Le elezioni americane del 2024 potrebbero rappresentare non un semplice risultato a sorpresa, ma un cambiamento di dimensioni epocali e l’inizio di una nuova fase. Il ritorno trionfale di Donald Trump alla Casa Bianca infatti, presenta delle caratteristiche estremamente diverse rispetto alla sua prima inaspettata vittoria nel 2016. Trump è riuscito a trasformare in otto anni il partito repubblicano da un partito del vecchissimo establishment che aveva perso rapporti con la sua base, ad un movimento di massa multietnico che ha come unica parola d’ordine America First. Nel 2016 Trump è partito come un outsider, un leader che raccoglieva il dissenso per l’establishment delle coste da parte delle masse popolari dell’America profonda. La frattura partiva dal basso, dalle insite contraddizioni di una Nazione che ne ha due al suo interno e il tycoon era visto come corpo estraneo dalle élites, come pericoloso agitatore delle masse, nonché distruttore dall’interno della percezione popolare delle istituzioni democratiche(vedi Capitol Hill). Quattro anni di amministrazione Biden, con conseguente naufragio della distopia lucida del liberalismo woke, hanno fornito a Trump la possibilità di ricandidarsi, di rinsaldare la sua base(già di stampo fideistico),ma soprattutto di intercettare le istanze di una parte delle élites, creando una grande coalizione che va dalle classi lavoratrici ai tecno-futuristi della Sylicon Valley. Trump si è presentato come il difensore della old economy(settori energetico, automobilistico, tessile e manifatturiero),ma anche come colui che rilancerà l’american dream, a favore di un’ulteriore accelerazione tecnica degli Stati Uniti per le sfide del nuovo secolo; prima su tutte la competizione con la Cina. Nell’elezione di quest’anno gli Stati Uniti erano ad un bivio esistenziale: scegliere la via della revisione, quasi psicoanalitica, della propria storia, confermando il radicalismo woke o riaffermare la percezione di se stessi come la più grande Nazione al mondo, la terra delle opportunità, quella della frontiera infinita. Si è scelta la seconda opzione, paradossalmente incarnata da un settant’ottenne che rappresenta però il simbolo dell’etica protestante americana del successo, del lavoro e del desiderio di grandezza. Hanno vinto i futuristi americani, inaugurando una nuova fase che si appresta ad essere segnata da una spietata competizione inter-imperialista(soprattutto con la Cina) per carpire il futuro e farlo proprio. E in tutto questo l’Europa? Questi scenari mettono in crisi le certezze dell’Europa, che apprestandosi ad avere un rapporto di contrapposizione e non più di cooperazione con gli Usa, deve decidere se vuole diventare grande o restare ancora nella fase infantile/adolescenziale del suo sviluppo. Abbracciare un futurismo europeo potrebbe essere la risposta, rilanciando una forte consapevolezza di ciò che è stata e può essere la nostra civiltà e rifiutando quegli impianti ideologici e culturali che impongono un pensiero debole e decostruttivo.
Leonida

