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	<title>COMITATO SCIENTIFICO Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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	<description>Centro Studi e Laboratorio culturale per il risveglio europeo</description>
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		<title>EUROPA: CERTEZZE, DUBBI E POSSIBILITÀ</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AUTONOMIA EUROPEA]]></category>
		<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per quali ragioni dovremmo pensare all’Unione Europea come a un possibile Stato federale? Le ragioni, naturalmente, sono storico-concrete. L’amministrazione di un sub-continente non è garantita a sufficienza dalle forze di occupazione statunitense che si sono limitate a sostenere –potentemente- l’integrazione dei mercati europei fin dal 1945, ma, logicamente, non hanno alcun interesse all’integrazione politica del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per quali ragioni dovremmo pensare all’Unione Europea come a un possibile Stato federale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le ragioni, naturalmente, sono storico-concrete. L’amministrazione di un sub-continente non è garantita a sufficienza dalle forze di occupazione statunitense che si sono limitate a sostenere –potentemente- l’integrazione dei mercati europei fin dal 1945, ma, logicamente, non hanno alcun interesse all’integrazione <em>politica </em>del sub-continente, cioè a fare sorgere un attore internazionale statale. Con 284 basi militari nel sub-continente, l’essenziale, per l’Alleanza Atlantica è garantito. Le questioni specificamente europee, più pressanti, come il costo unitario del lavoro, la fiscalità unitaria, la gestione comune dei flussi migratori e una politica estera coerente esulano dai piani dell’Alleanza Atlantica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tuttavia, queste considerazioni sono considerazioni della pura ragione, sono le <em>logiche</em> soluzioni di problemi per i quali, <em>concretamente</em>, non c’è soluzione. La logica della politica e la concretezza politica non si contraddicono nemmeno: si ignorano a vicenda. Perché manca il soggetto politico europeo, il soggetto politico che trasformi la logica politica in realtà politica. Un soggetto politico è fatto di interessi concreti. Esistono interessi concreti europei? Oppure gli Investimenti Diretti Esteri e le delocalizzazioni delle produzioni rendono inconsistente l’espressione stessa “interessi concreti europei”? Esiste un <em>mercato europeo</em> da difendere? Se esso esiste, per quali settori merceologici esiste? In quali rapporti si trova con l’intelaiatura militare dell’Alleanza Atlantica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In sostanza: l’Europa è soltanto un’idea?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure un processo concreto esiste da oltre settant’anni: l’integrazione europea. La sua storia, tra il 1945 e il 1989, è la storia del consolidamento economico dell’occidente statunitense in funzione anti-sovietica. Con l’abbattimento del “muro di Berlino” le cose cambiano. Per l’Alleanza Atlantica si apre un grande spazio a est di Berlino e uno spazio, altrettanto grande, per la Comunità Economica Europea: il mercato europeo può espandersi oltre l’ex-“cortina di ferro” e i presìdi militari dell’Alleanza Atlantica possono estendersi ben oltre quanto si sarebbe sperato fino a qualche anno prima (nonostante i dubbi di Andrej Amal’rik nel suo <em>Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?</em> e le previsioni di Ugo Spirito, <em>La fine del comunismo</em>).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>La crescita dell’Europa</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La riunificazione tedesca (1990) ha creato il problema di una <em>possibile</em> egemonia tedesca; per risolvere il presidente francese Mitterrand, il cancelliere tedesco Kohl, il presidente della Commissione Delors decidono di accelerare il processo di aggregazione europea. E’ l’inizio del processo che porta al Trattato di Maastricht e al progetto dell’ “Unione Europea”. Nel Trattato compaiono la cittadinanza europea, il passaporto unico. Chiari segni di una finalità politica. Che cos’è “politica”? Max Weber ha scritto che è ogni “attività direttiva” e, dopo avere precisato che lo Stato, nella storia europea moderna, ne è la concretizzazione principale, precisa che lo Stato detiene il monopolio dell’uso (considerato legittimo) della forza fisica, cioè un potere, all’occorrenza, coattivo. Un potere che appartiene a ogni Stato membro; ma che non appartiene all’Unione Europea. Perché l’Unione che nasce a Maastricht è una <em>cooperazione interstatale</em>. Il che significa: priva di potere sovranazionale, politico, nonostante i timori dei conservatori di quel tempo (che favoleggiavano di un “super-Stato” europeo). In effetti, la sovranità europea si delinea come una sovranità sussidiaria, rispetto alla sovranità degli Stati membri, nelle materie economiche che la globalizzazione, via via, sottrae agli Stati membri (e si tratta di introdurre forme di controllo sub-continentale” su questa “sottrazione”).&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con il Trattato di Maastricht la Comunità Europea si assume nuovi ambiti di azione: ambiente, ricerca, cultura, sanità, tecnologia, educazione e formazione professionale coerentemente con la logica del Mercato Comune. Le procedure di voto a maggioranza vengono estese; ma la politica estera consiste in una ricerca della convergenza diplomatica fra i diversi Stati membri – dopo le divisioni in merito alla vicenda jugoslava.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Unione Europea, che nasce con il Trattato di Maastricht, si struttura su tre “pilastri”: politica economica, politica estera, cooperazione giudiziaria e di polizia. Il terzo “pilastro” era rivolto a implementare il Trattato di Schengen (1985) per creare un’area di libera circolazione delle persone. Sempre con il Trattato di Maastricht si decide di procedere con l’unione monetaria fra gli Stati membri. Tuttavia, l’Unione non assume personalità giuridica internazionale e i due “pilastri” degli affari esteri e della cooperazione giudiziaria e di polizia restano di competenza del Consiglio Europeo, cioè del vertice dei capi di Stato e di Governo. Viene rafforzato il Parlamento: chiamato ad approvare la nomina della Commissione il cui insediamento e durata coincidono, dal 1995, con la legislatura parlamentare. Sulle politiche sociali, previste dal Trattato, Gran Bretagna e Danimarca aderiscono con riserva, vale a dire, nei limiti in cui tali politiche non ostacolino il funzionamento del “libero mercato”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di fatto, come è stato osservato, il Trattato di Maastricht, nell’equilibrio dei poteri, determina una perdita di potere dei parlamenti nazionali rispetto agli esecutivi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con la creazione della Banca Centrale Europea, nel 1998, viene creata una struttura sovranazionale autonoma rispetto agli stati membri, ma vincolata, di fatto (sia pure in modo fluido) al Fondo Monetario Internazionale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I problemi per l’unione Europea cominciano a porsi con gli allargamenti verso est. A essi cercano di rispondere i vertici di Amsterdam (1997) e di Nizza (2001) affrontando la questione delle materie sulle quali decidere a maggioranza e il problema della ponderazione dei voti da attribuire ai singoli Stati in sede di Consiglio dei Ministri.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Maastricht e Roma</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>17 mesi di lavoro di una Convenzione presieduta dall’ex-presidente della Repubblica francese Valèry Giscard D’Estaing producono un Trattato istitutivo di una <em>Costituzione</em> per l’Europa il cui testo definitivo è firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Che cosa significa <em>Costituzione</em>? Non c’è alcuna Assemblea Costituente che rappresenti i cittadini europei suddivisi per partiti; sono gli esecutivi i promotori del testo <em>costituzionale</em>; sembra che gli esecutivi vogliano ‘trascendersi’ in una dimensione sovranazionale in modo <em>parzialmente</em> analogo a quanto avvenuto nelle tredici ex-colonie britanniche dell’America del Nord tra il 1776 e il 1787. Viene abolito il sistema dei 2pilastri, viene introdotto il voto a maggioranza per larga parte delle decisioni inerenti il mercato europeo (e materie connesse) e il potere di legiferare è suddiviso tra Commissione Europea, Parlamento Europeo (elettivo a suffragio universale dal 1979) e Consiglio dei Ministri; viene incorporata, inoltre, la <em>Carta dei diritti </em>dell’Unione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Trattato del 2004 sarà bloccato dal processo di ratifica: l’elettorato francese respingerà il Trattato. Trattato che cambierà pelle per assumere i connotati più moderati del Trattato di Lisbona (dicembre 2007, entrato in vigore dopo un complesso processo di ratifica l’1 gennaio 2009.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Domande e ipotesi</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quali le differenze sostanziali fra i due Trattati? Gli accenni federalisti e costituzionali presenti nel primo scompaiono nel secondo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché? Perché al “governo delle relazioni europee”, soprattutto se influenti sui rapporti con i paesi terzi, basta la N.A.T.O. e, per il resto, la disciplina del mercato europea è sufficiente. Non occorreva altro, secondo gli esecutivi del tempo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I “tre pilastri” sono stati eliminati e risolti all’interno della competenza legislativa e amministrativa dell’Unione; il processo legislativo, sempre limitato alle materie economiche e alle loro connessioni, è il meccanismo di codecisione che coinvolge la Commissione Europea, il Parlamento Europeo e il Consiglio dei Ministri. C’è persino l’Alto Commissario per la politica estera; una presenza marginale, di fronte all’azione degli Stati membri.