Quanto capitalismo può sopportare la società

Il sociologo inglese Colin Crouch (docente fino al 2011 di Governance e Management Pubblico
presso l’Università di Warwick – Business School) ha posto, nel 2013, una questione decisiva:
“Quanto capitalismo può sopportare la società”. Siamo liberi di porre, dopo di essa, un punto
interrogativo, oppure di non porlo, come non lo pone Crouch nella traduzione italiana del suo libro
originariamente intitolato Making Capitalism Fit for Society, Quanto capitalismo può sopportare la
società, tr. it. di Paola Marangon, Laterza, Roma-Bari, 2014). Manca il punto interrogativo; il libro
tratta, infatti, di un progetto. Il progetto di limitare l’impatto sociale del capitalismo. Si tratta di
scoprire perché la socialdemocrazia abbia la potenzialità di limitare questo impatto sociale. Dicendo
questo si dice, però, che capitalismo e società sono termini di una contraddizione, se non attuale, per
lo meno possibile; si dice che lo sviluppo incontrollato del capitalismo potrebbe distruggere la società,
cioè i nessi vitali che rendono ciascun essere umano socius di ciascun altro essere umano; serve a ben
poco rilevare che il capitalismo è un prodotto della società; serve a tanto poco, quanto servirebbe
rilevare che un tumore è un prodotto della dinamica fisiologica di un organismo. Il paragone non è
azzardato: se l’economia capitalistica punta alla realizzazione del profitto senza preoccuparsi delle
ricadute sociali della ricerca del profitto stesso, è il caso di ricordare che il profitto non ha limiti,
perché è calcolato sulla base di scale numeriche che misurano la realizzazione di un desiderio, il
desiderio di “avere di più” per “essere di più”. Il profitto ideale cresce continuamente, allo stesso
modo delle neoplasie o tumori maligni perché, come nel caso delle cellule tumorali, è andato perduto
il senso della produzione di un bene, cioè il vantaggio dell’organismo nel suo complesso o la
funzionalità della produzione per l’organismo nel suo complesso; per le cellule tumorali, l’organismo
non esiste se non come fonte di risorse da divorare per soddisfare una fame infinita. Il destino del
tumore è quello dell’organismo che esso distrugge: andare distrutto con il proprio ospite. Tutto quello
che occupa il campo semantico della parola “economia” è strumento dell’essere umano, non di alcuni
esseri umani. Data la “fatalità” della legge ferrea dell’oligarchia, enunciata da Robert Michels già
negli anni Dieci del Novecento, che alcuni esseri umani cerchino di funzionalizzare – e con
successo!- l’esistenza di tutti gli altri al proprio benessere è nella logica delle cose; ma non è
inevitabile, né si risolve in un “vantaggio per tutti” come ritiene l’ortodossia liberista e neoliberista.
Questo è il punto di partenza della socialdemocrazia, nelle sue più diverse varietà.
Il punto di partenza della socialdemocrazia è, notoriamente il pensiero di Karl Marx; in particolare
un passo della Critica del programma di Gotha del 1875: “Dopo che con lo sviluppo generale degli
individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono

in tutta la loro pienezza, – solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la
società può scrivere sulle sue bandiere: – Ognuno secondo le sue possibilità; a ognuno secondo i suoi
bisogni!”
Dopo che….. scriveva Marx. Questo “dopo” non è mai giunto. Il socialismo / comunismo teorizzato
non si è mai realizzato. A proposito della storia del comunismo, non a caso, scrive Luciano Canfora,
“la prima domanda che si impone è: come mai i partiti politici sorti nel solco dell’Internazionale
comunista, per lo più nel biennio 1920-1921, sono diventati altro nel breve giro di un
cinquantennio?” Altro: anziché avviare l’estinzione dello Stato, come auspicato da Marx, il
comunismo, nel corso del XX secolo, ne è divenuto una delle forme: quella del Partito-Stato in
contrapposizione allo Stato oligopolistico pluripartitico.
Oltre alla storia del comunismo-Stato – sviluppato da Lenin- dalla teorizzazione di Marx e di Engels
è derivata, attraverso il revisionismo di Eduard Bernstein (1850-1932), una versione del socialismo
che punta a dilatare gli spazi democratici all’interno dell’economia capitalistica e a realizzare,
gradualmente, la giustizia sociale che è il nucleo della teoria comunista della società senza classi. Ma
anziché attuarsi con una rivoluzione, essa si sarebbe dovuta attuare attraverso riforme in grado di
avvicinarsi, nei limiti del possibile, all’ideale della giustizia sociale. Come? Dilatando il controllo
della produzione capitalistica attraverso l’azione dei partiti socialisti detti “socialdemocratici” e dei
sindacati a essi oggettivamente legati; realizzando il massimo di giustizia sociale nelle condizioni
date, senza abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione: uno sforzo di “democratizzare il
capitalismo.
Il volume di Crouch consiste di una ampia e dettagliata riflessione sulle ricadute sociali del
capitalismo nel tempo della globalizzazione (l’opera risale al 2013), un tempo che ha visto non
soltanto l’implosione del modello sovietico, sostituito da una oligarchia capitalistica piuttosto
disinvolta, ma anche il rafforzamento del modello a partito unico cinese e l’accentuazione dei tratti
oligarchici del capitalismo oligopolistico statunitense. L’Unione Europea si colloca in una “zona
intermedia” tra capitalismo di partito e capitalismo delle multinazionali: la zona dell’“economia
sociale di mercato” (secondo la formula di Ludwig Erhard e di Wilhelm Röpke).

Nella Prefazione, Crouch scrive: “Negli Stati Uniti d’America le disparità di reddito hanno raggiunto
livelli estremi, tanto da suscitare il timore che possano dissestare l’economia. A esprimere questo

parere non sono soltanto i “progressisti”, dai quali ci si possono aspettare opinioni del genere, ma
anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo
Economico (Ocse).” Fatto notevole, questo, perché Fmi e Ocse sono sempre stati indifferenti alle
disuguaglianze o hanno teso, addirittura, a favorirle, sono sempre stati assertori della tesi secondo la
quale “se i ricchi stanno bene, anche l’economia sta bene”; ora, invece, sembrano accorgersi che la
drastica diminuzione dei redditi medio-bassi e quelli dei più ricchi, soprattutto nel settore finanziario,
continuano a salire potrebbe segnare il malessere dell’economia. Un malessere evidenziato anche
dalla crisi del 2008 che ha rivelato la tendenza del capitalismo a dipendere dallo Stato “per salvarsi
dalle sue stesse contraddizioni a spese della collettività”. Il capitalismo, soprattutto nella sua versione
finanziaria, assume l’aspetto di un fenomeno parassitario che rende urgente una serie di operazioni di
rettifica. Se non altro per una ragione: più la forbice fra ricchissimi e poveri si apre, maggiori sono le
probabilità di eventi fortemente destabilizzanti che potrebbero mettere capo a fenomeni meramente
distruttivi, tali da evocare scenari analoghi a quelli del film di Walter Hill I guerrieri della notte
(1979).
La disuguaglianza – scrive Crouch – sta diventando “una questione di primaria importanza, il potere
delle grandi multinazionali produce un numero crescente di problemi per i consumatori, i lavoratori
e i cittadini, e il disinteresse per le esigenze collettive crea problemi allarmanti per i danni arrecati
all’ambiente”. Le nostre società sembrano essere sempre meno disposte a produrre beni pubblici o a
coprire “rischi collettivi, mentre i prodotti della ricchezza in aumento premiano una minoranza che
continua ad assottigliarsi.” Un simile regime di oligopolio genera molte esternalità: l’inquinamento
ambientale, il cambiamento climatico, la tendenza degli istituti finanziari a produrre “bolle
speculative”; né si può dire che esso assomigli al “mercato perfetto” della teoria: qui abbiamo il
mercato imperfetto, la concorrenza imperfetta che genera l’oligopolio e la riduzione dei competitors
sul mercato a pochi colossi. Questa complessa realtà estirpa “lo Stato sociale, l’idea dei diritti dei
lavoratori e altri importanti elementi dei compromessi sociali che hanno conferito alla seconda metà
del ventesimo secolo il suo carattere distintivo”.
La mercatizzazione della società disgrega la fiducia che dovrebbe regnare nei rapporti commerciali e
generano la crescente complessità del diritto contrattuale, la crescente complessità del settore
assicurativo e della giurisprudenza civile e amministrativa. I comportamenti legali, ma non giusti,
tendono a proliferare in un clima di diffidenza: i nessi comunitari scompaiono e in loro luogo compare

l’ “uomo” che “è un lupo per l’altro uomo”, come già era stato osservato da Carl Polanyj. L’esito di
questa situazione non sarebbe la “lotta di classe”; tutt’altro: comparirebbe l’”idra dalle cento teste”
della lotta di ognuno contro ogni altro, si rafforzerebbero gli aggregati sociali che funzionano come
organizzazioni criminali. L’incertezza che regna nella società a concorrenza imperfetta è legata al
tramonto di ogni prospettiva solidaristica; il motto neoliberista è, sempre e comunque: “Arrangiati!”
e, di solito, chi lo formula, ha già pensato a come far salvare dallo Stato i propri profitti. La società
neoliberista è la società della doppia morale il cui motto è “Fate quello che dico, non quello che
faccio!”
Se le istituzioni sono controllate dai gruppi di pressione delle multinazionali, ogni disastro finanziario
è pagato non da chi lo ha provocato, ma dalla collettività; con la socialdemocrazia, invece, lo Stato e
i contribuenti dovrebbero assumersi la gran parte dell’onere di compensare le esternalità; attuare
sistemi di controllo dell’attività bancaria che deve tornare utile alla collettività, elevare le indennità
di disoccupazione rendendo compito del pubblico potere stimolare la creazione di posti di lavoro e
tutelare con nuovi posti di lavoro la funzionalità del sistema pensionistico. Lo Stato – che siamo tutti
noi, nel concreto- non può ridursi a mero spettatore delle dinamiche economiche e sociali, ma deve
intervenire, nella sua concretezza di governo secondo gli obiettivi che fino a qualche tempo fa hanno
guidato i sistemi di Welfare.
Secondo Crouch è chiaro che un Welfare sulla base dello stato-nazione non è più praticabile, ma è
possibile soltanto in unità geoeconomiche e geopolitiche più estese. Come l’Unione Europea; “il
mezzo più diretto per democratizzare l’Unione Europea e incoraggiare i partiti e i governi a lavorare
in modo costruttivo sarebbe una regola formale molto semplice in virtù della quale la Commissione
venga eletta dal Parlamento Europeo e non nominata dagli Stati membri. In tal modo la Commissione
si trasformerebbe nel governo d’Europa e indurrebbe i partiti di ogni colore a elaborare programmi
transnazionali efficaci e a prendere sul serio le elezioni.”
In altri termini, il futuro del Welfare, nella misura in cui esso è una possibilità reale, è nella riforma
istituzionale dell’Unione Europea; e, potremmo aggiungere, nella misura in cui l’Unione Europea
divenga uno Stato organico federale europeo.

Francesco Ingravalle

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