Ritorno degli imperialismi?

Qualche annotazione
Ritorno?
L’attuale scenario delle relazioni internazionali induce a chiedersi se siamo di fronte a un “ritorno dell’imperialismo”, se, nuovamente, dopo avere sentito parlare di “fine dello Stato-nazione”, di “fine della storia” ci troviamo di fronte a uno scenario simile a quello del 1914, oppure a quello del 1938-39, o, ancora, a quello della “guerra fredda”.
Un interrogativo che bisogna porsi: davvero l’imperialismo era scomparso nel vortice delle teorizzazioni e delle pratiche della globalizzazione di inizio anni Ottanta? Oppure dietro la parola “globalizzazione” (dietro il suo sinonimo, “mondializzazione”) si è sempre celato il “buon” vecchio imperialismo, “fase suprema del capitalismo” con il suo strumentario istituzionale statal-nazionale? Alla fine degli anni Ottanta del XX secolo una consistente ombra di sospetto era stata sollevata da libro di Serge Latouche, L’occidentalizzazione del mondo (tradotto in italiano nel 1991), All’inizio del XXI secolo Joseph Stiglitz, nel suo libro La globalizzazione e i suoi oppositori (tradotto in lingua italiana nel 2002), dava una consistenza maggiore alle ombre già sollevate, sul versante antropologico-culturale da Latouche. In effetti, dire “occidentalizzazione” significa dire “americanizzazione” del mondo; e dire “americanizzazione del mondo” significa indicare un insieme di processi messi in opera da uno Stato che è alla guida di un sistema egemonico, finanziario e militare, di cui l’Europa è parte dagli anni Quaranta del XX secolo. Un insieme di processi che si è potenziato con l’implosione del sistema egemonico russo e che, ben presto, ha iniziato a essere fronteggiato dall’ascesa del sistema egemonico cinese. Si potrebbe dire, semplificando, che la storia attuale si stia sviluppando in un confronto mondiale fra capitalismi: al capitalismo oligopolistico occidentale (euro-statunitense) si oppone il capitalismo di partito cinese e il capitalismo oligopolistico russo. Non è del tutto corretto opporre questi sistemi in base al valore da essi attribuito (nelle codificazioni etico-giuridiche) all’individualità: nell’economia capitalistica, privata o pubblica che essa sia, ogni individuo è sostituibile e questo è ancora più vero nell’età del capitalismo cibernetico, quando a contare sono soprattutto le procedure oggettive per realizzare maggiori profitti per gli investitori. Da queste procedure oggettive derivano gli scenari, geoeconomici, politici e geopolitici e l’organizzazione delle relazioni internazionali secondo blocchi continentali o subcontinentali.

Preannunci
Da L’età dell’imperialismo di Harry Magdoff e da World-System Analysis di Immanuel Wallerstein è stato dato corpo storico-sociale a una serie di intuizioni che risalgono a Marx e a Nietzsche e che si proiettano nel Novecento nelle opere di Ferdinand Fried (La fine del capitalismo, 1932) e di James Burnham (La rivoluzione dei managers, 1941) e nel tentativo di pensare un ordine economico e politico mondiale non conflittuale (Otto Neurath, Pianificazione internazionale per la libertà, 1942) un processo di integrazione dei settori produttivi e dei mercati in grado di governare i conflitti (David Mitrany, Le basi pratiche della pace, 1943). È noto che Marx aveva previsto lo sviluppo dell’economia capitalistica a economia-mondo in cui gli Stati hanno un ruolo politico-militare decisivo, che Nietzsche ha immaginato una “grande politica” interamente basata sulla lotta fra grandi “blocchi continentali” quali organizzazioni della “volontà di potenza” (e Alfred Baeumler, nel 1942, in Democrazia e nazionalsocialismo, ipotizza una “bilancia di potenza tra gli Stati mondiali, sulla scorta delle suggestioni nietzscheane).
La realtà è, lungo tutto il corso del tempo che va dalla seconda metà del secolo XIX a oggi, la storia dei conflitti interimperialistici con due guerre mondiali particolarmente sanguinose (Prima e Seconda Guerra Mondiale) e una guerra mondiale “a bassa intensità” (la “guerra fredda”: un insieme di guerre per procura).

Riflessi epistemologici
Sul piano della storia delle ideologie, l’intera vicenda dell’imperialismo è accompagnata dallo sviluppo di filosofie irrazionalistiche (si veda György Lukàcs, La distruzione della ragione, 1954) che si reggono, tutte, su epistemologie relativistiche, continuazioni ideali sia del pensiero di Schopenhauer, sia, soprattutto, del pensiero di Nietzsche. La connessione fra relativismo e imperialismo non è contestata neppure dai più decisi critici di Lukàcs (come Adriano Romualdi, sia nel volume Idee per una cultura di Destra, 1973, sia, già nel volume Nietzsche, 1970); oggi, il relativismo è l’autocoscienza effettiva delle oligarchie tecno-finanziarie che, non a caso, relegano il mondo dei diritti a mera cornice ornamentale o a mero strumento retorico al servizio di logiche tecno-finanziarie. Se, al di là della sua realtà economica, l’imperialismo è caratterizzato dalla volontà di potenza, il nesso fra relativismo e interpretazione della realtà sociale e politica come esito della “lotta per la potenza” è un dato agevolmente constatabile, il nesso fra imperialismo e relativismo è anch’esso agevolmente constatabile e logicamente non contestabile. La forma politica degli Stati imperialistici è tendenzialmente oligarchica (in merito allo Stato imperialista statunitense è importante l’indagine di Charles Wright Mills, La élite del potere, 1956); l’epistemologia più diffusa, per lo meno negli Stati Uniti d’America e in Europa, quale base della tecno-scienza, è una sintesi assai dinamica di neopositivismo, di pragmatismo e di operazionismo cui fa riscontro una opinione pubblica tutt’altro che aliena dal misticismo.
Soltanto apparentemente il relativismo è un’ideologia della pace sociale; se niente è vero, tutto è permesso; tutto: dal dibattito pubblico alla contrapposizione armata tra fazioni. Lo si è visto nella storia politica di Atene alla fine del V secolo a. C.: se è corretta l’identificazione dell’Antifonte promotore, con altri, del colpo di Stato oligarchico del 411 a. C., con Antifonte sofista, il nesso tra relativismo sofistico e orientamento oligarchico sembra plausibile; quanto al colpo di Stato oligarchico che porta al potere i “Trenta Tiranni” nel 404 a. C. uno di essi, il più influente, Crizia, è considerato esponente della sofistica. Si può, tuttavia, sempre ricordare che uno dei primi esponenti della Sofistica, Protagora di Abdera, fu collaboratore di primo piano di Pericle, esponente di primo piano della democrazia ateniese. Se ne potrebbe concludere che la tecnica della persuasione prescinde dal problema della verità e dal problema delle finalità etiche dell’agire individuale e collettivo. Analogo è il quadro che, della razionalità strumentale, versante epistemologico dell’economia capitalistica, dà Max Horkheimer in Eclissi della ragione (1947): “Nessun fine è ragionevole in sé, e non avrebbe senso cercar di stabilire quale, di due fini, sia più “ragionevole” dell’altro.” (si cita dalla traduzione italiana di Elena Vaccari Spagnol, Einaudi, Torino, 1974).
Un nesso piuttosto stretto sembra legare imperialismo, relativismo, istituzioni oligarchiche.

“L’imperialismo fase suprema del capitalismo”
“Con la produzione capitalistica si forma una potenza nuova, il sistema del credito che ai suoi inizi si insinua furtivamente come modesto ausilio dell’accumulazione, attira mediante fili invisibili i mezzi pecuniari, disseminati in masse maggiori o minori alla superficie della società, nelle mani di capitalisti individuali o associati, diventando però ben presto un’arma nuova e terribile nella lotta della concorrenza e trasformandosi infine in un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali. Nella misura in cui si sviluppano la produzione e l’accumulazione capitalistica, si sviluppano la concorrenza e il credito, le due leve più potenti della centralizzazione.” Questo è quanto scrive Marx nel libro I del Capitale (Il Capitale , tr. it. Edizioni Rinascita, 1952-1956, I, 3, p. 76. Nella introduzione a L’imperialismo fase suprema del capitalismo di Lenin Valentino Parlato osserva (L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1970, pp 18-19) che la società per azioni è considerata da Marx uno degli strumenti della centralizzazione dei capitali, uno degli strumenti che in certe sfere stabilisce il monopolio e crea una nuova aristocrazia finanziaria richiedendo, quindi, l’intervento dello Stato. Un sistema oligarchico, in breve. Un sistema che ha la propria proiezione in politica estera nelle forme dell’imperialismo. Lenin, nella prefazione alle edizioni francese e tedesca del suo scritto afferma che “nell’opuscolo si è dimostrato che la guerra del 1914-1918 fu imperialista (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti, che si trattò di una guerra per la spartizione del mondo, per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie, delle “sfere di influenza” del capitale finanziario, e via dicendo” (tr. it. cit., p. 35); analogo potrebbe essere il discorso da farsi sulla guerra 1939-1945 e sulla “guerra a bassa intensità” 1947-1991 e sui numerosi conflitti che hanno punteggiato il XXI secolo fino a oggi. La concentrazione della produzione, i monopoli (in Germania, nel 1909, “quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende”, tr. it. p. 49; analogo il quadro che offre l’Inghilterra, tr. it. p. 51) sono la via per la trasformazione del capitalismo in imperialismo, cioè la base oggettiva dei fattori polemogeni nelle relazioni internazionali.
Occorre riconoscere che, pur nella ridefinizione del capitalismo come capitalismo cibernetico, la base oggettiva delle tensioni internazionali è la medesima da un punto di vista qualitativo, anche se la rapidità delle dinamiche si è accresciuta in modo straordinario. Per ‘essenziale, noi – “euro-statunitensi, è necessario dire- facciamo ancora parte della storia iniziata alla metà del secolo XIX.

Francesco Ingravalle

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *