L’ASSENTEISMO DALLE URNE, LA FINE DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E L’ALTERNATIVA DELLA PARTECIPAZIONE.

di CARLO VIVALDI-FORTI

Le recenti elezioni regionali hanno confermato una tendenza, ormai pluriennale, che
ad ogni votazione si accentua drammaticamente: il fenomeno dell’assenteismo dal
voto , giunto al 60%. Ciò significa che 6 cittadini su 10 non si riconoscono in nessuna
delle liste, dei partiti o dei programmi che vengono loro offerti. Appare quindi patetica
la consueta rivendicazione della vittoria da parte di ognuno dei contendenti, inutile e
ridicolo esercizio a cui purtroppo siamo abituati da tempo.
La realtà, molto più prosaica, è che nessuno può dirsi vincitore, in quanto nessuno
rappresenta il popolo italiano nel suo complesso, ma solamente una esigua porzione
di esso. In pratica, ci troviamo di fronte a una dittatura delle minoranze. Qualcuno
obietterà che la colpa di ciò non è da attribuire all’ordinamento istituzionale esistente,
bensì alla mancanza di coscienza civica che sta dilagando, al qualunquismo, o , come
si preferisce definirlo oggi, al populismo. Quest’ultimo, invece, non ci “azzecca nulla”,
parafrasando Di Pietro, non essendo certo la causa ma piuttosto la conseguenza della
disaffezione al voto. La verità è che le classi politiche espresse dai partiti negli ultimi
decenni non hanno brillato né per onestà , né per intelligenza, lasciando incancrenire
tutte le contraddizioni e i problemi della nostra società, senza prospettare nulla di
valido per andare oltre. Quando poi qualcosa di positivo nasceva, i cosiddetti poteri
forti, insieme d’interessi coalizzati contro ogni reale cambiamento, brandivano la
scure affrettandosi a far comprendere al manovratore di turno che , se voleva restare
in sella, doveva adeguarsi ai loro voleri o accomodarsi alla porta. Esemplare, in
proposito, il complotto che cacciò Berlusconi nel 2011 , sostituito da un certo professor
Monti , il quale, pur non essendo stato eletto da nessuno, esercitò una perversa forma
di tirannia fiscale, conducendo l’economia verso quel disastro che la Meloni ha
ereditato , ma di cui al presente quegli stessi oligarchi la incolpano.
Neppure lei, ammettiamolo, è riuscita a sfuggire totalmente al ricatto di quei signori
e dei loro reggicoda. Se lo spread è precipitato a livelli mai visti e le agenzie di rating
hanno promosso il debito pubblico italiano, dipende dal fatto che l’esecutivo ha dovuto
proseguire sulla linea dell’austerità e del rigore inaugurata dai suoi predecessori. Di
ciò bisogna peraltro ringraziare gli attuali governanti, perché se avessero imboccato
la via della spesa fuori controllo, come avrebbero preteso i loro avversari, ci
troveremmo ancora una volta a fronteggiare congiure di palazzo e di crisi
extraparlamentari. Senza parlare delle conseguenze dell’eventuale introduzione di un’
ennesima imposta patrimoniale, cavallo di battaglia delle sinistre, che ovviamente non
potrebbe limitarsi a colpire i super miliardari ma , per incidere sul pubblico bilancio ,
dovrebbe estendersi a tutti i contribuenti provvisti di una qualsiasi proprietà e magari
di quattro risparmi in banca. Essa , perciò , darebbe l’ultima spallata a un’ economia
che si sta faticosamente riprendendo.
Questo tira e molla fra maggioranza e opposizione, bloccando di fatto tutte le
riforme propedeutiche a quel cambiamento strutturale necessario a un recupero
autentico e vigoroso come nel dopoguerra, è il vero motivo della diserzione dalle urne.
