Un nuovo orizzonte per l’Europa.

Luci ed ombre del discusso report redatto da Mario Draghi.

Di Marco Massarini

Recentemente Mario Draghi, per alcuni un genio contemporaneo della macroeconomia per altri un “vile affarista”, ha presentato un report atteso da molti.
Circa un anno fa, infatti, Draghi era stato incaricato dall’Unione Europea di redigere un report sulla competitività europea con l’obiettivo di identificare e proporre soluzioni per le sfide economiche e strutturali che l’Europa dovrà affrontare.
Il rapporto è di circa 400 pagine e analizza in maniera piuttosto approfondita varie tematiche in ottica europea. Uno sguardo attento va al piano energetico, dall’approvvigionamento alla transizione ad energie rinnovabili. Si passa poi al tema dell’innovazione e della digitalizzazione, alla difesa unica europea, all’industria spaziale, all’automotive, al farmaceutico e tanti altri ancora.
La parte analitica del rapporto è basata su dati solidi e incontrovertibili, delineando un quadro
piuttosto preoccupante e per certi versi sconfortante.
L’Europa non cresce, non corre, l’Europa dorme. Tutto il mondo intorno invece si sviluppa a grande velocità mettendosi alle spalle il Vecchio Continente.
Come può infatti un grande ed elefantiaco apparato burocratico che deve continuamente mettere in accordo 27 Paesi, fronteggiare due colossi come Cina e Stati Uniti? Il primo sovvenziona con fiumi di denaro le proprie aziende, appositamente per fare dumping sui mercati e schiacciare qualsiasi forma di concorrenza. Il secondo ha fatto dell’innovazione e della tecnologia il suo core business attirando le migliori menti e i capitali di tutto il mondo.
Se paragonassimo l’economia globale ad una partita di pallone, potremmo immaginare Cina e USA come due grandi goleador, mentre l’UE come arbitro in mezzo a questi due fuoriclasse. Gli altri segnano, corrono, dribblano L’UE legifera, regola, scrive e applica istruzioni per qualsiasi cosa rimanendo a guardare gli altri giocare e vincere.
Nel delineare il quadro c’è poco da dire. Draghi ha descritto una situazione che sapevamo già e che da lungo tempo descriviamo in mille maniere.
Arriviamo dunque alla parte più critica del rapporto, la pars costruens. Cosa propone il pluri
salvatore dell’Italia, dell’Europa e del mondo per metterci al sicuro anche questa volta?
(Evidentemente gli scorsi salvataggi non hanno funzionato così bene).
La ricetta può essere riassunta in due macro-punti:

  • Centralizzazione e rafforzamento della Governance Europea
  • Investimenti per 800 miliardi di euro all’anno
    Il primo punto penso sia condiviso da tutti quelli che si ritengono Nazionalisti Europei e si auspicano un forte Europa Unita ed efficace nel prendere le corrette decisioni strategiche per governare il continente. Draghi spinge verso una struttura federale con un forte governo centrale in grado di coordinare al meglio gli stati federati per quanto riguarda le politiche fiscali, industriali, estere, aerospaziali e un sistema di difesa comune.
    Su questo punto prendiamo atto che Draghi si è avvicinato alle stesse posizioni che noi da tempo portiamo avanti.
    Il secondo punto che viene proposto è invece il più critico dei due.
    O meglio, qualcuno più volgare di chi scrive potrebbe benissimo commentare questo punto con un vivace “E grazie al ca***!”, ma non si utilizzeranno tali termini.
    Dopo tutto, da un neokeynesiano non ci si poteva aspettare niente di meno.
    Forse non tutti i lettori hanno colto di che quantità di denaro stiamo parlando, facciamo un altro paragone per renderne più semplice la comprensione.
    Sospendendo per un momento il giudizio politico che si può avere sul Piano Marshall e
    considerandolo meramente da un punto di vista economico, questo era stato concepito per la ricostruzione dell’Europa distrutta dai bombardamenti (la maggior parte dei quali provenienti dagli aerei degli stessi finanziatori del piano) della Seconda guerra mondiale. Il piano prevedeva l’erogazione di risorse pari a poco meno del 2% del PIL europeo all’anno.
    Ora, nel 2024, 800 miliardi all’anno equivalgono a poco meno del 5% del PIL Europeo. Il Piano Draghi sarebbe pari a quasi tre Piani Marshall messi insieme.
    A chi non piacerebbe poter investire risorse infinite nell’economia e realizzare opere avveniristiche e mirabolanti?
    Il problema è sempre uno e uno soltanto, da dove dovrebbero arrivare queste infinite risorse?
    Quello che Draghi fa intendere ma non dice, è di tornare ad accendere la stampante e sfornare nuovo denaro per gli investimenti.
    Il vero problema è che non esistono pasti gratis: qualcuno spieghi a Draghi l’equazione + Denaro = + Inflazione.
    Abbiamo appena finito di scontare gli effetti inflazionistici del piano “Next Generation EU” che ha moltiplicato la massa monetaria con nuovi 750 miliardi di euro portando l’inflazione del continente a due cifre come non si era mai visto dall’avvento della moneta unica.
    Non penso sia necessario che vi ricordi e vi rammenti quanto l’inflazione così generata abbia creato enormi disagi specialmente ai cittadini con redditi medio/bassi. L’inflazione in fin dei conti è una tassa indiretta su tutti i cittadini ma che colpisce principalmente i meno abbienti.
    Ora, il “Next Generation EU” è un piano che nasce da una situazione straordinaria e da condizioni molto complicate quindi chi scrive non si sente di considerarlo in maniera completamente negativa.
    Mettiamo per un momento sulla bilancia i due piani “Next Generation EU” e il “Piano Draghi”. Il primo ha stanziato 750 miliardi distribuiti su sei anni e ne abbiamo potuto ben osservare gli effetti nefasti sull’inflazione, Il secondo prevede un quantitativo paragonabile ma ogni anno! Praticamente un intero Next Generation EU ogni anno, per svariati anni consecutivi.
    Quindi siamo spacciati? Cosa fare?
    È innegabile che l’Europa abbia bisogno di investimenti, la soluzione tuttavia non può essere la stampa di nuova valuta.
    Potremmo cominciare dall’allocare le risorse che già abbiamo in maniera efficiente, questo sarebbe già un enorme passo avanti.
    Un secondo spunto potrebbe essere istituire un grande fondo sovrano europeo per investire nelle grandi infrastrutture e nelle catene di approvvigionamento energetico (chissà che un domani l’Europa non possa diventare finalmente energeticamente sovrana senza dipendere da terzi e abbassare così il prezzo dell’energia per le proprie industrie), un fondo costituito dai capitali derivanti dagli avanzi di bilancio degli enti pubblici e dai grandi capitali privati che vorranno investire in infrastrutture redditizie (sì, usiamo per una volta il capitale privato per fare gli interessi europei). Si passerebbe così dal paradigma del debito infinito che si espande sempre più inflazionando il denaro, alla concezione del risparmio che viene valorizzato e frutta valore per tutta la società europea.
    Il Partenariato tra Pubblico e Privato (il famoso PPP) è un ottimo strumento per utilizzare il knowhow e l’expertise dei privati per scopi pubblici, allocando in maniera efficiente i rischi e le competenze tra i due soggetti e lasciando la possibilità di coinvestire nei progetti.
    Ci sono tante opportunità per raccogliere risorse che non siano solamente accendere la stampante e fare triliardi di debiti con conseguente inflazione a due cifre, o strozzare le imprese con tasse insensate. Difficile far capire questo concetto ad un banchiere centrale neokeynesiano.
    Termino la mia disamina facendo notare che il Draghi pare che ora sostenga la necessità di mutualizzare il debito con l’emissione di bond europei, andando a superare la frammentazione dei debiti statali e condividendo il merito creditizio degli stati europei. Tale idea, fino a poco fa, era sempre stata fortemente respinta dall’ex banchiere centrale che ultimamente sembra essersi ricreduto.
    Benvenuto sulle nostre posizioni mister Draghi, sarebbe interessante capire questo insolito cambio di casacca.
    Se dobbiamo proprio fare debito, si spera poco, almeno facciamolo uniti come europei per avere condizioni migliori sul mercato.
    In conclusione, il report di Mario Draghi propone alcuni spunti interessanti e condivisibili ma sicuramente la strategia risolutiva va modificata e affinata. Su una cosa non c’è alcun dubbio, l’Europa è ad un punto di svolta epocale. Ora o mai più è il momento di agire uniti e compatti, altrimenti rimarremo per sempre a rincorrere da lontano le altre potenze fino a diventare completamente irrilevanti.
    Noi siamo nazionalisti, nazionalisti europei.
    Marco Massarini

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