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un corpo economico che si sviluppa all’interno dell’area dell’Alleanza Atlantica, che diventa un vero e proprio gigante economico subcontinentale, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, aveva, di fatto, un peso politico – perché il peso economico è sempre un peso politico. Il paradosso è che le implicazioni politiche del “gigante” sono nelle mani di Stati membri legati, anche allora, al simulacro della sovranità nazionale (pur dopo la Seconda Guerra mondiale: non infrequente esempio di miopia politica). L’Unione ha un carattere intergovernativo nel quale sono protagonisti gli Stati membri, cioè il loro governi. Poteva essere diversamente? No: gli Stati hanno creato l’Unione, ne sono i signori. Sotto la tutela dell’Alleanza Atlantica. Non esiste un’alternativa- e lo dimostra la mancata ratifica del trattato di Roma del 2004. Il “popolo europeo” è la materializzazione di un desiderio che, paradossalmente, attraversa anti-fascisti (come Spinelli e Rossi, autori del celebre <em>Manifesto di Ventotene</em>) e post-fascisti (come Jean Thiriart<em>, Europa. Un impero di quattrocento milioni di uomini</em>). Che non riescono, comunque, a configurare un movimento politico reale, effettivo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non stupisce la trasformazione del Trattato di Roma nel Trattato di Lisbona: il massimo tollerabile dai sovranisti ante-litteram per non perdere gli indubbi vantaggi del mercato comune (trasformatosi in mercato unico) e per non perdere la facciata del piccolo nazionalismo (mai scomparso, per lo meno a livello di psicologia collettiva, nonostante gli esiti molto chiari della Seconda Guerra mondiale). Due fattori premono, tuttavia, oggi, sulle ideologie sovraniste: da un lato l’urgenza di salvare il welfare (di cui ognuno, in Europa, conosce le potenzialità socialmente compattanti), dall’altro l’esigenza di gestire i flussi migratori (assai importanti, in prospettiva per il welfare). L’Alleanza Atlantica è interessata alle grandi tematiche della diplomazia internazionale, ben poco alle tematiche sociali. <em>Questo</em> è lo spazio in cui l’Europa potrebbe crescere, riprendendo lezioni del passato, del <em>welfare</em> degli anni Trenta e partendo dal principio secondo il quale è cittadino europeo è soltanto chi lavora, e che Europa è soltanto quella forma istituzionale che dà lavoro. La compattezza sociale genera la compattezza politica. Lo Stato europeo, lo Stato federale europeo, non può che essere Stato del lavoro. Ma per essere questo, esso deve iniziare a costituirsi come stato del <em>welfare</em>. E, a questo punto, avrà bisogno di un nuovo Trattato, molto diverso dal trattato del 2004 e del 2007.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Francesco Ingravalle</strong></p>
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		<title>IL MAGLIO DEL NICHILISMO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 00:13:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per qualche anno, il tempo di un paio di lunghi respiri, si è creduto che la storia fosse finita, congelata per sempre in una pace asettica. Poi sono tornati i sommovimenti della geopolitica, dell’economia, della scienza, delle masse di sradicati e la storia si è rimessa in moto. Occorrerebbe uno Spengler per leggere in profondità [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per qualche anno, il tempo di un paio di lunghi respiri, si è creduto che la storia fosse finita, congelata per sempre in una pace asettica. Poi sono tornati i sommovimenti della geopolitica, dell’economia, della scienza, delle masse di sradicati e la storia si è rimessa in moto. Occorrerebbe uno Spengler per leggere in profondità questo tempo. Cosa vuol dire che la storia ha ripreso il suo corso? Significa che niente è scontato, che non ci sono disegni definiti e deterministici del futuro, non c’è un punto di arrivo o una soluzione prestabilita. E per quanto la si cerchi, si allontana dalla presa, sfugge al tocco. Una prospettiva illusoria che ha nutrito e nutre i sogni degli utopisti ma che non ha mai convinto i realisti, cioè i politici puri.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E allora non stupisce che tutte le certezze vadano in pezzi a colpi di bombe, devastazioni e morti. Questioni territoriali irrisolte, ingiustizie lunghe un secolo, violenze religiose eccitate dal fanatismo monoteista: sono tutte motivazioni forti e degne di essere indagate ma non rispondono di quale sia la radice, il seme malato da cui sgorga la distruzione che irrompe in quest’epoca. Il fondo nero su cui poggia il mondo globalizzato è un abisso di nichilismo senza soluzione apparente. Il nichilismo è Re, conferma il suo dominio nelle pratiche belliche che evocano l’annientamento totale, il livellamento della vita, la riduzione dell’esistenza a gabbia e sorveglianza. Sono le degenerazioni che già aveva evocato Martin Heidegger quando parlava della “morsa” (<em>Zenke</em>) in cui era presa l’Europa dei suoi anni. Ebbene la stretta non ha perso vigore, si è estesa, raffinata nelle sue capacità, rafforzata nella sua avida sete di sangue. La polvere dei secoli anima la sete di distruzione, è un potere effimero che anima ciecamente la macchina di distruzione che si spinge fino ad atti di crudeltà insensati (“la crudeltà è propria degli esseri inferiori”, diceva Savitri Devi), è l’annientamento del mondo circostante, la creazione di un ambiente inospitale e inadatto alla vita. Il grigio orizzonte privo di senso già indicato dall’architetto Paul Virilio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il monoteismo come agente privilegiato del nichilismo scatenato? È possibile che si possa darne questa lettura. Con Nietzsche, il nichilismo è l’assenza di senso ed è in fondo un prodotto stesso di quella cultura religiosa impostasi nell’ultimo millennio. La volontà cioè di fissare una visione, una concezione, una sola dimensione di vita nel nome di una presunta verità assoluta produce inevitabilmente il conflitto per l’annientamento dell’altro da sé. La <em>negazione</em> dev’essere negata in profondità, sradicata. Non è tollerabile ciò che devia, l’eresia è un’anomalia da estirpare. Un solo mondo unito sotto una sola Legge. Ecco il <em>Logos</em> scatenato nel suo esito socio-politico. Il nemico non è più <em>iustus hostis</em> ma un essere da sterminare. Qua iniziano le guerre di sterminio, le asimmetrie che giustificano con moralismi di varia ambiguità ogni tipo di azione.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come distinguere un esercito dai terroristi? Cosa rappresentano i “cani sciolti”? Bisogna osservare il messaggio mediatico e tracciare il corso degli eventi. Spesso sono due cose distinte e distanti. La spiegazione data da siti e giornali spesso non corrisponde al fatto in sé ma ne è una rilettura, una interpretazione: una verità parziale. Il nulla si autogiustifica e autoalimenta. La sua verità è il nulla, il niente è la sua giustizia, cioè un’assenza radicale di coerenza, continuità, comprensibilità. Disarticolato nel caos più diffuso e inquietante, il nulla trova oggi terreno fertile ovunque, perché non vi sono gli anticorpi culturali, politici e spirituali per rimettere in asse la realtà esteriore e interiore. Tutto è mobile, variabile, poggia su un terreno paludoso, viscido che tutto avvolge e soffoca in un liquido nero e viscoso. Il terrore tellurico a <em>due</em> vie descritto da Reza Negarestani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I tentacoli del nichilismo si ritraggono e poi si estendono nuovamente, è un moto pneumatico, nascondimento ed esposizione. Tutto a uso e consumo di telecamera. Se non appari non esisti. L’arruolamento avviene attraverso messaggi sottili: un simbolo, una maglia, una parola. Ma la missione resta invariata, l’idea non muta col passare degli anni. La pace è solo una fase transitoria, la regola del nichilismo è produrre caos e il caos è un vortice che fagocita la vita, l’ordine, l’equilibrio. La storia non conosce stasi ma solo una forza maggiore può fissare un ordine attraverso il mutamento. Questo non mondo non può. I mostri fanatici che produce sono figli della propaganda mercantile, dell’idea che il migliore dei mondi possibili debba essere per tutti e per tutti allo stesso modo. Annientare fino all’uguaglianza totale: la distruzione della vita e delle identità.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Siamo davanti ai sintomi di un nichilismo potenziato ma pur sempre negativo, incapace cioè di produrre ordine dal caos. Non è creativo se non nella misura in cui produce profitto. Ma non può creare stabilità ed equilibrio (che prevede sempre una quota di instabilità e caos). È la sproporzione continua, riflessa in vite senza stella polare, in conflitti senza limite né regola, in religioni frammentate e profondamente ferite internamente. Una ricerca di senso disperata, una causa che si giustifica attraverso la negazione totale dell’altro, attraverso la sua distruzione senza limite. Una caccia al male oltre ogni confine, senza fine. Il nichilismo passivo di giustifica solo nella negazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come se ne esce? Opponendo un nichilismo della volontà, un nichilismo affermativo, di <em>isole fantasma</em>, in grado di reggere le potenti correnti dell’epoca, in grado orientarsi nella notte fonda del mondo e nel frattempo capaci di affrontare il caos come una forza creativa, di straordinaria ricchezza, a cui strappare quegli elementi positivi, affermativi, su cui costruire un futuro differente. Polemos: cenere e fuoco.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Francesco Boco</strong></p>
