A proposito dello Stato organico europeo

 di Francesco Ingravalle

  1. Non ci si può non dire “organicisti” 

Non è possibile una società, di qualsiasi tipo, che non sia organica, anche se, sul piano delle idee possiamo immaginare un insieme di individui del tutto autosufficienti che vivano, alla maniera dei ragni, ognuno sulla propria tela e, quindi, possiamo rappresentarci una realtà sociale atomistica. Il piano delle idee non è il piano della realtà: idee e rappresentazioni della realtà sociale non sono la riproduzione della realtà concreta in cui ciascuno di noi vive e in cui gli uomini del passato hanno vissuto. “Più ci addentriamo a ritroso nella storia e più l’individuo che produce, ci appare non autonomo, ma parte di una totalità più vasta: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella famiglia allargata a tribù, nelle sue diverse forme. Solo nel XVIII secolo, nella “società civile”, le differenti forme dei nessi sociali si presentano al singolo come un puro mezzo per i suoi fini privati, come una necessità esteriore. Ma l’epoca che crea questo modo di vedere, il modo di vedere del singolo isolato, è proprio quella dei rapporti sociali (generali per questo modo di vedere), finora più sviluppati. L’uomo è nel senso più letterale del termine uno zòon politikòn [“animale che vive in società”], non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società. Del resto, proprio Thomas Hobbes, Jean-Jacques Rousseau e Adam Smith ammettono che la sfera dei bisogni, vale a dire la sfera decisiva dell’ontologia dell’essere sociale, il fondamento della socialità, obbliga a cooperare con gli altri individui o gruppi: quanto più si retrocede nel tempo, tanto più la realtà sociale e le sue rappresentazioni (o ideologie) ci presentano l’essere umano come parte di un contesto di altri esseri umani, di una collettività. E anche quanto più si avanza nel tempo, si continua a vedere l’essere umano come parte della collettività. Lo si vede così, perché così esso è. La sfera dei bisogni legati al contesto geofisico e sociale genera la sfera delle rappresentazioni; la sfera delle rappresentazioni riflette il vissuto che non è la rappresentazione delle cose come esse sono, ma di come esse sono percepite dall’angolo visuale dei singoli in interazione reciproca. Ecco, dunque, che il fatto che i diversi gruppi umani siano in concorrenza l’uno con l’altro, così come lo sono i singoli individui, e che l’appropriazione dei beni naturali e artificiali sia disuguale, creano l’illusione ottica dell’atomismo sociale, tipico delle vedute liberistiche. Esse leggono il conflitto come separazione, mentre, come osservano Hegel e Carl von Clausewitz, il conflitto è unione, nesso fra le parti in conflitto (che se non fossero unite, non potrebbero nemmeno confliggere): qualsiasi realtà non può affermarsi se non negando quella realtà che la nega e, in tale atto di negazione, essa deve fare propria la negatività negata. Questa è una verità nota fin dal pensiero arcaico, fin dagli aforismi di Eraclito di Efeso, fin dal Poema sulla natura di Parmenide di Elea e giunta sino al dialogo Parmenide di Platone e alla formulazione del principio di non contraddizione nel libro IV, cap. 3, della Metafisica di Aristotele. Di qui, questa verità è stata ripresa da Hegel e, successivamente da Giovanni Gentile e costituisce una delle basi per la comprensione dell’essere e dell’essere sociale in particolare. Persino nella realtà dello sfruttamento capitalistico, un saldo nesso lega gli sfruttati agli sfruttatori e gli sfruttatori agli sfruttati e la classica rappresentazione liberistica della società come un’arena di competitors separati non riesce a nascondere che il mercato stesso è interazione di competitors che si condizionano reciprocamente, come gli elementi di un organismo biologico o come le componenti di un sistema informatico. Lo si vede sia dalla dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, sia dalla teoria della lotta di classe di Marx e di Engels, sia dalla teoria della vita come volontà di potenza di Nietzsche: le coppie servo-padrone, capitalista e proletario, vita ascendente-vita decadente sono tutte e tre caratterizzate da un nesso necessario fra le “polarità” antagonistiche che le compongono. Nell’organismo biologico, così come nel sistema informatico, c’è una gerarchia di funzioni in vista della dinamica complessiva dell’organismo e del sistema informatico. Questa funzionalità della parte rispetto al tutto è il motivo della impossibilità di ridurre il tutto alla mera somma delle parti. Già Kant, nella Critica della facoltà di giudizio (1790) afferma: “Un essere organizzato non è […] semplicemente una macchina, ché questa ha solamente forza motrice, ma possiede