Nel nostro viaggio verso l’Europa ci troviamo in compagnia di correnti di pensiero con ambiguità assai vistose. Una di queste, molto interessante, e che può diventare un elemento di discussione molto divisivo, è quella che riguarda il rapporto da tenere con la Cina. Per sintetizzare, tra gli europeisti sembrano emergere tre correnti principali:
- liberali di centro/centrodestra, PPE; come Calenda, Giulio Terzi di Sant’Agata(FDI), probabilmente Mario Draghi. Affezionati in gran parte al cuore romano-cristiano della tradizione europea, sostengono l’Ucraina senza se e senza ma, legati alla concezione classica liberal-radicale(in senso Pannelliano) dell’estensione dei diritti umani al globo terracqueo. Pubblicamente ostili alla Cina in quanto considerata antidemocratica, sono ambigui nella realtà, specie per quanto riguarda i rapporti commerciali, lo sarebbero in ogni caso meno se la Cina si adattasse alla loro idea liberale. Sono generalmente propensi all’identificazione dell’Europa con la tradizione cristiana o comunque con i valori liberaldemocratici ispirati dal cristianesimo.
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- Catto-progressisti e liberali di centro/centrosinistra. Ovvero la vecchia scuola europeistica di Prodi, Patrizio Bianchi, Enrico Letta ecc. Con +Europa, frange del PD, Renzi vari. Costituiscono una componente influente ma ambigua, specialmente per quanto riguarda la politica estera, sono quelli che vorrebbero difendere un rapporto stretto con la Cina, sono tra i maggiori promotori del coinvolgimento della Cina nella nostra economia e non vorrebbero abbandonare questo atteggiamento, perchè significherebbe la loro sconfitta politica. Sono coloro che sognano l’Europa dalla “identità aperta”.
- infine i nazionalisti identitari europei. Quale il loro atteggiamento verso la Cina?
Perché l’argomento Cina potrebbe essere dirimente in questo campo europeista? Perché se l’America è(era) la testa(mercato finanziario-ruolo del dollaro) e l’ossatura(controllo militare dei mari) della globalizzazione consumistica, la Cina ne è(era) il socio primario, in quanto cuore e muscoli della produzione mondiale di beni. Inoltre se tutte e tre le correnti europeiste hanno ormai assorbito l’idea di una Europa autonoma da una America ormai imprevedibile, l’irrigidimento dei rapporti con la Cina, che ormai è nelle cose, porterà ad un mutamento radicale nei rapporti industriali ed economici, quindi sociali e culturali su cui si è retto il vecchio mondo della globalizzazione. In nuce, mentre l’America è da noi percepita come una cugina diversa della nostra stessa civiltà, lo scontro con una cultura totalmente altra come quella della Cina imposterebbe la questione su un piano di scontro di civiltà(Cina come civiltà non integrabile all’Europa), quindi ad un rafforzamento di una idea di identità europea che significherebbe la fine di integrazione delle civiltà aliene in un unico spazio globalizzato alla occidentale.
Per gli europeisti liberali radicali di centro/centrodestra, noi siamo le democrazie, la Cina è un paese autoritario, dobbiamo imporgli il rispetto dei diritti umani, ovvero la nostra civiltà. Per i catto-progressisti invece Trump è il male assoluto e la Cina è un interlocutore con cui dialogare, tralasciando la questione della democrazia, per proseguire il sistema gloablista più o meno come è stato oggi. Tutte le correnti tranne i nazionalisti europei sognano sostanzialmente di sostituire l’Europa all’America come centro del mercato e proseguire la globalizzazione come ai bei vecchi tempi, ma gli uni hanno un atteggiamento più assertivo specie verso Cina, Russia e quelle che loro chiamano le “autocrazie”, gli altri invece hanno toni accomodanti, se non tra le righe, propongono una sorta di alleanza con la Cina.
Di una alleanza con la Cina sognano tutti i multipolaristi, ma nell’ultimo plenum del PCC(20-23 ottobre scorso) è emersa una forte volontà da parte cinese di procedere con l’invasione definitiva dei mercati mondiali con i propri prodotti, che ormai spaziano dalla bassa o bassissima tecnologia alle macchine elettriche, ai pannelli fotovoltaici, ai droni, alla tecnologia di punta per l’IA, dalle lamine d’acciaio alle batterie al litio. L’unica via di fuga per la Cina dalla crisi della globalizzazione sembra quella di tentare di dominare definitivamente il mercato a discapito degli avversari, soprattutto USA e Giappone. Questo atteggiamento è sicuramente incentivato dalla pressione americana, ma genera soprattutto da motivazioni interne. Il motore dello sviluppo economico è fermo, i giovani non trovano più facilmente lavori che corrispondano alle loro aspettative, il passaggio da economia di produzione ad economia dei consumi non si può fare senza perdere parte del controllo del Partito sull’apparato industriale, quindi sociale. Con la parziale chiusura del mercato di sbocco americano, l’unica maniera per perpetrare il sistema è continuare a sovrapprodurre cercando di inondare l’Europa ed i paesi emergenti, che in teoria dovrebbero essere alleati della Cina, ma in realtà subiscono anch’essi la politica industriale di Pechino che finisce per essere a discapito del loro stesso sviluppo. In questo contesto, la nuova postura assertiva da parte della premier giapponese Takaichi sulla difesa di Taiwan può essere sicuramente vista come una risposta all’abbandono definitivo da parte di Pechino della promessa di apertura dei propri mercati avvenuta nell’ultimo plenum, che rappresenta di fatto una rottura dello status quo diplomatico antecedente.
Cosa mai potrà aspettarsi l’Europa da una collaborazione con una siffatta macchina da guerra? La Cina non ha mai mantenuto la promessa di aprire ai nostri prodotti il suo mercato e sembra aver rinunciato del tutto all’idea di trasformarsi in un grande paese di consumi, cosa che qualsiasi nazione imperiale deve fare necessariamente per legare a sé i paesi satelliti. Sembra invece voler tentare la presa di controllo definitiva sul nostro mercato, non solo con la vendita di prodotti al dettaglio, ma altresì spazzando via quello che resta della nostra industria automobilistica e tecnologica in generale, dalle telecomunicazioni agli impianti fotovoltaici, dalle lamine d’acciaio alle batterie al litio. Quello che ci propone, e che i catto-progressisti fingono di non capire, è la deindustrializzazione definitiva: smettetela definitivamente di produrre anche i prodotti ad alta tecnologia e vi daremo tutto noi al più basso costo. Questa non è una collaborazione, ma una colonizzazione economica a tutto campo.
L’idea fondante della globalizzazione era infatti quella che i paesi emergenti, e fra tutti ovviamente soprattutto la Cina, una volta che gli fosse stato permesso di crescere attraverso la dislocazione della produzione sul loro territorio, avrebbero cominciato essi stessi a divenire luoghi di consumo delle merci ad alto valore aggiunto dei paesi avanzati, venendo a creare così un equilibrio da pace kantiana. Questa idea è fallita, e America e Giappone devono prepararsi allo scontro finale con la Cina. La Russia, probabilmente conscia di questa situazione ha attaccato l’Ucraina sapendo che l’America sarebbe venuta a patti pur di non essere coinvolta direttamente nel conflitto, sotteso sempre che ambo le potenze non permetteranno mai la creazione di una Europa Potenza. Così è stato, oggi l’America cerca un accordo in Ucraina perché sente l’urgenza di prepararsi alla crisi in Asia orientale. L’Europa, debolissima, non può far altro che cercare di inserirsi tra gli accordi USA-Russia, magari arrogandosi la responsabilità della futura difesa di una Ucraina dimidiata attraverso un meccanismo militare istituito tra Germania, Francia e UK, con l’appoggio del resto dei paesi UE, che potrebbe essere prodrome di un esercito europeo. Sul fronte cinese, i paesi europei dovranno invece prepararsi alla crisi velocizzando la propria emancipazione economica e tecno-industriale dal sistema asiatico.
