Nel vasto fronte anti-remigrazione esiste una componente più interessante, e forse più insidiosa, della solita indignazione liberale. Non è quella dei salotti progressisti, delle Ong, dei giuristi cosmopoliti o dei cattolici dell’accoglienza perpetua.
È quella che si presenta con il linguaggio del socialismo, dell’internazionalismo, dell’anticapitalismo e dell’anticolonialismo. Una postura che non si limita a dire che la remigrazione sarebbe ingiusta, disumana o irrealizzabile, ma pretende di dimostrare che essa sarebbe addirittura un “inganno borghese”, una mistificazione prodotta dalla destra per deviare il conflitto sociale verso il terreno etnico e identitario.
L’antifascismo anti-Remigrazione fabbrica un racconto distorto
È il frame apparso, con particolare chiarezza, in certi ambienti antifascisti e antagonisti, ma anche in interventi pubblici come quello del giornalista Valerio Renzi contro la manifestazione nazionale sulla remigrazione del 13 giugno. La tesi è semplice: la classe dominante fabbricherebbe ideologie per nascondere i rapporti di classe; la remigrazione sarebbe una di queste ideologie; il proletariato italiano verrebbe illuso di poter migliorare le proprie condizioni sottraendo risorse e tutele ai lavoratori immigrati; la nazione, la sovranità, il confine e l’identità sarebbero categorie dietro cui si mascherano gli interessi della borghesia italiana. Da qui lo slogan apartheid di classe. Ora, il punto interessante è che in questa formula qualcosa viene colto davvero. Solo che, come spesso accade a una certa sinistra ormai condannata a pensare con categorie consumate, il ragionamento viene immediatamente rovesciato nel suo contrario. Si vede la classe, ma non si vede più dove stia il padrone. Si denuncia lo sfruttamento, ma si finisce per difendere uno dei meccanismi che lo rende possibile. Si parla di proletariato, ma si accetta come dato naturale l’esistenza di un immenso serbatoio di manodopera sradicata, ricattabile, intercambiabile, spinta dentro le periferie europee e usata per comprimere salari, diritti sociali, coesione comunitaria e potere contrattuale dei lavoratori.
La Remigrazione non è un’ideologia borghese
La Remigrazione, però, non è una distrazione dal conflitto sociale. È la risposta legittima a uno dei dispositivi con cui il capitalismo globale ha destrutturato le classi popolari europee: importazione di manodopera ricattabile, compressione salariale, dissoluzione comunitaria, guerra tra poveri amministrata dall’alto, trasformazione delle periferie in zone di marginalità sociale. Chi finge di non vedere questo punto non sta difendendo il lavoro contro il capitale: sta difendendo, magari senza neanche rendersene conto, una delle condizioni materiali più favorevoli al capitale. La trappola retorica degli anti-remigrazione “rossi” consiste nel presentare due sole opzioni: da una parte il padronato che sfrutta gli immigrati, dall’altra i “razzisti” che chiedono rimpatri. In mezzo, secondo loro, non esisterebbe nulla. O accetti l’immigrazione di massa e provi a organizzarla sindacalmente, oppure sei un agente dell’odio etnico. Ma questa alternativa è falsa. Esiste una terza posizione, molto più solida: difendere i lavoratori italiani e stranieri significa spezzare il meccanismo che produce immigrazione di massa, irregolarità, sfruttamento e conflitto sociale permanente. Chi vuole mantenere milioni di persone in una condizione sospesa, ricattabile e senza radicamento non sta facendo antirazzismo: sta fornendo al capitale un bacino umano a basso costo e alle periferie altra instabilità.
Smontiamo il loro racconto con tre parole: classe, territorio e sovranità
In effetti, per smontare il loro impianto basta riflettere su tre parole. La prima è classe. L’immigrazione di massa serve il capitale più di quanto serva i lavoratori. Serve a Confindustria, ai grandi comparti della logistica, dell’agroindustria, della ristorazione, dell’assistenza privata, dell’edilizia, ma anche a quel sottobosco di padroncini, cooperative, intermediari, caporali legali e illegali che prosperano proprio sull’abbondanza di uomini senza forza contrattuale. Il lavoratore immigrato diventa così vittima e strumento insieme: vittima perché vive spesso in condizioni di ricatto; strumento perché la sua disponibilità forzata al ribasso diventa un’arma contro il lavoratore italiano e contro ogni possibilità di ricostruire un fronte sociale compatto. La sinistra che chiama tutto questo “internazionalismo” ha semplicemente sostituito l’emancipazione del lavoro con la gestione morale dello sfruttamento. La seconda parola è territorio. Il costo dell’integrazione fallita non lo pagano le élite progressiste, i quartieri borghesi, le redazioni, le università, le fondazioni e i centri sociali che hanno trasformato l’antirazzismo in un ambiente urbano perfettamente integrato nella città globale e gentrificata. Lo pagano le periferie. Lo pagano le famiglie popolari che vivono nei quartieri dove si concentrano degrado, concorrenza abitativa, tensioni sociali, illegalità diffusa, scuole sovraccariche, servizi pubblici già fragili e spazi urbani sottratti alla vita comunitaria. È qui che l’astratto anticolonialismo diventa una caricatura: mentre predica solidarietà universale, lascia che il peso concreto dei flussi cada sempre sugli stessi territori. Non sulle zone protette della borghesia progressista, ma sui quartieri popolari che questa borghesia pretende di educare. La terza parola è sovranità. Senza confini non c’è politica sociale, c’è solo amministrazione del caos. Uno Stato che non decide chi entra, chi resta, chi deve essere rimpatriato e a quali condizioni può partecipare alla vita nazionale non è uno Stato più umano: è uno Stato più debole. E uno Stato debole non protegge nessuno, tantomeno i lavoratori. Non protegge il salario, non protegge la casa, non protegge la sicurezza, non protegge la scuola, non protegge la sanità, non protegge nemmeno gli immigrati regolari, che finiscono schiacciati nello stesso disordine prodotto dall’irregolarità strutturale. La sovranità non è un feticcio borghese. È la condizione minima perché una comunità politica possa decidere del proprio destino.
