <strong>è frutto di pratiche sleali e vendite sottocosto, pratiche che comportano pressioni, da parte dei</strong> <strong>distributori, sui vari fornitori della filiera, con conseguenze durissime per gli anelli più deboli, come</strong> <strong>i piccoli agricoltori, inoltre nonostante i rincari dei prezzi per i consumatori finali, la Grande</strong> <strong>distribuzione organizzata tende a tenere i listini fermi, cosa insopportabile per i produttori . Inoltre</strong> <strong>va evidenziato che la normativa vigente ha favorito cooperative e organizzazioni di produttori,</strong> <strong>penalizzando i piccoli agricoltori che le riforniscono, ma anche gli altri agricoltori che offrono i loro</strong> <strong>prodotti sul mercato in concorrenza con le cooperative, si tratta di una anomalia esclusivamente</strong> <strong>italiana, che a pensar male una qualche valenza politica potrebbe anche avere. In una sua</strong> <strong>dichiarazione l&#8217;Associazione Rurale Italiana afferma “I prezzi pagati agli agricoltori devono</strong> <strong>coprire i costi di produzione e garantire un reddito dignitoso. I nostri redditi dipendono dai prezzi</strong> <strong>agricoli ed è inaccettabile che questi siano soggetti a speculazioni finanziarie” come dargli torto.</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>D&#8217;altro canto il Presidente della Confederazione Italiana Liberi Agricoltori, organizzazione</strong> <strong>rappresentativa della categoria a livello nazionale, corpo intermedio attivo e vitale, ricorda che “la</strong> <strong>riforma della PAC risulta orientata all&#8217;ambiente, alla fotosensibilità, ma a danno della produzione,</strong> <strong>favorendo quindi il trend involutivo del settore” aggiungendo che “è una ben triste realtà che un</strong> <strong>Coltivatore venga pagato per non produrre e questo si ripercuote negativamente, anche sull&#8217;immagine</strong> <strong>stessa della Agricoltura e di quanti lavorano nel comparto, risulta poi, ancora più incomprensibile</strong> <strong>che ci impongano di non produrre in funzione della sostenibilità e del relativo impatto ecologico, per</strong> <strong>poi importare prodotti agricoli provenienti da paesi con legislazioni ben più permissive sia</strong> <strong>sull&#8217;utilizzo di fitofarmaci, pesticidi o altre sostanze proibite o poste sotto stretto controllo in Italia,</strong> <strong>sia nelle garanzie per il lavoratore, questo non è altro che “concorrenza sleale”. Il Presidente Iacopo</strong> <strong>Becherini esprime poi la sua perplessità sul mantenimento di alcuni Enti ormai inutili ed obsoleti,</strong> <strong>quali ad esempio i Consorzi di Bonifica e attacca pesantemente la burocrazia, che rende l&#8217;agricoltore</strong> <strong>impossibilitato ad agire autonomamente e obbligato a dovendosi affidare a strutture esterne alla sua</strong> <strong>azienda, con conseguenti costi aggiuntivi, quando non cercare tutele in un “sottobosco” non del tutto</strong> <strong>trasparente. Il Presidente dei Liberi Coltivatori ribadisce che “In Italia la protesta ha aggirato la</strong> <strong>Coldiretti che considerava la situazione degli Agricoltori ottimale, grazie ai suoi interventi e a quelli</strong> <strong>del Governo” . La Confederazione Liberi Agricoltori ha avviato iniziative di protesta a partire dalla</strong> <strong>Basilicata e secondo Iacopo Becherini questo conferma il fallimento delle principali organizzazioni</strong> <strong>sindacali di categoria, le quali sono diventate delle <em>lobbies</em> di potere autoreferenziali, che guadagnano</strong> <strong>grazie alla burocrazia inutile esistente in Italia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Si è richiesto lo Stato di Crisi del Comparto agricolo che permetterebbe un serio intervento da parte</strong> <strong>del Governo, con possibilità di deroghe al pagamento di alcune imposte e alcuni tributi, di azione</strong> <strong>diretta