Ipercapitalismo

“Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo.” Infatti, ha sempre meno bisogno di una classe politica, se non come catalizzatrice psicopolitica di un consenso che serve a parare qualsiasi accusa di chiusura totalitaria (un certo moralismo sussiste sempre, anche nella più lineare ricerca del profitto). Accuse colte sul piano morale, come dimostrano i pronunciamenti dell’Unione Europea che decretano l’identica natura (e intrinseca “malvagità”) di fascismo e comunismo facendo risaltare la desiderabilità dell’involucro politico liberal-democratico. Detto in termini grezzi (e soltanto per fare soltanto un esempio): Elon Musk è il mandante e Trump è il mandatario. Va ricordato, però, che il capitalista singolo è (anche) un gestore degli interessi degli azionisti, della ‘massa’ degli azionisti e degli investitori secondo la metodologia sostanziale delle Società Per Azioni e dei relativi Consigli di Amministrazione. In questo quadro, il politico è il retore che deve convincere le ‘masse’ in merito a determinate strategie di accrescimento dei profitti che hanno, notoriamente, ricadute sulla gestione della politica estera. La realtà si divide in gestori del profitto e in retori al servizio delle diverse opzioni di gestione che si fronteggiano sul palcoscenico politico. La tendenza si è manifestata un poco ovunque in Occidente negli ultimi trent’anni (ognuno può mettere i nomi di mandanti e mandatari succedutisi nel tempo), al punto che possiamo dire che essa costituisce la metamorfosi più significativa delle oligarchie economiche del nostro tempo (per le quali vale la definizione paretiana di “plutocrazie demagogiche”, dato il bisogno che continuano a manifestare di attori politici che recitino la parte degli ‘eletti dal popolo’, che recitino dalle tribune e dalle poltrone dei talk show).
I dati sulla redistribuzione della ricchezza mondiali sono eloquenti già per il 2021: il 10% globale possiede il 76% di tutta la ricchezza prodotta e si impadronisce del 52% del reddito totale. Il 50% inferiore a livello globale possiede il 2% della ricchezza (a pari potere d’acquisto) e guadagna l’8,5% del reddito totale (sempre a pari potere d’acquisto). A livello globale, i produttori di base della ricchezza si trovano al livello inferiore; i gestori della produzione della ricchezza si trovano al livello superiore. Sembra che mai come ora Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels sia stato attuale e che mai come ora le politiche economiche ispirate da John Maynard Keynes quale rimedio a forti fenomeni di destabilizzazione sociale (in Occidente; Russia e Cina sono, evidentemente, altra cosa) siano opportune fonti di ripensamento, dopo trent’anni di neoliberismo. Ma le riforme non nascono senza una opportuna pressione dal basso effettiva o vissuta come una minaccia reale. In passato il “basso” si è organizzato in “Consigli di fabbrica” (Italia, 1919-1920, con “L’Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, Germania, 1919-1922/23, con gli scritti sulla socializzazione di Otto Neurath), in Russia con il potere dei Soviet (1917-1923); non vanno trascurati, naturalmente, i tentativi nazionalisti legati all’”impresa di Fiume”. Per ora è l’ipercapitalismo a organizzarsi sinergicamente in Occidente.

FRANCESCO INGRAVALLE

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