A Genova, alla vigilia della settimana calda che culminerà con lo sciopero generale del 30 ottobre, la conta ufficiale registra una decina di istituti superiori occupati dagli studenti, conseguenza di una gestione scolastica sempre più problematica. Un numero destinato, con ogni probabilità, a crescere nei prossimi giorni.
La protesta, coordinata in gran parte da OSA, ha un manifesto chiaro, solo in apparenza condivisibile:
“Siamo gli studenti che pagano il prezzo dei tagli all’istruzione, che vanno a scuola con tetti e finestre che crollano. Siamo quelli che subiscono la riforma 4+2 dei tecnici, che ci ha tagliato le ore e aziendalizzato le nostre scuole. Siamo quelli che vivono ogni giorno e pagano il prezzo del riarmo e della guerra: tutto, dalla benzina al cibo, a prezzi sempre più cari”.
Chi passa davanti ad un edificio scolastico genovese, non può non notarne la fatiscenza, la stessa che impregna questo tipo di manifestazioni.
È innegabile che Il precariato ed il carovita siano problematiche reali.
Ma che cos’è che suona stonato negli slogan della piazza?
Le cause che i manifestanti denunciano, che sono state rese possibili, legittimate o sostenute proprio da chi ieri era loro alleato.
Gli studenti insorgono contro il lavoro precario, quando il precariato italiano non è caduto dal cielo, è stato legiferato dal governo Prodi con il pacchetto Treu del 1997; con la riforma Fornero del 2012 del governo Monti; sostenuto dal Partito Democratico. Con il Jobs Act del 2014-15, che Renzi battezzò “la riforma di sinistra del lavoro”.
A governare quei vent’anni sono stati proprio i referenti politici di chi, oggi, scende in piazza contro i loro effetti.
Gli studenti ricordano giustamente che gli stipendi sono fermi dagli anni Novanta. Peccato che il decennio che segnò l’inizio della stagnazione sia stato in larga parte centrosinistra: il governo D’Alema, poi quelli Prodi, poi i governi Monti e Letta, Renzi e Gentiloni, quasi vent’anni di gestione, con la benedizione o l’assenso delle stesse sigle sindacali che il 30 ottobre sciopereranno contro le conseguenze.
Lo stesso Prodi, del resto, è l’uomo che portò l’Italia nell’Euro: fu il suo governo, nel 1998, a ottenere l’ammissione del paese al primo gruppo di nazioni fondatrici della moneta unica, attraverso un percorso di rigore fiscale che aprì la stagione di tagli alla spesa pubblica di cui oggi si pagano ancora le conseguenze.
Ma torniamo a parlare della scuola. La sua gestione è solo una delle conseguenze di scelte che hanno reso l’Europa sempre più globalista,
dove gli insegnanti, prima di essere docenti, sono mediatori linguistici.
Un fenomeno che da vent’anni governa un’immigrazione senza piano d’integrazione, che produce separazione, crollo dei valori e dell’identità, oltreché della cultura.
Quella che chiamiamo con il nome di immigrazione è in realtà un’invasione incontrollata senza precedenti.
Nel 2011 l’intervento NATO in Libia ha dissolto lo Stato libico. Da quella voragine si sono aperte le rotte del Mediterraneo.
La guerra che i manifestanti attribuiscono ai governi di destra è, in realtà, in gran parte figlia delle scelte di governi di sinistra. E le sue conseguenze migratorie ricadono oggi proprio su quelle classi scolastiche sovraffollate e disomogenee che gli stessi cortei dicono di voler difendere.
Si respira, in tutto questo, una grande incoerenza tra ciò che si dice e ciò che si è compiuto, e i fatti parlano più forte delle parole.
Il nuovo potere assoluto ha loghi, ha sedi in paradisi fiscali, ha bisogno di frontiere aperte e di manodopera mobile. È un capitalismo senza patria che moltiplica i lavoratori precari in Europa mentre delocalizza, e accoglie in piazza i figli di chi ha precarizzato.
La società non è arrivata a questo punto dall’oggi al domani. È il risultato di una riduzione lenta, iniziata con la rivoluzione industriale, quando per la prima volta il tempo dell’uomo smise di essere scandito dai ritmi naturali. È da quel momento che l’uomo comincia ad essere misurato non per ciò che è, ma per ciò che produce, e impara, generazione dopo generazione, a scambiare la propria libertà con l’illusione di esercitarla.
Oggi, chi occupa una scuola crede di esercitare un gesto di ribellione, di sottrazione al sistema, di libertà conquistata contro l’autorità. Ma è attraverso un’analisi più attenta che si comprende davvero che
un sistema che vuole indebolire l’istruzione ha tutto l’interesse a mantenere le nuove generazioni meno preparate, meno capaci di pensiero critico, più facilmente orientabili. L’occupazione non interrompe il sistema, lo asseconda, perché produce esattamente ciò che conviene di più ad un potere disinteressato alla formazione reale dei cittadini. Giovani che si sentono ribelli mentre, nei fatti, rinunciano volontariamente agli strumenti che permetterebbero loro di comprenderlo e contrastarlo davvero.
È il paradosso centrale di ogni forma di protesta priva di un pensiero strutturato alle spalle. È un meccanismo subdolo che crea il disordine che il sistema può poi additare come prova della propria necessità, del proprio ordine da ristabilire.
L’imperialismo di oggi non si combatte occupando una scuola. Si combatte smontando l’illusione che la scuola occupata possa colpire chi davvero comanda.
Perché i fatti del 17 ottobre ci hanno restituito lo stesso sentimento che un tempo animò le grandi battaglie che decisero il destino dell’Europa, la coscienza che nulla si salva da sé. Un’Europa sempre più estranea a sé stessa, in cui gli ultimi europei sono forse gli unici che possano ancora farla rinascere.
Stefania Angela Dagnino