sulle varie criticità che da decenni attanagliano il settore senza trovare risposta e soluzione,</strong> <strong>come le ormai quarantennali multe sulle quote latte, che allora sembravano essere state accettate per</strong> <strong>salvaguardare la nostra produzione di acciaio, certamente, visto lo stato di dissesto dell&#8217;Ilva e la sua</strong> <strong>precaria situazione della metallurgia, qualcosa non pare avere funzionato,</strong> <strong>Becherini evidenzia anche che alcune strutture dell&#8217;agroindustria italiana sono in mano a Bonifiche</strong> <strong>Ferraresi, che a sua volta controlla Consorzi Agrari Italiani e Federbio, quindi sono monopolisti</strong> <strong>della cosiddetta agricoltura biologica, ma nel contempo distribuiscono prodotti OGM, coltivando</strong> <strong>vasti appezzamenti in Africa, facendo accordi con il Kazakistan, con un processo similare a quello</strong> <strong>delle delocalizzazioni del Settore industriale . L&#8217;Italia si sta trasformando da paese di produzione</strong> <strong>agricola a snodo di trasformazione agroalimentare di prodotti provenienti da nazioni terze, quindi la</strong> <strong>nostra agricoltura, le nostre eccellenze in realtà non serviranno più, mentre l&#8217;Italia dovrebbe essere</strong> <strong>leader del comparto agroalimentare in tutto il percorso di filiera, garantendo gli standard qualitativi</strong> <strong>che ci caratterizzano, assenza di pesticidi e non utilizzo di OGM. Infine un altro aspetto è relativo</strong> <strong>proprio al <em>made in Italy</em> dove pezzi importanti dell&#8217;industria alimentare nazionale è stata negli ultimi</strong> <strong>decenni acquisita da grandi società estere e quindi, ad esempio, le più conosciute aziende di</strong> <strong>produzione dell&#8217;olio di oliva appartengono ormai ad una multinazionale spagnola, mentre la francese</strong> <strong>Lactalis controlla buona parte dei marchi italiani nel settore caseario, con quello che da ciò ne deriva,</strong> <strong>anche in questo caso possiamo quindi ravvisare le conseguenze della perdita di interi <em>asset </em>strategicia favore di interessi stranieri.</strong> <strong>Tutto questo porta ad un costante calo della produzione e ad un&#8217;enorme discrasia, già evidenziata, tra</strong> <strong>la remunerazione del produttore agricolo e i prezzi per il consumatore.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Governo Meloni non si è caratterizzato come soluzione di continuità rispetto alle gestioni</strong> <strong>precedenti e il cambio del nome del ministero in “agricoltura e sovranità alimentare” non ha</strong> <strong>determinato quel cambio di passo sperato, anzi si è creato un asse Coldiretti Ministero che ha</strong> <strong>rischiato di portare solamente ad una limitazione della precedente pluralità di rappresentanza dei</strong> <strong>Corpi intermedi del settore senza nessuna effettiva plusvalenza operativa. Nulla si vede all&#8217;orizzonte</strong> <strong>che potrebbe dare ruolo e garanzie all&#8217;agricoltura italiana e agli agricoltori, proprio loro dovrebbero</strong> <strong>essere innanzitutto considerati per una insostituibile funzione che già svolgono a titolo gratuito.</strong> <strong>L&#8217;agricoltore infatti è il vero e forse unico custode del territorio, dei boschi, dei campi, dei pascoli,</strong> <strong>dei sentieri delle montagne, degli alvei lacustri e fluviali, a secondo di dove svolge la sua attività,</strong> <strong>dando una reale plusvalenza alla comunità, alla nazione, già questo riconoscimento se fosse</strong> <strong>quantificato economicamente ne incrementerebbe considerevolmente il reddito, se ne fosse</strong> <strong>qualificata e riconosciuta l&#8217;importanza ne modificherebbe sostanzialmente lo status.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ettore Rivabella</strong></p>
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