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		<title>AGGREDIRE LA “GRANDE TRANSIZIONE” ENERGETICA &#8211; INTERVISTA A GIAN PIERO JOIME</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Apr 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista al prof. Gian Piero Joime, membro del Comitato Scientifico di Kulturaeuropa.&#160; Professore, stiamo attraversando l’epoca delle grandi transizioni e delle grandi trasformazioni. Qual è, attualmente e in prospettiva, l’effettivo scenario in cui sono chiamati a muoversi i Players internazionali? Il futuro politico globale prospettato dall’Onu e dall’Unione Europea sembra decisamente guidato dalla strategia della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2023/04/13/aggredire-la-grande-transizione-energetica-per-non-restare-indietro/">AGGREDIRE LA “GRANDE TRANSIZIONE” ENERGETICA &#8211; INTERVISTA A GIAN PIERO JOIME</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Intervista al prof. Gian Piero Joime, membro del Comitato Scientifico di Kulturaeuropa.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Professore, stiamo attraversando l’epoca delle grandi transizioni e delle grandi trasformazioni. Qual è, attualmente e in prospettiva, l’effettivo scenario in cui sono chiamati a muoversi i Players internazionali?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il futuro politico globale prospettato dall’Onu e dall’Unione Europea sembra decisamente guidato dalla strategia della transizione ecologica, basata rispettivamente sugli impianti culturali e normativi dell’Agenda 2030 e del Green Deal, e in Italia soprattutto del Pnrr, e quindi su un insieme di orientamenti, direttive, regolamenti, tecnologie, innovazioni e progetti finanziari, finalizzati alla trasformazione sostenibile dei mezzi e dei modelli di produzione e di consumo.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il futuro delimitato dalla “grande transizione” presenta certamente grandi opportunità, ma anche diverse minacce per il destino di territori e imprese che non ne coglieranno le potenzialità di riposizionamento politico ed economico, limitandosi piuttosto all’adozione del nuovo paradigma senza guidarlo, senza avviare la modernizzazione competitiva di tutte le filiere economiche, anzi delegando ad altre potenze la direzione strategica, e subendo così la forte dipendenza estera da culture, materie prime, tecnologie e componenti.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La grande transizione è certamente una grande opportunità, ma può essere anche una grande minaccia per il destino di tutte le filiere economiche, per la forte dipendenza estera da materie prime e componenti, come ampiamente mostrato nel corso della pandemia.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il modello della transizione ecologica è una questione di potere industriale, basato sul controllo delle catene del valore della filiera digitale ed energetica: infatti molte grandi imprese globali hanno trasformato il proprio core-business in eco-business &#8211; si pensi alle fonti rinnovabili per le compagnie energetiche, alle automobili elettriche per il settore automotive – rivitalizzando così cicli di vita molto maturi, o sostituendo intere filiere produttive locali incapaci di rispondere al cambiamento.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In sintesi, non c’è transizione ecologica senza innovazione industriale. E il mancato adeguamento di imprese e territori al nuovo paradigma tecno-ecologista, basato su norme e potere industriale, costituisce un forte rischio di marginalizzazione delle stesse imprese e dei territori locali nel sistema competitivo globale, ponendo il rischio di una transizione sostitutiva della cultura e della tradizione produttiva locale in nome dell’adeguamento a standard ecologici o eco-industriali internazionali.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La transizione ecologica impone così più che una velleitaria resistenza, lo sviluppo un nuovo paradigma tecnologico-industriale, fondato sulle eco-innovazioni. In questo senso il rafforzamento&nbsp; delle produzioni nazionali e delle identità socio-culturali è a pieno titolo attività essenziale per un modello di sviluppo sostenibile, equilibrato e compatibile con il benessere dei diversi contesti locali. La capacità di governo locale e di controllo delle catene del valore diviene così determinante per lo sviluppo sostenibile.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>L’Europa di oggi è un soggetto politico ancora molto controverso, ma è chiamata a confrontarsi sul piano internazionale con veri e propri Imperi ben organizzati. L’Autonomia Strategica Europea è divenuta ormai improcrastinabile?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo scenario è sicuramente di grande importanza strategica la ricerca dell’equilibrio tra la transizione ecologica e la tutela continentale e nazionale delle catene del valore, per non assistere passivamente alla possibile sostituzione dalla dipendenza per le fonti fossili, e dai paesi che ne detengono i giacimenti, alla dipendenza dei sistemi e delle componenti per le rinnovabili, e dai paesi che ne detengono le tecnologie.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Oggi lo stato dell’arte nell’orizzonte della Grande Transizione è che l’economia globale dipende per il 92% dalle imprese taiwanesi nella produzione di chip di ultima generazione, e la Cina ospita il 75% della capacità globale di fabbricazione di celle per le batterie elettriche…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La grande transizione digital-ecologica pone quindi evidentemente in primo piano la tutela delle catene di approvvigionamento, come fattore determinante per la sicurezza nazionale; come sembra sappiano molto bene negli Stati Uniti, dove la dipendenza dalle forniture estere rappresenta, secondo Washington, una minaccia, proveniente soprattutto dalla Cina, al ruolo di leadership economica, tecnologica e militare.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quasi per paradosso, sembra proprio che la grande transizione digital-ecologica, fondata su principi e tecnologie globali, spinga al ritorno di forme di protezionismo delle economie nazionali, al ritorno del ruolo dello Stato, almeno nel caso statunitense,  per la ridistribuzione dei poteri economici. Ecco così che il 24 febbraio 2021, il presidente degli Stati Uniti, citando in quell’occasione il proverbio <em>“Per mancanza di un chiodo, il ferro di cavallo è andato perso”</em>, ha firmato l’ordine esecutivo 14017, “America’s Supply Chains”, per avviare una revisione completa delle catene di approvvigionamento critiche del Paese per identificarne i rischi, affrontarne le vulnerabilità e sviluppare una strategia per garantirne la sopravvivenza agli attacchi competitivi. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma “America’s Supply Chains” è stato solo il primo atto del ritorno americano alla sovranità industriale; è stato l’atto di base per l’approvazione dell’Inflation Reduction Act (Ira) dell’estate 2022: una legge che definisce da un lato i perimetri  della competizione tra Cina e Stati Uniti nella transizione energetica, per contenere l’ascesa cinese nelle filiere industriali delle energie pulite. E dall’altro che intende affermare la posizione dominante dell’industria verde americana nei confronti di tutti i competitor globali, anche del partner europeo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dunque L&#8217;Ira è la risposta americana allo strapotere cinese nello scenario della transizione energetica globale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Ira è dotato di un budget di 738 miliardi di dollari, dei quali 391 miliardi saranno spesi per l&#8217;energia e il cambiamento climatico. L’Ira americana ha il pregio di chiarire senza fraintendimenti la direzione statunitense per la riconquista del potere industriale mondiale nell’era della transizione ecologica: sviluppare adeguate capacità tecnologiche e produttive nazionali per raggiungere gli obiettivi ambientali, fortificando le  filiere produttive statunitensi; e anche attraendo investimenti europei in territorio americano. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La </strong><a href="https://www.google.com/search?q=BMW+announced+a+nearly+$2bn+investment+in+South+Carolina&amp;rlz=1C1VDKB_itIT979IT979&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8"><strong>BMW ha annunciato</strong></a><strong> un investimento di quasi 2 miliardi di dollari nella Carolina del Sud alla fine dello scorso anno, mentre </strong><a href="https://www.ilsole24ore.com/art/enel-costruzione-mega-impianto-solare-usa-AEaP4uHC?refresh_ce"><strong>Enel ha annunciato</strong></a><strong> che costruirà una fabbrica di moduli e celle fotovoltaiche negli Stati Uniti per un investimento stimato di circa un miliardo di dollari e che dovrebbe creare 1500 posti di lavoro, con una capacità produttiva iniziale di almeno 3 GW all’anno e che può aumentare fino a 6 GW. Northvolt, una azienda svedese leader in Europa nel settore delle batterie a litio, ha dichiarato di voler espandere la produzione in America. Iberdrola, una società energetica spagnola, sta investendo il doppio in America rispetto all&#8217;Unione Europea.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo quadro, il primo febbraio la Commissione europea ha presentato il “Green Deal Industrial Plan for the Net-Zero Age”, considerato la risposta europea all’Ira americana. Il piano europeo si inserisce nel contesto del Green Deal europeo e del REPowerEU, e si basa su alcuni assi: contesto normativo semplificato, accelerazione dell’accesso ai finanziamenti, miglioramento delle competenze e libero scambio per catene di approvvigionamento resilienti. Il quadro è completato dal Critical Raw Materials Act, la legge sulle materie prime critiche, che mira a garantire un accesso sufficiente a quei materiali, come le terre rare, che sono vitali per la transizione energetica. Dietro l’accelerazione ai finanziamenti si nasconde in realtà un punto controverso tra gli stati membri, ovvero l’allentamento delle norme sugli aiuti di Stato, tema su cui la commissione sta consultando gli Stati Membri. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sembra un po’ poco rispetto ai grandi cambiamenti in atto, e soprattutto con una prospettiva di lentezza che appare inadeguata ai rapidissimi tempi moderni. In questo scenario di vera e propria guerra economica per la conquista delle catene del valore delle energie rinnovabili, l’Unione Europea, partendo da una situazione di dipendenza informatica ed energetica, vorrebbe posizionarsi da protagonista prevalentemente culturale del grande cambiamento: con il Green Deal e le conseguenti direttive e piani operativi, come la Next Generation UE, e i connessi piani nazionali, centrati soprattutto sul digitale e l’energetico. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ecco quindi che in Europa si producono diligenti piani pluriennali, con tanta burocrazia continentale e nazionale, e tante cabine di regia per la composizione degli interessi pubblici e privati dei tanti Stanti Membri, assai spesso divergenti; ne emerge una super-struttura burocratica, fiscale e finanziaria, che indubbiamente rischia di appesantire il processo decisionale e operativo e di ampliare il divario con i competitor globali, già evidente semplicemente osservando la provenienza dei prodotti e delle componenti tecnologiche della filiera del digitale e delle energie rinnovabili, in grandissima e prevalente parte di origine cinesi e americani. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mentre l’Unione Europea redige il Net Zero Act e predispone la sua potente struttura burocratica, la Cina come detto viaggia velocissima, tanto nella conquista delle miniere mondiali della materie prime, quanto nelle produzione di tecnologie e componenti delle diverse filiere dell’energia e della mobilità elettrica, e nella introduzione di dazi per proteggere l’industria nazionale; senza per questo ridurre l’impegno nel nucleare. E gli Stati Uniti continuano a investire nella conquista di miniere di terre rare e cobalto, ovunque nel mondo, nella riconquista e nella protezione della supply chain nazionale, e nella costante produzione di eco-innovazioni; senza per questo ridurre l’impegno, anzi rafforzandolo, nel gas, nel petrolio e nel nucleare.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’autonomia energetica europea è improcastinabile, ma deve trovare una forma di governo adeguata a un Tempo sempre più veloce.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>In merito alla questione del gas e del nucleare, quali prospettive abbiamo?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mentre per il gas all’Europa, fermo restando la dipendenza dalle importazioni, non rimane che diversificare il mix dei paesi fornitori e ampliare, con i rigassificatori, la capacità di accumulo, la situazione sembrerebbe più dinamica nel settore del nucleare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Diversificazione delle fonti, disponibilità di energia di base, flessibile e decarbonizzata ed economicità (se confermata), impongono di considerare anche il nucleare nelle possibili scelte, non solo per i paesi che già ne dispongono, ma anche per gli altri. Gli scenari delle maggiori agenzie internazionali vedono la permanenza del nucleare nel mix produttivo mondiale come necessario per assicurare la disponibilità di energia elettrica decarbonizzata, baseload e in grado, in una certa misura, di seguire con flessibilità la domanda, a complemento delle tecnologie rinnovabili. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tale necessità è ancora più evidente o, quanto meno, considerata con maggiore attenzione, nella situazione di crisi odierna, nell’ottica di riuscire a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti attraverso la diversificazione e lo sfruttamento di risorse domestiche. Prendendo a riferimento lo scenario NZE della Agenzia Internazionale dell’Energia, la potenza di impianti nucleari installata nel mondo raddoppia da oggi al 2050, arrivando a più di 800GW dai circa 400GW odierni. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La maggior parte (90% circa) della nuova capacità (al netto di quella che andrebbe a compensare le centrali che verrebbero ritirate dalla rete e soggette a decommissioning) verrebbe da Cina ed altre economie emergenti; le economie avanzate vedrebbero un aumento del 10% della potenza, con i ritiri che verrebbero più che compensati da nuove installazioni grazie a nuovi programmi di sviluppo principalmente negli Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Canada. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La disponibilità di energia nucleare verrà dunque garantita sia da estensioni della vita utile degli impianti esistenti, laddove possibile ed economicamente efficiente, sia dalla costruzione di nuove centrali. In termini di tecnologie, questo verrà assicurato sia da centrali nucleari “convenzionali” della tipologia di quelle attualmente in costruzione (grossi impianti ad acqua leggera di generazione III o III+), sia, con grande probabilità, da una nuova filiera attualmente in fase di sviluppo, quella degli Small Modular Reactors (SMR). Gli SMR sono una classe di impianti nucleari molto variegata in termini di tipo di combustibile, refrigerante, moderatore e configurazione (unità singola, multi-unità/modulo, a terra o galleggiante), caratterizzati da una potenza di impianto ridotta (convenzionalmente dai 10 ai 300MW) rispetto alle centrali nucleari normalmente impiegate. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Appare evidente che anche in questo emergente settore del nucleare di piccola taglia, o si comincia a studiare e partecipare al dibattito, e da subito, o non resta che assistere da spettatori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>In tutta Europa, ma soprattutto in Italia, abbiamo sostituito il modello industriale con quello impiegatizio, ovvero l’industria con il terziario avanzato. Occorre un ritorno a modelli produttivi autoctoni?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo scenario di squilibrio permanente segnato soprattutto dalla rivoluzione energetica e dall’aggressività competitiva di cinesi e americani, occorrerebbe al più presto ricostruire la nostra capacità di produzione e innovazione, con misure ad hoc &#8211; tasse, tutele del lavoro, standard ambientali &#8211; e mirate per ogni settore strategico, che aiutino a plasmare la globalizzazione per garantire che funzioni per gli europei e gli italiani come lavoratori e come famiglie, non semplicemente come consumatori.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Il PNRR e il Piano Mattei sono armi a disposizione dell’Italia? In che modo potrebbero diventare realmente efficaci?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia nella nuova era della transizione ecologica può giocare il ruolo del grande protagonista nel riposizionamento del sistema energetico mondiale, sia per l’attuale consistenza nazionale del sistema del rinnovabili sia per la presenza di grandi imprese di grande rilevanza internazionale,&nbsp; ancora a controllo pubblico &#8211; Enel, Eni, Terna e Snam &#8211; con le quali trainare una transizione energetica basata sul controllo di tutte le fonti – gas e petrolio, rinnovabili, nucleare – finalizzata a difendere la capacità di produzione industriale e a rafforzare l’innovazione.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Considerando che il futuro energetico prospettato dall’Unione Europea è basato sull’impianto del Net Zero Act, risulta evidente che l’Italia, in attesa di assumere un posizionamento più consono alla nostra importanza in un Europa più forte ed equilibrata, debba impostare una strategia, diretta a realizzare una maggiore sicurezza e autonomia sia energetica che industriale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sembra possibile che l’Italia, in risposta ai grandi cambiamenti in atto, possa assumere un ruolo di leadership nella&nbsp; transizione energetica. Una strategia nazionale, mirata a ridurre la dipendenza dalle importazioni e a sviluppare il settore industriale, soprattutto delle rinnovabili elettriche sembra possibile: le scelte e le azioni dipendono da condizioni endogene e le capacità tecnologiche e produttive sono limiti superabili, anche ipotizzando ulteriori sviluppi nell&#8217;individuazione di tecnologie sostitutive.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una strategia energetica di breve periodo, fondata in primis su una rinnovata forza per la gestione immediata della crisi energetica, e dunque basata sia sul contenimento dei prezzi e delle fluttuazioni commerciali che sulla diversificazione delle forniture di gas, sulla immediata realizzazione di rigassificatori, sulla riattivazione di giacimenti nazionali. In questo senso il rafforzamento del nostro ruolo nel mediterraneo nell’ambito del Piano Mattei con la realizzazione di accordi strategici e commerciali con l’Algeria e con la Libia, sia per la fornitura di gas che per la realizzazione di nuove infrastrutture, ci sembra un grande ed importante passo in questa direzione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E una strategia energetica di medio periodo, fondata sulla sicurezza e sulla ricerca dell’indipendenza energetica, con un chiaro e forte piano d&#8217;azione per lo sviluppo dell’industria delle rinnovabili elettriche (fotovoltaico, eolico e idroelettrico) e del nucleare di nuova generazione, guardando con attenzione al mini nucleare. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le rinnovabili elettriche sono oggi una grande opportunità per definire una strategia industriale di medio periodo, in grado di ridurre la dipendenza italiana dalle diverse fluttuazioni internazionali e, soprattutto, di creare una consistente filiera industriale per la produzione di pannelli solari e di pale eoliche, di inverter e di sistemi di accumulo, di smart grid, di auto e di colonnine elettriche. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una grande opportunità per l’Italia, ancora molto dipendente dalle fonti fossili, importate da pochi Paesi ma già quinta potenza mondiale per installazione di fotovoltaico, e ricca, nelle università, nei centri di ricerca e nelle imprese, di capacità tecnologiche e vocazione all’innovazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Secondo l’ultimo report del giugno 2022 di Elettricità Futura, a fronte di una domanda nazionale di energia elettrica che passerà dagli attuali 318 TWh ai 360 Twh nel 2030, il nostro paese per rispettare il target europeo per la decarbonizzazione definito prima dal Fit 55 poi dal Repower Eu, dovrà&nbsp; installare oltre 85gw di rinnovabili entro il 2030 (coprendo con pannelli fotovoltaici e pale eoliche non più dello 0,3% dell’intera superficie nazionale). Con la realizzazione di questo ambizioso ma fattibile obiettivo il nostro fabbisogno elettrico verrebbe soddisfatto per almeno l’ 84% da fonti rinnovabili, che quindi potrebbe trainare l’offerta nazionale di componenti e tecnologie.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E in questo senso un ottimo segnale di rinascita industriale è l’inaugurazione ufficiale, a Catania, del cantiere &#8220;3Sun gigafactory&#8221;, la fabbrica di Enel di pannelli solari che passerà dalla attuale capacità produttiva di 200 Mw l&#8217;anno a circa 3 Gw l&#8217;anno, con un investimento è stimato in circa 600 milioni di euro e che diventerà la più grande d&#8217;Europa, più grande della somma di tutte le altre fabbriche attive in Europa. &nbsp; &nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia può e deve giocare un ruolo da protagonista nel sistema energetico europeo e mondiale, l’obiettivo è certamente quello di ridurre la dipendenza tecnologica dall&#8217;estero e di trasformarci in un grande paese produttore di tecnologie e componenti; e di rifondare una classe dirigente votata finalmente più all&#8217;innovazione che alla burocrazia, in forte controtendenza rispetto alle direzioni, sia pubbliche che private, degli ultimi decenni.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non mancano naturalmente le competenze, non mancano le idee, non mancano le opportunità. Non resta che esercitare con coraggio la nostra volontà e la nostra tenacia.</strong></p>
