EUROPA E PAX ROMANA

Nella politica di Aristotele si scrive quanto segue in merito alle caratteristiche dei popoli e all’influenza che su di queste ha il clima.

“Infatti i popoli nei paesi freddi dell’Europa hanno esuberanza d’impulsività, ma sono difettosi d’intelligenza e di attitudini all’organizzazione. Perciò vivono costantemente nell’indipendenza ma difettano d’una vera struttura di governo e non sono in grado di dominare sui vicini. I popoli asiatici d’altra parte sono intelligenti e industri, ma moralmente fiacchi, perciò vivono abitualmente in sudditanza e Servitù. La stirpe ellenica, invece, collocata in una regione media tra questi per posizione geografica, partecipa del carattere degli uni e degli altri, essendo coraggiosa e intelligente; perciò vive continuamente in libertà, con governi possibilmente perfetti, con la capacità di dominare su tutti, qualora fosse riunita in un solo stato”.

Dalla lettura di queste parole possiamo affermare quanto segue: Aristotele descrive un quadro che all’epoca era assolutamente accurato. Effettivamente le stirpi dell’Europa mediterranea all’epoca rappresentavano la giusta via di mezzo tra le popolazioni nordiche e quelle asiatiche. Tale considerazione però apre a due quesiti: è solo il clima che influisce sulle caratteristiche dei popoli? Evidentemente no, anzi potremmo dire che, se tutto nasce per un fine, come lo stesso Aristotele ben sapeva, e che quindi la metafisica è la causa prima delle manifestazioni del mondo fisico, ogni stirpe nasce in una terra perfettamente adatta alle sue caratteristiche genetiche e spirituali. E la stessa idea di una latitudine media è ancor prima che qualcosa di fisico, qualcosa di altamente simbolico. In effetti il mezzo significa il centro, ovvero l’organicità che tutto ordina e che su tutto domina. Il tutto che prevale sulla parte, diversamente ogni estremo latitudinale è simbolicamente espressione di qualche mancanza. Oggi, che il mondo si divide in Occidente e in Oriente, e l’Europa è la grande assente, ciò è dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. Gli estremi nell’orizzontalità tutto si contendono, quando invece il centro nel cosmo rappresenta la verticalità. Ritornando sul testo di Aristotele, dobbiamo anche dire che le sue parole coincidono perfettamente con quanto asseriva Julius Evola sul mondo germanico antico. Secondo Evola, dopo la diaspora indoeuropea, la vera sapienza e il vero intelletto della stirpe aria indoeuropea era maggiormente ravvisabile nelle popolazioni europee mediterranee rispetto a quelle germaniche, e la causa di ciò era proprio il clima. Gli indoeuropei che per ultimi abbandonarono le sedi originarie, a causa di condizioni climatiche sfavorevoli, avevano avuto la possibilità di sviluppare al meno le proprie capacità intellettive e spirituali, quindi erano decadute. Tuttavia le considerazioni di Aristotele, contengono dei punti deboli, non dipendenti però da una mancanza di ingegno, bensì dal fatto che alla sua epoca tante cose ancora non erano avvenute. In primo luogo, quanto asserisce sugli elleni è vero solo in parte. Le stirpi dell’Ellade dimostrano grandi capacità organizzative ma nella polis, grande e civile istituzione, ma di per sé incompleta. E infatti il loro unirsi in unico stato non si è mai verificato, se non sotto l’autorità di Alessandro Magno, però molto breve. Saranno i romani secoli dopo che andranno oltre la polis, stabilendo l’imperium su tutta l’Europa, sull’Asia e sull’Africa. Quindi, i greci erano si liberi, differentemente dagli asiatici ed erano dotati di un certo intelletto che superava all’epoca le popolazioni nordiche, ma, allo stesso modo, erano decisamente in difetto quanto ad auctoritas ed imperium, che furono invece le caratteristiche centrali della razza di Roma. Altra cosa di cui Aristotele era inconsapevole, come tutti all’epoca, era che in realtà l’origine più ancestrale delle stirpi dell’Ellade e delle popolazioni germaniche era la medesima, con la logica conseguenza che la vera spiritualità e conoscenza da Nord proviene. I germani potevano essere inferiori ai popoli Ario-mediterranei ai tempi della Grecia classica, di Augusto e dell’imperialità assoluta di Roma, ma, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente dimostrano di essere degni eredi dello spirito di Roma, capaci, dai tempi di Carlo Magno in poi, di avere le stesse attitudini filosofiche e artistiche greche, la stessa capacità imperiale e organizzativa romana, nonché il medesimo coraggio e le stesse virtù morali che già Aristotele e Tacito attribuivano loro molto tempo prima. Da ciò cosa ne deduciamo? Da una parte che il simbolismo metafisico, oltre al centro, sta anche al Nord. Dalla parte della terra che va verso Nord si tende al cielo, quindi alla solarità iperborea e apollinea. Diversamente, le popolazioni che tendono maggiormente al sud, saranno quindi per forza di cose notoriamente più dedite al servilismo, alla materia e alla telluricità. Ciò spiega perché le etnie più asiatiche, come detto da Aristotele, sono si dedite al lavoro e all’intelligenza declinata in industria, ma non all’etica, cosa che tra l’altro viene anche confermata anche nel volume di Adriano Romualdi “indoeuropei origini e migrazioni”. Ugualmente questa è anche la ragione che spiega il perché non tutte le stirpi mediterranee abbiano raggiunto i livelli dei romani e dei greci e alla profonda differenza che intercorre tra i mediterranei del nord Africa e quelli dell’Europa. Evidentemente nei greci e nei romani vi era uno spirito e una discendenza che da Nord veniva e che la componente mediterranea la uso come materia prima da rettificare, non come componente dominante. Basti pensare a divinità come Apollo, portato dai Dori, stirpe del Nord, alla società virile e tripartita, non certo lascito delle popolazioni mediterranee. Per concludere, constatiamo che se le stirpi europee dopo la diaspora indoeuropea hanno conservato ciascuna una caratteristica del ceppo originario, perdendo le altre, nel loro insieme queste sono: libertà, intelligenza, autorità e coraggio. Dove queste son declinate nell’unità dell’Europa, la nostra razza è destinata a dominare, a prosperare e a garantire la pace universale, la celebre pax romana, dove vi sia invece disgregazione e incapacità di sintetizzare tornando all’unità originale, a dominare saranno popoli servili. Il grande monito, quindi, di Drieu la Rochelle, che nel f**cismo vide l’occasione per giungere al traguardo di un’Europa che non abbiamo mai visto, deve essere l’obiettivo di tutti i giovani europei che volontà di sognare, di combattere non l’hanno perduta. Chiunque con dinamicità si adoperi in nome di sacre parole quali identità, sangue, suolo e spirito all’Europa deve ambire. E questo è il più grande lascito che si può donare a chi verrà dopo di noi. Questa deve essere l’Europa dei nostri figli.

Ferdinando Viola

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