Congratulazioni, Donny!

La drammatica svolta in Medio Oriente degli ultimi giorni, cominciata venerdì 13 giugno con una serie di raids israeliani sui siti nucleari iraniani e la decapitazione di figure apicali del regime, ha avuto un effetto dirompente più che sulla tenuta dell’attuale governo di Teheran, per il momento ancora saldamente al suo posto, sulla neonata amministrazione americana guidata, per la seconda volta, da Donald Trump. Solo qualche settimana fa, il tycoon, in una conferenza stampa sulla nomina di un funzionario della sua amministrazione, ci teneva ad esternare tutta la sua irritazione nei confronti della politica di Israele a Gaza e dintorni, troppo aggressiva e volta a destabilizzare i negoziati intrapresi con l’Iran sul nucleare. Un paio di mesi fa, invece, si augurava addirittura il meglio per l’Iran: “I want Iran to be a great country and to succeed”, aveva scritto in uno dei suoi post su Truth, sottolineando, però, come non potesse mai dotarsi dell’arma atomica. Il viaggio nei paesi del Golfo aveva poi suggellato la volontà americana di fare della regione un asset di scambi commerciali a lungo termine comprendendo, un giorno, anche i persiani, ed evitando accuratamente di visitare Israele nel pieno dei massacri di Gaza. Il feeling con Netanyahu sembrava non essere mai scattato: memore dell’endorsement a Biden a spoglio ancora in corso nel novembre 2020, Trump aveva dapprima, come ci informa il New York Times, trovato “disturbing” il regalo offerto dal leader israeliano a febbraio, un cercapersone d’oro (sulla scorta di quanto avvenuto l’anno scorso in Libano); poi, gli aveva fatto notare un paio di mesi dopo davanti al caminetto della White House come gli Stati Uniti aiutino molto, forse troppo, Israele, e che i dazi sui prodotti israeliani fossero il prezzo minimo da pagare per questo generoso aiuto.

Gli ultimi accadimenti sembrerebbero aver provocato una giravolta a 360 gradi: nei Truths di ieri, il presidente ha utilizzato addirittura il plurale maiestatis (we) per descrivere la situazione sopra il cielo di Teheran, minacciando duramente l’ayatollah Khamenei (“the so-called Supreme Leader”) sulla falsa riga del “we will find you” di bushiana memoria all’alba del conflitto in Afghanistan. Cosa è cambiato? Molto, se non tutto, e ciò sull’altare del rapporto tossico fra Israele e Stati Uniti, assimilati nei post di ieri in un’unica entità, in una cosa sola. La verità è che le guerre aperte dagli israeliani in questi mesi hanno, tutt’al più, rappresentato dei successi di natura tattica con alterne fortune: in Libano, ad esempio, Hezbollah è stata notevolmente fiaccata; a Gaza, Hamas, perfetto contraltare di Israele, è ancora in piedi, sui cadaveri di 55 mila e duecento morti; ora tocca all’Iran, il nemico di sempre. Gli attacchi condotti a partire da venerdì, come si può facilmente osservare consultando la stampa internazionale (quella italiana, come al solito, si distingue per provincialismo e grossolanità), sono stati anch’essi dei successi tattici, spaventosamente efficaci sul piano dell’immagine e della letalità, ma tutt’alto che definitivi: il regime è in piedi, sanguina, ma risponde. E le risposte si sono fatte sentire: Iron Dome, elogiato universalmente negli scorsi mesi come armatura invincibile dello stato ebraico, è stato bucato più e più volte, usando missili di piccolo cabotaggio e di vecchia fabbricazione. Un report del Washington Post di questa mattina segnala la vera causa dell’imminente aiuto americano: la difesa missilistica israeliana avrebbe solo 10-12 giorni di autosufficienza davanti a sé, mentre le capacità balistiche iraniane sono ancora intatte e hanno, per il momento, risparmiato l’utilizzo dei missili più letali e all’avanguardia. Se gli attacchi dovessero persistere con questa cadenza incessante, le difese di Tel Aviv sarebbero costrette al razionamento e i danni provocati da Teheran si farebbero via via maggiori e semplicemente insopportabili.

L’atteggiamento di The Donald, quindi, si inserisce nell’acuirsi della crisi israeliana e, parallelamente, di quella dell’identità americana: cosa fare, chi essere, dove andare? Il MAGA movement aveva rappresentato, fino a questo momento, la volontà americana di ritirarsi dai fronti aperti dell’impero, lasciando fare ai proxys: in Ucraina, i russi si sono dimostrati all’altezza del compito, seppur con molte falle (compensate dalla debolezza europea): sulla necessità di evitare guerre in Medio Oriente, Trump ci ha costruito due campagne elettorali, prendendo voti persino dalle minoranze arabe e libanesi. La costruzione politica trumpiana è di fronte a un bivio esistenziale che, tuttavia, sembrerebbe incapace di decifrare: la scelta di entrare al fianco di Israele con dei raids “mirati” sembra ormai essere obbligata, e questo, con ogni probabilità, per l’intrinseca debolezza della leadership trumpiana, oltre che per la natura familiare, come osserva Caracciolo, della relazione tra i due paesi. Un uomo con innumerevoli processi aperti, con uno strano attentato alle spalle e con una biografia fatta di compromessi e di miracolosi salvataggi costituisce, senza dubbio, un profilo ricattabile: non era quindi difficile immaginare che il prezzo per essere stato riconfermato alla guida della prima superpotenza mondiale, presto o tardi, gli sarebbe stato presentato.

L’opzione più realistica parrebbe essere quella di un attacco al sito nucleare di Fordow, incastonato nella montagna e assai difficile da penetrare: ciò spiegherebbe l’apparente indecisione dell’amministrazione americana a eseguire un’operazione complessa e dai contorni tutt’altro che chiari. Il raid, per citare il generale americano Keane, dovrebbe comprendere una serie di bombardamenti in un unico punto utilizzando degli ordigni capaci di perforare il terreno: il successo dipenderà dalla precisione dei bombardamenti su un unico cratere che dovrebbe quindi sprofondare su sé stesso, provocando delle conseguenze incalcolabili sia in materia di contaminazione nucleare, che di ripercussioni sul conflitto. La rappresaglia iraniana diverrebbe obbligata: e gli Usa sarebbero, di conseguenza, costretti a rispondere, innescando un nuovo fronte in Medio Oriente, l’ottavo. L’isolazionismo, buono per le campagne elettorali, sembra essere già un lontano ricordo, come ha potuto provare sulla sua pelle la direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard, usata come asset nella campagna 2024 e rimproverata da Trump per essere uscita dal seminato affermando come l’Iran non stia affatto preparando un ordigno nucleare. Ma insieme a Fordow, forse, sprofonderà anche il futuro del trumpismo e del Maga movement: le mid-term sono vicine e probabilmente non perdoneranno. Anche in questo caso, il morboso rapporto con Israele potrebbe fungere da tomba politica per un presidente americano, come già successo con Carter e Bush, per citarne due su tutti, contribuendo ad alimentare ulteriormente la crisi d’identità dell’impero americano e l’instabilità regionale e internazionale, con pesanti ricadute in termini economici e migratori soprattutto sugli “alleati” europei. Questi ultimi non meritano neanche un commento: la loro inutilità e irrilevanza basta e avanza da sé. Congratulazioni, Donny!

Barbarossa

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