Le polemiche veneziane attorno a Beatrice Venezi e Pietrangelo Buttafuoco hanno avuto almeno un merito: hanno mostrato lo stato reale della cosiddetta “cultura di destra”. Non quello raccontato nei convegni, nelle formule sull’egemonia finalmente conquistata o nei titoli celebrativi. Quello vero: quello che emerge quando una nomina diventa conflitto, quando un teatro reagisce come corpo istituzionale, quando una fondazione culturale diventa campo di battaglia, quando il governo scopre che vincere le elezioni non significa governare automaticamente i meccanismi profondi della produzione culturale.
Le due vicende sono diverse e non vanno sovrapposte. Ma compongono una scena comune: la destra oggi si trova dentro le istituzioni culturali, eppure spesso continua a comportarsi come se ne fosse ancora fuori. Il punto, quindi, non è stabilire chi abbia ragione nel dettaglio – sullo scontro Giuli-Buttafuoco ce siamo già occupati in un articolo precedente. Il punto è il metodo. E il metodo appare fragile. Da un lato c’è il fiatone della rivalsa: la fretta di dimostrare che “adesso comandiamo noi”, il bisogno di vedere finalmente un volto amico in un luogo simbolico, la tentazione di trasformare ogni nomina in una bandiera. Dall’altro c’è l’incapacità di preparare il terreno: costruire protezioni, formare ambienti, blindare figure, trasformare una scelta in un processo. Troppo spesso la destra vuole entrare nei palazzi della cultura forzando la porta, non dopo aver scavato cunicoli, formato alleanze, costruito reputazioni, addestrato uomini, occupato il terreno circostante.
La cultura è propagazione: la lezione di Arnold Gehlen
Qui torna decisiva la lezione di Arnold Gehlen. Una lezione che troppi hanno dimenticato, o magari non conoscono perché credono che le chiavi del potere culturale le abbiano solo certi intellettuali marxisti. Nella conferenza tenuta allo Studium Generale dell’Università di Friburgo il 27 giugno 1960, poi pubblicata con il titolo Idea e istituzione, Gehlen spiega che le idee non vivono per la loro semplice evidenza. Non durano perché sono belle, vere o profonde. Durano quando vengono incorporate in istituzioni. La loro stabilità dipende dai luoghi, dagli apparati, dalle procedure e dagli uomini che le rendono operative. La sua formula è limpida e spietata: “Le idee non si diffondono, ma vengono propagate, operano solo quando si opera per loro, mettono in movimento gli esseri umani quando altri esseri umani vi contribuiscono”. E aggiunge: “non ha tanta importanza discutere idee, quanto contribuire a dare loro una giusta e durevole realtà”. Insomma, le idee non passano dai libri alla storia per forza propria. Hanno bisogno di essere propagate. E propagare non significa comunicare meglio o di più. Significa organizzare una trasmissione. Creare una catena. Dare a un’idea gambe, corpi, sedi, canali, denaro, prestigio, continuità, professionalità.
Rendere una presenza necessaria oltre che rumorosa
Applicata alle polemiche veneziane, la lezione è quasi brutale. Non si prende una figura, la si colloca nel punto più esposto del sistema, la si carica di valore simbolico, la si manda dentro un’istituzione non preparata e poi ci si stupisce se l’apparato reagisce. Una scelta culturale non diventa egemonica perché è rumorosa. Diventa egemonica quando appare naturale, inevitabile, perfino ovvia. Quando il luogo stesso, attorno alla figura scelta, è già stato trasformato in spazio di legittimazione. Il punto non è “Venezi sì” o “Venezi no”. Il punto è che una strategia culturale seria avrebbe lavorato diversamente. Avrebbe preso una figura utile, anche divisiva, e non l’avrebbe bruciata subito nel teatro più simbolico, nel contesto più ostile, nel momento più esposto. L’avrebbe costruita. L’avrebbe messa alla guida di un’orchestra meno centrale ma potenzialmente elevabile. Avrebbe riempito quel luogo di risorse, comunicazione, qualità, relazioni internazionali, pubblico, programmazione, prestigio. Avrebbe fatto crescere l’istituzione attorno alla persona e la persona attraverso l’istituzione. Avrebbe creato un caso di successo prima ancora di dichiarare una conquista. Questa è propagazione: l’arte lenta di rendere una presenza necessaria.
Il pensiero radicale è l’unico ambiente fecondo
La prudenza tattica, ovviamente, non va confusa con moderazione culturale. E qui serve una precisazione doverosa: la cultura di destra, se vuole fondare qualcosa, non può permettersi di rifiutare la radicalità per rifugiarsi nel conformismo, nella conservazione d’ufficio, nella rispettabilità concessa dagli avversari. Una cultura addomesticata non produce egemonia ma gestione, compatibilità, amministrazione dell’esistente. Il pensiero radicale è fecondo perché crea concetti audaci, capaci di spezzare l’ordine ideologico egemonico. Solo i concetti radicali permettono di uscire dal circolo vizioso di una civiltà che ha mostrato il proprio fallimento. Per riprendere la formula di René Thom, autore della teoria delle catastrofi, solo certi concetti possono produrre una “catastrofe”, cioè un cambiamento di stato violento e repentino, capace di far crollare un sistema nel caos per dare vita a un altro ordine. La questione, allora, non è scegliere tra radicalità e istituzione. È tenere insieme entrambe. Radicalità nel pensiero, disciplina nella costruzione. Idee capaci di rompere l’ordine dominante, ma forme abbastanza solide da non disperdersi nella testimonianza. Concetti audaci, ma reti capaci di propagarli. Visione lunga, ma tecnica del potere. Chi confonde l’istituzione con il conformismo non ha capito Gehlen. Chi confonde la radicalità con l’improvvisazione non ha capito la politica.
La sinistra e la cultura come riproduzione sociale
La sinistra, invece, questo lo ha capito da decenni. Ha lavorato sulla cultura come riproduzione sociale. Ha occupato la prossimità prima che l’altezza: scuole, circoli, docenti, fotografi, collettivi, amministrazioni comunali, piccoli organizzatori di mostre, bandi, comitati, cooperative, reti informali, lessici condivisi. La cultura non vive solo nei grandi teatri, nei musei nazionali o nelle università prestigiose. Vive nella rete quotidiana che decide cosa è serio, autorevole, presentabile, moderno, professionale. Lì si produce il senso comune. Lì si selezionano gli uomini. Lì si decide chi può sbagliare senza essere distrutto e chi, invece, viene abbattuto al primo passo falso. Come ha notato qualcuno la destra, per decenni, ha avuto una giustificazione potente: l’esilio. Si è raccontata come esule in patria. Comunità politica minoritaria, cultura marginalizzata, intellettuali confinati, editoria laterale, accesso limitato agli apparati della formazione e della legittimazione. Questa condizione ha prodotto energie reali: fedeltà, resistenza, orgoglio, autonomia. Ma oggi rischia di diventare una gabbia mentale. Perché l’esule, anche quando entra nel palazzo, continua a sentirsi ospite. E chi si sente ospite non fonda. Cerca approvazione, teme l’accusa di non essere all’altezza, tronca i rapporti con gli intellettuali troppo liberi, preferisce il funzionario rassicurante al pensatore scomodo, oppure reagisce con arroganza infantile per mascherare il proprio senso di inferiorità.
Passare dalla mentalità dell’assediato a quella del fondatore
Il nodo quindi è psicologico prima ancora che politico: la destra non deve soltanto occupare istituzioni. Deve smettere di sentirsi abusiva dentro le istituzioni. Deve passare dalla mentalità dell’assediato alla mentalità del fondatore. Ma questo passaggio non si compie gridando più forte. Si compie costruendo una forma d’uomo diversa: meno risentita, meno ansiosa, meno bisognosa di riconoscimento immediato; più tattica, più paziente, più fredda, più capace di vedere il rapporto tra un nome, un luogo, un tempo, un apparato, una rete. L’egemonia, infatti, non è mai una semplice questione di contenuti ma una questione di forme di trasmissione. Una cultura vince quando sa generare uomini capaci di abitarla e di farla funzionare. Quando sa educare quadri, dirigenti, tecnici, artisti, docenti, comunicatori, amministratori, funzionari, editori, curatori, musicisti, giuristi. Quando sa creare non solo intellettuali, ma ambienti intellettuali; non solo artisti, ma circuiti artistici; non solo funzionari, ma apparati orientati; non solo riviste, ma scuole; non solo eventi, ma istituzioni. Ed è proprio questo che le polemiche veneziane rivelano. La destra oggi ha potere politico, ma non possiede ancora una rete culturale proporzionata a quel potere. Ha nomi, ma pochi sistemi. Ha simboli, ma poche filiere. Ha figure esposte, ma poche strutture di protezione. Ha voglia di rivalsa, ma non sempre ha la pazienza della conquista. Ha una narrazione sull’egemonia, ma fatica a costruire i dispositivi della propagazione.
Mussolini, Gentile e la ricerca di una koiné
Il risultato è una scena che si ripete: o si affida un ruolo delicatissimo all’outsider perché ha attaccato manifesti per vent’anni, oppure si consegna tutto a figure perfettamente interne al vecchio sistema culturale, magari ostili o indifferenti alla visione che si vorrebbe rappresentare. Da una parte la trincea ringhiosa, dall’altra la resa preventiva. Da una parte la fedeltà senza qualità, dall’altra la qualità senza appartenenza. In mezzo manca spesso la vera operazione egemonica: cercare o creare una koiné, letteralmente un linguaggio comune. Una koiné è un sentimento del mondo più largo del recinto organizzativo. È il terreno comune su cui possono incontrarsi il militante, l’intellettuale, il tecnico, l’artista, il funzionario, il docente, il dirigente. È ciò che permette a una forza politica di riconoscere come propri anche uomini che non provengono dal suo stesso percorso, ma condividono una grammatica profonda: un’idea di uomo, di storia, di comunità, di ordine, di bellezza, di destino. In questo senso l’esempio di Giovanni Gentile resta istruttivo. Quando Mussolini gli affidò la Pubblica istruzione, una parte dello squadrismo visse quella scelta come un’offesa. Dopo anni di battaglia, le poltrone andavano a chi aveva combattuto con la penna e non con il pugnale tra i denti. Dal loro punto di vista, quella reazione aveva una logica. Ma la politica, quando è grande, non ragiona con la sola contabilità dei meriti interni. Ragiona con il destino di una forma storica.
Saper guardare oltre i propri recinti
Gentile non era un accademico qualunque prestato al governo. Era un grande nome della cultura italiana, un uomo con un progetto di riforma, e soprattutto una figura riconducibile a una koiné più ampia. Tra l’attualismo gentiliano e i codici squadristi c’era una distanza enorme sul piano del linguaggio. Ma c’era uno stesso sentimento del mondo: volontà, Stato, formazione, spiritualità della nazione, primato dell’educazione, costruzione dell’uomo nuovo. L’egemonia è questa capacità: vedere, oltre i confini stretti della propria chiesa, i territori colonizzabili. Capire quali uomini possono essere attratti, integrati, orientati, valorizzati. Sapere che non tutto ciò che serve nasce già dentro il partito. Sapere anche che non tutto ciò che è esterno è nemico. Una forza egemonica non si limita a premiare i fedeli. Allarga il campo, conquista competenze, assorbe energie, trasforma figure laterali in pilastri di un ordine più grande. Ma lo fa senza sciogliersi nell’avversario. Lo fa a partire da un centro saldo. Oggi, invece, l’alternativa sembra spesso infantile: chiudersi nella purezza dei propri ranghi o cercare certificazioni dal mondo che si vorrebbe sostituire. O l’uomo di apparato senza statura, o il notabile culturale dell’altro campo. O la fedeltà senza qualità, o la qualità senza appartenenza. Una cultura politica matura dovrebbe spezzare questa alternativa. Dovrebbe costruire figure insieme competenti e riconoscibili, libere e orientate, raffinate e utilizzabili, capaci di parlare oltre il recinto senza vergognarsi delle proprie radici.
La destra e la propagazione della cultura
La domanda vera, allora, non è quella viziata dall’analisi post-marxista: “La destra ha cultura?”. La domanda è: la destra possiede istituzioni capaci di propagare la propria cultura? Possiede luoghi in cui formarla, criteri per selezionarla, strumenti per proteggerla, capitali per sostenerla, strategie per farla crescere, pazienza per non bruciarla, intelligenza per collocarla? Finché la risposta resta incerta, ogni discorso sull’egemonia sarà prematuro. La sinistra, anche quando perde consenso popolare, conserva spesso una superiorità ambientale. I suoi codici abitano ancora molte strutture della mediazione culturale. Non deve nominarsi continuamente. Funziona. Si riproduce. Passa attraverso pratiche ordinarie. Un insegnante, un curatore, un giornalista, un organizzatore culturale, un funzionario, un attore, un regista, un responsabile di comunicazione possono non appartenere a nessun partito e tuttavia muoversi dentro la stessa grammatica progressista: la campagna referendaria per il No, in questo senso è stata istruttiva. In fin dei conti l’egemonia non è l’obbedienza a una segreteria. È una visione del mondo che sopravvive ai partiti, ai leader, alle scissioni, ai cambi di governo.
L’egemonia non dipende dalla politica, la orienta
La destra, invece, dipende ancora troppo dal vertice politico. Aspetta la nomina, il ministero, il governo, il segnale dall’alto. Ma una cultura che attende sempre il potere politico per esistere non è egemonica. È clientelare, oppure subalterna. L’egemonia vera precede e supera il governo: lo accompagna, lo orienta, lo corregge, talvolta lo costringe. Non vive di incarichi concessi. Vive di una forza autonoma che il potere politico è costretto a riconoscere. Qui si misura anche il rapporto con gli intellettuali non allineati. Una destra matura non può avere paura di figure come Franco Cardini, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco o altri pensatori capaci di dissentire, complicare, disturbare, criticare. Non perché ogni loro posizione sia condivisibile. Non perché vadano trasformati in oracoli. Ma perché una cultura che teme il pensiero complesso mostra di non essere cultura di governo, bensì apparato di consenso. E un apparato di consenso può difendere una maggioranza e non fondare un bel niente. L’intellettuale vero non serve a ripetere la linea. Serve a dare profondità al campo. Serve a creare lessico, genealogia, orizzonte, contraddizione fertile. Serve a impedire che la politica si riduca ad amministrazione, comunicazione ed emergenza. Una destra che tronca i rapporti con i propri intellettuali più liberi perché non obbediscono al ritmo dei social rinuncia alla propria possibilità di durata. Si condanna a vivere di funzionari e influencer.
Farla finita con la reazione al woke
Il punto più duro è questo, e lo abbiamo ribadito molte volte: non basta vincere le elezioni, non basta governare, non basta nominare, non basta reagire alle follie woke, al progressismo terminale, al moralismo dei giornali, ai dogmi dell’università. Una cultura politica che vive soltanto in reazione all’avversario resta determinata dall’avversario. Ne segue l’agenda, ne assorbe i tempi, ne conferma il primato. Una cultura che vuole fondare deve smettere di rispondere e cominciare a produrre mondo. Produrre mondo significa elaborare un’idea di futuro. Significa dire quale società si vuole costruire nel XXI secolo. Se la sinistra propone un individuo fluido, sradicato, atomizzato, amministrato da dispositivi tecnici e morali, la destra deve opporre una visione organica, non come rifugio passatista, ma come strategia di sopravvivenza. Comunità contro atomizzazione. Continuità contro consumo istantaneo. Paesaggio contro devastazione. Sovranità europea contro dipendenza globale. Legame tra generazioni contro solitudine di massa. Persona concreta contro astrazione universalista. Corpo, storia e spirito contro riduzione dell’uomo a dato manipolabile. Ma anche qui il rischio è trasformare i principi in frasi. Sacro, comunità, continuità storica, identità patriottica: parole vere, ma usurate se non diventano programma culturale, educativo, urbanistico, tecnologico, bioetico, estetico, amministrativo. Un politico oggi dovrebbe saper parlare di intelligenza artificiale, natalità, scuola, bioetica, flussi migratori, piattaforme digitali, lavoro, città, periferie, agricoltura, arte pubblica, non come temi separati, ma come capitoli di una stessa antropologia politica. Senza questa profondità, la destra resta una reazione isterica al globalismo.
Non manca il talento, ma l’organizzazione
Intendiamoci. Non è il Governo che deve diventare laboratorio di civiltà. Non deve passare tutto dallo Stato: il potere politico può sostenere, proteggere e connettere luoghi capaci di produrre cultura. Scuole di alta formazione. Centri studi veri. Fondazioni operative. Residenze artistiche. Festival non subalterni. Case editrici sostenute senza trasformarle in uffici stampa. Riviste capaci di formare linguaggi. Reti di giovani studiosi. Percorsi di inserimento nelle istituzioni culturali. Non eventi fini a se stessi ma strutture operanti. Dopodiché togliamoci anche di mezzo un cliché che a forza di sentirlo ripetere, finisce per realizzarsi: il problema della cultura di destra non è l’assenza di talento. Il talento c’è ma è disperso, sottopagato, non protetto, non messo in rete, non fatto crescere. Il problema è l’incapacità di trasformare il talento in classe dirigente. Si scopre una figura e la si espone subito. Si trova un giovane bravo e lo si brucia nella polemica. Si valorizza un intellettuale solo quando serve una firma. Si costruisce una carriera sulla fedeltà immediata, non sulla preparazione lunga. Si confonde la visibilità con la formazione. Si premia chi urla e non chi può durare. Gehlen direbbe: manca l’istituzione, ovvero le forme stabili che permettono alle idee di sopravvivere agli uomini. Mancano i luoghi in cui la cultura cessa di essere entusiasmo e diventa disciplina.
La cultura non può essere semplicemente vendetta
La vicenda veneziana, allora, va letta come sintomo. Non basta avere un presidente della Biennale culturalmente riconducibile a un certo immaginario. Non basta avere una direttrice d’orchestra percepita come vicina al governo. Non basta occupare una casella. Se intorno a quella casella non esiste una rete, se l’istituzione resta culturalmente ostile, se il capitale reputazionale non è stato costruito prima, se la comunicazione è difensiva o improvvisata, se il governo arretra alla prima crisi, la nomina diventa un bersaglio. E il bersaglio, quando viene colpito, non produce egemonia. Produce trauma, rancore, arretramento. Una forza egemonica avrebbe agito diversamente. Avrebbe messo meno bandiere e più fondamenta. Avrebbe sostenuto figure meno note prima del salto. Avrebbe creato teatri-laboratorio, festival-laboratorio, scuole-laboratorio. Avrebbe fatto nascere reputazioni nuove senza annunciarle come vendette. Avrebbe colonizzato territori intermedi. Avrebbe preparato tecnici capaci di reggere l’urto, alleanze, pubblico, stampa, critica, finanziamenti, circuiti internazionali. Avrebbe reso la propria scelta forte prima ancora di renderla visibile. Questo significa avere la calma del tattico e la lucidità del conquistatore. E no, il punto non è diventare più moderati ma più seri. Il conflitto epocale in corso impone responsabilità. Una destra conflittuale è quella che sa usare il tempo contro l’avversario. Che sa aspettare senza dormire. Che sa infiltrare senza dissolversi. Che sa attrarre senza farsi colonizzare. Che sa premiare la fedeltà senza sacrificare la qualità. Che sa valorizzare la qualità senza consegnarsi al nemico. Che sa distinguere tra testimonianza e conquista.
Capire il conflitto epocale in corso
Per questo la parola “egemonia” va maneggiata con più durezza. L’egemonia non è la vendetta degli esuli. Non è l’assegnazione tardiva di poltrone ai fedeli. Non è l’ingresso rumoroso in luoghi che non si è stati capaci di trasformare. È una guerra lunga per decidere quali idee diventeranno ambiente, quali uomini diventeranno classe dirigente, quali istituzioni parleranno una certa lingua anche quando nessuno darà più ordini dall’alto. Finché la destra non capirà questo, resterà prigioniera della cronaca. Ogni polemica diventerà psicodramma. Ogni nomina diventerà plebiscito. Ogni critica verrà vissuta come tradimento. Ogni arretramento come congiura. Ogni figura libera come problema. Ogni istituzione ostile come sorpresa, quando invece avrebbe dovuto essere prevista. Questa battaglia non perdona l’improvvisazione. Gli apparati culturali ancora meno. Chi li vuole conquistare deve conoscerli, aggirarli, penetrarli, rifondarli, duplicarli quando serve, superarli quando possibile. Deve creare nuove centralità, non limitarsi a strappare quelle vecchie. La vera vittoria non consiste nel mettere un proprio uomo dentro una struttura altrui, ma nel fare in modo che quella struttura, o una nuova struttura concorrente, produca senso secondo categorie proprie.
Gehlen e le idee che durano
Gehlen, come tanti altri intellettuali europei del Novecento – da Giovanni Gentile a Berto Ricci – alla fine prova ad insegnarci proprio questo: le idee non bastano, nemmeno se sono idee giuste. Senza istituzioni restano fragili. Senza uomini organizzati restano intermittenti. Senza propagazione restano letteratura. Senza durata restano testimonianza. La destra, così come la cultura-non-conforme che esiste nonostante la destra, oggi si trova davanti a una scelta secca. Continuare a vivere di rivalse simboliche, nomine esposte, polemiche difensive, fedeltà mal ripagate, intellettuali usati e poi respinti, talenti bruciati e apparati non compresi. Oppure può assumere finalmente la disciplina della conquista culturale: mappare, formare, finanziare, proteggere, propagare, istituzionalizzare. Ma ad una condizione fondamentale: smettere di comportarsi da esuli che chiedono una stanza nel palazzo altrui e cominciare a pensarsi come architetti di istituzioni nuove. Solo allora una nomina non sembrerà più una provocazione, ma l’esito naturale di una forza già presente nella società. Solo allora le idee non saranno più bandiere agitate nel vento della cronaca, ma forme durevoli, radicate, operative. E solo allora la parola egemonia potrà essere pronunciata senza suonare come un desiderio frustrato.
Sergio Filacchioni

