Quando si parla di visione spirituale della vita si deve essere molto chiari e precisi, affinché il concetto non diventi una semplice serie di parole in sequenza. Perché il tutto sia compreso in modo adeguato occorre in primis stabilire cosa significhi vivere spiritualmente. La cosa cui molti non prestano la dovuta attenzione è che non esiste uomo, nemmeno il peggiore, il quale nel vivere non agisca spiritualmente, se con spirito intendiamo, come effettivamente è, la caratteristica essenziale dell’uomo ovvero ciò per cui conosce e opera. Spiritualmente è in effetti sinonimo di intellettivamente e non esiste azione umana che avvenga senza che prima non si abbia riflettuto o pensato. Nulla un uomo fa intenzionalmente se non lo considera bene o fonte di guadagno. Atteso che quindi nessun uomo prescinde da ciò che è spirituale e non materiale, cosa significa vivere spiritualmente? Significa vivere avendo ben chiaro che l’atto di intendere non è soltanto il principio dell’azione, ma ne costituisce anche il fine. E nel caso dell’uomo vivere e intendere non sono due attività da considerare separatamente, ma un tutt’uno composito. Il fine dell’uomo è, come spiega il Sommo Poeta nel “De Monarchia “, vivere utilizzando l’intelletto possibile. E tale attitudine in nulla contrasta con la volontà di potenza. Chi desideri prevalere, comandare o comunque sapere che vi sono cose, situazioni e fatti che dipendono da lui raggiunge un certo grado di felicità, in quanto agisce con difficoltà. E, com’è noto, le cose difficili sono belle. E siccome l’agire umano non può non dipendere dal conoscere, chi porta a compimento difficili imprese dimostra non un generico valore ma un valore spirituale e intellettivo, dato che la misura del potere del conoscere sta proprio nel grande sforzo intellettivo cui ci si deve dedicare. Quindi tutto l’uomo intende in modo conoscitivo e ogni felicità deriva dalla possibilità di usare la ragione. Non per caso, asseriva Platone, anche i piaceri del corpo, se l’intelletto venisse a mancare, perderebbero senso, in quanto non si sarebbe più in grado di ricordarli, rivivendone l’esperienza. Chiarito ciò, possiamo ben capire in cosa consista la grande ignoranza dei più nella contemporaneità. Da oltre due secoli si parla incessantemente di libertà dell’uomo, di uomo come fine e non come mezzo, di felicità etc, eppure ogni risultato raggiunto va sempre in direzione contraria. Ovvero, oggi gli uomini non vivono liberamente ma asserviti. E negli ultimi ottant’anni questo processo in Europa ha assunto i ben gravi connotati che possiamo verificare. L’asservimento degli europei si può spiegare, al di là di ciò che consegue dall’esterno, con qualcosa che attiene alla loro interiorità, ovvero la sottomissione della parte più alta, l’intelletto e la conoscenza, rispetto a ciò che esterno. Ed è proprio in ciò che consiste la schiavitù, ovvero vivere per ciò che è al di fuori invece che avendo come parametro quel che è in interiore homine. Il tutto risulta più chiaro, se ricorreremo ad un esempio che fa il filosofo Aristotele, quando tratta della differenza tra ciò che è un prodotto di natura e quello che è un prodotto dell’arte. In quello che avviene per natura, il fine per cui avviene è interiore al soggetto considerato, in ciò che viene ad essere per opera dell’arte il fine è esteriore. La nave, quindi, viene costruita per la navigazione e non ha in se stessa il principio della propria nascita e del proprio sviluppo, mentre in tutto ciò che è dotato di vita, che si tratti di una pianta o di un animale ciò che lo conduce a nascere e a svilupparsi non è esterno ma interno. E il fine che un ente naturale persegue è vivere perfezionando la sua stessa esistenza in base alla sua essenza. Oggi invece accade l’esatto opposto, ovvero l’uomo europeo non vive per perfezionare quella che è la sua essenza, ma sottomette l’intelletto a ciò che è esteriore, vedendo in esso il senso della propria identità. E quello che è esteriore cui si sottomette non necessariamente è qualcosa di prettamente materiale. Chiaramente questa è un’epoca in cui al