Che il nazionalismo di tipo tradizionale sia irrimediabilmente avvizzito potrebbe dimostrarlo la stessa osservazione del linguaggio.
Una parola come patria, che ancora quarant’anni fa aveva la particolare vibrazione delle parole che interpretano un’epoca, ha ormai un suono quasi patetico, e una giusta sensibilità linguistica consiglia di adoperarla sempre di meno. Una frase come “i sacri confini della patria” suona falsa in un tempo in cui tutti sanno benissimo che in Europa c’è ormai un solo confine: quello della cortina di ferro.
La parola “nazione” ha ancora un timbro sicuro, ma già a parlare di “idea nazionale” significa andare nel vago, e nessuno saprebbe più dare un contenuto a queste espressioni in un’epoca che non è più quella dell’unità nazionale, ma quella dell’unità europea.
Il nazionalismo, la “nazione”, con tutti quei valori morali, militari, solidaristici associati a questi termini, s’identificano da quasi un secolo con la Destra. Ma i valori nazionali si basavano su un mito della storia a breve raggio per il quale tutta la storia era in funzione della nazione, e ogni popolo confinante un “barbaro”, nel senso originario della parola: uno parlante un’altra lingua e perciò, in qualche modo, “cattivo”.
La prospettiva nazionale escludeva l’Europa come unità di razza e di cultura.
C’è un grande compito da assolvere oggi in Europa: quello di ridestar gli Europei alla coscienza della loro Forza.
Adriano Romualdi – Una cultura per l’Europa
Sul nazionalismo


Sic et simpliciter.