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		<title>I &#8220;NUOVI BARBARI&#8221; E LA SFIDA DELLA TECNICA &#8211; INTERVISTA A CARLOMANNO ADINOLFI</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2023/03/10/i-nuovi-barbari-e-la-sfida-della-tecnica-intervista-a-carlomanno-adinolfi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Mar 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Carlomanno Adinolfi, membro del Comitato Scientifico di Kulturaeuropa.  Carlomanno, sei tra i principali animatori della rivista Prometheica. Potresti spiegare brevemente di cosa si tratta e che cosa si intende per “Prometeismo” e &#8220;Accelerazionismo&#8220;? Prometheica nasce da un’idea di Adriano Scianca, di Francesco Boco, di Andrea Anselmo e del sottoscritto, avuta dopo un incontro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2023/03/10/i-nuovi-barbari-e-la-sfida-della-tecnica-intervista-a-carlomanno-adinolfi/">I &#8220;NUOVI BARBARI&#8221; E LA SFIDA DELLA TECNICA &#8211; INTERVISTA A CARLOMANNO ADINOLFI</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Intervista a Carlomanno Adinolfi, membro del Comitato Scientifico di Kulturaeuropa. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Carlomanno, sei tra i principali animatori della rivista Prometheica. Potresti spiegare brevemente di cosa si tratta e che cosa si intende per “Prometeismo” e &#8220;<strong><em>Accelerazionismo</em></strong>&#8220;?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Prometheica nasce da un’idea di Adriano Scianca, di Francesco Boco, di Andrea Anselmo e del sottoscritto, avuta dopo un incontro avvenuto circa tre anni fa. Avevamo già notato che la nostra &#8220;area&#8221; stava ripiegando verso posizioni di assoluta retroguardia, spesso anche un pò vittimista e &#8220;sfigata&#8221;, con una deriva dai tratti moralistici e &#8220;quaccheri&#8221;. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Volevamo riportare al centro una visione che parlasse di conquista, di &#8220;sfida alle stelle&#8221;, di affermazione, di volontà di forgiare il futuro anziché rifiutarlo nel nome del passato. Soprattutto sul campo della tecnologia, nei confronti della quale ultimamente &#8211; soprattutto dopo il periodo covid e lockdown che ha esasperato alcune derive psicotiche e ossessive già latenti &#8211; avevamo notato un rifiuto totale, quasi fanatico e religioso. Così come verso qualunque forma di &#8220;progresso&#8221;. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Noi volevamo riaffermare il fatto che non è la tecnologia in sé ad essere il problema – anche perché questa lettura non è altro che l’altra faccia della medaglia della visione modernista e progressista – ma l’Uomo. Se sta diventando sempre più schiavo anziché padrone delle nuove invenzioni, se il &#8220;progresso&#8221; ha portato all’atomizzazione e alla stasi anziché farci andare sulle stelle, non è colpa della tecnologia, che non è una entità oggettivata e dotata di coscienza malvagia, ma è dell’Uomo. Che deve tornare a voler superare se stesso e a usare la tecnica come ha sempre fatto fin dagli albori, da quando ha acceso il fuoco, affilato le asce, costruito la ruota e poi fondato città e costruito monumenti che sono rimasti a testimoniare per secoli la sua affermazione mentre conquistava i mari e i cieli. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È questo il senso del Prometeismo e il motivo per cui è nata Prometheica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per Accelerazionismo si intende tutto e il contrario di tutto. Fondamentalmente, è l’idea per cui bisogna accelerare i processi in atto piuttosto che contrastarli, poiché il contrasto non fa che rallentarli momentaneamente, ma al contempo rafforza gli equilibri a vantaggio di chi li gestisce. Poi ci sono letture estremizzate da una parte e dall’altra, da chi pensa che bisogna accelerare il capitalismo per portarlo alla sua fine a chi vorrebbe accelerare il Kali Yuga per arrivare prima a una nuova Età dell’Oro&#8230; </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Io personalmente non sono d’accordo con nessuna di queste estremizzazioni, ma concordo sul fatto che porsi come semplice freno a mano di processi in atto non porti al loro arresto, ma solo a una loro affermazione, magari inizialmente più moderata, ma che negli anni arriverebbe a compimento. Penso invece che si debba cavalcare i processi nel momento in cui sono più dinamici e caotici, sfruttare le loro naturali contraddizioni, inserirsi nelle fratture che per forza di cose si vengono a formare e a quel punto avere voce in capitolo quando un nuovo equilibrio si assesta.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>È ormai questione nota che, di fronte alle nuove sfide della contemporaneità, buona parte dell&#8217;Area Identitaria si sia da tempo ripiegata su posizioni reazionarie e non propositive. Come spiegheresti questa deriva “neo-conservatrice”? La ritieni coerente con l’Idea di Tradizione?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Credo che questa deriva dipenda da molti fattori. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il primo è la logica del ghetto. Siamo gli sconfitti della guerra, gli eredi di un’Idea che è stata definita &#8220;male assoluto&#8221;, apparteniamo a una visione del mondo che viene espressamente condannata come nemico numero uno di questa epoca. E quindi molti, anziché avere un approccio dettato dalla volontà di conquista, anziché costruire una contro narrazione e modellare un nuovo modello da contrapporre a quello dei nostri nemici, si sono trincerati dietro la scusa de “il mondo non ci vuole” e quindi hanno assunto questo atteggiamento di rifiuto netto a priori verso qualunque cosa non faccia parte di un passato idealizzato e &#8220;bucolico&#8221;. Che poi questo passato idealizzato è stato &#8220;traslato&#8221; con il cambio generazionale, tanto che non si ha più nostalgia del Ventennio – cosa che sarebbe stata comunque sbagliata, ma almeno avrebbe avuto un senso – ma degli anni della propria infanzia. Ora è l’era della nostalgia anni ’80, ad esempio, ma presto arriverà quella degli anni ’90&#8230;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un secondo fattore, che è strettamente legato al primo, è l’incapacità totale della Destra istituzionale di uscire dal &#8220;complesso della non accettazione&#8221; e dell’essere vittima della narrazione colpevolista della sinistra. Per cui, invece di creare un proprio linguaggio e modellare una nuova visione, essa si accoda all’agenda della sinistra e cerca di darne una versione più edulcorata, più moderata e reazionaria, poiché parte da una pura e semplice &#8220;reazione&#8221; all’agire del nemico.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il terzo fattore, quello più recente ma probabilmente più catastrofico, è una costante americanizzazione del linguaggio e della cultura. Con l’avvento di internet, le persone si sono impigrite anche per quanto riguarda la propria formazione. Perché leggere i fondamenti della nostra Weltanschauung quando puoi avere il fai da te con i blog, i forum<strong> ed i social</strong>, che invece di letture complesse forniscono facili &#8220;risposte&#8221; e schemi elementari? Ed ecco che il modello culturale americano, che per forza di cose attecchisce solo in chi ha una dimensione culturale minima, fa breccia. Non è un caso che la destra europea sia ora abbarbicata in un conservatorismo dai tratti &#8220;wasp&#8221; e abbia portato in casa teorie e battaglie incompatibili con la civiltà europea, dal messianismo al complottismo in stile QAnon fino alla battaglia per il possesso delle armi o il maschilismo beta in salsa incel. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E tutto questo, che appartiene in toto a un’altra civiltà, incompatibile con la nostra, viene scambiato per Tradizione. Peccato che non sia la nostra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><span><i>Alla luce di tutto ciò, ritieni comunque possibile coniugare Tradizione e Prometeismo, magari in una Sintesi innovativa?</i></span></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è che sia possibile, è che non può che essere così. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bisogna uscire dall’equivoco per cui Tradizione è qualcosa di antico e inconciliabile con l’adesso. Come diceva Venner, <em>“la Tradizione non è il passato, ma al contrario ciò che non passa e che sempre ritorna in forme diverse”</em>. Purtroppo, molti pseudo-tradizionalisti si fermano invece solo alla forma e pensano che Tradizione sia solo sandali e toga o armature lucenti, quando invece la sfida è proprio trovare le forme con cui la Tradizione possa essere colta anche qui ed ora. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa è la sfida di Prometheica. Il Prometeismo non è un’invenzione folle di un gruppo di spostati, è solamente la riproposizione con un linguaggio moderno di una spinta che ha sempre caratterizzato l’uomo europeo. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Si pensi al vitalismo romantico, o al superomismo nietzscheano o al Futurismo solo per parlare degli ultimi due secoli. Ma l’uomo europeo è da sempre stato spinto dal &#8220;fuoco della conoscenza&#8221;, è da sempre quello che più degli altri ha modellato il mondo intorno a sé attraverso la scienza e la tecnica. Anche il simbolismo intrinseco del Prometeismo è molto tradizionale: riporta in auge il mito di Ercole e Prometeo, la figura di Vulcano che forgia le folgori per il sommo Dio celeste, la figura sapienziale di Atena come dea delle arti che portano Ordine nel Caos&#8230; </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Prometeismo non è altro che la volontà di affermazione e di modellare un nuovo Ordine da un Caos o da uno stato selvaggio. È l’essenza stessa, quindi, dell’Uomo Europeo. Più Tradizione di così&#8230;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Il Mito d’Europa è compatibile con la filosofia e la prassi del Prometeismo?