LIBERTÀ E DISCIPLINA

Diceva Mussolini

“La libertà senza ordine e disciplina significa dissoluzione e catastrofe” 

Tutti noi usiamo il termine disciplina in due differenti accezioni: da una parte intendiamo una condotta etica che si fonda sull’ordine, sulla capacità di obbedire e di seguire determinate regole, dall’altra con disciplina si intende una materia di studio. Non per caso, quando si discute sullo studio scolastico si utilizzano come sinonimi i vocaboli “disciplina” e “materia”. In riferimento poi a quanto asserisce sua Eccellenza sullo stretto connubio tra libertà e disciplina, occorre, analizzare l’etimologia della parola “scuola”. La scholè in greco antico significa tempo libero. Da dove trae la sua origine invece la parola “disciplina”? Stando a quanto scrive il grammatico Isidoro di Siviglia “disciplina”, che ha come radice il verbo latino “disco”, che significa ‘imparare”, indica ciò che “discitur plena”. Declinata alla femminile indica “la materia che viene pienamente appresa”. Evidentemente quindi una persona è tanto più disciplinata, nel senso di istruita, quanto più conosce l’oggetto dello studio. Per quale motivo dunque disciplina come vocabolo e come principio è associata all’idea di ordine e alla pratica dell’obbedienza? Perché la conoscenza di una materia di studio, che, appunto, discitur plena, è ipso facto ordine. Conoscere vuol dire sottrarre qualcosa all’oscurità, capire in virtù di che cosa un determinato ente è strutturato in un certo modo, quale legge ne regola l’azione. Ed è evidente che la scienza, nel senso di conoscenza, sia quanto di meno democratico ed arbitrario esista. Tuttavia, ci si potrebbe chiedere “perché in riferimento ad uno studio teorico, il cui scopo è il conoscere fine a se stesso, o in riferimento a studi il cui scopo è la produzione nella materia, si giunge a collegare disciplina al dominio interiore del singolo e, addirittura, alla condotta etica di un intero popolo? In verità il tutto è assolutamente coerente e logico: in primis noi stabiliamo quanto segue: tante sono le discipline, ma tutte sono manifestazioni di un superiore principio unitario di conoscenza e tutte tra loro sono spesso legate per il raggiungimento di un unico obiettivo. Si pensi ad esempio alla creazione di un capolavoro assoluto dell’arte, quale la Cappella Sistina: per costruirla è servita conoscenza letteraria e filosofica, da cui si sono tratte le immagini, le storie e i miti rappresentati; nessuna di queste immagini però avrebbe preso forma senza conoscenza di architettura, geometria, aritmetica, prospettiva, chimica dei colori. In secundis, proprio perché la disciplina si richiama alla completezza della conoscenza, come suggerisce l’etimo su cui sopra si è scritto, l’uomo che conosce davvero è un uomo integrale, ovvero ha interiorizzato completamente la scienza di ogni sua funzione. Noi sappiamo che un pittore non diventa tale se non conosce la differenza tra colori freddi e caldi, ugualmente sappiamo che un architetto non può essere diventato tale senza aver prima conosciuto le operazioni fondamentali di calcolo. Esattamente come un poeta prima di comporre i suoi carmi, ha dovuto apprendere i carmi dei suoi predecessori e ancor prima le regole di grammatica. Per analogia la stessa regola ha valore nelle macroaree della conoscenza in rapporto tra loro. Ogni uomo all’interno della comunità politica in cui vive sviluppa conoscenze e abilità differenti, ma tutti, in quanto uomini, devono avere ben chiara una scienza che li elevi, quella dell’etica e della politica. La finalità della scienza etica e politica è quella di liberare l’uomo da ogni peso materiale, dal dominio dell’istinto, dalle distrazioni e dalle debolezze che che ostacolano la realizzazione piena della sua arte. Come nessun giovane potrà eccellere nello studio se non ha raggiunto il giusto allenamento mentale e non ha imparato a sopportare la fatica e a non farsi trasportare dalla pigrizia e dai vizi materiali, ugualmente nessun cittadino saprà svolgere la sua arte e coltivare il suo talento se prima non è stato educato all’azione pratica. E se la conoscenza è precisamente quello che un ente deve essere, come vi è una scienza architettonica, poetica, musicale e matematica, vi sarà una scienza politica, ancor più importante di tutte queste, in quanto è nella comunità politica che gli uomini si dedicano alle creazioni dello spirito, nel lavoro, nella poesia, nella guerra, nell’autorità civile, nel sacerdozio, etc. E alla luce di quanto fin qui esposto, è chiaro perché Sua Eccellenza mette in guardia dalla libertà senza ordine e disciplina. In verità, quando egli dice che “libertà senza ordine e disciplina significa dissoluzione e catastrofe, sta asserendo che, dove non vi siano ordine e disciplina”, non esiste la libertà, ma qualcosa di ben diverso. Abbiamo fino ad ora spiegato in linea generale e sintetica l’ordine che sottosta alla conoscenza, la sua implacabile forza, la sua solidissima fermezza. Il tutto è perfettamente sinonimo di libertà e quanto più gli uomini si elevano, tanto più i due termini disciplina e libertà, tra loro connessi, divengono un tutt’uno compatto. Diceva Parmenide “L’Essere è e non può non essere”. Se ad orientare l’azione è la metafisica, si apprenderà un assioma fondamentale: quello che dagli uomini nel mondo fenomenico è percepito in apparenza come separato, è in Dio perfettamente unico e coincidente, per cui l’Essere e il Conoscere, il Contemplante e il Contemplato, il Soggetto