Il problema dell’unificazione europea non è né un problema teorico, né un problema pratico: è un
problema teorico-pratico. Non esiste una teoria che non sia radicata nelle pratiche sociali e politiche,
sia questo radicamento una consonanza, oppure una dissonanza; non esistono nemmeno pratiche prive
di implicazioni teoriche. Dire “pratiche sociali e politiche” significa dire pratiche economiche,
tecnologiche, amministrative e, in senso antropologico, culturali. Dire questo significa anche che i
problemi che alcuni uomini di una certa epoca si pongono sono commisurati alle esigenze che essi
avvertono e che questi problemi sono sempre commisurati alle oggettive possibilità di soluzione.
L’urgenza di una unificazione europea è avvertita, non a caso, dopo la fine della Seconda guerra
mondiale che ha portato a maturazione le contraddizioni interimperialistiche già sfociate nella Prima
Guerra mondiale: lo sviluppo capitalistico non ha più bisogno dei “piccoli Stati” per il proprio
sviluppo che travalica le frontiere tracciate dal XV secolo al XIX secolo in Europa. Ormai le
dimensioni della macchina capitalistica sono sub-continentali: questo il verdetto della Seconda
Guerra mondiale e degli accordi di Yalta. Si potrebbe dire che già la vicenda napoleonica aveva posto
con chiarezza l’esigenza di una Europa unitaria sotto il dominio della borghesia francese; si potrebbe
anche dire che l’espansionismo tedesco degli anni Trenta del XX secolo ha riproposto la medesima
esigenza di un’Europa unitaria sotto il dominio del capitalismo di Stato tedesco. Dal 1945 al 1989
l’Europa occidentale è entrata nella sfera imperialistica del capitalismo monopolistico statunitense e
l’Europa orientale nella sfera imperialistica del capitalismo di partito russo. Dopo il 1989, con
l’implosione dell’imperialismo russo, la sfera imperialistica statunitense si è dilatata verso Est e il
primo venticinquennio del XXI secolo sembra avviato a un panorama internazionale in cui
protagonisti sono il blocco cinese-russo-indiano da un lato e il blocco euro-statunitense. Non si tratta
di Stati sub-continentali o continentali, ma di ampie aggregazioni tecno-finanziarie che agiscono
come Stati privi di sovranità giuridica, ma colmi di sovranità tecno-finanziaria. Nel blocco euro
statunitense, a livello di parole d’ordine, è rinato l’ “Occidente” contrapposto all’”Oriente” (basta
pensare ai lavori di Federico Rampini che, per non pochi aspetti, continua il discorso avviato dal
filosofo e politologo statunitense James Burnham con Il suicidio dell’Occidente (1964) e gli
ordinamenti politici dei blocchi hanno svelato in pieno la loro struttura interna oligarchica (il governo
dei ricchi per i ricchi, si potrebbe dire aristotelicamente).
Mai l’idea di un “nazionalismo europeo” è stata più inattuale e più urgente: inattuale perché priva di
un soggetto politico trainante; urgente perché mossa da un anti-capitalismo che è l’unica soluzione
alla distruzione della biosfera provocata dal regno del profitto privato; in gioco non è soltanto la
schiavizzazione di molti in vista del profitto di pochi, ma la sopravvivenza stessa della specie sulla
Terra. Un anti-capitalismo che ha radici molteplici, magari contraddittorie, che non è un corpus
unitario, che non ha ancora un corpo sociale che se ne faccia portatore. Ma che esiste come
movimento negativo che sa quello che non vuole, ma che non ha ancora trovato le pratiche in grado
di configurare verso dove andare. Non utopia assoluta, ma utopia relativa: quella di un nazionalismo
europeo. La distinzione è tratta da La fine dell’utopia (1967) di Herbert Marcuse: utopia assoluta è
un progetto che urta contro le leggi di natura, a esempio progettare una vita immortale per l’essere
umano; utopia relativa è quel progetto la cui realizzazione è già implicita in alcuni aspetti della realtà
presente che non si sono ancora pienamente dispiegati: a esempio l’unificazione dell’Europa.
In effetti il saggio di Giancarlo Ferrara muove dalla distinzione essenziale tra idea di Europa e realtà
dell’Unione Europea, tra progetto e forme amministrative nelle quali è possibile ravvisarne alcune
tracce. La natura del progetto è nella storia delle popolazioni del sub-continente dal tempo delle
Guerre persiane, dell’Impero Romano, lungo il corso della storia del Sacro Romano Impero nella
controversa vicenda dell’età moderna sino alla massima lacerazione dell’Europa nel XX secolo, con
due guerre mondiali. Una sorta di spinta a costituire un’aggregazione di popoli all’interno di uno
spazio geografico ben determinato nel corso dei secoli, una sorta di forma ricorrente nonostante il
mutare delle forme economiche e sociali degli Stati del sub-continente. Ma in questa lunga storia
occorre tracciare una linea di demarcazione tra forme statali organiche e forme statali oligarchiche,
tra forme statali rispettose delle libertà individuali inserite in un contesto comunitario, parte del bene
comune, si potrebbe dire, e forme statali che hanno tutelato il bene di minoranze sempre più ristrette
ricorrendo a un autoritarismo che si è configurato come “sindrome dell’uomo forte” completata dalla
cosiddetta “sovranità dell’algoritmo” (cosiddetta, perché a maneggiare gli algoritmi sono pur sempre
esseri umani, così come sono pur sempre esseri umani gli accumulatori di profitti). Nella storia
europea bisogna, dunque, operare scelte, qualora non si sia paghi del recente passato e del presente,
soprattutto in vista del possibile futuro. Un possibile futuro come Europa dello Stato organico: vale a
dire l’alternativa all’oligarchia plutocratico-demagogica, del tutto incompatibile con l’autoritarismo
tipico dei regimi di massa di ogni epoca. Affermare il bene comune come priorità dell’ordinamento
politico equivale a rifiutare le istituzioni economiche capitalistiche, affermare il bene comune come
sintesi delle libertà individuali nella libertà collettiva attraverso la rappresentanza concreta significa
rifiutare senza mezzi termini l’ordinamento istituzionale liberale e il parlamentarismo che ne è
l’espressione. Per questo motivo né le teocrazie, né i modelli oligarchici vigenti in Russia e in Cina
costituiscono alternative alle concrete oligarchie occidentali. “Nessun sistema autocratico è europeo”.
Ma è proprio lo sviluppo del capitalismo – del tecno-capitalismo che ha messo capo alle attuali
autocrazie nella sfera euro-statunitense, in Russia, in Cina, in India. Sicché se l’anima del progetto è
uno Stato organico federale europeo esso non può che essere alternativo rispetto all’ordinamento
economico prevalente negli Stati membri dell’Unione Europea, degli U.S.A., della Russia, della Cina,
dell’India. Un ordinamento che, a ben guardare, è il medesimo, sia pur declinato secondo modalità
geoeconomiche diverse.
Il problema cruciale è che “è in atto un processo di concentrazione e “privatizzazione” del potere e
quindi dei capitali. In una spirale auto-alimentantesi, il potere e la ricchezza – un tempo più equamente
distribuiti – si stanno lentamente concentrando nelle mani di sempre meno soggetti, che in maniera
inversamente proporzionale accentrano su sé stessi – e sui relativi gruppi di riferimento- una sempre
maggiore disponibilità di mezzi e di ricchezze, ormai in grado di condizionare la vita politica delle
Nazioni. ”L’economia è politica, è tecnica, in essa si riassume l’intero vissuto pubblico e privato
degli esseri umani contemporanei. Notissime le conseguenze oligarchiche: “un netto declino della
partecipazione politica che si protrae ormai da tempo”; sembra che a votare si rechino soltanto coloro
che, in qualche modo, sono clienti delle oligarchie o ambiscono di esserlo, mentre chi si trova in
condizioni economiche precarie rinuncia all’esercizio del diritto di voto ritenendolo inutile,
soprattutto perché incapace di stimolare efficaci politiche di redistribuzione della ricchezza prodotta.
Gli assetti liberaldemocratici si mostrano, peraltro, incapaci di attuare quella programmazione di
sviluppo economico e tecnologico, perché, spesso scontano la frammentazione dei grandi interessi a
confronto con sistemi in cui i grandi interessi sono fatti convergere in linee unitarie di politica
economica (come in Cina). In questo quadro si afferma, in luogo del vecchio modello
liberaldemocratico, una “plutocrazia calmierata” che non elimina le istituzioni democratiche, ma le
rende concretamente inoperanti.