Dopo l’ennesimo episodio di attacco da parte di cittadini cinesi contro lavoratori, sindacalisti e poliziotti durante uno sciopero a Prato, è giusto porsi qualche domanda sul nostro rapporto con questo paese, e le sue comunità sparse ovunque all’estero.
A Prato i lavoratori del tessile contro la mafia cinese
Prato, cittadini cinesi aggrediscono lavoratori e agenti della digos durante una protesta
Nei video si vede chiaramente che a scioperare sono soprattutto lavoratori di etnia Sud-asiatica(Pakistan, India, Bangladesh), accompagnati da sindacalisti e poliziotti DIGOS italiani, e nel secondo video ad attaccarli sono un gruppo di una ventina di cinesi, probabilmente i padroni delle fabbriche. Ora ci chiediamo, perché intorno alla comunità cinese ed alle sue attività continua a persistere una forte area di oscurità? Perché tanti sedicenti conservatori non fanno altro che parlare di maranza e non parlano invece di questa comunità, ben più strutturata e con alle spalle una superpotenza influentissima? Cosa c’è che non si può dire del nostro rapporto con la Cina? Forse che tutto quello che è stato fatto nella globalizzazione è stato fatto quasi totalmente attraverso la relazione con questo paese. Senza la Cina non ci sarebbero stati gli ultimi quaranta anni di iperconsumismo, e pertanto andare a toccare le relazioni con questo gigante vorrebbe dire davvero andare a punzonare il sistema proprio nel suo cuore più recondito e segreto. Il detto non detto: la favolosa democrazia antifascista si è retta negli ultimi decenni sulla produzione sproporzionata di beni di consumo avviata dal gigante asiatico che più di tutti, i valori della democrazia, dei diritti umani, dell’ecologia e dell’uguaglianza(la Cina è anche il paese con il divario ricchi poveri più ampio del mondo) non li rispetta. La narrazione progressista si regge infatti sull’appoggio del paese che ne é il contrario. Non l’avversario, perché quello è il nazionalismo identitario europeo, ma il contrario, l’inverso dei suoi principi, ma che parla con lo stesso linguaggio. Come il contrario del cristianesimo non è il paganesimo, ma il satanismo.
La Cina è la finta opposizione al sistema americanocentrico, quando in verità vorrebbe solo sostituirvisi. È quindi il perfetto simulacro dell’antifà. Come per la Russia, non dobbiamo finire per essere antiamericani ad essere filocinesi. Passare da una gabbia all’altra, senza che la popolazione se ne accorga. Perché questa è la trappola che la Cina ed i suoi amici nostrani ci tendono. Detto questo non dobbiamo neanche diventare anticinesi, come non siamo antirussi, anzi non siamo proprio anti-niente. È chiaro però che per come sono strutturate le relazioni internazionali oggi, senza l’Europa Potenza, rischiamo di uscire fagogitati dal tentativo ostile cinese di invasione economica, che si presenta in maniera molto meno aggressiva di quello militare russo o dell’atteggiamento da bulli degli americani nei nostri confornti, ma le cui conseguenze potrebbero essere persino peggiori, soprattutto in quanto più durature.
Di certo però allo stesso tempo non possiamo avere la spocchia neocon di continuare a chiedere alla Cina riforme democratiche e di apertura dei mercati, perché ormai è chiaro che non lo farà. Questo strumentario liberalconservatore è ormai logoro e per fortuna sono sempre meno quelli che continuano a crederci. C’è spazio quindi per un dialogo basato sulle identità chiare e forti: io sono l’Europa, questi sono i miei interessi, io perseguo una politica di potenza e autonomia proprio come la tua, quali sono gli spazi su cui si può collaborare, quali sono invece gli spazi dove è meglio diminuire la collaborazione? Senza paura, e soprattutto rispondendo colpo su colpo alle possibili ritorsioni.
Luigi Corbelli

