Il progetto Valditara

Latino già dalle scuole medie. Ecco il nuovo progetto di Valditara. Buona notizia? Sì. Ma attenzione a facili trionfalismi. Ciò che serve alla scuola va molto più nel profondo.

Notizia recente è la decisione di Valditara di reinserire nei programmi scolastici delle scuole medie lo studio del latino. Per chiunque ami la Tradizione che i classici rappresentano questa dovrebbe essere una buona notizia, tuttavia ci sembra opportuno fare alcune precisazioni, senza lasciarsi andare a facili entusiasmi. In premessa diciamo che sicuramente la scelta di Valditara renderà la scuola migliore di ciò che è stata fino ad oggi, allo stesso tempo però, ciò che occorrerebbe per costruire una scuola all’altezza del suo compito è ancora lontano. Sui giornali si è parlato di “ritorno dello spirito gentiliano, il che non è assolutamente vicino alla realtà. La riforma Gentile aveva come primo obiettivo, un presupposto altamente politico e spirituale. Nella concezione gentiliana scuola voleva dire formare gli italiani come cittadini attivi e partecipi alla vita della Patria. Non per caso S.E definì la riforma Gentile la più fcista delle riforme. Alla libertà propagata dal pensiero liberale, intesa nel senso individualistico del privato cittadino che a dei rappresentanti delega la responsabilità delle decisioni, veniva contrapposta un’idea di libertà molto vicina a quella del mondo classico. Il più perfetto cittadino greco della polis, era veramente tale se partecipava direttamente alle decisioni concernenti la città e, fin da bambino, era educato all’esercizio della virtù, che comprendeva un tipo di formazione fisica e intellettuale di eccelso livello. Il gymnasium era ben lungi dall’essere una palestra nel senso moderno del termine, era bensì il luogo principe della formazione, dove alla formazione fisica necessaria per ogni buon guerriero- questo altro fondamentale requisito per essere un buon polites, ovvero portare le armi, veniva unito lo studio del mito, della filosofia, della matematica, etc. Stesso dicasi per Roma. Il negotium, ovvero l’assenza dell’otium, quindi del tempo che un privato cittadino dedicava esclusivamente a sé, era la virtù cardine per essere un ottimo civis romanus, il cursus honorum, distinto per i cittadini di estrazione patrizia e di estrazione plebea, era un dovere per essere stimati degni di appartenere alla cittadinanza romana. Come ci insegna Aristotele, essere cittadini non significa semplicemente vivere in un certo luogo, dato che nel mondo antico, sia schiavi che meteci spesso vivevano in maniera stanziale in una determinata città, bensì avere il dovere e il diritto di partecipare pubblicamente alle assemblee e all’esercizio delle magistrature, ovvero essere parte attiva del processo decisionale di ogni comunità politica. Tornando all’epoca fcista, Gentile quindi, possiamo dire, che recuperò un archetipo classico, greco, romano mediterraneo e sommamente europeo, in vista dell’obiettivo di creare una nuova gioventù. E a ciò si deve la preminenza delle discipline umanistiche nella scuola gentiliana. Anche un grande ingegnere, un grande fisico, un grande chimico, se non è solidamente formato nello spirito, se non ha avuto la possibilità di tirare fuori le sue migliori potenzialità da uomo, non potrá veramente essere adeguato nel mestiere che eserciterà. Stando così le cose, ci sembra evidente il perché oggi, al di là del numero di ore settimanali dedicato allo studio di certe discipline, siamo ben lontani da una scuola altamente formativa. Fino a quando lo studio dell’italiano, del latino, del greco e della storia e della filosofia sarà relegato ad un accumulo di nozioni, nessuno ne coglierà realmente il senso profondo e intimo. Fino a quando al latino e al greco si fornirà il banale statuto di “lingue che insegnano a ragionare “, senza carpirne il messaggio eterno spirituale che conservano in sé, nessuno saprà veramente amarle come meritano. Inoltre, sempre nella riforma Gentile, lo studio del latino, tutto era tranne che pane quotidiano per tutti. Se, infatti, da una parte nel fcismo venne ridata nuova vita all’archetipo di civis del mondo greco/romano, è allo stesso modo vero che, come avviene sempre nella storia, i contesti sociali erano molto diversi. Atene, ad esempio, era fondamentale, una polis, di 120.000 abitanti, sottratti dai quali le donne, i minori, gli schiavi, i meteci etc, coloro i quali realmente avevano titolo a partecipare alla politica erano 15/ 20.000, dei quali poi effettivamente solo la metà partecipava. In un contesto di siffatta natura il livello dei componenti non era un granché differenziato, e a soggetti simili in virtù, valore, propensioni e carattere si può dare una stessa formazione. L’Italia degli anni ’20, disponendo, invece, dei numeri di una nazione, non di una città, nella quale i cittadini si contano in milioni, non poteva presentare un quadro unico di istruzione. A ciò si deve la netta distinzione tra formazione classica, tecnico/scientifica e professionale voluta da Gentile. Perché anche chi si dedica al lavoro manuale e tecnico possa partecipare alla nazione, in un’ottica organica e corporativa, non può mancare un tipo di formazione specifica, nella quale il latino non era contemplato. Il latino e anche il greco dovevano diversamente essere le pietre miliari per chi partecipava alla vita politica nazionale fcista nei più alti ranghi. E infatti, quella che noi oggi, chiamiamo scuola media, all’origine era una scuola destinata a chi avrebbe proseguito con gli studi liceali, e il latino in questa scuola veniva studiato con un’intensità pari a cinque ore settimanali come minimo. La scuola media invece destinata a chi avrebbe conseguito il diploma di ragioniere, ad esempio, non prevedeva lo studio del latino, e, tanto meno lo prevedeva la scuola destinata all’avviamento professionale, in ossequio alla legge dell’obbligo scolastico minimo fino ai 14 anni. Anzi, questo assetto, già risulta essere quello di Bottai, prima infatti di questa modifica, al liceo classico si accedeva tramite il ginnasio, scuola a sé, dalla durata di 5 anni, non di 3 e dove il latino costituiva addirittura 7 ore settimanali di studio. Perché richiamare tutto ciò alla memoria? Perché una tendenza del sistema scolastico degli ultimi cinquant’anni è stato quello di abbassare costantemente il livello della difficoltà dello studio, perché tutti indistintamente potessero partecipare del medesimo sistema di istruzione. Al che sorge spontanea una domanda: inserendo il latino nel curriculum delle scuole medie, per di più soltanto un’ora a settimana, non potrebbe comportare un ulteriore degratamento dello studio di questa lingua straordinaria? Difficile a dirsi. Tuttavia, ci auguriamo che, essendo stato previsto come insegnamento facoltativo, nessun insegnante si senta in obbligo di doverlo semplificare oltremodo. A prescindere da ciò, resta in ogni caso la questione centrale: fino a quando non ci si concentrerà sul rendere gli studi umanistici frutto vivo e pulsante da cui, chi ne possiede le capacità, possa attingere, invece che lettera morta, ben poca speranza c’è per la scuola. Finché la strada della destra istituzionale sarà depoliticizzare, invece che ripoliticizzare, nessun aumento orario né alcun formale ritorno all’umanistico salverà la gioventù. Si spera quindi che queste modifiche apportate da Valditara possano essere il passaporto per una rivoluzione radicale, identitaria e partecipava della scuola.

Ferdinando Viola

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