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se il Prometeismo non è altro che l’essenza dell’Uomo Europeo, ne deriva che il Mito d’Europa non solo è compatibile, ma è essenziale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Purtroppo siamo eredi di un grosso equivoco per cui si sovrappongono Europa e politiche comunitarie della UE e quindi quelle che nei decenni passati erano delle giuste e sacrosante battaglie contro la burocrazia eterodiretta dell’Unione si sono piano piano trasformate in un antieuropeismo puro e semplice, per cui ora non solo si critica la UE in quanto Istituzione, ma si mette in discussione il concetto stesso di Europa. Addirittura, si arrivano a criticare anche le prospettive interessanti e positive di Autonomia Europea, perché “tanto non sarebbe la Nostra Europa” e così ci si avvita in un vortice incapacitante da cui è impossibile emergere. Anche la &#8220;stagione sovranista&#8221;, che poteva essere potenzialmente interessante, ha invece lasciato solo strascichi di questo tipo, facendo regredire la visione politica di quasi un secolo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Io credo che i movimenti politici debbano invece abbandonare totalmente gli schemi usati finora e forgiare nuove parole d’ordine e nuovi miti. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Serve soprattutto avere una nuova Visione dell’Europa, una nuova Idea da incarnare. Non si può più solo adagiarsi su frasi oramai svuotate di ogni significato pratico come “non l’Europa delle banche ma l’Europa dei popoli”. Ok, tutto giusto, ma che vuol dire? Serve pensare un&#8217;Europa politica, economica e militare che sia realizzabile e non sia soltanto un patto economico finanziario o la &#8220;burocrazia dei progetti erasmus&#8221;. Ma soprattutto, serve un nuovo modello culturale, etico ed estetico. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Purtroppo anche in questo caso rientra in gioco quel fattore di americanizzazione forzata, per cui noi europei ci sentiamo non solo provincia dell’impero statunitense, ma addirittura ci sentiamo culturalmente legati al loro modello, tanto da cercare di adattarlo al nostro modus vivendi. E quasi si ha paura di dire il contrario, perché ci hanno inculcato quel senso di colpa per cui ogni cosa che succede è colpa del nostro passato europeo colonialista bianco, ecc. ecc., e quindi dobbiamo abbandonarlo, rinnegarlo, rifiutarlo. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dobbiamo invece tornare ad essere fieri dei nostri oltre quattromila anni di Civiltà, rifiutare qualunque dottrina che ci imponga il pentimento e la colpa, ribadire che il nostro stile di vita non può essere quello americano. Dobbiamo imporre un modello alternativo che poggi sulla nostra storia millenaria e che proprio per questo non può che disprezzare ciò che ci viene imposto da oltre oceano. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma non deve essere neanche questo un ripiegamento felice verso un passato idealizzato. Paradossalmente, dobbiamo porci quasi come &#8220;nuovi barbari&#8221;, come nuova forza che irrompe nella Storia e che sappia costruire sulle rovine dei millenni, che non abbia la nostalgia dei castelli e delle cattedrali, ma che sia capace di immaginare quelle che potrebbero essere il loro equivalente del Terzo Millennio. E al contempo, proprio come &#8220;barbari&#8221; portatori di una nuova forza, spazzare via brutalmente, a colpi di &#8220;ascia futurista&#8221;, quella decadenza mortifera rappresentata tanto dal wokismo di sinistra che dal conservatorismo &#8220;wasp&#8221; di destra, sui cui si può e si deve solo gettare sale.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Robotizzazione, Intelligenza Artificiale, erosione della Sovranità nazionale, questione energetica, digitalizzazione, fine della rappresentanza politica, trasformazione del lavoro, sono solo alcuni dei nodi che stanno definitivamente venendo al pettine. Come pensi che debba porsi in merito un’Avanguardia politica?</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sono proprio queste sfide che portano alla necessità di avere un’Avanguardia che possa affrontarle. Sfortunatamente sono invece tutte tematiche verso le quali nel nostro &#8220;ambiente&#8221; ci si pone in una posizione di reazione, spesso anche becera e a tratti insopportabile. Penso ai temi ecologici ed energetici, dove la risposta al ridicolo e palesemente manovrato &#8220;effetto Greta&#8221; si risponde glorificando il consumo e l&#8217;inquinamento più smodati. Invece, proprio la &#8220;transizione energetica&#8221;, se dominata e non subita dai nostri concorrenti, potrebbe portare non solo a nuovi equilibri in cui non saremmo più in posizione subalterna, bensì autonoma e alternativa, ma anche alla costruzione di un nuovo modello in cui si possa finalmente tornare a integrare Uomo e natura, mantenendosi nel solco della bellezza&#8230;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per sintetizzare, quindi, bisogna essere prometeici. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questo modo, la robotizzazione potrà essere uno sprone per arrivare a fare quello che con le sole mani non potremmo mai neanche concepire. Allo stesso modo, le AI e le tecnologie quantistiche dell’informazione potranno darci un potenziale di calcolo inimmaginabile e permetterci di affrontare sfide mai affrontate prima. Si tende solo a guardare il rischio che potrebbe vedere l’uomo cedere ogni decisione agli algoritmi e alle macchine. Rischio altissimo, ma che di certo non si affronta con un approccio &#8220;luddista&#8221;. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Invece, personalmente ritengo che è proprio riaffermando lo &#8220;spirito di conquista&#8221; anche nel digitale e nella robotica che l’Uomo Europeo potrà finalmente uscire da questo sonno ipnotico in cui è stato confinato e tornare a forgiare modelli di Civiltà. Modelli in cui il lavoro non sia più una alienazione che schiavizza e che serve solo a raggranellare &#8220;gli spicci&#8221; per sopravvivere, ma sia davvero una forma di miglioramento e crescita e che a cascata crei nuovi modelli partecipativi e attivi che coinvolgano anche la politica, da quella sociale a quella territoriale fino ad arrivare a quella nazionale e poi continentale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>TECNOLOGIA E PARTECIPAZIONE &#8211; INTERVISTA AD ADRIANO SCIANCA</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2023/02/18/tecnologia-e-partecipazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
		<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista ad Adriano Scianca, Direttore del Primato Nazionale e membro del Comitato Scientifico di Kulturaeuropa. Adriano, negli ultimi mesi Kulturaeuropa, insieme ad altre realtà culturali, ha rilanciato il tema della Partecipazione in un&#8217;ottica di superamento delle attuali strutture di rappresentanza. Pensi sia possibile dare sostanza a questo tema, fuori dalla solita logica semplicemente declamatoria e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Intervista ad Adriano Scianca, Direttore del Primato Nazionale e membro del Comitato Scientifico di Kulturaeuropa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Adriano, negli ultimi mesi Kulturaeuropa, insieme ad altre realtà culturali, ha rilanciato il tema della Partecipazione in un&#8217;ottica di superamento delle attuali strutture di rappresentanza. Pensi sia possibile dare sostanza a questo tema, fuori dalla solita logica semplicemente declamatoria e rituale del termine?</em></strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong>È sicuramente una delle sfide cruciali che ci attendono. La partecipazione, anziché la delega, era anche la chiave che per esempio alcune delle rivoluzioni del secolo scorso avevano trovato per superare la democrazia liberale. Corporativismo e socializzazione andavano in questo senso, ovvero verso un’idea di democrazia qualitativa, organica, partecipata. Oggi l’esigenza si fa ancora più pressante, perché un uso distorto delle nuove tecnologie ci ha reso spettatori passivi, per di più spettatori che credono di partecipare.</strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong><em><b style="font-style: italic;">Ritieni che la Partecipazione, nonostante l&#8217;atomizzazione imperante, </b>sia estensibile come principio &#8220;aristotelico&#8221; all&#8217;intera società? Oppure pensi che sia un tema afferente solo al governo del mondo del lavoro e dell&#8217;economia?</em></strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong>La Partecipazione è una delle chiavi per ripensare il politico. Pensiamo alla definizione di democrazia che dava Moeller van den Bruck: «La partecipazione di un popolo al proprio destino».</strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong><em>La Rivista Prometheica, di cui sei uno degli animatori, insiste molto sul tema<br>dell&#8217;Accelerazionismo: in quest&#8217;ottica, è possibile immaginare quale potrà essere in futuro il rapporto tra Tecnica e Politica? In poche parole, quali forme di rappresentanza dei corpi intermedi è possibile ipotizzare nell&#8217;epoca del “Prometeismo”?</em></strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong>È ovvio che la tecnica oggi rende possibile forme di partecipazione diretta un tempo<br>irrealizzabili su vasta scala. Se la cosa è pensata al di fuori dell’ottimismo <em>naif</em> con cui il tema è stato declinato ad esempio dal mondo grillino, se non si ha una visione “messianica” di internet, si possono ipotizzare meccanismi decisamente innovativi.</strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong><em>La postdemocrazia in politica, la quarta rivoluzione industriale nel mondo dell&#8217;economia e delle relazioni sociali. Quali risposte si possono dare a questa crescente dicotomia?</em></strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong>Tema vasto e che coinvolge un più ampio progetto di Civiltà. Credo che le trasformazioni tecnologiche possano comportare, anziché una estinzione del politico, una sua sublimazione, nella misura in cui il politico può essere ripensato per essere all’altezza delle sfide presenti. Ovviamente va abbandonato il nostalgismo reazionario e impolitico per il «mondo di prima» e la credenza irrealistica di poter semplicemente bloccare certe dinamiche. Ma, per esempio quando parliamo di moneta elettronica, perché non darne una declinazione che ne faccia un perno della sovranità, anziché un elemento destabilizzatore? Intelligenza artificiale, robotica,</strong><br><strong>ingegneria genetica sono le grandi questioni del futuro. Sono questioni politiche, il politico deve capirle, innervarle, dirigerle, interpretarle. Se invece continuiamo a pensare il politico come «altro» dalla tecnica, fatalmente la tecnica colonizzerà e spolperà il politico.</strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong><em>Ritieni possibile mettere in discussione in modo efficace gli attuali &#8220;modelli sociali di riferimento&#8221;? E in quest&#8217;ottica, quale ruolo può giocare Kulturaeuropa ed in generale il mondo culturale che potremmo definire, per comodita&#8217; espositiva, “non conforme?</em>”</strong></p>



