Si assiste quotidianamente ad una campagna di odio, violenza, dileggio e disprezzo, verso una Comunità che ha il torto di onorare i propri Caduti. Una sparuta minoranza di esagitati, con evidenti problemi d’ordine cognitivo ed esistenziale, ritiene di poter compiere qualsiasi tipo di azione, consapevole di avere appoggi e sostegno da parte di alte cariche dello Stato, di un ampio schieramento politico, di gran parte della magistratura, della stampa e dell’informazione. Alludiamo a tutto quanto di infame, per usare eufemismi, sta accadendo in relazione alle dovute commemorazioni volte ad onorare la memoria di Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi, Ugo Venturini e di tutti i militanti “della parte sbagliata” assassinati durante gli “anni di piombo”.
Gli “antifascisti militanti” hanno messo, e stanno mettendo in atto, una serie di gravi e infami provocazioni, tali da rinnovare il clima criminale dei passati Anni 70, in modo irresponsabile e assurdo, se la logica ha ancora un senso, ma ne dubitiamo. Ci troviamo di fronte ad un “antifascismo” in assenza di Fascismo: un antifascismo che, con la scusa di difendere, non si comprende da chi, i valori eterni della libertà e della democrazia, legittima ogni tipo di violenza, di incitamento all’odio, di profanazione.
Uno scenario distopico volto, con ogni evidenza, a garantire una certa “egemonia culturale”, se è ancora il caso di utilizzare questa terminologia, viste le miserabili bassezze di questi ultimi giorni, messe in atto, solo per fare qualche esempio, a Milano, Sesto San Giovanni e Genova. Egemonia, “superiorità morale”, con la garanzia, oltre tutto, di accedere a pingui finanziamenti pubblici.
Siamo ad un livello di infamia che sta stancando anche una parte dello schieramento di sinistra, basti considerare gli ultimi interventi di Antonio Padellaro, di Pierluigi Battista, di Massimo Cacciari.
Sono ormai da tempo superate argomentazioni di ordine politico od ideologico. Non esiste alcuna volontà, da parte degli “antagonisti” antifa’, di una ricostruzione storiografica seria e imparziale degli eventi del passato, non importa se remoto o prossimo. Il loro non è un ragionare, ma un emettere slogan sgangherati e violenti. Impossibile cercare un confronto con chi aggredisce, verbalmente o fisicamente: ma sempre, per carità, in proporzione di dieci contro uno. Con chi, utilizzando metodi mafiosi, boicotta qualsiasi lecita e legittima iniziativa di comunità ontologicamente diverse da loro. E, se, poi, dovesse andar male, ci sarebbe sempre la Questura dove recarsi a piangere, qualche salotto televisivo dove esibirsi, o qualche elezione al Parlamento europeo. Non parliamo, poi, delle mistificazioni e delle alterazioni della realtà, che sono all’ordine del giorno (casi del “giornalista” di Torino e del “sindacalista” di Genova).
Questi antifascisti sarebbero ottimi oggetti di analisi, non tanto politica, quanto psicoanalitica o antropologica. Il loro modus operandi ricorda la “sindrome del bambino imperatore”, querulo e vittimista, che tutto pretende senza dover nulla, che strilla se viene contraddetto o non accontentato.
Un quadro di degradazione grave rispetto ad una condizione normale. Torna alla memoria quanto Julius Evola scrisse, nel 1968, intorno all’imbarbarimento dei costumi e al gusto della volgarità nella presente età di decadenza (L’arco e la clava, IX, pp. 75-83). Il filosofo si riferisce al dominio dell’arte, ma le sue considerazioni ci sembrano adatte anche nel contesto che stiamo affrontando: bisogna riportarsi all’opposizione fra la forma e l’informe, all’idea che ogni processo veramente creativo consiste nell’imporsi della forma sull’informe, in termini greci nel passaggio dal caos al cosmos. In un senso superiore, riconosciuto non solo dai classici ma anche dallo stesso Nietzsche, il «bello» corrisponde appunto alla forma compiuta e dominatrice, allo «stile», alla legge esprimente la sovranità di una Idea e di una Volontà. Da tale punto di vista l’avvento dell’informe, del caotico, del «brutto» attesta un processo distruttivo: non una potenza ma una impotenza. In conclusione: gli “antifascisti”, siano essi “istituzionali” o antagonisti – non si sa bene rispetto a che cosa – privi di qualsivoglia strategia nonché di una Visione del Mondo, di una centralità, di un autodominio, dietro una maschera di pseudomilitanza in una caricatura di realtà da loro stessi rozzamente evocata, celano la loro nullità politica, etica, morale, esistenziale, antropologica. Sono loro gli sconfitti, fantasmi in una dimensione mistificata e surreale: potranno continuare a seminare odio, ad oltraggiare, ad istigare ad una violenza fine a sé stessa, ma di loro non rimarrà nemmeno il ricordo. Larve isteriche alla deriva.
Giuseppe Scalici