Gli elettori scioperano non perché preferiscano le gite al mare al compimento del loro
diritto-dovere, ma in quanto persuasi che , chiunque vinca, non cambierà mai nulla di
sostanziale. Forse molti tra gli astenuti non ne sono consapevoli, non possedendo le
necessarie nozioni di scienza politica e di diritto costituzionale, ma la sensazione che
l’attuale forma di democrazia rappresentativa risulti superata dai tempi e dalle
circostanze non è certo loro estranea. Affidare il proprio futuro e quello dei propri figli
a rappresentanti del popolo che , invece di realizzare i programmi per cui sono stati
eletti, si uniformano di fatto agli ordini dei veri padroni del vapore, giungendo in tal
modo a costituirsi in casta autorefernziale, non è una prospettiva che invogli il
cittadino a recarsi alle urne. La neutralizzazione reciproca di ogni istanza di vero
mutamento impedisce in ultima analisi lo sviluppo di quei nuovi orizzonti storici,
urgentemente richiesto in un’epoca di rivoluzione tecnologica e produttiva senza
precedenti, tanto che lo stesso Papa Leone XIV non esita a indirizzare la dottrina
sociale della Chiesa in questa direzione.
Come ci dovrebbe insegnare la storia , se fosse davvero studiata e compresa, ad ogni
cambiamento radicale nel mondo della produzione si dovrebbe accompagnare una
riforma altrettanto profonda dell’ingegneria sociale, ossia di tutti gli istituti preposti
alla formazione di una realtà politica corrispondente. Ecco perché la democrazia
rappresentativa classica oggi non è più in grado di governare i mutamenti necessari
alla salvaguardia della dignità umana e , in ultima analisi, alla conservazione della
nostra stessa civiltà. Essa, infatti, era nata come risposta alla prima rivoluzione
industriale, quella per intendersi dei telai e delle macchine a vapore, che esigeva un
veloce e forte accumulo di capitali in poche mani, dovendosi creare una classe
imprenditoriale capace di affrancarsi dalle vecchie logiche agrarie e di dar vita ai nuovi
assetti richiesti. L’elezione dei parlamenti, all’epoca,
era dunque funzionale
all’emergere di questo nuovo ceto dirigente; non per nulla il suffragio veniva limitato
ai cittadini più colti e abbienti.
Quando , dopo molto tempo, venne adottato il suffragio universale, gli oligarchi
cominciarono a sentirsi minacciati dalle classi inferiori le quali, potendo ormai
diventare maggioranza negli organi legislativi, erano in grado di aggredire sempre più
concretamente le loro posizioni di privilegio. L’attacco alla proprietà privata, obiettivo
dei movimenti socialisti e comunisti, rappresentava perciò un pericolo effettivo a
breve termine. Da allora, i tentativi di tutelare i propri interessi assunsero diverse forme
, fra cui talune reazioni filo-monarchiche, per giungere poi ai cosiddetti totalitarismi
di destra del XX secolo.
Le due guerre mondiali spazzarono via entrambe queste illusioni, e ciò condusse a
un deciso cambiamento di strategia delle élite economico-finanziarie globali. Visto
che ormai il suffragio universale spalancava le porte ai progressisti duri e puri, se non
ai veri e propri rivoluzionari, l’estremo rimedio fu trovato nell’utilizzare il denaro e il
ricatto per comprare l’obbedienza di partiti, parlamenti e governi. Si spiega anche così
l’abitudine di molti potentati economici a sponsorizzare al tempo stesso liste,
candidati e giornali degli opposti schieramenti, allo scopo di assicurarsi la fedeltà di
entrambi, prevenendo proteste e azioni di disturbo. Chi non ricorda la celebre sentenza
di Gianni Agnelli , “che per fare cose di destra, è necessario che le facciamo fare alla
sinistra? “ , Nessuna meraviglia, quindi, che l’avvocato torinese, la sua azienda e il
suo quotidiano siano stati tra i più ferventi promotori del centro-sinistra prima e del
compromesso storico poi, cioè di quella concezione assemblearistica che pose le
premesse per la decadenza della politica e dell’etica pubblica nel nostro Paese ,
riducendo in pratica l’azione di governo a una mera contrattazione d’interessi e scambi
di favori.