<p class="has-text-align-justify wp-block-paragraph"><strong>Formazione e contro-informazione, tanto per cominciare. Creazione di un immaginario, di parole d’ordine alternative. Strutturazione di analisi che possano essere usate poi da vari addetti ai lavori. L’obbiettivo ulteriore potrebbe poi essere la creazione di circuiti economici e umani alternativi in grado di fornire autonomia. Ma so che sono temi di cui si parla da anni. Cominciamo a far bene le cose immediate, poi si vedrà.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>REDAZIONE KULTURAEUROPA</strong></p>
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		<title>L’EPOCA DELL’UNITÀ DELLE SCIENZE E I SUOI PROBLEMI ETICO-POLITICI</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2023/02/06/lepoca-dellunita-delle-scienze-e-i-suoi-problemi-etico-politici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Feb 2023 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[COMITATO SCIENTIFICO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sessant’anni fa, lo scienziato e scrittore Charles P. Snow pubblicò un piccolo libro che, tradotto in lingua italiana nel 1962 (1) diede origine, nel nostro paese, a una polemica filosofico-politica fra chi si proclamava sostenitore della cultura scientifica e chi sosteneva, invece, la cultura umanistica. L’Italia era in pieno “boom” economico e a livello di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sessant’anni fa, lo scienziato e scrittore Charles P. Snow pubblicò un piccolo libro che, tradotto in lingua italiana nel 1962 (1) diede origine, nel nostro paese, a una polemica filosofico-politica fra chi si proclamava sostenitore della cultura scientifica e chi sosteneva, invece, la cultura umanistica. L’Italia era in pieno “boom” economico e a livello di cultura da “Terza Pagina” sviluppo della cultura scientifica e progresso economico-sociale apparivano strettamente connessi – anche se il sistema formativo italiano non subì scosse significative fino al 1968 e non cambiò nella propria organizzazione prima della seconda metà degli anni Novanta. Celebri intellettuali dell’epoca, come Armando Plebe (2), Eugenio Garin (3), Ugo Spirito (3) posero il problema del <em>senso </em>della cultura umanistica all’interno di una società che si andava facendo sempre più tecnologica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma è solo l’ampia luce di una costellazione di problemi emersi già negli anni Trenta, in particolare tra Austria, Germania e Italia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel celebre <em>La concezione scientifica del mondo</em> di Rudolf Carnap, Hans Hahn e Otto Neurath (1929) si legge: “La concezione scientifica del mondo […] si prefigge come scopo la <em>scienza unificata</em>. Suo intento è di collegare e di mettere d’accordo tra loro le acquisizioni dei singoli ricercatori nei singoli ambiti scientifici. Da questo programma derivano l’enfasi posta sul <em>lavoro collettivo</em>, il rilievo attribuito a ciò che è comprensibile intersoggettivamente […] nella scienza non vi è alcuna ”profondità”; ovunque è superficie: tutta l’esperienza costituisce un’intricata rete, talvolta imperscrutabile e spesso intelligibile solo in singoli aspetti. Tutto è accessibile all’uomo e l’uomo è misura di tutte le cose (5).” Tutte le questioni filosofiche vanno convertite in questioni empiriche da sottoporre al giudizio della scienza sperimentale; il chiarimento delle questioni filosofiche tradizionali porta a separare gli “pseudo-problemi” e i reali problemi attraverso l’<em>analisi logica del linguaggio</em>, i problemi per i quali non è immaginabile una verifica empirica e i problemi per i quali essa è immaginabile. Questo non significa che quelli che sono pseudo-problemi per la <em>scienza</em> <em>unificata</em> non abbiano un’importanza esistenziale, non contino per nulla in merito alle domande sul senso del vivere; significa esclusivamente che il metodo adatto a dare loro voce non consiste nel tradurli in concetti e che la modalità espressiva adatta a essi è, invece la modalità narrativa, poetica, pittorica, musicale – l’immagine-concetto che, secondo Armin Mohler (6), caratterizzava il lascito più corposo di Nietzsche alla <em>Konservative Revolution</em> e all’Espressionismo è immagine che si veste di concetti per adattarsi alle conformità del razionalismo e dell’empirismo moderni ed è quello che Pareto denomina “derivazioni”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Così sommariamente delineata, la concezione scientifica del mondo è l’autoriflessione&nbsp; dello sviluppo tecnologico, come mostra il suo ricondurre il sapere al <em>fare</em>, l’<em>homo sapiens&nbsp;</em> all’<em>homo faber</em> e, quindi, il sapere, essenzialmente come <em>solving-problem</em> sul piano tecnologico. Max Horkheimer, nel 1947, ha rilevato che una simile concezione del sapere confina i problemi etici nella dimensione della completa soggettività e arbitrarietà (7), neutralizzando, così, in particolare, la critica dell’economia politica che poggia su principi umanistici di natura etica irriducibili ai concetti empirici (i quali ci parlano di quello che è, non di quello che dovrebbe essere). La concezione scientifica del mondo, così, è vista come logicamente analoga alla “visione del mondo” tipica delle correnti rivoluzionario-conservatrici. Una visione del mondo contro l’altra, dunque, e la posta in gioco è l’impadronirsi della “megamacchina” (8) tecnologica. Il che è vero, ma non è tutto il vero.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chiediamoci: “Perché esiste la scienza occidentale?”; “A che scopo esiste la scienza occidentale?” La risposta potrebbe venire, intendendo con la parola “scienza” la “tecno-scienza” tipica dell’Occidente, dal mito di Prometeo, così come lo leggiamo nel <em>Prometeo incatenato</em> di Eschilo: la scienza esiste per garantire il “ben-essere” (l’<em>eu zen</em> dell’etica greca antica dell’epoca di Platone e di Aristotele). Ma il mito non è l’esito di una dimostrazione derivata da premesse empiriche; e il mito del “ben-vivere” umano si trova di fronte il mito del “ben-vivere” dei pochi; su quest’ultimo mito si fonda il celebre motto di Nietzsche secondo il quale “c’è una morale per chi comanda e c’è una morale per chi obbedisce”; non c’è, dunque un “ben-vivere” comune agli esseri umani, perché i rapporti di dominio fanno degli uni gli schiavi degli altri (9). Il progresso tecnologico che ha reso, molto più avanti nel tempo, superflua la schiavitù ha reso obsoleta la distinzione nietzscheana (facendone una constatazione sociologica, sia pure apologetica, di un tempo passato) e ha fatto del mito di Prometeo il mito dei nuovi schiavi, cioè dei lavoratori salariati. L’etica del “ben-essere” umano e l’etica del ben-essere dei pochi si escludono a vicenda e, nella società tecnologica avanzata, si tratta di scegliere da che parte stare, ben più di quanto si trattasse di scegliere al tempo in cui la schiavitù era un imperativo produttivo. Se senza lo sfruttamento del lavoro degli schiavi la <em>pólis</em> non sarebbe potuta esistere, dato il suo basso livello di sviluppo tecnologico, la società tecnologica avanzata potrebbe esistere senza lo sfruttamento capitalistico, potrebbe garantire la libertà dal bisogno per tutti. Ne consegue che la scienza non possa sottrarsi, in una società che è e resta di classe, all’alternativa politica di fondo: garantire il “ben-essere” per pochi, oppure garantire il “ben-essere” per tutti? La società di classe, notoriamente, non è il “regno del merito”: innumerevoli sono le “pietre scartate”, per ragioni meramente economiche, nella costruzione dell’“edificio sociale,” che potrebbero utilmente essere impiegate. Ma non si tratta soltanto di “pietre individuali scartate”; il sapere scientifico come patrimonio collettivo non può divenire efficace senza adeguati finanziamenti della ricerca; e se il committente è privato, niente da meravigliarsi che si proponga il conseguimento dell’utile privato e che raggiunga effetti di utilità pubblica soltanto per “eterogenesi dei fini”. Lo si è visto nel campo delle ricerche sulle energie rinnovabili: l’allarme ecologico data dai primi anni Sessanta del XX secolo, ma soltanto pochi anni fa si è iniziato a investire, per quanto in modo contraddittorio e a operare, per quanto non sempre in modo trasparente ed efficace in questo campo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In teoria, la collettività dovrebbe sostenere la ricerca sulle energie rinnovabili. Ma che cos’è la “collettività”? Riprendendo un’immagine molto diffusa negli scrittori di politica e di diritto del XVI secolo europeo, la “collettività” è un soggetto dalle cento teste, anche quando essa non si presenta nella forma della “folla” e della “massa” di cui parlano Gustave Le Bon (10) e Sigmund Freud (11); essa è un soggetto che si attiva a tratti, quando non è organizzato attraverso uno strumento di riflessione e di azione comune e che si propone come “sapere scientifico”. Quasi sempre questo strumento (nella forma del “partito unico”, quando ha esercitato un effettivo potere politico) è andato soggetto alla “legge ferrea dell’oligarchia” enunciata da Roberto Michels nel 1910 (“chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice oligarchia (12); chi dice democrazia dice oligarchia”). Anche quando il contesto è lo Stato rappresentativo, vediamo delinearsi una minoranza organizzata a guidare la maggioranza attraverso l’esercizio del governo, via via che si manifesta una fuga dal voto e che si restringe, di fatto, il numero di coloro che si giovano dello strumento elettorale. In queste condizioni, non è strano che le decisioni siano sempre più decisioni di vertice sempre meno soggette a un controllo dal basso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se le cose stanno in questi termini, la scienza unificata sembra non poter essere nient’altro che lo strumento di chi detiene il potere- oggi soprattutto, il potere di concedere credito finanziario. Questo suo essere non deriva dalla sua natura, ma dalle finalità di chi detiene il potere finanziario e politico. Sulla carta esiste un’altra via, per fare della scienza lo strumento dell’utilità collettiva: la socializzazione del sapere scientifico di cui Otto Neurath è stato un precursore, prima di sviluppare il grande progetto della <em>Enciclopedia della scienza unificata</em>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dopo avere partecipato in qualità di consulente tecnico al movimento dei “Soviet di Baviera”, incarcerato e costretto a fare ritorno in Austria, Neurath si impegna nell’organizzazione di “Musei sociali” e di “Musei della Scienza” organizzati per fornire l’ “abc” della scienza e della tecnica moderne alla collettività. L’obiettivo è realizzare un controllo dal basso del modo di usare la scienza da parte delle élites tecno-economiche; un controllo che, in prospettiva, avrebbe dovuto mettere capo a un’uguaglianza economico-sociale quale base per strutturare, attraverso la formazione filosofico-scientifica, di gerarchie fondate sul merito. Neurath è convinto che il merito non risieda necessariamente negli abbienti, né nei non-abbienti: il merito va sottoposto alla prova della gestione della vita quotidiana collettiva, della gestione scientifica dell’essere nel mondo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema fondamentale della scienza dell’unità è duplice: quello della traduzione del linguaggio di ogni singola scienza in un linguaggio generale e quello della socializzazione delle conoscenze scientifiche attraverso un’opera di formazione a carattere essenzialmente didattico. L’obiettivo è strutturare una comunità in cui la vita dignitosa, cioè libera dal bisogno, sia particabile da parte di tutti, in cui il punto di partenza, nella vita sociale, sia uguale per tutti e in cui sia la competenza in ragione dell’utilità collettiva a decidere delle funzioni economiche, sociali, burocratiche da svolgere per fare sì che il complesso sociale viva.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’unificazione delle scienze è data dal “linguaggio fisicalistico”, secondo Neurath. Con l’espressione “linguaggio fisicalistico” Neurath intende qualsiasi giudizio che si sia costruito sulle forme fondamentali dello spazio e del tempo. Le “asserzioni osservative” che contengono &#8220;da subito la massa spaziale e temporale” sono i punti di partenza per la formulazione di osservazioni predittive che, a loro volta, sono le basi per la formulazione di leggi scientifiche. Lo sviluppo del sapere si deve al continuo confronto di asserzioni sulla realtà dell’esperienza con altre asserzioni sulla realtà dell’esperienza (13). La verità di una singola asserzione, in senso scientifico, deriva dal suo accordo con le asserzioni già formulate dalla comunità scientifica. Questo è, secondo Neurath, il fondamento metodologico della scienza unificata che parla di uomini e di cose e delle loro correlazioni spazio-temporali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alla base della scienza unificata c’è un’opzione umanistica: la scelta (etico-politica) di proporsi il bene della collettività <em>umana</em>. Una scelta che implica, per essere perseguita fino in fondo, quel governo di sé indispensabile al governo di uomini e cose di cui parlava già Platone (14). Ma il governo di sé è implicato anche dall’opzione opposta, quella di Nietzsche, l’opzione superomistica. Rispetto al fine dell’azione politica il governo di sé è mero strumento: esso è il presupposto sia dell’educazione delle masse, sia della manipolazione delle masse. In ambo i casi, infatti, il politico deve saper governare sé stesso per poter governare (o manipolare) gli altri.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa constatazione sembra portarci in un vicolo cieco, in un vacuo scontro fra soggettivismi, fra opzioni puramente personali, fra visioni del mondo del tutto soggettive, come al tempo dei sofistici <em>Ragionamenti duplici </em>(15). Tuttavia, lo sviluppo della coscienza ecologica ci mette di fronte a uno scenario inedito: se opporsi allo sfruttamento presuppone un’opzione etica che può anche non essere condivisa, lo sviluppo della degradazione dell’ambiente e del clima caratteristico dello sviluppo dell’economia capitalistica ci mette di fronte alla probabile estinzione della vita sul pianeta, quindi all’azzeramento di ogni opzione di fronte a un probabile deserto della vita stessa sul pianeta. La catastrofe ambientale sarebbe, effettivamente, quella fine della storia di cui a lungo si è parlato dagli anni Novanta del secolo scorso a oggi. Se la critica marxiana e quella organicistica del capitalismo muovevano da presupposti etici e/o metafisici, il pensiero ecologico radicale si oppone al capitalismo in nome della pura sopravvivenza della specie. Sopravvivenza che potrebbe essere assicurata soltanto da un governo mondiale dell’ambiente sociale e culturale, se è vero che quello che, fino a ora ha impedito di fermare il progresso verso la catastrofe è stato l’inesistenza di un ordine mondiale in grado di imporsi sugli sviluppi industriali dei singoli Stati nel pianeta. L’esigenza di una scienza unificata e di un governo unificato dell’economia e della politica si pone come esigenza razionale cui manca, tuttavia, un “corpo” politico. Un’esigenza vecchia: si va dalla <em>Lettera ad Alessandro Magno sul governo del mondo&nbsp;</em> di Aristotele (IV secolo a. C.) (16) a <em>International Planning for Freedom </em>(1942)di Otto Neurath (17), a <em>On Fire. The (Burning) Case For A Green New Deal</em> (2019) di Naomi Klein (18). In questa prospettiva, il governo del mondo richiede una élite mondiale in grado di governare sé stessa per poter assicurare le condizioni di base per una vita dignitosa nel pianeta a ogni essere umano. Ma la dinamica dell’economia mondiale non va in questa direzione e non potrà andarvi se non sarà stimolata adeguatamente da un’opinione pubblica mondiale; un’opinione pubblica instradata nella direzione della scienza unificata come mezzo per un governo del pianeta funzionale alla vita dignitosa dei suoi abitanti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Utopia? Certo. Ma l’utopia è anche <em>progetto</em>, non, semplicemente, sogno, astrazione, perdita di contatto con la realtà. La funzione della ragione è quella di direzionare pensiero e azione verso un obiettivo, certamente complesso, ma, crediamo ineludibile. Come ha scritto Edgar Morin, “Viviamo l’inizio di un inizio” (19)</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Francesco Ingravalle</strong></p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Cfr. C. P. Snow, <em>Le due culture,</em> tr. it. di Adriano Carugo, Milano, Feltrinelli, 1962.</strong></li>



<li><strong>Cfr. A. Plebe, <em>Discorso semiserio sul romanzo</em>, Bari, Laterza, 1965.</strong></li>



<li><strong>Cfr. E. Garin, <em>L’educazione in Europa</em>, Bari, Laterza, 1966, <em>Introduzione</em>.</strong></li>



<li><strong>Cfr. U. Spirito, <em>Critica della democrazia</em> (1963), Milano, Luni, 1999.</strong></li>



<li><strong>Cfr. R. Carnap, H. Hahn, O. Neurath, <em>La concezione scientifica del mondo</em>, tr. it. di S. Tugnoli Pattaro, a cura di Alberto Pasquinelli, Roma-Bari, Laterza, 1979, riprodotta in Massimo Ferrari (a cura di), <em>Il Circolo di Vienna</em>, Firenze, La Nuova Italia, 2000, p. 26.</strong></li>



<li><strong>Cfr. A. Mohler, <em>La rivoluzione conservatrice in Germania 1918-1932</em>, tr. it. di Luciano Arcella, Firenze, La Roccia di Erec, 1990</strong></li>



<li><strong>Cfr. M. Horkheimer, <em>Eclisse della ragione</em>, tr. it. di Elena Vaccari Spagnol, Torino, Einaudi, 1974, cap. I.</strong></li>



<li><strong>Per usare l’espressione di Serge Latouche, <em>La megamacchina</em>, Torino, Boringhieri, 1994.</strong></li>



<li><strong>Cfr. F. Ingravalle, <em>Friedrich Nietzsche politico. Lo Stato nella prospettiva del “radicalismo aristocratico”</em>, Padova, Edizioni di Ar, 2020, pp. 45 ss.</strong></li>



<li><strong>Cfr. G. Le Bon, <em>Psicologia delle folle</em> (1895), tr. it. di Lisa Morpurgo, Introduzione di Piero Melograni, Milano, TEA, 2004.</strong></li>



<li><strong>Cfr. S. Freud, <em>Psicologia delle masse e analisi dell’Io</em> (1921), tr. it. di Emilio A. Panaitescu, Torino, Boringhieri, 1983.</strong></li>



<li><strong>Cfr. R. Michels, <em>Democrazia e oligarchia</em> a cura di Francesco Ingravalle, Padova, Edizioni di Ar, 2012, pp. 63 ss.</strong></li>



<li><strong>Cfr. O. Neurath, <em>La fisica del mondo</em>, cit., pp. 40-41.</strong></li>



<li><strong>Cfr. F. Ingravalle-G. Gandolfi, <em>La scuola dei politici. Politica e scienza della politica in Platone e nell’Antica Accademia</em>, Roma, Aracne, 2020.</strong></li>



<li><strong>Cfr. <em>I Sofisti</em>, a cura di Mario Untersteiner, vol. 3, Firenze, La Nuova Italia, 1954; Stefano Maso (a cura di), <em>Dissoi Logoi</em>, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018.</strong></li>



<li><strong>Cfr. Aristotele, <em>Lettera ad Alessandro Magno sul governo del mondo</em>, a cura di Francesco Ingravalle, Milano, Mimesis, 2013; nuova edizione con il titolo <em>Sull’impero. Lettera ad Alessandro, </em>a cura di Filippo Cicoli e Filippo Moretti, Milano, Mimesis, 2017.&nbsp;</strong></li>



<li><strong>Cfr. O. Neurath, <em>L’utopia realmente possibile</em>, a cura di Francesco Ingravalle e Tiziana C. Carena, Milano, Mimesis, 2016, pp. 41-79</strong></li>



<li><strong>Cfr. N. Klein, <em>Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima</em>, tr. it. di Giancarlo Carlotti, Milano, Feltrinelli, 2019.</strong></li>



<li><strong>Cfr. E. Morin, <em>7 lezioni sul pensiero globale</em>, tr. it. di Susanna Lazzari, Milano, Cortina, 2016.</strong></li>
</ol>
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