Supporto comunista alla causa
palestinese: cortocircuito ideologico. Chi
non crede nelle patrie non dovrebbe
sventolare bandiere nazionali. Questo
fatto oggettivo basterebbe per porre fine alla diatriba
sulla supposta interdipendenza tra comunismo e
antisionismo , ma a volte bisogna sforzarsi di
entrare nella mentalità degli avversari, per poterne
comprendere appieno i cortocircuiti ideologici. Il
fascismo, nel gergo comunista, altro non è che un
fenomeno oppressivo ricorrente nello spazio e nel
tempo, braccio armato della classe dominante che
sorge ogni qualvolta la classe oppressa raggiunge
troppo potere, al fine di ristabilire lo status quo ante.
Così il fascismo viene privato della sua dimensione
storica di archetipo politico caratterizzato da volontà
di potenza contro le forze disgregatrici, inserito in
una concezione materialistica dove la storia è ridotta
a lotta fra classi, trasformandosi così in
ur-fascismo, eterno e latente, contro il quale la
classe sfruttata deve opporre una resistenza
altrettanto eterna. Questo è il motivo per cui il
sionismo viene equiparato al fascismo: nella
interpretazione marxista viene rifiutata a priori
qualsiasi storicizzazione del fenomeno, che è ridotto
a mera espressione dello sfruttamento armato da
parte delle élite dominanti. Il fatto poi che l’URSS sia
stato il primo paese al mondo a riconoscere Israele,
che Stalin abbia contribuito attivamente alla sua
fondazione, oppure ancora che uno dei precursori
del sionismo, Moses Hess, fu socialista e
collaboratore di Marx, viene puntualmente ignorato
dai compagni, ma questi pochi fatti mettono
chiaramente in luce la loro interpretazione
semplicistica del fascismo e della storia. Il conflitto
israelo-palestinese viene ridotto, così come tutti i
conflitti umani, a lotta di classe degli oppressi
(palestinesi) contro gli oppressori (israeliani),
ignorando che oltre ai fattori economici, come il
controllo delle risorse, giocano un ruolo primario
anche le cosiddette “sovrastrutture”: la religione, le
identità nazionali e le rivendicazioni territoriali.
L’accostamento contraddittorio tra mondo LGBT e
causa palestinese avviene proprio perché si sceglie
intenzionalmente di ignorare le specificità dei popoli,
come ad esempio l’identità islamica dei palestinesi,
considerata dai transfemministi e dai comunisti
come un danno collaterale, una sovrastruttura
capitalista, da estirpare per poter raggiungere
l'omologazione marxista. Ma il popolo palestinese
non sta di certo lottando in nome di una concezione
materialista della storia, incentrata sulle questioni
economiche, bensì per l’amore verso la patria, per il
mantenimento di quelle identità, siano esse
religiose, etniche, nazionali, che il sionismo
capitalista (così come il marxismo livellatore)
vorrebbe portagli via.
Michele Cucchi

