Amat victoria curam scriveva Catullo, nel celebre Carme 62. Il poeta romano stabilisce una
verità indiscutibile su quanto sia importante la preparazione per poter vincere, ed oggi più
che mai sembra che l’Europa abbia scelto di prepararsi ad eventuali scenari di guerra.
Guerra ibrida, counterinsurgency, sostegno militare, mentoring, guerra totale, una pace
armata… nessuno può sapere cosa ci attenderà. Ci si arma soprattutto per evitare una
guerra, rendendola poco conveniente ai propri avversari e nemici; ma qualora la si debba
combattere, è meglio farlo al massimo delle proprie capacità per non soccombere. Vae victis
ci ricordano i nostri avi: il concetto non è cambiato nei secoli, i vinti hanno sempre subito le
decisioni imposte dai vincitori e noi europei, italiani e tedeschi in primis, dovremmo ben
saperlo. Per quanto sia auspicabile questo riarmo europeo, ci sono molteplici incognite non chiarite. Alcune di ordine tecnico: costruiremo filiere di armamenti europee (sulla falsariga del recente accordo Leonardo-Rheinmetall) oppure ci limiteremo a comprare sistemi d’arma altrui,
quindi senza ottenere alcun beneficio economico né alcuna indipendenza? Integreremo le
difese nazionali tra di loro costruendo una difesa comune, anche se tutti i passi mossi in
questa direzione sono sempre stati ostacolati dagli stessi comandi della NATO?
E chi comanderà la difesa europea? Non sono queste problematiche di poco conto, e se ne
potrebbero citare molte altre.
Quello che mi preme però evidenziare è un altro aspetto, spesso ignorato da coloro che
prendono le decisioni, che quasi mai hanno vestito una uniforme o imbracciato un fucile: in
trincea ci vanno degli uomini in carne ed ossa, con speranze e motivazioni che trascendono
qualunque tipo di equipaggiamento in dotazione. Come ha dimostrato la guerra in Ucraina,
alla fine, l’uomo al fronte regge il destino della nazione: «è sempre un plotone di soldati a
salvare la civiltà» come scrive Spengler.
Negli ultimi anni sempre più sondaggi hanno evidenziato che la disponibilità a combattere
per il proprio paese degli europei è bassissima. Il vero dramma, quindi, non è tanto quanti
miliardi di euro possiamo o non possiamo investire nella difesa comune, ma è convincere le
giovani generazioni a imbracciare le armi per la nostra civiltà.
Decenni di scambi culturali, interrail, erasmus non hanno cresciuto una generazione di
europei pronti al sacrificio: abbiamo superato il nazionalismo ottocentesco a favore del falso
ideale cosmopolita e del relativismo culturale, non di un nazionalismo europeo.
Perché un giovane maschio europeo dovrebbe voler morire, oggi, in una trincea dell’est o
aspettando uno sbarco americano sulle coste occidentali? Perché sacrificarsi per la
bandiera arcobaleno, mentre nelle nostre città dilaga il crimine spesso causato da chi non è
nemmeno lontanamente europeo? Chi dobbiamo combattere, la minaccia viene solo
dall’esterno? Chiaramente sono problematiche che andrebbero risolte ben prima di stabilire molti dettagli di ordine tecnico sul riarmo.
Per gli antichi “crisi” significava la possibilità di scegliere: oggi le numerose crisi che ci
stanno travolgendo ci danno dunque la possibilità di compiere scelte importanti per il nostro
futuro. Non solo con quali mezzi andare in guerra, ma anche, forse ben più importante,
superare definitivamente l’ideologia woke che avvelena l’animo della nostra Europa.
In questi momenti bisogna tornare alle radici della nostra cultura, come insegnano Venner e
Faye. Omero, il cieco cantore che ha plasmato con i suoi versi immortali l’animo degli
europei più di ogni altro, ci racconta con dovizia di particolari come era fatto lo scudo di
Achille, archetipo per eccellenza dell’uomo che fa la guerra. Forgiato da Efesto in persona,
viene decorato con la rappresentazione di due città: una in pace e prospera, l’altra devastata
e in guerra. Il significato è chiaro, al di là dell’essere uno strumento di protezione, lo scudo
rappresenta la condizione umana di gioia e di dolore. In particolare, è attraverso lo
strumento militare ed il suo utilizzo che una civiltà può vivere in pace e non temere il
conflitto.
Non esiste alcun pacifismo senza l’utilizzo delle armi. Essere pacifisti perché si è disarmati o
incapaci di esercitare violenza non è virtuoso, è essere deboli ed in balia delle volontà altrui.
Il controllo della violenza ed il suo esercizio significa invece possedere la virtù e la capacità
di scegliere, condizione primaria di qualunque politica indipendente.
È certamente auspicabile il riarmo dell’Europa, soprattutto se questo avviene nelle giuste
modalità. Ma bisognerà anche iniziare ad armare l’anima degli europei se vogliamo essere
davvero padroni non solo delle nostre armi ma anche del nostro destino.
Alessandro Stradoni