Tale situazione caratterizzò la storia della Prima Repubblica dagli anni Sessanta
fino a Tangentopoli, quando emerse in un sol botto l ‘immensa corruzione su cui si
basava il potere. L’avvento della Seconda non modificò nella sostanza le cose: i
precedenti accordi assembleari vennero furbescamente sostituiti dai governi tecnici
o di unità nazionale, a fronte di emergenze il più delle volte millantate o gonfiate, che
in pratica assolsero gli stesi compiti dei predecessori. Solamente Berlusconi s’interpose
come elemento di rottura in questa comoda continuità, ma venne ben presto fatto fuori
dagli stessi poteri forti globalizzati in sospetta sincronia, guarda caso, con la
magistratura. Il sistema sopravvisse quindi fino all’avvento della Meloni, incidente di
percorso ancor più grave di quello berlusconiano, e ciò spiega l’accanimento contro
di lei, davvero senza precedenti, nel palese tentativo di restaurare lo status quo ,
chiudendo appena possibile questa parentesi.
L’estremo tentativo di espropriare il popolo della sua legittima sovranità non può
oggi essere contrastato né mediante una ventilata riforma elettorale, né col semplice
susseguirsi di chiamate alle urne, a cui risponde un numero di cittadini sempre più
esiguo. Per ritrovare la strada verso la democrazia autentica, che si realizza nel governo
non soltanto per il popolo, ma del popolo, bisogna riscoprire l’arte di decidere tutti
insieme, sull’esempio dell’Agorà ellenica, circa i problemi comuni. In una società dei
grandi numeri, vasta e complessa come la nostra, ciò significa ripartire il processo
decisionale in diversi segmenti sovrapposti ( in questo simili ai Soviet russi, peraltro
sempre rimasti sulla carta, o ai Circoli sociocratici olandesi, da quello di vicinato e di
quartiere fino a quello nazionale) attraverso i quali la volontà della base si trasmette
al vertice, mediante la libera discussione di tutti i partecipanti.
In tale logica si muove la proposta di democrazia partecipativa come nuova
espressione della sovranità popolare. Circa gli strumenti per mezzo dei quali essa può
realizzarsi, la discussione è ancora giustamente aperta. Laddove tutti i suoi sostenitori
sembrano peraltro convergere è la necessità che gli organi legislativi, nazionali e
locali, si basino sulla doppia rappresentanza , al tempo stesso, delle idee prevalenti
nella società e dei suoi interessi legittimi; in tal senso intendiamo una Prima Camera
eletta, come oggi, sulla base di liste partitiche, e una Seconda formata dai delegati
dei diversi organismi economici, sociali e culturali in cui essa si realizza a livello
pratico. Il governo della partecipazione si fonda quindi su un costante e acceso dialogo
fra i portatori delle idee circa l’organizzazione sociale e coloro che di essa sono i veri
gestori e i diretti responsabili. Superfluo descrivere a tale livello i numerosi vantaggi
di simile assetto, argomento su cui ci siamo già diffusi in altre occasioni e su cui
torneremo.
Di uno, tuttavia, vi è oggi scarsa consapevolezza, ossia del fatto che questa nuova
forma di democrazia diretta, che prevede il coinvolgimento nel processo decisionale di
tutti i cittadini, senza obbligarli a rilasciare cambiali in bianco a un ceto politico sempre
più distaccato dalla realtà e dai problemi quotidiani della gente comune, è il solo
modo valido per lottare contro l’assenteismo alle urne. Infatti, gli elettori che votassero
per la Camera organica, voterebbero con ogni probabilità anche per quella partitica. E
comunque , pur se non lo facessero, ciò sarebbe in ogni caso l’espressione di una
loro scelta sovrana, e non di un qualunquistico disinteresse per la cosa pubblica
come oggi avviene.

Carlo Vivaldi-Forti

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