e l’Oggetto sono un unico e potentemente infinito punto. E ogni questione circa il perché sia così non ha il minimo senso. Equivale, come spiega Guenon, a domandarsi perché il fuoco brucia. La divisione tra ente e conoscenza si genera nel corruttibile, nell’indefinito materiale e ugualmente la mancanza di libertà, su cui la sovversione moderna ha prodotto una confusione mostruosa. La libertà è la caratteristica che permette ad un ente di Essere ciò che è. L’assenza di libertà è un qualcosa che si frappone tra il moto libero dell’ente e la sua sfera naturale. La fiamma è libera quando va in alto, non è libera quando un qualcosa la trascina in basso. Un ente per natura non desidera altro che essere ciò che è. Chiunque creda che libertà significhi poter sfogare ogni impulso “liberamente “, ogni desiderio, ogni piacere, senza essere subordinato a nulla e a nessuno, è afflitto da un’ignoranza mostruosa, in quanto non sa cosa sia la vera Legge che regola il cosmo. Il progressista medio si diletta spesso a dire che l’ignoranza è la radice di ogni male, ed ha ragione, quello di cui è inconsapevole, fatto tragico e ironico allo stesso tempo, è che è proprio la sua condotta a dimostrare quello che lui afferma. Tutti gli enti vivono e partecipano della fonte divina e l’attributo primo della divinità è essere ciò che è, modello assoluto di autarchia. Il teorizzare che la libertà consista nel fare ciò che si vuole, è un errore grave che scaturisce da due fattori di ordine diverso: più ci si allontana dal divino, più si perde conoscenza dello stadio originario. Quindi tutti in realtà vogliono raggiungere armonia e compenetrarsi nello stadio di perfezione originale, ma tutti sono deviati dalla realizzazione di ciò che veramente consente tale stato. Di volta in volta si presentano immagini sensibili, per cui l’intelletto, la capacità di apprendere e lo scopo divengono sempre meno chiari e oscuri. Uomini che vivono come pecore matte, in preda agli istinti, infine, si convincono, incapaci di formulare una legge generale, che libertà significhi far ciò che si vuole, in quanto la sola cosa che vedono costante nella massa deforme di cui fanno parte è un desiderio cieco e rozzo. In tal senso si comportano proprio come gli uomini della caverna di Platone. In un altro senso l’errore nasce in virtù dell’attribuzione, corretta, che si da a Dio dell’onnipotenza. Ma l’Onnipotenza divina è la caratteristica prima della sua essenza. Il divino può far tutto perché questa capacità è la sua Essenza, perché lui altro non desidera che se stesso. Ma evidentemente ogni ente sia metafisico sia fisico che per emanazione deriva dal Divino nel momento in cui pensasse di attribuirsi capacità proprie del Primo Assoluto, tradirebbe la sua funzione e si allontanerebbe dalla luce. Abbandonerebbe l’aurea, solare e apollinea bellezza del conoscere, consistente nell’imitare Dio, in quanto desidererebbe cose che non gli sono proprie e questo Dio non potrebbe mai farlo. Da ciò ne consegue che ogni ente che deriva dal divino è per imitazione collegato a tutti gli altri enti e dai gradi assoluti di perfezione si scende ai gradi inferiori, in una scala molto vasta. Ma nel momento in cui gli enti inferiori, per quelle che sono le loro possibilità, imitano la Potenza infinita del divino, mirando a creare un ordine quanto più perfetto sul piano in cui vivono, diventano creature intellegibili e spirituali. Ed è in tal senso importante rifiutare ogni dualismo moralista che contrapponga il mondo materiale a quello spirituale. La materia è certamente inferiore al divino, per cui, pazzi sono quelli che invece di imitare le Idee per quanto sia loro possibile, si attribuiscono poteri che non spettano loro, agendo in senso contrario a ciò che Dio fa. Ma, non meno sovversivi sono quanti rifiutano il mondo materiale e fuggono dal plasmarlo. Se essere simili a Dio significa contemplare ogni cosa per ciò che è, senza desiderare altro, chiunque non accetti la materia con i suoi limiti e non si ponga di superarli, dove possibile, con la propria capacità conoscitiva e creativa conferitagli dallo spirito, rifiuta le cose per quelle che sono e non si rende autosufficiente con i propri mezzi, allontanandosi dal divino molto di più, nonostante creda di avvicinarsi ad esso. La necessità è una delle leggi del cosmo e se si ama la gerarchia come fondamento, evidentemente, non si può non amare il fatto che esistano enti superiori ed enti inferiori. Da tutto consegue che gli uomini più eroici riproducono nel mondo materiale le conoscenze spirituali intellegibili e, tanto più operano su enti grandi e potenzialmente autarchici, tanto più si avvicinano al divino. Le parole che hanno dato vita a questa riflessione, Libertà, Ordine e Disciplina, sono i punti focali, le fondamenta su cui S.E costruì la rivoluzione e lo stato fascista, divenendo modello per tutta l’Europa perché raggiungesse la sua unità. Ed essendo lo stato l’ente più autosufficiente nell’universo fenomenico ed essendo quello che più di tutti può incarnare la perfezione divina tra quelli soggetti all’azione della materia, chiunque abbia operato per realizzarlo con queste eterne regole e per sottrarlo dagli ostacoli materiali che ne impedivano la libertà e lo sviluppo, tramite un’azione gerarchica e disciplinata, infusa da un genio a milioni di uomini, non può che essere un uomo la cui parte spirituale ha lasciato un segno divino nella storia.

 Ferdinando Viola

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *