Abbiamo sempre guardato al termine ” mondialismo” con estrema diffidenza, per la tendenza dei suoi utilizzatori ad impiegare il termine per dare una sorta di spiegazione omnicomprensiva di fenomeni più complessi. Abbiamo sempre preferito come strumento di analisi il termine imperialismo o meglio la lettura dei fenomeni storici alla luce della concorrenza tra imperialismi come strumento della concorrenza tra capitali. Per un lungo periodo si è invece utilizzato il concetto di ” mondialismo” in modo esemplificativo ,in una reductio ad unum di un modo di produzione e di vita , valido in tutto il mondo e soggetto ad un unico imperialismo e ad un unica way of life. Questa visione oltre ad aver trascurato le differenze etnoculturali comunque esistenti, non tiene conto della tendenza dei capitali alla concorrenza tra loro e all’utilizzo degli imperialismi, che agendo secondo il principio “dell’unità nella scissione ” si combattono e si ricompongono secondo questo crinale. Ora, assistiamo infatti ad un ritorno agli ” imperialismi ” classici che si confrontano tramite l’utilizzo degli apparati statali e militari ( vedi Usa-Cina) e che necessitano di ordine, coesione e disciplina sul piano interno anche in campo sociale e valoriale. L’apparato capitalista con Trump ha questo modello in testa , sull’esempio cinese, ed è possibile che questa tendenza raggiunga l’Europa nei prossimi anni. Niente più woke, niente più subcultura permissiva , niente più concessioni a minoranze di ogni tipo e specie, pochi spazi ai fenomeni migratori clandestini, ma compattezza sociale interna e produttivismo estremo condito di protezionismo e di conseguente visione culturale meno incline al ” pensiero debole”. Questo per chi intende competere nel nuovo mondo degli ” imperialismi nazionali “.
Redazione Kulturaeuropa

