Riceviamo e pubblichiamo.
Lo Shintō(神道) è la religione di stato ufficiosa del Giappone. Questa parola può essere tradotta come: Via Divina, Via degli Dei, o come Disciplina Divina, da shin-divinità e tō-Via, disciplina(il Tao cinese). Unico paese al mondo ad avere un capo di stato ufficialmente chiamato come ‘imperatore’, il Giappone basa la propria weltanschauung sull’idea che l’imperatore e tutta la casata imperiale siano gli eredi della dea del sole Amaterasu, a cui sia stato affidato il compito di amministrare il cuore dell’universo terreno, l’Impero, ovvero l’arcipelago giapponese, essendo il resto del globo terracqueo una periferia del centro, che a cerchi concentrici, come in un mandala buddhista, si allontana progressivamente dalla fonte di leggitimità divina.
L’etica e la prassi dello Shintō sono semplici e facilmente fruibili da tutti, in maniera da costituire una religiosità accessibile a tutta la popolazione. Senza richiedere specifiche assiduità ai riti religiosi e senza imporre specifici comandamenti morali, lo Shintō richiede ai sudditi dell’imperatore, e di rimando anche a tutti coloro che abbiano a che fare con il Giappone ed i giapponesi, fondamentalmente una unica cosa: di essere all’altezza del proprio destino di figli della divinità solare. Cioè di elevare la propria vita al massimo delle capacità in ogni ambito delle attività sociali, e nel rispetto dell’ordine cosmico. Pertanto nello Shintō ogni cosa o persona che assume una valenza ordinativa rispetto all’ordine cosmico giapponese, può essere venerato come un kami, una divinità. Può quindi divenire kami una sorgente d’acqua, come un militare dell’esercito giapponese morto per la patria.
A livello rituale i santuari shintoisti sono configurati come delle vere e proprie riproposizioni dell’ordine celestiale sulla terra, ribadendo la specularità tra mondo divino e terrestre. Cosa peraltro non dissimile da ciò che antichi greci ed etruschi facevano nel tracciare l’urbanistica delle proprie città e la struttura dei templi, basandosi sull’idea di riflettere in terra la loro mappa celeste.
La religiosità Shintō e l’isolamento geografico dell’arcipelago giapponese vanno di pari passo. Il risultato a livello culturale è prodigioso. Leggermente più grande dell’Italia, 370.000Km2 ca. contro 301.000Km2 ca. quasi tre Sicilie in più e con 120 milioni di abitanti, povero di materie prime per l’industria come l’Italia, il Giappone conta da solo per circa l’8% dell’economia globale(l’Italia è tra il 3 ed il4%), è il paese più longevo del mondo, con uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, ed il livello di alfabetizzazione della popolazione più elevato, è il paese dove si leggono più libri, ed è in corsa in tutti i settori tecnologici più avanzati, situandosi appena dietro alle grandi potenze statunitensi e cinese che però possono contare su ben altra ampiezza del territorio e peso demografico.
Si può affermare quindi che in termini relativi, il Giappone è il paese che sappia meglio convogliare in termini di benessere, ma anche di potenza, le capacità dei suoi cittadini. Con una frase ad effetto, ma che sicuramente contiene un fondo di verità, in termini relativi il Giappone è il paese più capace di generare potenza al mondo. E questo, data la scarsezza delle risorse naturali e la esiguità del territorio controllato in gran parte anche montagnoso, non può che derivare dal suo fattore umano, dalla weltanschauung dei giapponesi, dalla loro anima, dallo Shintō.
Europei senza anima?
Guardando al Giappone, possiamo notare un concerto perfettamente funzionante di religiosità nazionale pubblica comune a tutte le tendenze di pensiero, ed una libertà di esprimere sé stessi che lasci spazio ad innovazione e creatività. Tutto questo nonostante i frutti avvelenati della dominazione americana, e l’incombenza del fatale nemico cinese, due fattori che impongono una lugubre cappa di economicismo consumista(economia come unico terreno di confronto diplomatico con la Cina) anche sulla vita giapponese. Tuttavia, il sistema religioso giapponese tiene, e riesce ad adattarsi alla modernità in maniera efficace.
Guardando all’Europa invece, vediamo una divaricazione totale tra principi spirituali e libertà del singolo. Quest’ultima portata al parossismo dell’essere diventati talmente liberi dal non sapere più chi siamo, perdendo l’identità, al punto da arrivare addirittura a mettere in discussione l’identità sessuale biologica. L’identità sociale, comunitaria è vista come un ostacolo, una briglia messa addosso alle possibilità di libertà individuale, ed è proprio così: l’identità sociale e comunitaria pone in effetti un limite alla degenarazione egoistica che si trasforma da noi in puro consumismo.
Questo iato, si può affermare, è l’esito della finanziarizzazione dell’economia, che tende a creare individui sempre più soli e desideranti, senza comunità, quindi senza sacro, senza contatto con il ciclio cosmico e qualsivoglia ritualità comune, quindi senza limitazione di tipo etico o morale imposte da qualsivoglia religione e tendenti ad occupare il proprio tempo solo ed unicamente al consumo, ed al guadagno del salario atto a garantirselo. Ne segue lo sfarinamento della società, della politica, conseguente assenza di progettualità e capacità organizzativa, deindustrializzazione, quindi una ulteriore accentuazione della tendenza al consumismo solipsista.
Per alcuni proprio questi valori disgreganti, confondendo la disgregazione con la libertà, sarebbero la vera anima ed ultima dell’Europa; i valori per cui combattere e da affermare sul mondo. In sostanza l’idea è che disgregando le comunità locali e disarticolando le nazioni, le persone possano riconoscersi tra di loro in base a valori individuali, che li porterebbero a riconoscere l’altro anche al di là della comunità di appartenenza per aggregarlo in un sistema-mondo di fratellanza globale. Questo però sta portando alla tribalizzazione interna delle comunità, perché questa utopia si infrange lìddove gli individui cominciano a raggrupparsi nuovamente e non in maniera meno tra di loro ostile in nuovi sottoinsiemi-pensiamo agli Lgbtq, alla fittizzia contrapposizione donne vs uomini- oppure lìddove semplicemente questa ideologia incontra delle comunità politiche od etniche, che semplicemente non vogliono farsi inglobare nel sistema propostogli. Può quindi un principio disgregante ed individualizzante aggregare nella disgregazione? Tutto ciò appare come una contraddzione in termini. Il risultato è visibile mettendo appena il naso fuori di casa, anzi esso è visibile persino all’interno delle nostre case.
Mario Draghi il 3 maggio 2022 dopo un discorso al Parlamento Europeo in cui tra l’altro ha parlato di un bisogno di riscoperta dell’anima europea, ha visitato la cattedrale di Strasburgo prima di tornare a Roma, rievocando ciò che fece Robert Schumann nel 1950, che si recò nella medesima cattedrale per pregare pochi giorni prima della fondazione del primo nucleo di quella che sarebbe stata poi l’UE, il 9 maggio 1950. Evento passato in sordina sui media sempre pronti ad incensare il personaggio, ma assai significativo. Avrà forse voluto insinuare con questa visita che gli attuali valori consuistici e disgreganti dell’UE non possono affatto costituire un’anima politica per l’Europa?
Ma poi che cosa è esattamente questa ‘anima’ di cui ha parlato Draghi? Avrà voluto dire che all’Europa serve un’anima perché non ce l’ha? Oppure è questa UE a non avere un’anima?, anima che invece è presente in quella cattedrale così colma di simboli e storia dove Draghi ha voluto rendere noto di essersi recato proprio dopo un pubblico discorso in cui ha parlato di ‘anima’?
Noi sappiamo che un’anima europea esiste, perché la sentiamo dentro di noi e la vediamo nei monumenti delle nostre città. E soprattutto sappiamo e pensiamo, che un’anima, tutta da (ri)scoprire, ci deve essere, altrimenti nulla funziona, altrimenti nessun obiettivo comune sarà mai possibile… altrimenti il nostro cuore si rattrappisce.
Ma qui, quale autorità può oggi in Europa riconoscere quest’anima e mettere a tappeto un sistema religioso organizzato e ben definito che crei un equilibrio virtuoso tra doveri sociali, libertà personale e desiderio di spiritualità?
In Giappone, la convergenza tra autorità di potere e religiosità è già avvenuta; ponendo il sistema buddhista-che corrisponderebbe al nostro cristianesimo, con le dovute differenze-in funzione di valvola di sfogo dei bisogni individuali di salvezza. Sembra che lì da diversi secoli si sia risolto felicemente e pur mantenendo fisiologicamente cronici contrasti e diversità, il dissidio tra Impero e Chiesa, ovvero tra potere temporale e spirituale, tra materia ed anima.
Ed in Europa? La parte valoriale e spirituale dell’uomo è occupata militarmente dal progressismo, aiutata da una certa idea di Chiesa, mentre la libertà individuale o supposta tale fagocita tutto, devastando ogni dispositivo comunitario, dalla famiglia alla nazione.
Proposta di una shintoizzazione dell’anima europea
- Linee generali
In questo vuoto di autorità che scopra l’anima e formalizzi il sistema rituale e valoriale, dobbiamo essere noi, individualmente e nelle nostre comunità di comune sentire a principiare la sistematizzazione di un nuovo assetto religioso, in modo tale che quando verrà il potere in grado in grado di istituzionalizzarlo, l’autorità che sarà pronta a riconoscerlo, questa debba solo appoggiarsi naturalmente su qualcoa di già ben vivo e presente.
Il sistema Shintō nasce infatti in Giappone da un sostrato mitico e rituale popolare, via via sistematizzato ed organizzato nei secoli dalle autorità civili e religiose, in continua osmosi con il sentire della popolazione.
Anche noi, checché ne dicano i progressisti, partiamo da un sostrato ricchissimo, comune a tutti gli europei. Quello che ci manca è lo scoprimento, la messa in luce dell’anima e la codificazione di un nuovo(vecchio) canone. Shintō in sintesi non vuol dire altro che la sistematizzazione di tutte le credenze e le affinità spirituali di un popolo, ordinate in maniera tale da offrire allo stato e alla nazione una visione comune del cosmo, una visione aggregante per la società, gli individui ed il contesto naturale che vivono.
Proviamo ora a fare un tentativo a grandi linee di sistematizzazione del sistema dei kami europei. Pensiamo ad una shintoizzazione del sistema spirituale europeo.
Le tre fonti principali della spiritualità europea sono la mitologia classica, quella norrena ed il cristianesimo.
Un’autorità od una qualsiasi persona che abbia a cuore l’omogeneità valoriale degli europei dovrebbe riconoscere queste tre fonti spirituali come equipresenti ed equivalenti, senza che l’una sfavorisca l’altra. Anche se già questo porterebbe ad un sicuro attrito con la Chiesa.
La scuola pubblica, dovrebbe promuovere lo studio sincronico di queste tre sorgenti della nostra spiritualità in una materia che potrebbe essere chiamatia studi europei. Come in Giappone esistono gli studi nazionali. Inoltre dovrebbe con ciò promuovere come alta attività culturale il recupero della ritualità antica, con studi più approfonditi di archeologia e storia del mondo antico. Da affiancare con lo studio del cristianesimo. Incentivando per questa via lo studio delle lingue classiche latino e greco.
Naturalmente la materia studi europei dovrà comprendere seguendo la tesi del trilinguismo per la quale ogni cittadino europeo dovrebbe apprendere almeno altre due lingue europee oltre la propria madrelingua. Non tutti potranno avere successo in questa parte di studi e pertanto coloro che riuscissero ad apprendere in maniera fluida almeno altre due lingue europee dovrebbero avere la priorità in ogni ambito del sistema lavorativo europeo. Chi possieda capacità linguistiche, e specialmente di lingue europee meno battute dalle nostre parti come il tedesco o il polacco, dovrebbe essere inserito con più facilità nell’ambito degli studi europei, a livello accademico, politico-istituzionale e religioso-istituzionale.
Inoltre, l’autorità dovrebbe riconoscere ciò che è rimasto della nostra identità nazionale ed elevare a sacrario luoghi di celebrazione spirituale come possono essere da noi l’Altare della Patria o il sacrario di Acca Larentia. Istituzionalizzando questi luoghi e convogliandovi dei fondi, da sottrarre alle realtà disgreganti, e promuovendo pubblicamente il culto di questi luoghi nella popolazione. La capitale, Bruxelles, dovrebbe ospitare un luogo di culto centrale, che dipanandosi nei vari stati, ognuno mantenendo le proprie specificità, e diramandosi in sacrari locali, sempre legati alla storia locale, in modo da rendere dei kami i personaggi ed i fatti storici locali ma collegandoli all’unica rete sacrale e rituale continentale.
A livello individuale, ognugno di noi, oggi può cominciare a costruire questo sistema spirituale. Recandosi, magari con i propri famigliari, figli e amici, a rendere omaggio in giorni prestabiliti in questi luoghi, o andandovi a meditare e a prendersene cura in giorni normali. Partecipando alle attività della chiesa in cerca della propria salvezza personale e senza cedere all’ideologia progressista in essa annidata.
In breve, vivendo una religiosità che già esiste, ma che non è ancora(o non è più) maggioritaria ed istituzionalizzata(shintoizzata), proprio come i cristiani prima di Costantino. Senza paura di sembrare ridicoli, e di vivere ‘scissi’, seppure solo in senso spirituale dal sistema di valori consumistico ormai prossimo al collasso.
- Convergenza e sintesi tra universale e particolare
In Giappone, lo Shintō si costituisce formalmente tra XII e XIVsecolo, nell’epoca Kamakura(1185-1339) e Muromachi(1339-1573), come sintesi tra l’antica religione animista degli dei della terra e del cielo tenjinchigi(天神地祇), religione già collegata al culto imperiale almeno a partire dal VII secolo a.C., ed i princìpi universalistici del buddhismo, importato da Cina e Corea, inglobando nei secoli anche numerosi elementi confuciani. Questa operazione avviene sotto l’egida del potere centrale e della casta sacerdotale, specialmente quella ruotante attorno al santuario di Ise, nel Giappone centrale, riuscendo ad iscrivere l’adorazione dei kami locali, ed in particolar modo di Amaterasu, all’interno di una più ampia visione del cosmo di stampo buddhista. Il ruolo del buddhismo era infatti quello di riconoscere la presenza vitale dei singoli kami nella vita delle persone, concentrandosi allo stesso tempo sul rafforzamento spirituale dell’individuo.
La dialettica tra universale e particolare, seppure porterà nella storia giapponese ad una serie di contraddizioni, è stata però così incapsulata in una dialettica tra potere terreno, il culto dell’Imperatore, ed un utopismo nonviolento universalista rilegato alla sfera dell’individuale, o talmente ampio da includere il sistema imperiale al suo interno, senza però mai metterne in discussione la legittimità di base. In una parola, l’autorità imperiale non ha mai permesso che il buddhismo trascendesse il suo valore altamente religioso e si inserisse come fonte di legittimazione etica alternativa alla casata imperiale ed al potere governativo, e quindi al sistema ancestrale mitologico e rituale dei kami. In sostanza nella storia giapponese la casta guerriera, non ha mai permesso ad alcuna religione di scavalcarla nel rapporto con le masse, un caso fu la repressione ferocissima del cristianesimo nel XVI secolo, ed un altro fu la separazione netta tra Shintō e buddhismo applicata durante l’epoca Meiji(1868-1912) in chiave espansionistica di ripresa nazionalista. Da allora infatti è nata la chiave di lettura della politica estera giapponese per cui quando il Giappone accentua la sua identità shintoista siamo di fronte ad una fase di recupero della potenza ed aggressività, quando invece sono accentuati pacifismo e buddhista, siamo di fronte ad una fase regressiva.
Come dire che in Europa un potere imperiale forte limitasse in maniera decisiva l’influenza degli universalismi cristiani e laicisti, relegandoli alla sfera individuale o ad una visione cosmica talmente alta da avere comunque bisogno di un interprete politico terreno per essere declinati nella realtà; e nel caso di un sistema imperiale forte questo interprete non potrà essere che l’impero stesso, che a questo punto potrà riportare sotto la sua egida tutte le iniziative terrene sviluppate dal sentimento religioso liberamente maturato al proprio interno. Come ad esempio auspica Dante nel De Monarchia.
In Europa il simbolo che meglio descrive la sintesi tra universale(cristianesimo) e particolare(sistema animista degli dei antichi) è la croce celtica, che unisce il cerchio dei tempi ciclici naturali del paganesimo con la realtà escatologica, la croce del cristianesimo.
Simbolo sintesi, la croce celtica, che dovrebbe essere studiato, diffuso e dediabolizzato.
III. Ruolo del cristianesimo
Rispetto al Giappone un problema evidente che si pone in Europa per l’attuazione della sintesi universale-particolare è quello della (pre)potenza degli universalismi rispetto alle culture particolari.
Questi universalismi possono assumere la forma laica od ecclesiastica, ma ambedue sono di matrice giudaico-cristiana. Tutte scimmie del cristianesimo insomma.
