Georgia Chiama Europa!

(E sarebbe Ora di Risponderle!)

 

Nel novero di una generalizzata criticità del nostro “estero vicino”; tra la situazione di stallo del conflitto Russia/Ucraina, e le doverose attenzioni al quadrante mediorientale, il dramma politico ed esistenziale della Georgia, appare in Italia quanto meno secondario, e le dinamiche d’origine e il suo sviluppo, di difficile spiegazione per la narrativa dell’informazione di massa.

Tuttavia, così come per molte altre criticità, che circondano l’Europa come una tenaglia, sta proprio nella necessità di un dinamismo europeo coeso, la chiave per trasformare il veleno in medicina, e per rendere quella che oggi è una tenaglia pericolosa, in una scacchiera di opportunità d’azione, espansione, e sviluppo.

Questa nazione caucasica, terra di una plurisecolare cultura e di un genuino desiderio di rinnovamento del proprio futuro, soffre da ormai oltre un decennio in un limbo, dove il popolo georgiano è visto quale “oggetto”, privo di reale legittimazione, di un gioco di pesi e contrappesi nella geopolitica di potenze regionali ed attori imperiali, che s’incastrano di volta in volta tra frizioni ed accomodamenti. Il Caucaso, infondo, è terra che da millenni riveste un ruolo di cerniera tra civiltà, vie di comunicazione commerciale, e interessi capaci di contrapporsi in modo violento, o compenetrarsi in ragione della realpolitik, la Georgia onora questa storia, e la sua travagliata storia, anche recente, lo dimostra.

In una recente puntata, sul canale youtube di Kulturaeuropa, dedicata proprio alla Georgia (https://www.youtube.com/live/ztYAkzWDRyQ?si=ql4gB-dgYl_uh3yz), si è cercato di sintetizzare il difficile percorso di questa nazione, antica nelle origini ma giovane anagraficamente, visto che l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica risale al non troppo lontano 9 Aprile 1991, in modo da far comprendere l’importanza che potrebbe significare un più incisivo dinamismo europeo non soltanto in Georgia, bensì nella totalità della regione caucasica. Il tutto strettamente collegato alla necessità di dotare il nostro continente di un’unità nelle prospettive geopolitiche, e negli scacchieri dove impegnarsi, e in cui agire in competizione con gli altri imperialismi operativi a livello mondiale.

L’incapacità europea d’intervenire nella crisi strutturale che affligge oggi la Georgia, nasce dall’aver voluto essere accondiscendente con i progetti d’ingerenza statunitense nell’area caucasica, durante la stagione delle così dette “rivoluzioni colorate”, di cui proprio la Georgia fu un palcoscenico di non poco conto nel 2004.

In quel frangente storico, il sincero malcontento popolare che serpeggiava nell’area ex sovietica, corroborato dal gioco delle parti tra gli Stati Uniti e la Russia in ragione del loro equilibrio strategico, fu grossolanamente incentivato proprio dagli Stati Uniti, che intendevano rendere più complicato il percorso di rinascita moscovita inaugurato dal Presidente Vladimir Putin. Il movimentismo popolare contro governi post sovietici filo russi, che avevano cambiato forma ma non sostanza, fu abilmente strumentalizzato dall’atlantismo ottuso per creare un clima da “tifoseria” interna, in cui il bandolo non erano le riforme e la modernizzazione cui quelle nazioni, di cui anche la Georgia faceva parte, avevano necessità per uscire da una transizione infinita. Quanto un essere pro o contro la Russia, con poco altro di contorno.

Come anticipato, la “rivoluzione” georgiana fu nel novero di tale fenomeno, portandone tutti i crismi disastrosi, che la portarono dapprima ad essere guidata da un avventuriero irresponsabile, l’ex Presidente Mikhail Saak’ashvili (mandati 2004/2007 e 2008/2013), per poi piombare in un lungo limbo, caratterizzato dal tentativo di navigare continuamente alla cieca, da parte della classe dirigente successiva, incapace di esprimere nulla di più di un voler oscillare tra la forte voglia di guardare all’Europa di gran parte della popolazione, e la necessità di non urtare il potente (e prepotente) vicino russo, che comunque esercita ancora una notevole influenza di natura commerciale ed infrastrutturale. I frutti avvelenati di quella maldestra “rivoluzione incompiuta” s’intravvedono quindi ancora oggi, nella crisi che continua ad erodere un popolo sfortunato, il quale non sembra essere padrone del proprio avvenire.

La Georgia, da ormai quasi un anno, sta vivendo una situazione di guerra civile in fase di gestazione. In cui il partito al potere, Sogno Georgiano, che con troppa facilità viene etichettato come “filo russo”, sta cercando di puntellare il proprio ruolo con ogni mezzo, contro un’opposizione dalle ragioni più che fondate, ma che non riesce ad esprimere una reale alternativa, che vada oltre al boicottaggio delle elezioni, come le comunali di pochi giorni fa, ed una mobilitazione di piazza che, più che assestare spallate al governo in carica, lo autorizza nel proseguire una strategia della tensione, che inevitabilmente va a vantaggio dell’ingerenza di Mosca nella crisi georgiana. La quale vedrebbe benissimo un proprio intervento diretto di peacekeeping, nel caso in cui, dalle parti di Tbilisi, si passasse dalla protesta di piazza alla guerra civile.

Non è da escludere, infatti, che il perpetuarsi dell’instabilità politica e civile nella nazione caucasica, sia anche frutto di un’abile regia del Cremlino. La Georgia è una delle porte da cui la Russia by-passa le sanzioni, impostegli dal 2022 a ridosso dell’aggressione all’Ucraina, e tuttora vigenti. Quindi, dato il prolungarsi del conflitto, per la Russia una Georgia instabile, e controllabile, vuol dire uno snodo sicuro per i propri interessi commerciali a dispetto delle sanzioni. L’eventualità di un intervento russo, per sedare un’eventuale guerra civile a Tbilisi, trasformerebbe de facto la Georgia in un protettorato di Mosca, con tutta una ridda di conseguenze geopolitiche e strategiche a cascata, che coinvolgerebbero tutta la regione, privando l’Europa di ogni residuale speranza di rappresentare per il Caucaso, nel suo complesso, non soltanto per la Georgia, una vera alternativa alla Russia, ma anche una reale alternativa alla Turchia e alla Cina.

Come si evince dal titolo scelto, la Georgia chiama l’Europa. La sta chiamando dal giorno della sua indipendenza, ma l’Europa in quella fase storica, era ancora incapace di ascoltare in modo unitario. L’ha chiamata quando il popolo, nel 2004, pose fine alla (troppo) lunga transizione post sovietica, ma l’Europa scelse di accodarsi agli Stati Uniti, sprecando una preziosa occasione.

La situazione che sta vivendo la Georgia nel 2025, può essere per l’Europa il viatico per giungere finalmente nell’area del Caucaso con le proprie capacità e prerogative, candidandosi ad essere un valido supporto di sviluppo unificante, e non un nuovo satrapo cui elargire tributi.

Oggi, nel 2025, l’Europa non può avere altre scuse per non ascoltare!

Gabriele Gruppo

 

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