“L’ALBANIA NON E’ IN VENDITA!” LE MOLTE CAUSE DI UNA SOLA CRISI

In un Autunno in cui le piazze d’Europa si sono surriscaldate come da tempo non si vedeva, ed in cui le motivazioni sembrano essere diversificate, in apparenza, eppur legate da un fil rouge tanto sottile quanto robusto, capace di divenire simile ad una tela di ragno, c’è una piccola nazione a noi prossima, nell’area balcanica, che sta vivendo una contestazione al sistema in auge, che potrebbe assurgere nei prossimi anni a paradigma.

L’Albania, cosa non nuova nella sua storia recente, è alle prese con un conflitto tra potere politico istituzionale e popolazione, che sta assumendo i connotati di una vera e propria rivolta trasversale, capace di unire categorie sociali e generazionali in un unico fronte compatto.

Al governo di questa nazione balcanica si trova il Primo Ministro Edi Rama, leader del Partito Socialista Albanese (PSSh), al potere dal 2013 e attualmente al suo quarto mandato consecutivo dopo la vittoria alle elezioni politiche del Maggio 2025. Il Primo Ministro Rama rappresenta il principale oggetto di contestazione delle piazze in tumulto, in ragione del suo particolare atteggiamento di “vicinanza” ad interessi che non vengono reputati in linea con quelli nazionali.

Ma andiamo con ordine.

Le prime contestazioni, che hanno de facto scoperchiato il Vaso di Pandora albanese, iniziarono il 26 maggio 2026 nel villaggio di Zvërnec contro l’avvio dei lavori per un resort di lusso sull’isola di Saseno e nella laguna di Narta (parte del Parco nazionale marino Karaburun-Saseno). Il progetto da circa quattro miliardi di euro, faceva capo alla società statunitense Atlantic Incubation Partners, collegata al fondo Affinity Partners di Jared Kushner (genero di Donald Trump), in cordata con settori d’investimento estero israeliani, legati direttamente al Governo di Tel-Aviv. I cittadini contestavano al progetto l’assenza di consultazioni pubbliche, o di gare d’appalto, il rischio di distruzione di un’area naturale protetta e rifugio di numerose colonie di fenicotteri rosa, da qui l’evocativo nome “Rivoluzione dei Fenicotteri”, e i presunti favori di politici albanesi verso speculazioni edilizie straniere, che coinvolgerebbero direttamente l’Esecutivo Rama, in ragione di tangenti e “regali”.

Nata come battaglia in difesa del territorio, la protesta si è allargata in questi mesi toccando diversi temi sociali ed economici, fino a diventare una contestazione generale contro il sistema politico al potere, e la corruzione che si nasconderebbe, dietro ad un modello di sviluppo economico percepito come penalizzante dal popolo albanese, per via di potentati stranieri ritenuti come “ostili”.

Ma chi è che viene ritenuto come “ostile”?

Nientemeno che la vacca sacra mediatica per eccellenza, almeno in Occidente, nientemeno che Israele.

Già, a quanto pare, lo Stato dei “fratelli maggiori”, oltre che incendiare il Medio Oriente su presunti mandati biblici, si sta dando un gran daffare ad estendere la propria influenza economica in molte nazioni del Mediterraneo orientale e dei Balcani, che dovrebbero essere annoverate quali aree d’interesse strategico europeo. L’Albania è una di queste, e per giunta sembra essere la nazione in cui lo Stato israeliano ha spinto molto la propria presenza, nei settori più diversi, rasentando l’intrusività. Le contestazioni di questi ultimi giorni partono dalle numerose denunce, che hanno mostrato quanto questa partnership sia sbilanciata in favore di Israele. Ovviamente, puntuale come una bomba ad orologeria, è già arrivata l’accusa di “antisemitismo” per i manifestanti albanesi, che chiedono principalmente che non si faccia della loro nazione una colonia di Abramo, e che il governo in carica risponda delle troppe zone grigie di questo rapporto “privilegiato” con Israele.

Gli episodi, più che documentati, d’ingerenza economica israeliana in Albania s’inseriscono all’interno di un dibattito geopolitico e finanziario più ampio, in forte crescita, alimentato da recenti accordi bilaterali che vedono Tirana quale accondiscendente interlocutore di Tel-Aviv, su investimenti in settori economici strategici che hanno suscitato, appunto, malumori e proteste tra la popolazione locale.

Il Governo Rama ha progressivamente intensificato le relazioni economiche con Israele, mantenendo tuttavia lo storico legame con l’Italia, che resta comunque il primo interlocutore dell’Albania in Europa. Ciò non toglie però, che Israele abbia potuto siglare accordi vantaggiosi in ambiti via via più delicati con Tirana; come l’agricoltura, attraverso la concessione di terreni promettenti, ad uso del Ministero israeliano per le politiche agricole, la tecnologica industriale, i settori difesa ed edilizia. Successivamente, intese sempre più opache nei contenuti e negli attori coinvolti, hanno esteso la cooperazione israelo/albanese alla tecnologia e alla sicurezza informatica e all’antiterrorismo.

Tutto normale? No!

Quello che, infatti, dovrebbe preoccupare tanto l’Italia, per i legami pregressi con l’Albania, quanto l’Europa, nel suo processo di sviluppo politico e strategico, è la presenza nell’area balcanica di troppi attori coinvolti non europei, che cercano di porre azioni d’intervento geopolitico in modo sempre più significativo. Israele è soltanto l’ultimo di una serie; Russia e Turchia, per diverse ragioni e a vario titolo, hanno sempre cercato d’innestare i Balcani, in parte o integralmente, nelle reciproche sfere d’influenza. Tel-Aviv, pur essendo l’ultima in ordine di tempo, ha dalla sua una forte capacità economico/finanziaria, che in Albania è diventata estremamente tangibile, ed una copertura diplomatica pressoché totale da parte degli Stati Uniti. Che certo non disdegnano di avere la possibilità di mantenere l’Europa sotto controllo, anche attraverso l’esuberante azione diretta dello storico alleato mediorientale. Il rischio è che, attraverso accordi bilaterali sbilanciati, pressioni finanziarie su classi dirigenti fin troppo disponibili, e un velo di opacità sulle reali finalità di tali accordi, si aprano le porte del nostro continente ad essere oggetto di un economic grabbing occulto. In cui andrebbe perduta la sovranità diretta su territori e settori economici, in ragione di qualche cosa che va a detrimento degli interessi di tutta l’Europa. Oggi è l’Albania, ma forse, in un futuro prossimo, potrebbe essere anche l’Italia o altre nazioni dell’Europa occidentale, a dover fare i conti con questo tipo di colonialismo, in cui la “mano tesa” che regge il ramoscello d’ulivo degli affari, nasconde finalità rischiose per la sovranità e l’integrità di chi non sappia cogliere la trappola, prima che sia troppo tardi. Riteniamo quindi che dalle piazze dell’Albania stia arrivando un duro monito per tutti noi europei.

Quello che il popolo albanese sta cercando di dire, e vorremmo che l’Europa lo comprendesse in tutta la sua importanza ed intervenisse senza mezze misure, è semplicemente che la loro nazione NON E’ IN VENDITA!

Gabriele Gruppo

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