Una cesura sembra sussistere fra lo ius commune ancora in fieri nell’esperienza europea e la lex
mercatoria che sembra essere ancora oggi l’unica legge comune a tutti gli Stati Membri dell’Unione,
nonostante il ius commune si sia consolidato negli anni nel lavoro, in ambito fiscale e in ambito
sociale. Esistono tendenzialità in direzione di un possibile Stato sociale europeo riconducibili
all’influsso del diritto romano intrecciato con la tradizione illuministica.
L’accelerazione della tecnologia e del capitalismo ha messo in crisi i sistemi di rappresentanza, perché
è venuto meno il soggetto di classe, che esisteva soprattutto perché organizzato, con la dilatazione
della fabbrica e dell’ufficio all’intera società in conseguenza della digitalizzazione, della
precarizzazione e dell’espansione del lavoro in nero. Abbattuto il Muro di Berlino, implosa
l’U.R.S.S., dissoltosi il sistema dei partiti comunisti, è scomparso anche il soggetto sociale
organizzato che di queste realtà era, comunque, una componente decisiva in Occidente. Ma è venuto
meno anche il complesso della rappresentanza democratica in quanto tale: “un processo che in tutto
il mondo sviluppato ha una coerenza con l’accelerazione e lo sviluppo delle forze produttive e
l’esautorazione della funzione mediatrice esercitata dagli Stati, dai partiti e dai sindacati per tutto il
Novecento.” Ma “come dare rappresentanza e partecipazione effettiva a una società di massa
avanzata che non sia la riproposizione di modelli storicamente superati?” Con quali strumenti
istituzionali è possibile bilanciare competenza e rappresentanza senza coartare il consenso? Posto
che, da molto tempo, la struttura dello Stato-nazione non è più idonea a costituire lo strumento politico
complesso dello sviluppo capitalistico, posto che lo sviluppo capitalistico ha bisogno, ormai di
piattaforme continentali o sub-continentali, posto che la finanziarizzazione dell’economia e la
diffusione del lavoro flessibile sono due facce della stessa medaglia, ci troviamo di fronte a problemi
che trascendono gli strumenti ordinari della political Science occidentale. E ci troviamo di fronte a
una vasta proletarizzazione dei lavoratori emigrati in Italia, nei casi migliori, a vasti fenomeni di
schiavizzazione, nei casi peggiori. Di fronte a tutto questo, quale Europa vogliamo? Nelle Dieci
proposte per l’Europa di domani si propone – ci limitiamo ad alcuni punti prospetticamente rilevanti
qui- che “Il Parlamento europeo divenga la Camera delle Competenze europee e partecipative, con
un sistema di cooptazione governativa, come accade per la Commissione”, che sia creato un sistema
di Difesa europeo integrato e riarmato, che gradualmente si stacchi dalla Nato”, avviare una comune
politica di cooperazione economica e militare con i Paesi del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana
per controllare e contrastare i flussi migratori clandestini e per rinnovare la presenza europea nel
Continente africano.
La diagnosi è chiarissima e può essere schematizzata nella esigenza razionale di uno Stato europeo e
nella consapevolezza che il soggetto economico, sociale e politico europeo ancora non è emerso dalla
notte dell’attuale presente. Una situazione che ricorda quella degli anni Trenta e Quaranta del XIX
secolo, quando l’esigenza razionale del socialismo (socialismo utopistico) si associava alla
inesistenza di un soggetto socialista organizzato. Fu lo sviluppo capitalistico a stimolare la crescita e
lo sviluppo del soggetto socialista come organizzazione internazionale.
Non è dato sapere che cosa possa stimolare lo sviluppo del soggetto economico, sociale e politico europeo; ma tra le condizioni
di questo sviluppo vi è l’articolazione di una cultura critica europea. Articolazione che è in corso,
come mostrano i volumi Europa, accelerazione potenza (2023), Eurotecnica (2024) e Potenza
Europa (2025) èditi da Passaggio a Bosco.
Francesco Ingravalle

