Europa: mito, utopia o realtà in cammino?

di Francesco Ingravalle

Molti di noi conoscono bene l’espressione “mito dell’Europa”: dal volume di Adriano Romualdi, Mario Prisco, Guido Giannettini (Il Solstizio, Roma,1965, rist. Passaggio al Bosco, Roma,2020) al recente lavoro di Gabriele Adinolfi, passando per una serie di orientamenti, di slogans che hanno caratterizzato una precisa linea all’interno del M.S.I.-D. N. degli anni Settanta del secolo scorso legata soprattutto alle iniziative di Pino Rauti. “Ordine Nuovo”, nel 1970, pubblicò anche uno schema istituzionale per l’Europa redatto da Adriano Romualdi. Tra le visioni concorrenti va ricordata Europa: un impero di quattrocento milioni di uomini di Jean Thiriart (edito in traduzione italiana da Volpe, Roma, 1965) e le – relativamente recenti- tesi sull’Eurasia sviluppate soprattutto da Claudio Mutti (già impegnato, a suo tempo, in “Giovane Europa”, il movimento fondato da Thiriart). Europa come punta avanzata dell’Occidente secondo Romualdi (Sul problema di una tradizione europea, Edizioni di “Vie della Tradizione”, Palermo, 1973), oppure come punta avanzata dell’ “anti-Occidente” il cui riferimento è la Russia post-comunista; ma va ricordata la severa critica del “mito dell’Europa” tracciata da Franco Freda in La disintegrazione del sistema (Edizioni di Ar, Padova, 1970) in nome di una radicale sprivatizzazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e del diritto quale base per fondare uno Stato organico, anche europeo.
A queste teorizzazioni ha fatto riscontro la crescita dell’Europa (da C.E.E. a U.E.) come mercato fortemente integrato, dotato per la maggior parte degli Stati-membri di una moneta unica, governata da un istituto indipendente dagli organi europei, la Banca Centrale Europea, di un sistema decisionale complesso in cui la legislazione (prevalentemente, se non esclusivamente, economica) nasce dalla proposta di un organo di nominati che opera secondo una logica tecnocratica sulla quale “co-decidono” i rappresentanti dei dicasteri dei diversi governi degli Stati membri e il parlamento, eletto a suffragio universale. Qui, gli organismi politici eredi del nazionalismo (in Italia “Fratelli d’Italia”, filiazione della componente neoconservatrice (già attiva in “Alleanza Nazionale” e nel M.S.I.-D.N.) si sono posti come sostenitori della “Europa delle Patrie”, cioè della minor cessione di sovranità possibile alla Unione Europea, soprattutto in materia di politica estera (non si tollera un “super-Stato” europeo, ma non si ha niente da obiettare – anzi!- a un’Europa ricolma di basi militari statunitensi quale segno dell’esito della Seconda Guerra Mondiale. Soluzione, quest’ultima che, visti i relativamente buoni rapporti tra U.S.A. e Federazione Russa, non sembra dispiacere ai sostenitori dell’”Eurasia” (a meno che non si pensi a una sostituzione degli statunitensi con i russi per il governo militare del territorio europeo).