L’estrema sinistra è massimalismo liberale
Il cerchio si chiude. Gli eredi stanchi dell’operaismo, gli orfani delle teorie del non-lavoro, i nipotini fuori tempo massimo di Negri, Piperno e di tutto il repertorio abbagliato dagli anni Sessanta e Settanta, sono approdati alla difesa pratica della necessità storica dello sfruttamento migratorio. Dove un tempo si parlava di autonomia operaia, oggi si finisce per benedire la disponibilità illimitata di manodopera legale e illegale, utile ai bottegai, ai padroncini, alle cooperative, ai distretti produttivi e a Confindustria. È un salto notevole, ma in fin dei conti non sorprendente. L’estrema sinistra, da tempo, è diventata liberalismo radicale: massimalista nei simboli, compatibile con il capitale nei processi reali. Ecco perché lo slogan “apartheid di classe” è rivelatore, ma non nel senso voluto da chi lo usa. Il vero apartheid non è quello immaginario evocato contro la remigrazione. Il vero apartheid è la costruzione di ghetti sociali ed etnici in cui masse sradicate vengono trattate come serbatoi di manodopera intercambiabile. È la città divisa tra quartieri protetti e quartieri abbandonati. È la società multischiavista venduta come società multiculturale. È il sistema in cui il capitale ottiene lavoratori più deboli, la sinistra ottiene nuove minoranze da rappresentare, le Ong ottengono funzione politica, le periferie ottengono solo altro disordine.
I nostri popoli hanno diritto a restare se stessi
La Remigrazione rompe precisamente questo schema. Non perché prometta una soluzione magica, ma perché riporta la questione al suo nucleo politico: un popolo ha il diritto di decidere la propria composizione, i propri confini, il proprio modello sociale, le proprie priorità. Ha il diritto di dire che l’immigrazione di massa non è un destino, non è una fatalità economica, non è un obbligo morale e non è una riparazione coloniale infinita. Ha il diritto di distinguere tra chi può integrarsi realmente e chi non può o non vuole farlo. Ha il diritto di rimpatriare chi è irregolare, chi delinque, chi vive ai margini della comunità nazionale senza alcuna volontà di appartenenza. Ha il diritto di fermare i flussi prima che diventino emergenza permanente. Gli antifascisti anti-remigrazione accusano gli altri di mistificare il conflitto. Ma sono loro, in realtà, a mistificarlo. Perché cancellano il fatto che l’immigrazione di massa è stata uno dei grandi strumenti della globalizzazione contro i popoli europei. Perché scambiano lo sradicamento per solidarietà. Perché chiamano internazionalismo ciò che nei fatti produce concorrenza al ribasso. Perché vedono il capitale solo quando indossa una divisa che riconoscono, mentre non lo vedono quando parla il linguaggio dell’accoglienza, della mobilità, dell’inclusione, della società aperta.
Il mondo di chi muove ci fa schifo
Il leitmotiv che circola negli ambienti antifascisti in vista della mobilitazione del 13 giugno è il mondo e di chi si muove. È un bene che si professino così apertamente, perché una frase del genere sta bene sul muro di un CSOA ma pure su un led di Wall Street. Perchè in fin dei conti Popper, Soros, Confindustria, le Ong, le cooperative, le sinistre urbane e i caporali non dicono le stesse cose per caso. Possono odiarsi sul piano estetico, possono insultarsi nei convegni, possono recitare parti diverse nella commedia pubblica. Ma nel concreto convergono su un punto: più flussi, più mobilità, più manodopera, più disordine governabile, più società aperta al capitale e chiusa ai popoli. Per questo il fronte anti-remigrazione che si maschera da anticapitalismo è forse il peggiore. Non perché sia il più forte, ma perché crede davvero alla propria favola. Crede di combattere il padrone mentre difende il suo esercito industriale di riserva. Crede di essere internazionalista mentre accetta che intere masse umane vengano spostate, precarizzate e usate come materiale sociale. Crede di difendere i lavoratori immigrati mentre li condanna a rimanere dentro il meccanismo che li sfrutta. Crede di difendere la classe mentre ha smarrito il popolo reale, la sua storia, i suoi quartieri, le sue paure, la sua rabbia, la sua richiesta di ordine e giustizia.
La remigrazione, al contrario, obbliga tutti a scegliere. O si sta con la società aperta del capitale, che vuole uomini senza radici, territori senza difesa e Stati senza confini. Oppure si sta con la possibilità di ricostruire comunità politiche sovrane, capaci di difendere il lavoro, il territorio e la coesione nazionale. Tutto il resto è militanza performativa, una posa per chi ha perso la classe, ha perso il popolo e chiama “anticapitalismo” il proprio tradimento.
Sergio Filacchioni

