Il Vajont non fu soltanto una tragedia naturale: fu un evento della modernità, la rivelazione di una verità rimossa. Lì dove l’uomo aveva costruito un monumento al dominio — la diga come sigillo della ragione sul caos — la natura rispose con la potenza elementare della sua attualità.
Ottobre 1963: la montagna crolla, l’acqua straripa, la valle scompare. 1.917 vittime. Ground zero.
Ma ciò che frana non è solo la terra, è l’idea stessa di controllo, il dogma della civiltà liberal-capitalista occidentale. In quei giorni fatali Dino Buzzati scrisse: «Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed asciutta che la fantasia della scienza. Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alle spalle. Si direbbe quasi che in tutte le grandi conquiste tecniche, stia nascosta una lama segreta e invisibile che a un momento dato scatterà».
Questa “lama segreta” è l’incidente che l’architetto Paul Virilio diceva ogni creazione tecnica portasse in sé. La diga del Vajont non è solo un’opera di contenimento, ma il progetto del suo stesso collasso possibile. Nell’atto stesso di edificare, l’uomo prepara la catastrofe che lo supererà.
La tecnica non è più un mezzo, ma un destino che minaccia il suo creatore.
La mobilitazione totale, che mette in forma il pianeta intero secondo Ernst Jünger, metamorfosa il mondo in energia e progetto. Ma la potenza tecnica può implodere, quando incontra la potenza elementare. Il fondo indisponibile. Il mistero.
La frana di Longarone è un’insurrezione della natura, un atto radicalmente ontologico: la materia che rifiuta di farsi oggetto, la terra che reclama la propria irriducibilità al calcolo. L’essere che si fa mondo nel modo più estremo.
Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk avrebbe parlato di un guscio infranto.
La diga come una membrana tecnologica, un confine che separa l’uomo dall’ambiente naturale, minaccioso. Quando il Monte Toc si muove, quella protezione cede, e con essa cade la finzione immunitaria di un’umanità che credeva di potersi schermare dal reale.
La modernità, nella sua aspirazione a domesticare la natura, scopre che la natura è il sempre presente – il circostante di Ortega Y Gasset -, che però ha smesso di interrogare e comprendere.
Jean Baudrillard avrebbe visto nel Vajont il collasso del simulacro: il simbolo del dominio tecnologico che collassa nel reale. Il cemento, il calcolo, la pianificazione — tutto ciò che prometteva sicurezza — si dissolve in un istante. L’acqua non distrugge soltanto: rivela. Dietro la perfezione del progetto, emerge il nulla. Dietro la potenza trattenuta faticosamente, la fragilità dell’Occidente economicista.
È l’eretico Guillaume Faye a fornire l’intuizione più pungente.
La tecnica contemporanea, liberale e capitalista, si espande senza visione. È un potere cieco, debole, perché nel suo nucleo privo di etica e di cosmologia.
Là dove tecnica e natura si compenetrano — come nel corpo della diga innestato nella montagna — emerge l’urgenza di una nuova etica della potenza, una sapienza capace di tenere insieme creazione ed elementare, calcolo e organismo. Senza questa etica, la tecnologia diventa pura automazione, produttività senza direzione, nichilismo operativo.
Il Vajont, allora, non è solo un ricordo, ma un simbolo: uno scudo innestato nella natura che cede, che fallisce il suo compito di difesa e protezione. Testimonia l’inadeguatezza di un sistema che si crede norma universale ma che ha reciso ogni legame con la terra, non è radicato in niente.
Ogni diga costruita nella natura, radicata nella dura pietra, si innalza anche contro l’uomo che la erige. Fino a quando la tecnica non sarà compresa come parte dell’essere, come atto totale di trasformazione, e non solo come mezzo di sfruttamento, il rischio rimarrà lo stesso: costruire sul nulla, e chiamarlo progresso.
La modernità teme l’abisso. Ma è nel mistero che la tecnica, finalmente, si interroga e si trasforma.
Francesco Boco