benessere corporale, al denaro e al consumo si da una spasmodica importanza, in quanto queste sono le cose che tutto poi vanno a determinare; tuttavia gli uomini in linea generale o sono schiavi di questi direttamente, oppure lo sono di concetti apparentemente più nobili, quali la morale o, per meglio dire, il moralismo astratto. E non lo chiamiamo astratto per caso, ma perché distaccato da quello che dovrebbe essere il fine della morale e dell’etica, quando rettamente intese, ovvero la della vita degli uomini al fine di poter sviluppare al meglio la perfezione. L’etica dovrebbe avere come scopo la creazione delle menti migliori, dei migliori guerrieri, dei migliori politici e dei migliori lavoratori. Mentre oggi chiunque svolga una di queste funzioni lo fa per ciò che è esteriore, invece che per ciò che interiore. Il fatto che la politica e gli eserciti delle varie nazioni europee siano asserviti a potenze straniere non è che una logica conseguenza dell’alienazione che gli europei vivono rispetto a ciò che sono e dovrebbero incarnare. E nel lavoro il discorso non è dissimile, come prima abbiamo accennato. Quando Giovanni Gentile parlava di umanesimo del lavoro cosa intendeva? Il suo scopo era legare il processo conoscitivo a quello lavorativo. Chi degnamente lavora sempre conosce se, gli altri, la propria natura, lo stesso ordine divino, non diversamente da chi guida lo Stato, la Chiesa o l’Esercito. I metodi attuativi sono chiaramente distinti ma non possono essere separati non soltanto perché gli uomini sono per natura animali politici, ma anche perché il principio per cui queste varie attività avvengono è unico e uguale, ovvero il processo conoscitivo, pur declinato in gradi e modalità differenti. D’altra parte anche Marx stesso, quando nella sua opera descrive nel dettaglio la società capitalistica, usa opportunamente il termine alienazione. Il lavoratore nel capitalismo è alienato perché non vede ciò che fa, di conseguenza non sa perché lo fa né lo sente come diretta conseguenza del proprio ingegno. Quello che tuttavia poi Marx stesso e i marxisti non hanno compreso è il significato complessivo del concetto di alienazione. Alienato non è soltanto chi è subordinato nei rapporti di produzione, ma anche chi è al vertice. Un borghese che non abbia mai altro scopo che accumulare denaro, non ha mai occasione di farsi valere come “capitano d’industria”, come ispiratore di un certo modo di fare impresa, come un membro autorevole agli occhi degli altri, è schiavo, semplicemente più vicino all’oggetto per cui tutta la macchina è stata concepita. E che questa incomprensione avvenisse era ovvio, se guardiamo all’intera dinamica. Per un “marxista ortodosso” il problema del capitalismo è il fatto che non produca quella felicità e quell’uguaglianza ampiamente sperate. Tanto il marxista quanto il capitalista hanno paura di non essere mai sufficientemente soddisfatti economicamente. Entrambi auspicano una vita senza necessità e difficoltà. Ma queste sono chiaramente naturali per chiunque viva e, quando le si teme di esse ci si fa strumento o meglio ci si fa servi delle paure che queste provocano. E un uomo che opera in tal senso non è forse il prototipo di chi ha scarsissima fede nella sua facoltà più alta, quella della conoscenza? Superare le difficoltà, vivere ponendosi dei traguardi, puntare all’eccellenza, organizzare la propria vita coniugando necessità e felicità e tutte le azioni che a ciò corrispondono implica l’utilizzo dell’ingegno e aver fiducia nelle proprie capacità spirituali e intellettive. Quel che veramente porta alla felicità nel lungo termine non è perdere impegni e sacrifici, ma restare sempre fedeli, presenti e coscienti, ovvero riscoprire il potere dell’intelletto su tutto ciò che ad esso è subordinato e su tutto quel che dall’esterno sopraggiunge. Oggi per un europeo la sfida conoscitiva più alta è ricostruire l’Europa, dandole una forma che la storia non ha mai visto, facendo in modo che gli europei possano vivere all’insegna dei principi e delle azioni che qui abbiamo sinteticamente delineato.
Ferdinando Viola

