Da tre settimane la Francia è attraversata da una mobilitazione studentesca che ha progressivamente assunto dimensioni nazionali. Il movimento, partito a metà settembre dall’area parigina, ha coinvolto centinaia di licei attorno a rivendicazioni concrete: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, strutture deteriorate e più in generale la percezione di un sistema scolastico incapace di mantenere le proprie promesse. La protesta nasce dunque da un disagio reale. Ma proprio il passaggio dalla rivendicazione sociale alla sua rappresentazione politica permette di osservare qualcosa di più interessante, ovvero la struttura del moderno conflitto politico europeo intorno a ipercentro, metropoli e periferia, dentro il quale anche la radicalizzazione della protesta può rafforzare la stabilità.
Dalla metropoli alla periferia: la Francia in rivolta
La France insoumise, infatti, si è rapidamente collocata a cavallo del movimento: deputati presenti davanti ai licei, video sui social, sostegno pubblico alle mobilitazioni. Quando incendi, devastazioni e scontri hanno cominciato a dominare le immagini, Mélenchon ha richiamato i propri militanti alla «disciplina» e alla non violenza. Sul fronte opposto il governo ha progressivamente identificato LFI con i disordini, mentre il dibattito si spostava dalle condizioni della scuola alla questione dell’ordine pubblico. Le Monde ha osservato proprio questo effetto quando ha descritto apertamente il rischio che questo scontro finisca per oscurare le stesse rivendicazioni degli studenti.
Proprio qui però si trova il nodo politico, senza bisogno di immaginare regie occulte tra governo e opposizione. È sufficiente osservare l’effetto prodotto dalla loro contrapposizione: un malcontento che potrebbe attraversare segmenti differenti della società viene progressivamente ricondotto dentro campi politici già esistenti. Da una parte la piazza identificata con la sinistra radicale, dall’altra chi la guarda attraverso le immagini degli incendi, degli scontri e delle cariche di polizia. La protesta diventa più intensa proprio mentre si restringe la sua capacità di parlare a chi non appartiene già a uno dei due campi.
La rivolta generazionale e i partiti che la cavalcano
Il protagonismo degli adolescenti rende questo processo particolarmente evidente. Sarebbe semplicistico però dedurne l’esistenza di una gioventù naturalmente progressista. Le nuove generazioni europee sono attraversate da divisioni profonde e gli stessi ambienti digitali che unificano linguaggi e consumi producono e riproducono ecosistemi politici molto differenti. Sarebbe riduttivo però scaricare la forza della mobilitazione giovanile a soli fattori comunicativi. Durante l’adolescenza e la prima giovinezza la politica può coincidere con qualcosa che nell’età adulta tende a scomparire: socialità, costruzione dell’identità, occupazione fisica dello spazio e appartenenza al gruppo. Scioperare, il più delle volte, significa anche saltare una giornata di scuola; manifestare significa incontrarsi, partecipare a un rito collettivo, vivere la città diversamente rispetto alla normalità e produrre immagini destinate a circolare immediatamente sui social. E questo non può più essere scambiato come un elemento accessorio alla politica contemporanea, ma una delle condizioni attraverso cui essa riesce ancora a diventare esperienza.
Su questo terreno la sinistra radicale conserva un vantaggio che stride con i risultati elettorali effettivi. Dispone ancora di collettivi, associazioni, sindacati studenteschi, occupazioni, reti universitarie e culturali capaci di raccogliere un disagio precedente alla politica e di attribuirgli una forma. Non crea dal nulla la rabbia, ovviamente, ma possiede più strumenti per darle un nome, un linguaggio e una direzione “apparente”. Diciamo apparente perchè, come abbiamo visto, la coalizione che ne deriva però non è per forza omogenea e ideologicamente coerente. Lo studente progressista, il precario metropolitano, il militante antifascista e i maranza delle periferie immigrate possono trovarsi nella stessa piazza pur avendo concezioni molto differenti della religione, della famiglia, della sessualità o della stessa società futura. Per produrre mobilitazione è sufficiente che, almeno temporaneamente, condividano un nemico: lo Stato, la polizia, l’Occidente o il «fascismo». La politica aggrega momentaneamente così ciò che culturalmente rimane eterogeneo e per molti versi incompatibile.
L’Europa che si radicalizza verso due direzioni opposte
Il fenomeno diventa più significativo se osservato dall’altro lato della frattura. Mentre una parte delle grandi città europee continua a offrire alla sinistra radicale un ambiente favorevole, territori periferici e segmenti delle classi popolari si spostano da anni verso forze populiste, nazionaliste o identitarie. Non si tratta semplicemente di due programmi che competono per gli stessi elettori ma di ambienti sociali differenti che producono politiche differenti. La destra intercetta una parte consistente dell’insoddisfazione prodotta da immigrazione, insicurezza economica, impoverimento e distanza dalle élite metropolitane, ma incontra spesso una difficoltà speculare a quella della sinistra: può accumulare molti voti senza possedere altrettante infrastrutture sociali. La cabina elettorale raccoglie un orientamento già formato; non sostituisce i luoghi in cui un’identità politica viene costruita e trasmessa. Si può conquistare una provincia e continuare a lasciare università, produzione culturale e socializzazione giovanile agli avversari. Ne deriva una geografia nella quale ciascuno può avanzare senza conquistare il territorio dell’altro. La metropoli radicalizza a sinistra, come ha dimostrato la vittoria di Linke a Berlino, mentre la periferia elettorale radicalizza a destra. Il centro istituzionale invece conserva la propria funzione precisamente perché può rappresentarsi come garante contro entrambi.
Ipercentro, metropoli e periferia
La polarizzazione va allora letta dentro quella condizione che Anton Jäger ha definito iperpolitica: una società nella quale aumenta continuamente la quantità di politica — proteste, campagne, mobilitazioni, culture wars — mentre si indeboliscono le organizzazioni capaci di trasformarla in appartenenza durevole e potere. La partecipazione non scompare, anzi si intensifica, ma assume una forma intermittente, immediata, spesso legata all’evento. La protesta francese ne è solo l’ennesimo esempio: un disagio concreto entra rapidamente dentro un sistema di simboli, identità e schieramenti già pronti a interpretarlo e dirigerlo.
È dentro questa condizione che si possono distinguere oggi tre Europe disposte come cerchi concentrici attorno a quello che potremmo definire come ipercentro, ovvero lo spazio dove si concentrano gli apparati dello Stato, le élite economiche e amministrative, il sistema mediatico e quella politica di governo che trova la propria legittimità nella gestione e nella continuità. Attorno le si sviluppa l’Europa metropolitana: più giovane, universitaria, precaria, culturalmente progressista, capace di mobilitarsi e di occupare i luoghi della produzione simbolica. Più lontano ancora si trova l’Europa periferica delle province, delle città minori, dei lavoratori e dei ceti medi più esposti all’impoverimento, alla deindustrializzazione e alle trasformazioni demografiche, dove crescono soprattutto le destre populiste e nazionaliste.
Questa tripartizione spiega il paradosso della politica contemporanea molto meglio di qualsiasi analisi. Allontanandosi dal ipercentro aumenta la contestazione dell’ordine esistente, ma cambia il linguaggio con cui quella contestazione viene espressa. Nelle fasce metropolitane assume prevalentemente la forma dell’antifascismo, dell’anticapitalismo e delle rivendicazioni progressiste; nelle periferie quella della protesta identitaria, sovranista o anti-immigrazione. La distanza dal centro produce quindi due opposizioni alla stessa realtà che però divergono sempre di più nella risposta.
Sarebbe al tempo stesso un errore, però, considerare questa tripartizione come una geografia rigida, o come un determinismo territoriale a compartimenti stagni. Metropoli e periferia restano spazi porosi, capaci di sovrapporsi e di produrre convergenze temporanee, come mostrano proprio queste ultime proteste francesi, in cui (caso eccezionale per la Francia) sono state le periferie a iniziare una protesta che poi ha contagiato gli ambienti studenteschi e metropolitani. La maggiore continuità riguarda però quell’ipercentro situato nella metropoli senza che ne faccia veramente parte: possono cambiare partiti, maggioranze e schieramenti, senza che muti sostanzialmente il nucleo istituzionale, economico e amministrativo attorno al quale si organizza la gestione dell’ordine esistente.
Produrre divergenza che favorisce la stabilità
Il caso francese acquista quindi un significato più ampio. Il liceale che protesta per il deterioramento della scuola e il lavoratore della provincia che percepisce il declino dei servizi possono subire aspetti diversi della stessa crisi, senza per questo riconoscersi nello stesso campo politico. Il primo viene assorbito più facilmente dalla mobilitazione della sinistra radicale, il secondo dal voto alle destre. Tra loro resta l’ipercentro in grado di presentarsi come argine «razionale» contro lo spauracchio delle destre e dei comunisti. È in questa prospettiva che le mobilitazioni antifasciste, anche quelle più conflittuali con le istituzioni, finiscono per giustificare e attualizzarne il ruolo moderatore e, sempre più spesso, repressivo. Ma la questione decisiva non è quanta protesta riesca a produrre l’antifascismo rispetto alle destre, né quanto «Mélenchon è utile a Macron», bensì se ci saranno in futuro forze politiche rompere questa geometria concentrica. Perché la stabilità dell’ipercentro — apparente, come ogni potere ha interesse a rappresentare se stesso come eterno e insuperabile — non dipende dalla debolezza delle opposizioni, ma dalla loro incompatibilità: abbastanza forti da contestare l’ordine esistente, troppo diverse per costruire fronti trasversali.
Sergio Filacchioni

