Fight Club è un’opera a detta di molti non capita, uno di quei film “letteralmente io”, da “film bro” come dicono certi nella comunità cinefila.
Un film forse davvero non davvero compreso da larga parte dei giovani uomini che ne idolatrano i personaggi, ma che “risuona” nel loro animo, del resto “il pensare divide, il sentire unisce” diceva Ezra Pound.
Il film, negli anni, ha guadagnato il titolo di culto per migliaia e migliaia di persone, un vero e proprio mito moderno che riflette l’animo di una generazione, uno spaccato lucido e allucinato della crisi più profonda della modernità: quella interna all’animo degli uomini.
La pellicola è ambientata negli anni ‘90, all’apice della rivoluzione neoliberale reaganiana. L’era degli Yuppies, della finanza e del consumo, un vero e proprio “regno della quantità”, orientato, come detto esplicitamente nel film, alla massima efficienza, al portare i massimi profitti ed il massimo consumo, riducendo gli uomini a meri ingranaggi.
Il nostro protagonista, privo di un nome in quanto ormai del tutto spersonalizzato, soffre di insonnia e non ha amici. Ha un ottimo lavoro, una casa bellissima, tutto ciò che un materialista può sognare, ma manca di qualunque forma di contatto umano o vera libertà di scelta.
Tutto questo cambia quando, dopo aver perso tutto, deciderà di seguire l’ormai leggendario Tyler Durden nella creazione del “Fight Club”, inizialmente un modo per i giovani uomini di sfogarsi a suon di “cara vecchia ultraviolenza”, ma che presto crescerà in un movimento politico clandestino e dissidente con la missione di distruggere quel sistema che ne ha reso i membri miserabili.
Tyler è tutto ciò che il protagonista non è: vitale, eroico, virile ed attivo. È il superuomo Nietzscheano, l’uomo differenziato di Evola, l’Io assoluto di Stirner e l’Autentico di Heidegger. Tyler vive uno stile di vita totalmente separato dal consumismo materiale nella sua casa occupata da lui e quelli che potremmo chiamare i suoi “camerati”, un ribelle che vive secondo principi di virilità, disciplina e lotta.
Il fight club stesso è l’antitesi della società moderna in tutto e per tutto: una comunità su base iniziatica, organica e gerarchica, in cui il combattimento diventa il modo con cui è risvegliato lo spirito guerriero che la modernità ha assopito, distruggendo il borghese che ognuno ha dentro di sé. Un gruppo ribelle in tutto e per tutto, specialmente dopo la scelta di una lotta armata diretta contro il sistema finanziario, con lo scopo di distruggerlo in un’apocalisse rigeneratrice in grado di spezzare le catene che imbrigliano la nostra società, le più subdole: quelle di apparente benessere.
Non c’è quindi da stupirsi che, nonostante le proteste degli autori, molti giovani si rivedano nella lotta di Tyler ed il suo gruppo di ribelli, giovani che vedendo il film si rendono conto delle catene della modernità spesso per la prima volta, e quindi desiderano svegliarsi dal torpore. Tuttavia il film mette chiaramente in guardia dal più grande pericolo del moderno rivoluzionario: il nichilismo.
Desiderare di ribellarsi contro il mondo moderno che ci opprime è una cosa, tuttavia dobbiamo chiederci se la pulsione che spinge questo desiderio sia verticale e trascendente, legata ai valori della Tradizione che non vogliamo perdere, od orizzontale, semplicemente guidata da pulsioni di odio e reazione contro il mondo, una sorta di ribellione giovanile. La stessa figura di Tyler, si scoprirà poi, essere decisamente più ambivalente di quanto possa inizialmente sembrare, e questa ambivalenza deve essere oggetto di scrutinio nel personaggio quanto soprattutto di noi stessi.
Nonostante questo, il film cattura a pieno il desiderio dell’uomo per il ritorno di quella verticalità e trascendenza che ormai sembra perduta, di un mondo di persone anziché di vacui individui.
Fight Club parla ad una generazione ormai orfana di valori superiori, che questi ragazzi lo sappiano o meno, certamente lo sentono.
E finché questo sentimento brucerà vivo nell’anima di ognuno, allora sarà possibile un recupero di una dimensione sacra, eroica e interiore per ognuno di noi.
Stefano


Trovo l’analisi giusta ma poco approfondita, in una parola “superficiale”.