Nel frattempo, già prima della politica statunitense dei dazi, alcune voci, molto qualificate negli ambienti finanziari e industriali europei (Mario Draghi e Mario Monti) hanno esortato l’Unione Europea a “fare qualche cosa” e “presto” per acquisire il peso effettivo di un soggetto politico attivo nella politica internazionale, di un soggetto terzo fra Stati Uniti d’America e Federazione Russa. Fare qualche cosa: ma chi dovrebbe fare qualche cosa? L’opinione pubblica europea – nei limiti in cui questa espressione descrive realmente qualche cosa- sembra essere divisa fra chi desidera lasciare le cose così come sono (una buona parte delle maggioranze governative al potere, le maggioranze di “Centro-Destra” e una buona parte delle opposizioni, di “Centro-Sinistra”) e chi – non, certo, un numero cospicuo- vorrebbe cambiare qualche cosa. Ma non è chiaro né che cosa, né come. Non si tratta soltanto di quale risposta dare alla politica daziaria statunitense (che incontra, peraltro, una sempre più decisa opposizione all’interno degli States, in grado, forse, di convertire al voto, in prospettiva vaste masse di non-votanti ‘cronici’), ma di come sostenere l’Ucraina concretamente o, in alternativa, di come far pesare il ruolo di mediazione diplomatica di una forza disarmata come l’Unione Europea. A proposito della Società delle Nazioni Sigmund Freud ha scritto: “La Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne solo se i membri della nuova associazione – i singoli Stati – gliela concedono” (Lettera a Albert Einstein da Vienna, settembre 1932 in Sigmund Freud-Albert Einstein, Perché la guerra?, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino, 2012, pp. 70-71). Come la Società delle Nazioni, anche l’Unione Europea è un’organizzazione internazionale, sia pure di tipo speciale, con le medesime manchevolezze sul piano delle relazioni internazionali.
Un piano di armamento dell’Europa come Europa, ammesso e non concesso che possa decollare, sarebbe efficace non nell’immediato; una politica di accordo europeo sull’atteggiamento da tenere in materia di dazi non richiede di certo minor tempo; un accordo sull’atteggiamento da tenere verso l’Ucraina, attualmente divide gli Stati membri. Perché l’Unione Europea non è uno Stato e non può decidere, concretamente, come se lo fosse.
Ne concludiamo che la trasformazione dell’Unione Europea in uno Stato richiederà tempi lunghi e condizioni non predeterminabili che potrebbero anche non verificarsi. In questa prospettiva, il “mito dell’Europa” non ha nessuna funzionalità concreta, mancando tra l’altro un soggetto politico che se ne faccia banditore e, anche ammesso che esso sorga, che lo traduca in realtà politico-economica e amministrativa.
Lo sviluppo capitalistico sta producendo disagio sociale crescente, visibile nel congruo dato della povertà in Europa: nel 2023 il 21, 4 % della popolazione europea, pari a 9,6 milioni di unità, risultava a rischio di povertà (“Il Sole 24 ore” del 13 novembre 2024 che riprende sostanzialmente i dati di “Eurostat”). Povertà significa non soltanto oggettivo disagio per singoli e gruppi, ma anche possibilità tendenziale di comportamenti a rischio, indipendentemente dalle variabili introdotte dai flussi migratori. La fame (che è il correlativo ‘finale’ della povertà), è il caso di ricordarlo, non varia né a seconda dell’appartenenza etnica, né dell’appartenenza culturale. Di questo “sviluppo” dobbiamo “render grazie” alle politiche neoliberistiche promosse soprattutto nell’ultimo venticinquennio. Una compattezza, in prospettiva, dell’Europa-Nazione” è impensabile senza politiche di welfare difficilmente realizzabili all’interno dei singoli Stati membri, ma ben più possibili in un quadro europeo. Anche questa prospettiva implica, in prima battuta, politiche sociali convergenti da parte di tutti gli Stati-membri, ma in seconda battuta è necessaria una federalizzazione delle politiche di welfare. E siamo, di nuovo, di fronte a materie che richiedono decisioni unanimi, secondo l’attuale ordinamento dell’Unione Europea, come lo richiede qualsiasi progetto di unione fiscale europea. Questo non toglie che una rivitalizzazione del welfare a livello di ciascuno Stato-membro potrebbe portare, in prospettiva, all’esigenza di unire gli sforzi a livello continentale. Forse, questo è un percorso più praticabile con una politica di massa in grado di spingere gli esecutivi a prendere decisioni che, da soli, non sembrano inclini a prendere. Si possono immaginare piazze ostili all’armamento dell’Europa e ne stiamo vedendo; più difficile è immaginare piazze ostili a programmi di welfare continentale. E, dato che gli esecutivi inseguono il consenso di massa, è possibile immaginare esecutivi che, in sede di Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea (e di Consiglio Europeo, vertice dei Capi di Stato e di Governo), siano più disponibili a concordare politiche di welfare a vantaggio di tutti gli Stati-membri di quanto non lo siano in materia di armamenti europei.
Si potrà dire che queste sono utopie, favole, magari “miti”. Ma possono dare origine a progetti assai concreti. Se la cultura dell’Europa federale che stiamo sviluppando da tempo potrà strutturarsi in programma politico europeo quelle che ora sono “utopie” potranno essere le indicazioni di massima per la nascita di un nuovo soggetto politico. L’Europa politica potrebbe sorgere, così, dall’Europa sociale.

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