LA GROENLANDIA E QUELLA FALSA IDEA DI OCCIDENTE

La questione legata all’eventuale annessione dell’isola della Groenlandia da parte degli Stati Uniti d’America ha riacquisito, dopo qualche mese nel quale pareva essere finita nel dimenticatoio, nuova centralità con l’avvio del 2026. In particolare, le ambizioni statunitensi sull’isola vengono riaffermate solo qualche ora dopo il sequestro in Venezuela del presidente Nicolas Maduro, quasi a voler suggellare la volontà di non perdere ulteriore tempo e di non lasciare nulla di intentato. Se, nel caso venezuelano, la rimozione forzata di un dittatore non mette particolarmente in discussione gli interessi delle cancellerie europee, spesso supine e accondiscendenti a operazioni di questo genere nei continenti del cosiddetto Terzo Mondo, diversa è la posta in gioco nell’Oceano Artico laddove, come non succedeva da prima della seconda guerra mondiale (e della conseguente fondazione della NATO nell’aprile del ’49), l’impero a stelle e strisce minaccia espressamente di conquistare, con le buone o con le cattive, parte integrante del territorio europeo a discapito dei suoi “alleati”.

Si tratta di un vero banco di prova per le leadership europee: dopo l’invasione militare russa in Ucraina, molto più cruenta, odiosa e dispendiosa, adesso è il turno dell’imperialismo americano di farsi avanti nell’Artico europeo. Di fronte all’atteggiamento di aperta sfida dell’amministrazione Trump, i nodi, stavolta, sembrano arrivare al pettine. Tutto lascia presagire a un qualche tipo di controllo nordamericano sulla Groenlandia, difficile da evitare per le massicce leve di pressione a disposizione degli USA: ma molto dipenderà dai modi con i quali questo si dovrà verificare. La questione groenlandese costringe i paesi europei a riconsiderare a 360 gradi la propria weltanschauung, la propria idea di sé. In un mondo in cui il velo di Maya dell’occidente cade inesorabilmente di fronte agli interessi nazional-imperialistici degli stati Uniti d’America, da perseguire a tutti i costi pur di non perdere la grande sfida del domani con la repubblica popolare cinese, assistiamo allo scioglimento delle nubi che, finalmente, dopo i decenni di confusione dell’apparente ordine della “cortina di ferro” o della cosiddetta Guerra Fredda, ci permettere di distinguere chiaramente due entità diverse. Da una parte il nord-America e le sue ambizioni egemoniche sull’emisfero occidentale. Dall’altra parte, l’Europa, o quello che dovremmo essere.

In questo quadro, ogni tentativo di piccolo nazionalismo europeo appare velleitario. La sfida fra blocchi egemonici, fra superpotenze in aperto conflitto fra loro impone un’accelerazione su larga scala dell’integrazione europea in tutti i settori: quello politico e militare sembrano essere, fra tutti, i più urgenti, prima ancora di un necessario piano giuridico che ne giustifichi l’attuazione. L’invio di una missione militare europea congiunta in Groenlandia, ad esempio, sarebbe un segnale più che auspicabile rivestito, magari, come sostegno attivo del ramo europeo della NATO alle ambizioni egemoniche statunitensi. Ma la prospettiva di lasciare completamente l’isola al dominio statunitense, senza essere presenti in qualche forma o modo con delle proprie forze di interposizione (magari a guida danese?) a garanzia degli interessi dell’intero continente, non può essere contemplata in alcun modo, pena l’accerchiamento ancora più asfissiante lungo tutte le direttrici: ad est, dai russi in Ucraina; ad ovest, dall’ambiguo e stretto rapporto politico-militare UK-USA (che potrebbe diventare ancora più stretto nel caso della vittoria alle prossime elezioni di Nigel Farage); a nord, dall’attivismo delle grandi potenze nell’Artico (su tutte Russia e Usa); a sud, dalla colonizzazione cinese del continente africano e dalle conseguenze del fenomeno migratorio.

In conclusione, la sfida della Groenlandia rappresenta per l’Europa di oggi un ultimo appello alla riconquista dapprima di una nuova coscienza di sé come potenziale superpotenza continentale, capace dapprima di difendersi dalle aggressioni imperialiste esterne e di riconoscersi come entità unica e identitaria. Quindi, di rompere una volta per tutte con la nozione illusoria e ipocrita di Occidente nella sua accezione politico-ideologica successiva alla Seconda guerra mondiale, dimostratasi, nei fatti, come del tutto artificiale e priva di una reale sostanza politica e identitaria. Con buona pace di molti ben disposti, immaginiamo, a restringere ulteriormente i confini geopolitici e spirituali dell’Europa sull’altare di un non meglio precisato occidentalismo.

Jean Valjean

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