in sé forza formatrice, cioè tale da comunicarla alle materie che non ne hanno (cioè le organizza): ha quindi una forza formatrice che si riproduce e che non può essere spiegata mediante la sola capacità di movimento (il meccanismo).” Un essere vivente, quindi, non è paragonabile, completamente, a un orologio meccanico, né le sue funzioni sono assimilabili a quelle di una bilancia (per usare due termini di paragone famigliari al pensiero politico europeo del XVII secolo). Ma la società e lo Stato sono paragonabili sensatamente a un essere vivente? Sensatamente: cioè a prescindere da affascinanti similitudini o da brillanti metafore. Il che vorrebbe dire: gli organi di un corpo vivente sono paragonabili sensatamente alle parti dello Stato? Con buona pace del monologo di Menenio Agrippa, la risposta è “no!”. Le cellule del tessuto dello stomaco non potrebbero funzionare come neuroni e viceversa. Ma un lavoratore può diventare imprenditore (nel senso che soltanto barriere sociali, non naturali, glielo impediscono) e un imprenditore, rovinato, può diventare un lavoratore come gli altri. I singoli esseri umani, a differenza dei singoli organi di un corpo vivente, sono multifunzionali. Come si può parlare, allora, di nessi organici tra individui e tra gruppi quali nessi costitutivi dello Stato? Soltanto a partire dalla non autarchia di ciascun individuo e di ciascun gruppo che implica la dipendenza di ciascuno da ciascun altro, cioè l’interdipendenza sociale. Aggiungiamo che, a differenza degli organi di un corpo vivente, ciascun individuo dispone di una coscienza di sé estremamente complessa, come lumeggiato dalla psicologia a partire da Freud sino a Massimo Recalcati e a Umberto Galimberti, inesistente in organi diversi dal cervello. Questo rende l’interazione sociale estremamente complessa, estremamente variabile e oggetto di un sapere non caratterizzato dalla necessità, ma dalla probabilità delle relative conoscenze (come ben noto già ad Aristotele, Etica Nicomachea). L’interazione sociale esige campi semantici comuni, linguistici e simbolici, regole di convivenza comuni in relazione ai rapporti sociali di produzione fondati sulla divisione sociale del lavoro, cioè dell’insieme dei processi che permette di fissare come mèta di tutti il “bene comune”- l’accesso al quale non è mai stato, finora, uguale per tutti. La disuguaglianza degli accessi al “bene comune” genera una tensione continua fra i gruppi che compongono le società; una tensione che mette capo o alla mediazione fra interessi contrastanti, oppure alla lotta aperta fra le parti della società. Le strutture giuridiche e politiche servono a mantenere i conflitti nell’ambito delle mediazioni discorsive, politiche e a evitare il conflitto aperto. Il conflitto viene evitato, con strumenti religiosi, giuridici e, al limite, militari, perché impedisce alla collettività di organizzare una deterrenza credibile nei confronti delle collettività limitrofe ed eventuali politiche di espansione territoriali. Se ogni società non può che essere organica, perché nessun individuo è autosufficiente, questo non significa che il bene comune sia necessariamente ripartito in modo equo. Organicismo è interazione, interdipendenza, non equità; una società equa è organica tanto quanto un’oligarchia: quello che le distingue è la parità delle opportunità garantite a ognuno dalla prima e l’impari ripartizione delle opportunità imposte dalla seconda. Nella storia della specie quale si è sviluppato sino a ora, troviamo attuata l’unica legge scoperta dalla scienza politica: le minoranze organizzate dominano le maggioranze non organizzate (come evidenziato da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels). Nella formulazione che ne ha dato Robert Michels, come “legge ferrea dell’oligarchia”: chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice oligarchia; chi dice democrazia dice oligarchia”. Il fattore organizzativo distingue, secondo i “teorici delle élites” italiani, le collettività in organizzatori e in organizzati, in governanti e in governati, in dominatori e dominati e fonda il fenomeno della gerarchia amministrativa e, quindi, politica. Una gerarchia che è sempre organica, secondo i criteri che abbiamo individuato, ma che può mettere capo a una equa redistribuzione della ricchezza sociale prodotta, oppure a una iniqua redistribuzione della ricchezza sociale prodotta, a un modello “comunitario”, oppure a un modello oligarchico. Ma allora, proporsi la realizzazione di uno Stato organico (e, in particolare di uno Stato organico europeo) equivarrebbe, sul piano teorico a sfondare una porta aperta? No: l’organicità è un tratto formale ineludibile che può declinarsi, tuttavia, comunitariamente o oligarchicamente.

  1. Organicismo e/o oligarchia 

Nella nota versione evoliana della teoria dello Stato organico, si può parlare di “rapporti organici” fra le diverse componenti dello Stato soltanto se tali rapporti sono configurati sulla base del carisma di chi si trova al vertice dello Stato stesso, mentre nella versione elaborata nel 1809 da Adam Müller (Elemente der Staatskunst) e già nel 1790 da Edmund Burke (Reflections on the Revolution in France), l’organicità risiede nella continuità tradizionale delle istituzioni e dei costumi; rispetto a questa visione i Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel (1821) introducono la connessione dialettica tra componenti in sé non autosufficienti (che Giovanni Gentile sintetizzerà in Genesi e struttura della società, 1943, con la nota tesi “in fondo all’Io c’è un Noi”). Ma è un dato di fatto che lo sviluppo della rivoluzione industriale ha distrutto progressivamente i vissuti tradizionali e ha modificato la natura stessa delle classi politiche, staccando il primato politi co dalla condizione di “proprietari fondiari” e conferendolo ai produttori della ricchezza sociale industriale e commerciale. Va da sé che qui si sta trattando di tipi ideali di realtà sociali. Sulla nozione di tipo ideale, cfr. Max Weber, La nuova polarità sociale non è più quella tra proprietari fondiari e lavoratori agricoli, ma fra capitalisti e lavoratori- una trasformazione, questa, che, alla metà del XIX secolo è compiuta, a esempio, in Prussia, in Francia e in Inghilterra. L’organicità dei rapporti sociali consiste, dunque, nella tensione fra capitale e lavoro e il problema è trovare un altro fondamento dell’autorità economica, sociale e politica, ora che la ricchezza degli Stati si deve molto più all’industria che alla proprietà fondiaria. La strada seguita da Evola consiste nell’estrapolare dal mondo di Antico Regime il carisma del potere sovrano contrapponendolo al mero peso della ricchezza e della produttività. E dal piano politico ci si sposta sul piano della metafisica del politico: “Organico è uno Stato quando esso ha un centro, e questo centro è una idea che informa di sé in modo efficace i vari domini; è organico, quando esso ignora la scissione e l’autonomizzazione del particolare e, in virtù del sistema di partecipazioni gerarchiche, ogni parte nella sua relativa autonomia ha una funzionalità ed un’intima connessione col tutto” Il centro di una società tradizionale è così presentato: “un’idea centrale, un simbolo di sovranità con un corrispondente, positivo principio di autorità ne costituì la base e la forza animatrice, e quasi per spontanea gravitazione uomini e corpi sociali si trovarono in sinergia, pur conservando una loro autonomia essi svolsero attività convergenti in un’unica direzione fondamentale.” Il carisma del potere sovrano presuppone un principio spirituale che lo animi: Evola è ben consapevole che il carisma, di per sé non è sufficiente a configurare una realtà diversa da quella delle dittature di massa. Ma nelle società tardo-capitalistiche, come in piena età dell’imperialismo, è proprio il carisma totalitario a emergere, il carisma conferito dalle masse mobilitate da una adeguata propaganda. Sul piano politico la vicinanza all’ordinamento corporativo, da parte di Evola, si associava a una netta presa di distanza dallo Stato nazionale del lavoro, dai «Diciotto punti di Verona» e, naturalmente dal «corporativismo integrale» teorizzato, nel 1932, da Ugo Spirito. In luogo delle politiche sociali (grazie alle quali il fascismo aveva ottenuto il consenso popolare) viene delineata una configurazione etico / ascetica della «classe politica» che ha il proprio centro nel «governo di sé» come forza magnetica che stimola la vita dei corpi sociali ripartiti per professioni. Una configurazione etico / ascetica che, fino a ora, non ha configurato gruppi politicamente incisivi, né in Italia, né altrove.

  1. Sette constatazioni

La «logica di Yalta» è più longeva della «Guerra Fredda». Non è un mistero per nessuno che Stati Uniti d’America e Russia soffino sul fuoco degli integralismi nazionalistici. In Europa, con oltre due centinaia di installazioni militari della N.A.T.O. e con numerosi gruppi politici organizzati apertamente filo-russi sembra che si voglia evitare, come negli anni Quaranta del XX secolo, il sorgere di un tertium quid in Europa tra U.S.A. e Russia. Qualsiasi discorso che miri a prefigurare uno Stato organico, federale, europeo non può prescindere da una serie di constatazioni. Prima constatazione: l’unica politica estera dell’Unione Europea è quella della Commissione Europea, mirata quasi esclusivamente al mercato unico e ai profili giuridici e amministrativi a esso connessi. Sulle materie del mercato unico Parlamento Europeo e Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea codecidono al fine di generare le leggi europee. Seconda constatazione: tutti i profili della politica estera propriamente detta dipendono dalle decisioni all’unanimità del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea: ne consegue una carenza decisionale in una Unione a ventisette Stati membri. Terza constatazione: gli Stati membri sono «signori dei Trattati» e fanno, tutti, parte della N.A.T.O.; perché, come Consiglio Europeo, generano i Trattati che attribuiscono all’Unione i suoi poteri e ne delimitano la sovranità. Con maggioranze di governo nazionaliste, è semplice immaginare quanto poco sia probabile una revisione dei Trattati nel senso di un approfondimento o «statualizzazione» dell’Unione Europea. Quarta constatazione: l’Unione Europea non dispone, neppure per i ventuno Stati dell’area -euro, di una moneta unica che sia soggetta alle decisioni del «governo europeo», perché la Banca Centrale Europea è autonoma e ben più portata a essere la camera di compensazione fra i governatori delle banche centrali nazionali e il Fondo Monetario Internazionale; né gli obiettivi dei governatori, né quelli del Fondo Monetario Internazionale si possono definire «europei». Quinta constatazione: nonostante i consensi al discorso di Mario Draghi sull’Unione Europea, si è spesso tralasciato che il presupposto per l’attuazione degli obiettivi delineati da Draghi è la costruzione di uno Stato federale europeo. Sesta constatazione: l’orientamento dell’elettorato europeo è, attualmente, passabilmente nazionalista in Paesi assai significativi dell’Unione, cioè tendenzialmente anti-europeo o, per lo meno, euro-scettico. Settima constatazione: la costruzione europea è sorta per via diplomatica con il sostegno statunitense fino all’abbattimento del «Muro di Berlino». Questo significa che essa è stata opera delle classi politiche post-belliche interne alla «logica di Yalta». Oltre tre decenni sono passati e abbiamo avuto una progressiva espansione del fronte della N.A.T.O. verso est (di cui la guerra in Ucraina è un effetto da non sottovalutare). Ovunque arrivi l’Unione Europea, arriva anche la N.A.T.O: questo il significato, difficilmente equivocabile dell’arco di tempo 1992-2026. Se queste sette constatazioni (soltanto alcune fra quelle che si potrebbero fare), è chiaro che le prospettive per uno Stato federale organico europeo non sono particolarmente promettenti: le spinte diplomatiche all’ampliamento dell’Unione non hanno creato un vero governo politico dell’Unione stessa e l’opinione pubblica europea appare, al momento euro-scettica, se non apertamente anti-europea. Ammettiamo che, improvvisamente, si creino le condizioni per operare concretamente nel senso della costituzione di uno Stato organico europeo; quali sono le premesse istituzionali da cui partire? Innanzitutto, il ruolo decisivo della Commissione che opera secondo una logica tecnocratica e coopera con il Consiglio dei Ministri che opera secondo una logica diplomatica e con il Parlamento Europeo che opera secondo una logica democratica. Logiche diverse vengono fatte convergere negli obiettivi sovranazionali del mercato unico. Abbiamo, dunque, un corpo di esperti (la Commissione), una Camera degli Stati (Il Consiglio dei Ministri dell’Unione) e una Camera dei cittadini (il Parlamento Europeo) e un vertice dei Capi di Stato e di Governo (il Consiglio Europeo), un sistema economico bilanciato tra libera iniziativa e governo pubblico dell’economia, ma che non ha ancora fatto i conti con la critica dell’economia capitalistica. Un sistema che, non essendo uno Stato, non può dare corso a un Welfare che integri le incompletezze dei Welfare nazionali e che manca, quindi, del necessario consenso sociale. Un sistema che, non essendo uno Stato, non può trovare il corretto equilibrio tra sviluppo tecnologico e lotta al cambiamento climatico prodotto dall’economia capitalistica. Nella storia dello Stato moderno, l’unificazione dei mercati è stata la premessa per l’unificazione politica dei territori nazionali; ma non grazie ad automatismi, bensì grazie all’intervento di azioni politiche: dall’unione della corona di Castiglia con la corona di Aragona in Spagna a fine XV secolo, alle azioni diplomatiche e militari della contea di Parigi, sino alla guerra dei Cento anni, dall’attivismo di Enrico VIII in Inghilterra per attuare il Regno Unito sino all’azione del Piemonte nel XIX secolo per unificare la penisola italica e all’azione della Prussia nel contesto degli Stati germanici tra il 1863 e il 1971. Azioni politiche che sono state di vertice, ma che potrebbero anche essere di base, in linea teorica, nel futuro. Sul piano pratico, manca una opinione pubblica europea e una cultura politica europea unitaria: una cultura politica europea che si prefigga la realizzazione dello Stato organico federale europeo. Un cammino che, una volta che sarà intrapreso, non potrà essere che lungo e complesso.

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