Certamente, essendo però il cattolicesimo di per sé una sintesi tra ellenismo, paganesimo e nuova religione giudaica, è ad una convergenza e sintesi con questo universalismo che dobbiamo puntare. Anche per il ruolo di interprete imperiale che la Chiesa di Roma ha avuto da Costantino in poi. Mentre dobbiamo invece tentare di soffocare o perlomeno ridurre al lumicino la potenza degli universalismi laicisti di stampo marxista e liberale, di cui va salvato ben poco, in quanto attori di pura forza disgregatrice. Senza che questo voglia dire mettere al bando le idee od i libri di Marx o dei liberali, attenzione! Si parla qui di soffocamento del potere pubblico delle compagini scaturite da queste idee ed affermatesi nel dopoguerra.
Il cristianesimo, ed in particolare il cattolicesimo, può preservare invece delle funzioni fondamentali. Almeno tre:
-sorgente di spiritualità per la salvezza individuale.
-sorgente etica e giuridica per il diritto famigliare e sessuale.
-fonte di ispirazione per la dottrina sociale. Distributismo e solidarismo economico e sociale. Principio della sussidiarietà in campo politico.
Gli europei dovrebbero reclamare in seno alla Chiesa la proprio indigenità. Cioè il rispetto delle proprie tradizioni, la non belligeranza rispetto ad una cultura noncristiana risorgente, ed un riconoscimento importante di concetto di patria e nazione, soprattutto in chiave europea, proprio come la Chiesa ha fatto in passato, per esempio durante il periodo della I Guerra Mondiale, dove affianco ad una politica vaticana della “inutile strage”, numerosi preti si recavano al fronte per sostenere spirtualmente i soldati e dove nelle chiese venivano affisse targhe in memoria dei caduti per la patria.
Solo così si potrà avverare l’idea di umanità come un poliedro e non come una sfera promossa da Papa Francesco. L’Europa vuole essere una faccia a sé stante e ben distinta, con una propria identità, di questo poliedro, e non il centro sferico rispetto a cui ruoti il rsto dl mondo.
“Ama il prossimo tuo come te stesso” diceva Gesù, e i nostri prossimi sono gli altri popoli europei.
- Prassi costitutiva
“voler cambiare l’ordine mondiale obbliga a maturare in sé stessi un ordine alternativo.” F. Bousquet
Se c’è qualcosa di alternativo alla disgregazione attuale, questa è proprio l’elevazione spirituale interiore. Non può esistere una nuova sintesi comunitaria aggregativa senza questo passaggio. Per creare un nuovo sistema divino, bisogna innanzitutto protendersi verso questo ordine divino. Il simbolo della runa Wolfsangel è significativo di questo concetto, l’elevazione spirituale che in più passa attraverso un richiamo trinitario. Dio, la divinità come uno e trino, ovvero unico nella pluralità.
Come rappresentato nel simbolo solare della croce celtica, un percorso di sintesi tra universale(lineare) e particolare(circolare) può essere incluso in un sistema a spirale. Si può partire da un punto di creazione terminare in moto spiraloide sino alla fine del mondo. In tal guisa il concetto di circolarità e di eterno ritorno dell’uguale viene rappresentato in maniera tale che il cerchio aumenti costantemente di diametro, e non corrisponda mai al cerchio sottostante se non per averne il medesimo centro.
Così l’idea di creazione da un unico Dio può contenere, anzi deve, una concezione ciclica dei ritmi cosmici, includendo tuttavia anche una visione escatologica, che richieda e ottenga redenzione, necessaria alla pace del cuore di ogni persona.
L’elevazione spirituale e la visione ciclica del cosmo sono inoltre un invito al distacco dai valori terreni per la ricerca di un ideale più elevato, invitando le persone alla continenza ed al sacrificio, per l’ambiente naturale e per la famiglia, per la nazione, la fede e la Storia. In questo senso l’elevazione spirituale corrisponderebbe ad una scelta per una visione storica dell’umanità, e non di mera attesa del ritorno del Salvatore.
L’Europa può e deve quindi preservare il cristianesimo, ma essendo consapevole di non dover partecipare alla costituzione di un regno dei cieli qui in terra, non vi è nessuna fine escatologica dei tempi qui da venire come vorrebbero i messianismi comunista e liberale, ma solo nell’alto dei cieli, e qui sulla terra ancora fra molte decine di migliaia di anni, come ci dicono gli scenziati. Questo depotenzia l’afflato globalista ed attivista del cristianesimo e lo riporta nel locale, e nell’individuale, o più essenzialmente all’interno della sfera spirituale.
Non c’è nessun motivo quindi di combattere il cristianesimo in sé. Dipende dalla maniera in cui questo viene vissuto. Una maniera di vivere il cristianesimo che, come dicevamo prima, deve essere aperto alle più antiche radici europee. Il saluto romano ad esempio dovrebbe essere un gesto ben accetto e di uso comune, recare onore alla statua della Dea Roma all’Altare della Patria dovrebbe essere altrettanto normale anch per colui che si ritrovi, la domenica a messa. Anche se questo dovesse andare contro il comandamento del “non avrai altro Dio, all’infuori di me”. Dio è unico, eppure trino e plurale, lo Spirito Santo spira anche attraverso l’immagine di sub-divinità apparentemente particolari, ma che fanno parte dell’unica creazione divina. Esse sono solo simbolo, simbolo dello Spirito, lìddove l’entità divina è invece univoca.
Non v’è pertanto bisogno alcuno di rivoluzionare completamente i simboli della spiritualità europea, bisogna solo risignificarli, o meglio, riportarne alla luce il loro signifcato originario, cercando una origine che sia fondativa di un nuovo futuro. E bisogna farlo tutti i giorni, a livello individuale e comunitario.
Ad esempio vi è una certa reticenza ad esporre l’attuale vessillo europeo, perché viene connesso ad un pregiudizio antiUE ed antircristiano-le dodici stelle in cerchio sono infatti un simbolo mariano- ma non è il vessillo stesso ad essere il problema, bensì la lettura che se ne da, distorta dal significato impostale dal campo progressista. Perché non esporre quindi al balcone il vessillo europeo? Provocando magari una reazione favorevole da qualche europeista progressista, potremmo mostrargli che dal nostro lato su questo, c’è possibilità d’intesa, e fargli percepire che poi in fondo tutti gli europei, da qualsiasi posizione politica provengano, sono fratelli.
Proprio perché quest’anima europea non va inventata ma solo scoperta e sistematizzata, ciò che ognuno può fare è semplicemente vivere secondo questa anima. Viverla nel quotidiano, nelle comunità militanti, attenendosi alla sua etica, partecipando ai riti religiosi, alle attività tradizionali, facendo scelte di consumi consoni alle proprie radici culturali, facendo sì che l’anima europea viva contribuendo alla sua organizzazione ed istituzionalizzazione, distaccandosi definitivamente dal mondo del desiderio consumista.
L’Europa dovrebbe essere il concetto che racchiuda ed indirizzi tutto questo processo, ma dato che tutto ciò non esiste per ora in quanto processo che parte dall’alto di una autorità superiore, dobbiamo cominciare a porlo in essere dal basso, cominciando dalla nostra spiritualità quotidiana individuale e famigliare.
- La guerra di fondazione europea come mitopoiesi dell’Europa
Naturalmente numerosi sono i nemici che tentano e tenteranno di bloccare questo processo, e sappiamo che nessuna nazione può fondarsi senza una guerra.
Ebbene la guerra che porterà alla nascita dello stato unitario europeo sarà anche quella che a livello religioso potrà essere utilizzata e simbolicizzata come mito fondativo per lo stato stesso, attraverso magari un monumento-santuario alla patria europea da costruirsi nella capitale(Bruxelles) e che faccia da centro propulsore a monumenti-santuari diffusi su tutto il continente in forma di una rete unitaria. L’esempio rimane ancora quello, tutto da riscoprire e sviluppare in senso cultuale dell’Altare della Patria, con il suo culto del milite ignoto.
In conclusione, la shintoizzazione, la creazione di una disciplina divina d’Europa, non sarà altro che la fondazione e la messa a sistema di un mito che racchiuda tutte le tradizioni europee, da esplicitarsi attraverso un sistema rituale e santuariale interconnesso, parallelo e a tratti convergente con la Chiesa, che sia coerente con le funzioni simboliche scaturenti dall’idea stessa di Europa in armi per la propria esistenza. Questo processo però non può che nascere da un sostrato religioso preesistente, che noi individualmente e comunitariamente dobbiamo preservare e portare vivo in offerta alla storia che verrà.
Luigi Corbelli

