Potenzialità e atto

Nel mondo classico sull’origine dell’uomo vi erano pareri discordanti. C’era chi credeva che in origine gli uomini vivessero ad uno stadio più tendente al ferino; dopo aver iniziato ad utilizzare il fuoco e aver risolto le questioni più necessarie per vivere in armonia, svilupparono la civiltà e si diedero alla conoscenza delle discipline più belle e meno necessarie. Vi era poi chi credeva che, invece, l’uomo fosse nato in una situazione aurea e perfetta e che, con il tempo, fosse decaduto ad uno stadio degenere di ingiustizia e corruzione. Vi era poi chi vedeva nel passaggio dall’età dell’oro all’età del ferro una punizione e chi invece un dono fatto dagli dei agli uomini per dar loro modo di ingegnarsi con il proprio intelletto e le proprie opere. A prescindere da ciò, tutti però erano consapevoli di un fatto, quanto viene acquisito può accrescere e perdersi e questo processo di miglioramento, stabilità o corruzione è fondamentalmente ciclico ed eterno. Un poeta come Lucrezio, ad esempio, riteneva che gli uomini inizialmente vivessero sparsi e isolati, fin quando non compresero il vantaggio e la felicità della concordia dell’esistenza politica. Allo stesso tempo, però, egli pensava che certi progressi raggiunti dalla civiltà fossero causa anche di molti mali. Tutto questo, come si spiega? Con la concezione del tempo che i nostri padri avevano. Per loro tutto ciò che nasceva era già possibile, semplicemente dagli uomini non era conosciuto e il solo fatto che poi fosse stato appreso era il segno che fosse potenzialmente realizzabile, in quanto corrispondente ad un archetipo eternamente esistente. Il tempo per loro era semplicemente la misura che gli uomini davano, a causa della loro natura mortale, al cambiamento, che sempre poteva essere migliorativo o corruttivo. L’unità con cui tutto veniva misurato però era sempre la medesima, ovvero il mito, la memoria degli antenati, i riti, la città, la terra abitata. Che i propri antenati più antichi fossero nel momento in cui erano venuti alla luce involuti o già perfetti, non aggiungeva nulla alla conoscenza della realtà. Se erano migliorati, vuol dire che avevano la potenzialità di attuare l’eccellenza, se erano peggiorati vuol dire che avevano perso l’eccellenza per poi riconquistarla e perderla nuovamente e via discorrendo. Oggi, invece, la mentalità moderna ha posto come delirante condizione l’evoluzione lineare, con una premessa che è errata nelle sue fondamenta, ovvero che il divenire si faccia senza già avere la possibilità intrinseca di realizzarsi in quel modo. Il problema degli evoluzionisti in filosofia non sta tanto nell’enunciazione della teoria, la selezione naturale è un principio che in natura esiste, ( cosa che fra l’altro oggi si considera cattivo per la natura umana) il problema sta nel credere che tutto si formi soltanto su criteri di adattamento e che ciò che nasce non avesse già in sé la potenza di diventare quel che è ( come insegna uno dei più famosi ammonimenti dell’oracolo di Delfi) ma che quel che si diventa viene costantemente creato dal nulla e dal caso e che quindi non sia possibile conoscere. La verità è che quel che esiste ha un suo seme e una sua forma e l’uomo è sempre uomo. La sostanza non muta. Come ci insegna Aristotele, delle dieci categorie, quella che risponde alla domanda (che cos’è? Τι εστι? ) ovvero l’essenza ha un’assoluta priorità sulle altre, in quanto tutte si predicano dell’essenza. E le qualità prioritarie sono quelle che rendono possibile l’attuazione della forma secondo la propria essenza. La dimostrazione del fatto che sia così, ce la fornisce tra l’altro il linguaggio. Vi sono sostantivi che non ammettono contrari, in quanto sussistono come materia segnata specifica. Uomo non è contrario di lupo, artigiano non è contrario di agricoltore, Italia non è il contrario della Francia. Quel che è conosciuto, invece, pensando immediatamente al suo contrario è ciò che non può sussistere nella sostanza nello stesso tempo, nel medesimo luogo o secondo le medesime proprietà. Luce e tenebre, ad esempio. Infatti, quando c’è la luce non ci sono le tenebre e viceversa, ovvero l’assenza dell’uno implica la presenza dell’altro, ma entrambe si rapportano ad una medesima sostanza, ovvero la ciclicità della terra. Conoscenza e ignoranza. Infatti, chi conosce una cosa non può ignorarla. Tuttavia la conoscenza e l’ignoranza sono sempre rapportate alla medesima sostanza, ovvero un uomo, una città, una nazione etc. Guerra e pace. L’una non può esistere insieme all’altra in rapporto ad una medesima persona e ad un medesimo popolo, tuttavia il popolo o il singolo che fa la guerra o la pace oppure il popolo che la guerra subisce è la sostanza di cui la guerra si predica, al punto tale che mentre un popolo è in guerra con un altro, un altro popolo può essere in guerra con un altro ancora oppure in pace e così via. E ciò di cui si predica il movimento non può non essere, sia che si voglia negarlo o che si voglia affermarlo. Quanti oggi operano contro la nostra civiltà, contro il loro bios e i propri antenati possono muoversi contro quel che sono ma da ciò non possono prescindere. Europa è una sostanza, esattamente come lo è l’Italia, il Lazio, la famiglia etc. Se appartieni ad una sostanza non puoi appartenere ad un’altra, salvo non vi sia rapporto di complementarietà tra le sostanze. Chi è italiano è chiaramente europeo, in quanto l’Europa è il tutto e l’Italia è la parte. Esattamente come chi è romano è chiaramente italiano e chi è ateniese greco. Ma se sei europeo non puoi essere africano o asiatico. Se neghi che esista l’europeo, l’asiatico o l’africano, semplicemente non sei uomo, in quanto l’uomo per natura vive in una porzione di terra specifica e per sua finalità intrinseca vive in una comunità specifica diversa dalle altre. Può vivere nel modo migliore o peggiore ma non può vivere senza. Chi afferma di essere uomo, afferma necessariamente di essere o europeo, o africano o asiatico, in quanto un uomo al di là di queste categorie non esiste. La questione si comprende appieno se l’uomo si rapporta ai suoi antenati e al presente, indagando su ciò che sta compiendo, se è corruttivo rispetto alla sua essenza o adatto a viverla nel modo migliore, secondo gli obiettivi dell’eccellenza. La domanda “è nato prima l’uovo o la gallina”, non ci interessa, in quanto quel che noi conosciamo e sappiamo è che non esiste gallina senza uovo e non esiste uovo senza gallina. Quel che conta è l’attuazione del possibile non il processo temporale.

Ferdinando Viola

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