Salario, Retribuzioni, Welfare ed Immigrazione.

Nell’ambito di quelle che sono le motivazioni addotte a suffragio della Proposta di Legge
di Iniziativa Popolare “Remigrazione e Riconquista” dal Comitato omonimo, non si
può sottovalutare l’impatto sociale di una immigrazione fuori controllo e le relative
conseguenze sul welfare e sulle retribuzioni. Innanzitutto viene facile utilizzare il
concetto marxiano relativo alla disoccupazione, come necessità strutturale del
capitalismo, anche per l’immigrazione. Infatti entrambi creano un bacino di forza lavoro
che garantisce salari bassi, alti profitti e disciplina la classe operaia, contrastando le
rivendicazioni salariali grazie alla concorrenza tra lavoratori. Marx, nel Capitale,
descrive questo “esercito” come una sovrappopolazione relativa necessaria al sistema
capitalistico per espandersi o contrarsi a seconda delle esigenze produttive, mantenendo i
salari vicini al livello di sussistenza. Inoltre la presenza di disoccupati funge da deterrente:
i lavoratori occupati, temendo la sostituzione, sono portati ad accettare condizioni peggiori
e ritmi più intensi, aumentano così il plusvalore per il capitalista, ovviamente medesima
situazione caratterizza la presenza di lavoratori immigrati. Inoltre possiamo anche
considerare che l’automazione e la delocalizzazione moderna alimentino la
disoccupazione di massa, rafforzando ulteriormente questa funzione di riserva da parte di
una immigrazione incontrollata . D’altronde è risaputo che quando l’occupazione è
troppo alta, i salari tendono a crescere, riducendo i margini di profitto . L’”esercito di
riserva” degli immigrati modifica questa contraddizione per il capitalismo apolide,
globalista e cosmopolita …ma anche per quella imprenditoria agricola o industriale
che fa dei bassi salari una ulteriore opportunità di guadagno . Quindi l’immigrazione
determina una massa di lavoratori disoccupati o sottoccupati che il sistema
capitalistico sfrutta per mantenere i salari bassi e indebolire il potere contrattuale della
forza lavoro impiegata. Questa riserva di manodopera funziona come un elemento di
pressione competitiva che consente ai capitalisti di rimpiazzare facilmente i lavoratori e
controllarne il costo. Cosa incredibile è che questa relazione lapalissiana venga sottaciuta
o negata dalla sinistra immigrazionista, da un certo antifascismo di estrazione
comunista e da un cristianesimo becero, che fa della “accoglienza” una parola
d’ordine ben distante dal messaggio evangelico e del “diritto a non emigrare” affermato
da Benedetto XV e riaffermato, seppur in modo minore, da Francesco I .
Impatto altrettanto negativo si evidenzia nell’ambito del welfare, dove gli immigrati
regolari o meno, in larga parte non superano, almeno ufficialmente, la soglia di povertà,
pesano sulla sanità e su buona parte degli aspetti correlati alla assistenza sociale svolta
dall’INPS.
Cosi come, altra nota dolente, nelle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio
popolare. Sappiamo purtroppo che l’edilizia residenziale pubblica è ormai da decenni in
uno stato precomatoso, con una ormai cronica assenza di investimenti sia nella
costruzione di nuovi alloggi, sia nella manutenzione di quelli già esistenti, in parte
costruiti in pieno periodo di “speculazione edilizia” e con materiali con “vita” massima di
una cinquantina d’anni, ormai ampiamente superati. Tuttavia è altrettanto vero che, dato e
non concesso che gli appartamenti destinati ai bandi pubblici del settore, sono
notevolmente inferiori alle necessità della popolazione, per tutta una serie di motivi
oggettivi, la maggioranza di questi vanno ad extracomunitari e solo una quota molto
marginale vanno ai cittadini italiani che, in definitiva, questo sistema di sussidiarietà
sociale hanno fondato, sviluppato e difeso con lotte, sacrifici, fatica, lavoro, fatto da loro
stessi, dai loro genitori e nonni, non pare quindi giusto che non possano poi accedere a
quello che in realtà sarebbe un loro diritto . Quindi anche sotto questo aspetto l’intervento
legislativo previsto dalla proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e
Riconquista” è necessario, ma è altrettanto necessario che venga approvato al più
presto, perché, probabilmente fra 5 anni o 10 anni al massimo, non ci saranno più le
condizioni di prospettare un cambio di passo rispetto a situazioni che nel tempo
diverrebbero irreversibili e consolidate, a detrimento del livello di vita del cittadino italiano,
che lentamente e inesorabilmente si sta già avviando verso un ridimensionamento della
qualità, del livello e delle disponibilità inerenti la propria vita, quella della sua famiglia e dei
suoi figli .
La missione dell’Italia dell’Europa e delle nazioni sviluppate deve essere quella di
avviare una circuito virtuoso che permetta la crescita equilibrata dei “paesi in via di
sviluppo”. Il capitalismo finanziario deve essere impossibilitato a giocare sui due fronti,
da una parte sfruttando la manodopera degli immigrati come massa capace di
calmierare le giuste rivendicazioni dei lavoratori indigeni e nel contempo, senza una reale
e cogente sistema di responsabilità sociale dell’impresa, sfruttare all’inverosimile la
manodopera allogena negli stati emergenti non garantendo giusti livelli retributivi,
sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro, non impiego di manodopera minorile o
coatta. Recuperando valori etici e morali legati all’identità e alla specificità, alla
diversità delle culture, delle tradizioni, al rispetto delle stesse e alla indispensabile, ma
normata e regolamentata, osmosi tra esse, nella salvaguardia delle rispettive peculiarità,
eviteremo il dramma sociale di una integrazione fittizia frutto di perdita di senso di
appartenenza e di un emarginazione reale, frutto dello sradicamento, che porta
insicurezza, violenza, contrasti, reati, nel contempo non ci renderemo colpevoli di un
irreversibile depauperamento di opportunità, intelligenze, quadri e risorse indispensabili
alla crescita dei paesi d’origine.

Ettore Rivabella

Un commento

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *