Accanto alla Remigrazione, andrebbe intrapresa una battaglia sul carovita, sul welfare , sui salari e lo stretto legame di tutto questo con le politiche immigrazioniste di un certo mondo imprenditoriale. La vera questione e’ spezzare la logica ” internazionalista” del Capitale e porla come prioritaria rispetto all’autonomia ed alla sovranita’ europea.
Redazione Kulturaeuropa


Sarebbe interessante vedere un programma di sviluppo economico che si concentra su tre assi:
1) Il capitalismo industrialista strategico produttivista, inter-classe, ed intersettore, del pensiero economico di autori come:
– Alexander Hamilton;
– Friedrich List;
– Melchiorre Gioia;
– Mathew Carey;
– Henry Charles Carey;
– Gustav von Schmoller;
– Fedele Lampertico;
– Luigi Cossa;
– Adriano Lemmi;
– Francesco Crispi;
– Luigi Luzzari;
– Richard Theodore Ely;
– Eugeniusz Felicjan Kwiatkowski;
Etc., etc., etc.
2) Lo statismo economico pianificatore per le industrie strategiche di stato, e sussidiarie alle strategiche, sia private che compartecipate:
– Alberto Beneduce;
– Pasquale Saraceno;
– Gustavo del Vecchio;
– Şerafettin Ziya;
– Celâl Bayar;
– İsmail Hüsrev Tökin;
– Giuseppe Ugo Papi;
– Enrico Mattei;
– Marcello Boldrini;
Etc., etc., etc.
3) Il corporativismo, cioè il tentativo di riprendere, per la produzione industriale privata, tanto il modello delle gilde e delle corporazioni delle arti e dei mestieri (dei vecchi regimi pre-capitalisti, per esempio Inghilterra pre-1688, e Francia e continente europeo pre-1789), e di coniugarlo a livello sia politico, sia sociale, e sia economico, con un’economia industriale, tecnologica, e complessa avanzata, quant’anche riprendere l’idea derivata da Giuseppe Mazzini di coniugare capitale e lavoro [come fece il fascismo, che purtroppo, per via dell’opposizione di potentati oligarchici, rimase quasi del tutto solo su carta]:
– Giuseppe Bottai;
– Ugo Spirito;
– Gino Arias;
– Filippo Carli;
– Edmondo Rossoni;
Etc., etc., etc.,
+) Glossa:
A ciò aggiungerei, a latere, almeno altri due o tre elementi di riflessione.
Anzitutto, l’importanza di lasciare spazio all’iniziativa proveniente dal basso, anche nelle sue forme propriamente cooperative e comunitarie. Un esempio, sotto questo profilo, può essere rintracciato nella Spagna di Franco, dove venne data la possibilità di istituire cooperative agrarie, e fu estramente efficiente (ed alcune esistono ancora); laddove invece l’opposizione del fascismo in Italia a forme autonome di iniziativa sociale e cooperativa rappresentò, a mio avviso, un errore interno dello stesso fascismo.
Dall’altro lato, e in connessione con un più ampio programma di ruralizzazione – quale fu quello che il fascismo aveva, almeno nelle proprie intenzioni programmatiche, concepito e pianificato in termini organici (su cui molto c’è da imparare) – si potrebbe contemplare la possibilità di recuperare o reintrodurre forme di organizzazione produttiva e contrattuale di matrice pre-capitalistica avanzata (che esistettore, come efficientemente produttive, sino agli anni ’60 e ’70), purché ricontestualizzate ed adattate alle condizioni moderne: contratti colonici, enfiteusi, mezzadria e istituti analoghi. Non tanto, dunque, come mera restaurazione di rapporti economici propri di un’epoca precedente, quanto come possibilità di riattivare, in forme nuove, strumenti giuridici ed economici capaci di articolare diversamente il rapporto fra proprietà, terra, lavoro e responsabilità produttiva.
Parallelamente – e sempre nel quadro di una valorizzazione dell’iniziativa dal basso – dovrebbe rimanere aperta anche la possibilità di istituire forme di comunità produttive agrarie a carattere identitario, sul modello, mutatis mutandis, dei kibbutz israeliani. Naturalmente, non si tratterebbe di riprodurre meccanicamente un’esperienza storicamente e culturalmente determinata, bensì di assumere quel modello come termine di riferimento per una sua possibile rielaborazione in senso identitario europeo e/o occidentale, adeguandolo alle nostre specifiche condizioni storiche, sociali e culturali.
In questo senso, la ruralizzazione non dovrebbe necessariamente essere intesa come un processo esclusivamente diretto dall’alto, ma potrebbe lasciare margini significativi alla libera formazione di corpi intermedi, cooperative, comunità produttive e forme associative territoriali, capaci di emergere autonomamente e di costituire, dal basso, una pluralità di modelli economici e comunitari.
A latere di efficienti politiche sulla famiglie e per le nascite (tanto a livello di propaganda cognitiva e culturale di massa, quanto a livello degli incentivi, come ad esempio riduzione tasse per figlio, ed esenzione di tasse dal quarto figlio in poi), questo creerebbe e sarebbe il bacino umano, sociale, da cui la nazione, o il sistema-Paese, trarrebbe il suo manpower.