La statua senza testa

L’Unione Europea e il suo possibile futuro

È opinione assai diffusa che da almeno un decennio l’ordine liberale internazionale sia stato, se non dissolto, almeno, messo in discussione; che la legalità internazionale non sia più rispettata sotto alcun aspetto; che l’ordine internazionale sia divenuto il caos dei predatori. Che, di conseguenza, l’Unione Europea debba dotarsi di una struttura decisionale precisa.

Opinione diffusa, autorevolmente sostenuta (a parte la necessità per l’Unione Europea di divenire unione realmente politica, posizione sostenuta autorevolmente[1], ma, di certo, non diffusa), ma problematica.

Qualsiasi ordine, liberale o meno, per potere “andare in pezzi”, deve esistere. Un ordine liberale nelle relazioni internazionali, per lo meno dopo il 1945, non è mai esistito; a meno che con “ordine liberale” non si intenda l’”equilibrio del terrore” o, con espressione meno enfatica, l’equilibrio dei rapporti di forza tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Ammettiamo che gli U.S.A. fossero uno Stato liberale nel concreto e non soltanto sulla carta; ammettiamo che corrispondessero quasi perfettamente all’ordinamento che Kant denominava “repubblicano” (cioè “Stati di diritto”) e, quindi, di per sé, fondato su principi generatori di pace; se il comunismo russo non poteva dirsi “repubblicano” nel senso kantiano, era stato, comunque, alleato degli U.S.A. nella guerra contro l’alleanza Germania-Italia-Giappone. Gli accordi di Yalta hanno reso i conflitti fra i due blocchi, tutto sommato, governabili; ma gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sono stati attraversati da guerre di cui apertamente o copertamente sono stati protagonisti gli Stati Occidentali (Stati Uniti d’America in testa) e la Russia.

Veniamo alla “legalità internazionale”. È noto che, nella storia della specie, il diritto viene dopo il fatto, a giustificazione del fatto. Non è il diritto a fare la storia, ma la storia a fare il diritto. La storia è storia di rapporti di forza; e la forza è primariamente tecno-economica. C’è da stupire se chi ha vinto la Seconda Guerra Mondiale abbia anche affermato da che parte stesse il diritto? Abbiamo avuto una versione statunitense, una versione russa del diritto internazionale, così come, se le cose fossero andate diversamente da come sono andate, avremmo avuto una versione tedesca del diritto internazionale. Perfettamente coerente con questa situazione è che nel Consiglio di sicurezza dell’O.N.U., e non da oggi, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale dispongano del diritto di veto: le azioni dell’O.N.U., quando ci sono state, sono avvenute con il permesso di chi ha vinto la Seconda Guerra Mondiale. Se questo è il “diritto internazionale”, esso non è che un sinonimo di “rapporti di forza”. I Diritti stessi dell’Uomo sono stati applicati sempre discrezionalmente, così come i diritti dei popoli all’autodeterminazione: non avevano diritto all’autodeterminazione gli Ungheresi nel 1956 o i Cecoslovacchi nel 1968, più di quanto ne avessero il Greci nel 1967 o i Cileni nel 1973. La “legalità internazionale”, finora è stata un mero instrumentum regni dell’ordine codificato a Yalta

Nel 1898-1991 uno dei pilastri dell’ordine di Yalta scricchiola e si disgrega in breve tempo. Persino quella creazione della “Guerra Fredda” che è stata l’integrazione europea, in quel momento, si sente spinta a configurarsi politicamente: tutti ricorderanno il Trattato di Maastricht.  Tutti ricorderanno l’arduo cammino che, attraverso il Trattato di Amsterdam, il Trattato di Nizza, il (defunto) Trattato di Roma e infine il Trattato di Lisbona, ha portato l’integrazione europea a ritematizzare una Unione politica. Che non è mai iniziata. Il motivo è semplice, in fondo: l’Europa è occupata da più di trecento basi della N.A.T.O., l’organizzazione guidata dagli U.S.A. (e il cui costo, ora, si vorrebbe riversare interamente sui paesi membri); un “esercito europeo” sarebbe, in queste condizioni, una contraddizione in termini; non ci sono interessi “europei”, nello scenario internazionale, da difendere sulla bilancia dei rapporti di forza (l’economia europea è permeata fin troppo da Investimenti Diretti Esteri non europei); l’Unione non dispone di una moneta che sia vincolata giuridicamente a uno Stato: la B.C.E. che governa l’euro (e che è la “sintesi” del tiro alla fune dei governatori delle banche nazionali dell’area euro) è indipendente dalle istituzioni europee. Aggiungiamo a questo che l’assetto istituzionale è la risultante di quell’ordine oligarchico capitalistico esaminato già oltre sessant’anni fa da Charles Wright Mills in Le élites del potere e che caratterizza la quasi totalità dei paesi-membri dell’Unione Europea.

Si è detto autorevolmente che vanno ricomposti i due esecutivi, il Consiglio Europeo e la Commissione europea, nella creazione di un potere decisionale unitario. La domanda è semplice: chi vuole effettivamente un tale ordinamento?  Si è sostenuto che occorre un quadruplo livello decisionale, integrato: Stati membri, Camera delle competenze (la Commissione attuale), Parlamento, federazione. Anche qui la domanda è semplice: chi vuole effettivamente una simile trasformazione, posto che essa implicherebbe una revisione dei Trattati e non pochi Stati membri hanno un orientamento sovranista, quindi contrario a questa prospettiva? La risposta alle due domande è la medesima: ben pochi e ben poco influenti.

Da dove cominciare a costruire una opinione europea? Dall’unico obiettivo che può unire masse disorientate e che hanno rinunciato al diritto di voto (come mostra l’alto astensionismo nazionale ed europeo): l’Europa sociale, l’Europa del Welfare subcontinentale. Come ha scritto Colin Crouch, si tratta di riconfigurare “il capitalismo in modo da renderlo idoneo alla società”[2]. Si individuerà, così, lo specifico europeo rispetto agli U.S.A., rispetto alla Russia e rispetto alla Cina. Ben difficilmente una spinta in questa direzione potrebbe venire dalla politica, dai governi degli Stati-membri che sono, tutti, espressioni della élite del potere e, quindi, interessati a lasciare le cose come attualmente stanno nell’incoerenza politica delle diverse politiche degli Stati-membri dell’Unione. Essa potrebbe (il condizionale è d’obbligo) venire dalla società, dal mondo del lavoro, dal mondo della produzione

Francesco Ingravalle

[1] Cfr., a esempio, Sergio Fabbrini, Il futuro della UE nell’epoca dei predatori in “Il Sole 24 ore”, 1 febbraio 2026.

[2] Cfr. C. Crouch, Quanto capitalismo può sopportare la società, tr. it. di Paola Marangon, Laterza, Roma-Bari, 2014, p. XII.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *