Gli universalismi tendono ad unire l’individuale al cosmico con un legame diretto. In questo legame, spesso, le strutture intermedie come lo stato o la famiglia vengono saltate. Per questo le pratiche ascetiche ed il pensiero universalista e mondialista sono frutti di universalismi, mentre il patriottismo ed il culto degli antenati e del suolo sono tendenze di segno opposto. In ogni uomo ed in ogni stato però, gli aspetti individuale, famigliare-etnico ed universale coesistono, con maggiori o minori oscillazioni in un senso o nell’altro. L’equilibrio tra questi tre aspetti è fondamentale per la tenuta psicofisica della persona e per la salute della società, quindi per la riuscita storica di una nazione.
Guardiamo alcuni esempi.
Quello del buddhismo è assai rilevante in quanto rappresenta per l’Asia l’unica religione di stampo universalistico presente in quasi tutti i paesi del continente. Per fare un parallelo potrebbe essere comparata con il cristianesimo in Europa.
In Giappone Durante la formazione del governo Edo, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi attivarono una durissima campagna anti-buddhista, requisendo il santuario Shintoista di Ise e cacciando da qui tutti i monaci buddhisti che vivevano nelle circostanze, ponendolo sotto il controllo diretto del governo. In seguito nel 1571 Nobunaga ordinò e portò a compimento l’incendio di tutti i monasteri e luoghi di culto buddhisti del monte Hiei, fulcro del buddhismo giapponese di allora, che comportò il massacro di migliai di monaci e praticanti. Il piano fu quello di eliminare ogni indipendenza delle istituzioni buddhiste e porre termine ad ogni immunità ed extra-territorialità delle stesse, ma non di cancellare del tutto la presenza buddhista nel paese, che tanto aveva contribuito alla formazione della società giapponese nei secoli precedenti.
Durante la rivoluzione Meiji (1868-1872) questo processo venne ulteriormente radicalizzato, il santuario di Ise, ed a cascata l’intera struttura della religione shintoista vennero posti sotto la diretta tutela dell’Imperatore, che spostandosi dalla sede imperiale di Kyoto venne ad abitare Tokyo(Edo) fino ad allora sede solo del governo per ristabilire la preminenza dell’Imperatore non solo come capo della religione shintoista, ma anche come leader del governo. In barba ad ogni aspetto economicistico, lo Shinto venne riformato in senso aristocratico e venne messo un freno al giro d’affari dei pellegrinaggi nei grandi santuari, che da luogo pubblico di venerazione passarono ad essere istituzioni private della corte imperiale. Anche a livello visivo la posizione dei kami venne fisicamente allontanata dall’occhio del comune pellegrino e riposta in una cella interna visitabile solo dall’Imperatore e dai suoi alti sacerdoti. Questo ulteriore innalzamento dello Shinto come unica religione di stato fu accompagnato anche in questo caso da una fattiva repressione dell’indipendenza delle istituzioni buddhiste e cristiane, considerate in ogni ambito essenzialmente credenze‘minori’.
Oggi in Giappone per via della sconfitta nel secondo conflitto mondiale, vige la libertà di religione, ma lo Shinto è la religione con al vertice l’Imperatore, che è anche il capo di stato, e quindi rimane in via ufficiosa una religione istituzionale a tutti gli effetti.
In Cina il buddhismo contribuì fortemente con la sua rete di monasteri alla ricostruzione della società cinese ormai sfaldatasi dopo la dissoluzione dell’Impero Han(206 a.C.-220 d.C.), questo avvenne in un lungo periodo di divisioni e lotte interne, tra il 220 ed il 581 d.C. all’alba della formazione della dinastia Sui, che getterà le basi per la fase di imperiosa espansione del periodo Tang (618-907d.C.). Tuttavia sia dai tempi dell’impero Han, il buddhismo non fu mai una religione ufficiale utilizzata dalle autorità mandarinali, che sempre gli preferirono la dottrina confuciana, quanto piuttosto una religione popolare, proveniente dal basso, e che una volta svolta la sua funzione di raccordo sociale, e ristabilita l’unica autorità imperiale è stata da sempre messa da parte dagli alti gradi dell’impero cinese. Famosa fu la risposta del governatore Taizu(governò lo stato del Qidan tra 907 e 927d.C., stato sorto con il crollo della dinastia Tang ai confini tra l’attuale Mongolia interna e la Manciuria) quando chiese ai suoi cortigiani: “un governatore che prenda una carica importante, per far bene il suo lavoro deve venerare un dio, quale è quindi quel dio che essendo venerato, possa portargli maggiore virtù?” Tutti risposero: “questi è il Buddha!” Taizu: “Ma non è una religione cinese.” Allorché un cortigiano disse: “Il grande santo Confucio, venerato da diecimila generazioni, convenga che sia venerato per primo.” Taizu fu estremamente felice di questa risposta e fece erigere ovunque nel suo stato templi dedicati a Confucio.
Oggi in Cina il Partito Comunista riconosce solo cinque religioni ufficiali, Cristianesimo Protestante, Cattolicesimo, Islam, Buddhismo e Taoismo. Tutte e cinque sono poste sotto lo stretto controllo ideologico di strutture di governo nominate dal Partito. Il marxismo-leninismo è oggi diminuito in quanto a peso nella società e nei curricula educativi ed è invece stato fortemente potenziato il ritorno allo studio della dottrina confuciana.
In Europa l’universalismo più diffuso è senz’altro quello cristiano, con i suoi addentellati post-illuministici comunista e liberale. Il cristianesimo si impose nell’Impero Romano tra l’editto di Milano (313) e l’elevazione a religione di stato da parte dell’imperatore Teodosio (380) e per molti fu una delle cause principali dell’indebolimento dello spirito nazionale romano e della conseguente decadenza dell’impero.
Tuttavia va ricordato che il cristianesimo non nacque dal nulla, ma fu una sintesi tra filosofia ellenistica e religioni misteriche orientali come il mitraismo ed il culto di Iside, ambedue correnti di stampo universalistico e magico, che già da tempo avevano preso il sopravvento nella società romana. Almeno a partire dalla vittoria su Cartagine nella Terza Guerra Punica nel 146 a.C., stesso anno in cui, non a caso, tutta la Grecia finì sotto il dominio romano(distruzione di Corinto). Allora l’aristocrazia romana si pose il problema di un improvviso ed esteso allargamento dei domini della nazione romana, che diveniva di fatto l’egemone mediterranea, e quindi dell’inglobamento di popolazione diversissime sotto la propria egida. L’adozione di filosofie ellenistiche come l’epicureismo e lo stoicismo, cioè di principi universalistici, si impose allora come una strategia decisiva al continuum del potere romano, e fu promossa da grossa parte dell’aristocrazia. Esemplare fu all’epoca la diatriba tra il Circolo degli Scipioni, vero e proprio think tank promosso da quello che all’epoca rappresentava senz’altro il maggiore gruppo di potere romano, e Catone il Censore, strenuo difensore della tradizione nazionale, il quale tuttavia, fu costretto ad ammettere la necessità strategica della distruzione della capitale punica (Cartago delenda est).
Catone avvertì quindi il pericolo che comportava un cambio di natura definitivo della nazione romana, da stato in lotta tra gli altri stati, a potenza unica e quindi universale nel mondo allora conosciuto, ma non potè arrestare questo processo.
Attualità
Da allora l’Europa, e l’Occidente in quanto terra di matrice europea, vive nella maledizione di pensarsi fondamentalmente come una forma mundis. Questo è derivato in gran parte dalla spaventosa potenza che il continente ha saputo esprimere prima con Roma ed in seguito a partire dall’età moderna, iniziata con la scoperta dell’America, sino ai nostri giorni in due fasi distinte di dominio del mondo, sconosciute ai grandi imperi non europei della storia, Cina, Islam, Giappone ecc.
L’Europa è stata costretta a pensarsi mondo, perché essa è stata il mondo. Basti ricordare che alla fine del Secondo Conflitto Mondiale l’Europa ed il resto del mondo ‘bianco’ contavano ancora per due terzi della popolazione globale. E oggi?
Oggi si delinea l’inizio di una fase di contrapposizione tra blocchi di imperi-nazione continentali. Si impone quindi una ristrutturazione della forma-nazione dei singoli stati europei in chiave continentale, mentre gli Stati Uniti con Trump stanno di fatto tentando una strada di limitazione dell’impero, e quindi degli universalismi, per puntare ad una ricostruzione interna. Come la storia di Roma prima citata ci conferma, non può esserci universalismo, e quindi impero, senza una solida base nazionale. La Cina ed il Giappone da sempre puntano piuttosto a consolidare la base etnico-nazionale, cercando di renderla inscalfibile, e tentare delle sortite oltreconfine limitate mano a mano che la loro potenza aumenti. Questo ha prodotto nella loro storia una grande continuità, e allo stesso tempo una scarsa propensione al dominio ed all’esplorazione esterna, l’America è stata infatti scoperta dagli europei. L’Islam invece è il classico esempio di un universalismo roboante, che però non è mai riuscito a creare basi etnico-nazionali forti. Il Terzo Reich invece, forse puntò troppo sulla teoria della razza, e la preminenza della Germania, senza riuscire a creare un discorso imperiale europeo completo.
L’Europa di oggi sembra vivere uno squilibrio inverso, troppo universalismo, senza solide basi a poterlo contrappuntare, se non addirittura una situazione di scollamento della società in sottogruppi e sub-etnie. Una fase di ricostruzione interna è quindi necessaria, cosa che porterebbe ad una resa dei conti con l’apparato imperiale globalista impostoci dalla sconfitta del 1945, o con una struttura “nostra” come la Chiesa Cattolica egualitarista post Concilio Vaticano II. Allo stesso tempo tuttavia, è impensabile che uno stato unitario della portata dell’Europa, possa vivere senza pensare ad un Lebensraum extra-continentale. A quel punto si porrà il tema di come dialogare, od entrare in conflitto con le realtà presenti nel Lebensarum su cui vogliamo puntare. Prima di tutti, a detta di molti, l’Africa.
Siamo figli della storia di Roma e del cristianesimo, nonché abitanti un mondo in cui le comunicazioni hanno avvicinato sensibilmente gli spazi ed i contatti tra culture diverse. Rimane pertanto assai difficoltoso pensare ad una Europa che si privi di un qualsivoglia tipo di universalismo sia in chiave di alleviamento dei dolori della popolazione, sia di proiezione e discorso esterno. Tutto starà nel capire come addomesticare questo universalismo, che ripetiamo, avrà ancora inevitabilmente a che fare con il cristianesimo, ai bisogni della potenza europea. Una tattica potrebbe essere di elevare il cristianesimo ad universalismo ‘ufficiale’, e con questo essere in sintonia con determinati gruppi identitari anche non italiani, allo stesso tempo in cui ci si dovrà riappropriarsi della tradizione precristiana d’Europa. Limitare l’influenza di altri universalismi, come l’Islam, il marxismo ed il liberalismo, per creare una dottrina concreta di sintesi pagano-cristiana. Cercare di unire il cerchio e la croce, cosa che d’altronde è quello che l’uomo europeo fa da sempre, almeno a partire da quel fatidico 146a.C.
Luigi Corbelli

